La qualità dei colpi nella semifinale degli Australian Open tra Federer e Wawrinka

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 27 gennaio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

La prima semifinale degli Australian Open 2017 si è giocata alla Rod Laver Arena nel Giorno dell’Australia e, alla fine del secondo set, la partita sembrava avviata verso una rapida conclusione. Il primo break nel quarto gioco del terzo set da parte di Stanislas Wawrinka ha però cambiato lo scenario.

Se il vantaggio psicologico della partita era nettamente a favore di Roger Federer nelle fasi iniziali, a partire dal terzo set entrambi i campioni avrebbero potuto prendere in mano la partita. Federer ha poi vinto al quinto set dopo aver perso il terzo e il quarto. Cosa si può dire della qualità dei colpi?

Utilizzando una statistica sulla qualità dei colpi di cui ho introdotto in un precedente articolo, possiamo analizzare la prestazione di Federer e Wawrinka in ciascun set per ognuno dei colpi principali del tennis: il servizio, il dritto e il rovescio.

L’immagine 1 mostra la qualità dei colpi suddivisa per set, con il valore di 100 punti che indica che il colpo medio ha ottenuto lo stesso livello di qualità del più alto osservato negli ultimi cinque anni agli Australian Open (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.). Si osserva come il risultato del set è dipeso in larga misura dalla qualità del servizio, con Wawrinka che ha mantenuto un punteggio alto, e quindi un livello qualitativo alto, fino al quarto set per poi scendere nel quinto. È probabile che l’atteggiamento offensivo di Wawrinka nel servire molte delle seconde come se fossero delle prime abbia influito sull’andamento, con il maggiore rischio che ha pagato nel terzo e nel quarto set, ma non nel quinto. Federer invece ha faticato al servizio nei set che ha perso, il terzo e il quarto.

IMMAGINE 1 – La qualità dei colpi nella semifinale tra Federer e Wawrinka

Molti appassionati probabilmente aspettavano con eccitazione la sfida tra due dei rovesci a una mano più belli del circuito. Anche se spesso si attribuisce a Wawrinka una superiorità in questo colpo, durante la semifinale è stato Federer a mostrare una qualità complessivamente maggiore. Penso che questo sia in larga parte spiegabile con il tipo di scelta del colpo da parte di entrambi, con Federer che ha giocato più rovesci di attacco e a rete e Wawrinka rovesci più difensivi.

In termini di dominio del colpo, il dritto è stato più altalenante. Nel primo, secondo e quinto set – cioè i set vinti da Federer – il livello qualitativo è stato simile, mentre nel quarto, vinto da Wawrinka, il suo dritto è stato superiore.

Per quanto nessuno dei due giocatori abbia giocato al meglio in tutti i set, la qualità del loro gioco ha toccato punti di pregiata fattura. Federer è stato il più costante e questo è il motivo principale che gli ha permesso di raggiungere la 28esima finale di Slam.

Shot Quality Review of the Federer Wawrinka AO2017 Semifinal

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 11 (sulle partenze lente)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 14 maggio 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 10.

Dopo la prematura eliminazione di Novak Djokovic al Monte Carlo Masters 2016, questa settimana è stata la volta di Roger Federer. Nel suo primo torneo sulla terra dopo i quarti di finale a Monte Carlo, Federer è uscito al terzo turno degli Internazionali di Roma per mano di Dominic Thiem.

Ogni giocatore può incappare in una giornata no, specialmente se di rientro da un infortunio. Ma quando succede ai migliori, diventa spesso fonte di preoccupazione.

E l’occasionale sconfitta a sorpresa di uno dei primi quattro giocatori è soggetta a un tale scrutinio che si è diffusa la convinzione secondo la quale i giocatori migliori sono più esposti alle eliminazioni nei primi turni. Se questo assunto sia supportato da dati statistici è esattamente l’oggetto di analisi nel Mito 11 di Analyzing Wimbledon di Klaassen e Magnus.

Mito 11: “I giocatori di vertice devono migliorarsi con l’avanzare del torneo”

Il concetto che richiamano i due autori con l’espressione “migliorarsi con l’avanzare del torneo” è relativo al fatto che i giocatori di vertice non giochino al meglio delle loro possibilità nei turni iniziali di un torneo. Una descrizione alternativa più diffusa di questo fenomeno fa riferimento alla “partenza lenta”. Curiosamente, al livello più alto del tennis giocato essere un “campione” e un giocatore che ”parte lentamente” spesso vanno di pari passo, almeno nella percezione comune.

Si può davvero affermare che i giocatori migliori usino i turni iniziali per scaldare i motori (o per prendersela intenzionalmente comoda)?

L’approccio di Klaassen e Magnus a questa domanda è stato quello di dire che – se è vero che i giocatori migliori sono anche quelli che partono lentamente – allora dovrebbe esserci riscontro tangibile di un effetto “turno” sulla prestazione, anche dopo aver tenuto conto della bravura dell’avversario. Per testare questa teoria, Klaassen e Magnus hanno analizzato il turno raggiunto nel campione a disposizione delle partite di Wimbledon. Hanno verificato se i giocatori con la classifica migliore abbiano minori probabilità di raggiungere il turno atteso, in funzione della loro classifica e della classifica dei loro avversari. Non hanno trovato alcuna evidenza del fatto che i giocatori o le giocatrici di vertice ottengano risultati inferiori nei primi turni del torneo.

È un risultato che contrasta con l’idea diffusa di “partenza lenta”. Come è possibile?

I due autori sostengono che: “Una spiegazione potrebbe essere che il livello di competitività del tennis professionistico non permette il lusso ai giocatori di vertice di prendersela comoda nei primi turni, cosa che effettivamente non fanno”.

Una rivisitazione del Mito 11

È ragionevole obiettare che i dati per il torneo di Wimbledon non offrano una fotografia completa della partenza lenta. Inoltre, l’utilizzo della classifica ufficiale come misurazione della bravura dei giocatori va sempre preso con beneficio del dubbio. In riferimento alla prima problematica, ho analizzato il ruolo dello specifico turno sulla frequenza con cui si verificano sconfitte a sorpresa per tutte le partite del circuito maschile dal 2010 al 2015. In linea con quanto fatto da Klaassen e Magnus, ho considerato la differenza logaritmica nella classifica dei giocatori per tenere conto della bravura. Per tutti i risultati nei grafici, le vittorie si riferiscono al giocatore con la classifica migliore.

L’immagine 1 mostra la percentuale di vittorie per turno in funzione della classifica ufficiale, disposta sull’asse delle ascisse da sinistra verso destra dai turni iniziali fino alle fasi finali del torneo (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sui cerchi, n.d.t.). Poiché sono percentuali che considerano l’elemento classifica, possiamo dire che identifichino la probabilità del giocatore con la classifica migliore di vincere una partita contro un’avversario di bravura comparabile. La teoria della partenza lenta dovrebbe prevedere una percentuale di vittoria inferiore all’inizio del torneo. Osserviamo però una tendenza opposta, con i giocatori migliori che ottengono risultati migliori già nei primi turni.

IMMAGINE 1 – Vittorie in funzione della classifica ufficiale, per singolo turno, per il giocatore con la classifica migliore, per il periodo 2010 – 2015

Non c’è una differenza netta da turno a turno (nella sostanza, il margine di errore si sovrappone lungo l’intervallo di analisi), ma si evidenza una chiara dinamica contraria al Mito 11. La spiegazione potrebbe essere in parte riconducibile alle peculiarità delle classifiche ufficiali? Per verificarlo, ho effettuato nuovamente l’analisi utilizzando però il sistema di valutazione Elo, uno strumento più sofisticato per misurare la bravura dei giocatori e le prestazioni attese.

È interessante notare come, una volta considerate le differenze di valutazione tra avversari, non c’è alcuno scostamento nella probabilità di vittoria da turno a turno, come mostrato nell’immagine 2. Questo risultato non solo conferma che la teoria della partenza lenta non riesce a gestire le sconfitte a sorpresa, ma anche che le classifiche ufficiali sottostimano la bravura dei giocatori con la classifica inferiore nei primi turni del torneo.

IMMAGINE 2 – Vittorie in funzione del sistema Elo, per singolo turno, per il giocatore con la classifica migliore, per il periodo 2010 – 2015

Partenze lente e vittorie di set

Una sconfitta a sorpresa rappresenta forse una misurazione eccessiva della partenza lenta per i giocatori più forti in circolazione. Questo sarebbe ancora più vero in presenza di giocatori di vertice che adottano la strategia di non premere a fondo l’acceleratore nei primi turni per conservare la forma migliore nelle fasi finali.

Per trovare evidenza di questo fatto, ho analizzato i punteggi di ogni set per turno giocato. Per considerare sia tornei al meglio dei tre set che al meglio dei cinque set, ho calcolato il differenziale di set nel punteggio rispetto al massimo numero possibile di set per una partita. Ad esempio, se il giocatore con la classifica migliore ha vinto una partita al meglio dei tre set al set decisivo, il risultato è 1/3.

Se il turno influisce sui set vinti, dovremmo attenderci un numero minore di set attesi nei primi turni di un torneo, dopo aver tenuto conto della bravura (usando il sistema Elo naturalmente!). Che risultato otteniamo?

L’immagine 3 mostra il numero aggiuntivo di set che un giocatore con la classifica migliore ci si attende vinca con un avversario di bravura comparabile in una partita al meglio dei cinque set. In media, si tratta di un set. Come per le vittorie delle partite, non c’è indicazione del fatto che i giocatori tendano a perdere un set nei primi turni più di quanto non lo facciano in qualsiasi altro momento del torneo.

IMMAGINE 3 – Differenziale di set in funzione del sistema Elo per il circuito maschile per il periodo 2010 – 2015

Diamo la colpa alla disponibilità euristica?

I risultati ottenuti supportano l’affermazione di Klaassen e Magnus che i giocatori di vertice non possono permettersi il lusso di “migliorarsi con l’avanzare del torneo”. Se così stanno effettivamente le cose, da dove arriva l’idea della partenza lenta per i giocatori di vertice? Una spiegazione è collegata con l’eccentrico meccanismo di funzionamento della nostra memoria, che tende a dimenticare gli eventi ordinari per mantenere invece un vivo ricordo di quelli fuori dall’ordinario.

Questo è un aspetto che può tornare utile in senso darwiniano, ma se pensiamo che gli eventi sono più frequenti perché ce li ricordiamo meglio, allora possiamo spesso sbagliarci. Siamo di fronte alla scorciatoia mentale che prende il nome di disponibilità euristica. Vi ricordate quando Djokovic ha perso un set contro Bjorn Fratangelo nel primo turno dell’Indian Wells Masters 2016? Io non l’ho dimenticato. Ricordate invece quanto ha vinto in due set contro Philipp Kohlschreiber nel turno successivo? Se fate fatica a ricordarvelo, siete di fronte alla disponibilità euristica in azione.

Anche se le partenze lente non sono un’epidemia tra i giocatori di vertice, non è nemmeno necessariamente vero che i giocatori migliori giochino ogni turno con la stessa intensità. Nel 2014 Benjiamin Morris di FiveThirtyEight ha scritto un eccellente articolo su come Serena Williams sia più dominante nei turni finali, rispetto ai primi turni. Un altro dei tanti modi in cui Williams è una giocatrice fuori dall’ordinario.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 11

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 10 (sulla misura della qualità)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato l’8 maggio 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 9.

Dopo due semifinali combattute, Andy Murray, numero 2 della classifica, deve difendere il titolo al Madrid Masters nella finale del 2016 contro il numero 1, Novak Djokovic. La presenza dei primi due giocatori del mondo in finale fa pensare di poter assistere a una partita di qualità, nonostante Djokovic sia largamente favorito (Djokovic ha infatti poi vinto con il punteggio di 6-2 3-6 6-3, n.d.t.).

Quali indicazioni fornisce la differenza di una posizione in classifica rispetto alla qualità attesa di una partita? C’erano cinque posizioni di differenza nella semifinale tra Djokovic e il numero 6 Kei Nishikori, solamente 3 tra Murray e Rafael Nadal. Sarebbe stato giusto aspettarsi, sulla base di questa sola informazione, una partita più equilibrata tra Murray e Nadal rispetto all’altra semifinale?

L’elemento centrale di queste domande riguarda la capacità della classifica di un giocatore di fornire informazioni relativamente alla sua bravura e come la qualità si comporti all’aumentare della classifica. Questo è anche l’oggetto di analisi del Mito 10 dei 22 miti del tennis di Klaassen e Magnus.

Mito 10: “La qualità è una piramide”

Il Mito 10 si discosta leggermente dagli altri miti di Analyzing Wimbledon: mentre quest’ultimi infatti sottopongono assiomi ben conosciuti del tennis alle forche caudine dell’analisi statistica, l’idea che la qualità sia una piramide è un affermazione che probabilmente non si è mai sentita prima.

Dove vogliono arrivare esattamente Klaassen e Magnus?

IMMAGINE 1 – Forme rappresentative della qualità in funzione dei punti della classifica

Ipotizziamo di utilizzare i punti della classifica come unità di misura della qualità. Per vedere la “piramide”, partiamo dalla cima della scala in cui i pioli sono rappresentati dai punti in classifica – dove si trova attualmente Djokovic con 15.550 punti – e scendiamo con con intervalli uguali equivalenti a 500 punti, contando il numero di giocatori la cui valutazione in termini di qualità ricade all’interno dell’attuale “gradone” di suddivisione dato dai punti in classifica. Scendendo, il numero di giocatori è inizialmente ridotto, per aumentare poi nelle posizioni più basse in classifica. Se dovessimo rappresentare l’altezza dei gradoni attraverso i punti della classifica e la loro grandezza attraverso il numero di giocatori, troveremmo – sostengono Klaassen e Magnus – una forma a piramide come quella a sinistra nell’immagine 1.

La piramide mette in evidenza un elemento chiave, cioè che la qualità non segue la classifica di un giocatore in modo lineare. Se ci fosse un rapporto lineare, vorrebbe dire che alla stessa differenza di classifica corrisponderebbe una medesima differenza nella qualità dei giocatori. Djokovic e Marin Cilic al momento sono separati da 10 posizioni in classifica. In presenza di un rapporto lineare, la differenza di qualità tra Djokovic e Cilic equivarrebbe alla differenza tra il 100esimo giocatore (al momento Albert Montanes) e il 111esimo (al momento Yuichi Sugita). Nella realtà, anziché rimanere equivalenti, le differenze nella qualità dei giocatori si riducono al diminuire della classifica.

Una volta illustrata la non linearità, i due autori discutono una modifica al sistema di classifica in modo da associarlo linearmente alla qualità. Quale è il motivo di tale ricerca? Gli statistici amano muoversi su linee dritte e Klaassen e Magnus volevano trovare una modalità di valutazione qualitativa che avesse una relazione lineare con la probabilità di vincere un punto al servizio. Hanno introdotto quindi la modifica “turno atteso” (expected round), che è semplicemente il logaritmo su base 2 delle differenze di classifica tra due avversari. Suona complicato, ma è sensato se si riflette sul fatto che i tornei di tennis sono strutturati in modo tale da eliminare a ogni turno metà dei giocatori dalla classifica più bassa.

Una rivisitazione del Mito 10

Una delle risultanze della discussione di Klaassen e Magnus sulla “qualità come piramide” è la possibilità di acquisire informazioni sull’estensione del livello di bravura del circuito attraverso la forma che assume il rapporto tra punti in classifica e numero di giocatori classificati. Ad esempio, se si mette a confronto la piramide con la forma rettangolare nell’immagine 1, la piramide è evidenza di un livello di bravura meno esteso, come in periodi di dominio da parte di un ristretto gruppo di giocatori con la qualità che diminuisce in modo netto nelle posizioni più basse della classifica. La forma rettangolare rappresenta l’altro estremo, nel quale nessun giocatore è in grado di dominare ma per ogni livello di qualità vi è un gruppo numeroso di giocatori abbastanza vicini tra loro.

È un modo insolito di considerare i punti della classifica, ma aiuta ad approfondire la conoscenza sul livello di bravura del tour. Il grafico dell’immagine 2 mette in relazione i punti della classifica con la grandezza del campione di giocatori per intervalli di 500 punti (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sulla figura, n.d.t.). Si nota come, attualmente, il rapporto tra qualità e classifica è ancora più estremo di una piramide. Il divario creato da Djokovic e gli altri giocatori di vertice è tale per cui la forma della curva è più simile a un bicchiere di vino rovesciato di quanto non lo sia a una piramide.

IMMAGINE 2 – Rappresentazione dei punti in classifica dell’attuale classifica ATP

Il grafico dell’immagine 2 conteggia il numero di giocatori che rientrano in sezioni della classifica parimenti suddivise. Se si mettono invece in relazione diretta i punti della classifica con i giocatori classificati, si ottiene una curva più somigliante a una funzione più comunemente nota. L’immagine 3 mostra la relazione tra i primi 500 della classifica attuale e i primi 500 della classifica 2001, quando Gustavo Kuerten era il numero 1. La ripida inclinazione a cui si assiste muovendosi da sinistra verso destra sull’asse delle ascisse (dal giocatore con la classifica più alta a quello con la più bassa) e la lunga coda sulla destra determinano la forma caratteristica della distribuzione della Legge di Potenza.

IMMAGINE 3 – Legge di Potenza di punti della classifica e classifica

La legge di potenza si manifesta quando un cambiamento relativo di una quantità è proporzionalmente correlato a un cambiamento relativo in una variabile esplicativa. Nel caso di qualità e classifica, questo si traduce nell’equazione

Qualità = α(Classifica)−θ

che fornisce una buona approssimazione del rapporto tra qualità e classifica. A questo proposito, i sistemi di classificazione nello sport non sono speciali rispetto ad altri contesti. La legge di potenza in realtà è una delle più diffuse relazioni matematiche osservate in natura e possiede caratteristiche che sembrano adattarsi a qualsiasi tipo di relazione, dall’intensità dei terremoti alla distribuzione del reddito.

Aver individuato la legge di potenza permette di provare a determinare l’estensione del livello di bravura o “piramidità” del circuito in qualsiasi periodo. Utilizzando il grafico logaritmo-logaritmo, la legge di potenza è lo strumento per ottenere l’agognata relazione lineare tra qualità e classifica. In questo caso l’inclinazione fornisce l’esponente (identificato con θ), che corrisponde all’estensione del livello di bravura del circuito.
Considerando che il 2001 è stata una fase del recente passato rappresentativa di una sorta di periodo di transizione – la fine dell’era Pete Sampras / Andre Agassi e appena precedente l’ascesa di Roger Federer nella storia dello sport – ci si può attendere che sia un buon test rispetto agli anni in cui il circuito è stato dominato da un numero ridotto di giocatori. L’immagine 4 mostra la versione logaritmo-logaritmo della relazione tra la legge di potenza del 2001 e del 2016. Si osserva un’inclinazione più ripida per il 2016, specialmente tra i giocatori di vertice, contro una curva quasi piatta per il 2001.

IMMAGINE 4 – Rappresentazione Logaritmo-Logaritmo di punti della classifica e classifica

Quindi, forse, la qualità viene descritta meglio da una legge di potenza che da una piramide.

La misurazione della qualità

Nel corso dell’analisi, ho utilizzato i punti della classifica come misura della qualità. Si potrebbe però dare vita a una discussione di tutt’altro tipo (e molto più lunga) sui problemi associati all’uso dei punti o delle posizioni in classifica come misura della bravura di un giocatore e sulle diverse opzioni meglio adatte all’obiettivo (nemmeno la nuova ATP Stats Leaderboards è una soluzione). Ad ogni modo, sia con una misurazione della bravura data da una semplice percentuale di partite vinte in una stagione o con un sistema più complesso come quello delle valutazioni Elo, la natura del tennis – di selezione della specie – suggerisce che la legge di potenza continuerà ad avere un ruolo predominante.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 10

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 9 (sul ruolo delle statistiche e del caso fortuito)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato l’1 maggio 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 8.

Dopo aver vinto il primo set per 6-4 nella semifinale del torneo di Monaco 2016, sembrava che Alexander Zverev fosse in grado di impedire a Dominic Thiem di vincere la sua 29esima partita di singolare della stagione. Ma, con un capovolgimento repentino di fronte, Thiem ha conquistato il secondo set per 6-2 e chiuso 6-3 al terzo raggiungendo la finale, persa poi da Philipp Kohlschreiber in 3 set molto equilibrati.

In presenza di un andamento altalenante nel punteggio, è naturale ricercare delle spiegazioni. Il giocatore che ha perso il vantaggio sembra all’improvviso essere meno convinto, più incline a commettere errori o semplicemente a corto di energie. È più difficile accettare che sia il caso ad aver determinato l’inversione di rotta; che perdere il secondo set dopo aver vinto il primo non voglia dire che la bravura di un giocatore è cambiata di colpo ma che probabilmente ha avuto più fortuna nel primo set.

È interessante notare come il ruolo del caso fortuito sia più facilmente accettato in altri contesti, mentre in circostanze come quelle appena descritte passi in secondo piano. Ad esempio, si è propensi a pensare che assegnare la vittoria di una partita al giocatore che per primo ha vinto 10 punti sia una pessima idea. Il motivo? Su un numero così ridotto di punti, anche un giocatore mediocre potrebbe infilare una striscia vincente e chiudere la partita. Servono cioè molti più punti per fare in modo che la bravura di un giocatore abbia la meglio sul caso fortuito.

Mito 9: “Le statistiche di riepilogo forniscono un’idea precisa sulla prestazione di un giocatore”

Questo ci porta a introdurre il Mito 9 dei 22 miti affrontati in Analyzing Wimbledon di Klaassen e Magnus, che riguarda le statistiche standard di riepilogo di una partita e il loro potere informativo sulla bravura di un giocatore. Nello specifico, i due autori si concentrano sul punteggio di ogni set e sulle indicazioni che se ne possono ricavare sulla prestazione di un giocatore.

Evidentemente, un giocatore che ha vinto meno game in un set probabilmente ha vinto anche una percentuale minore di punti al servizio rispetto all’avversario. Riprendendo l’esempio iniziale, Zverev ha vinto il 59% dei punti al servizio nel primo set contro il 53% di Thiem, ma solo il 52% nel secondo set contro il 65% di Thiem. Non dovrebbe essere quindi una sorpresa che Zverev abbia vinto il primo set lasciando poi il secondo a Thiem.

Non ci si chiede però che tipo di informazioni sulla prestazione effettiva di un giocatore si possano ricavare dalla distribuzione dei game, ma ciò che la distribuzione dei game è in grado di dirci sulla bravura di un giocatore, che non si può mai veramente rilevare. I modelli matematici applicati al tennis considerano ciascun giocatore al servizio come se il suo orologio interno sia regolato sulla sua probabilità di vincere un punto al servizio contro uno specifico avversario. Quando Klaassen e Magnus si riferiscono alla “prestazione di un giocatore”, sono interessati alla regolazione di quell’orologio interno. Nel caso di Zverev contro Thiem, era effettivamente regolato al 59%? O al 53%? O ad altro ancora?

L’aspetto più difficile da comprendere è quello per cui, anche se un giocatore è regolato su una determinata percentuale, rimangono comunque molte combinazioni possibili di punti vinti, game vinti, etc. Un modo per affrontare la questione è considerare la tipica distribuzione di game in un set mantenendo costante la reale percentuale di punti vinti al servizio da ogni giocatore. La mappa di calore dell’immagine 1 mostra l’intervallo della distribuzione di game per molteplici combinazioni di percentuale al servizio, intervallo dato dalla differenza tra il 10% dello scarto maggiore di punteggio su 10.000 simulazioni di set e il 10% dello scarto minore. Se una simulazione di tre set ha riportato un punteggio di 6-2 1-6 3-6, lo scarto di game è +4, -5 e -3, con lo scarto maggiore rappresentato da 5 e lo scarto minore da 3.

IMMAGINE 1 – Intervallo di distribuzione dei game per molteplici combinazioni di percentuale al servizio

Nell’intervallo 50-70% il solo caso fortuito genererebbe molteplici situazioni di punteggio, perché in quest’area della mappa l’intervallo 90% ha uno scarto di game di +4. Zverev e Thiem erano nell’intervallo 50-60% con uno scarto ancora più alto di +6, che indica che un’inversione nel punteggio da un set all’altro non sarebbe stato un evento così anomalo. E, ancora più significativo, non avrebbe voluto necessariamente dire che l’uno o l’altro stavano giocando ben al di sopra, o al di sotto, della loro bravura.

Ciò non toglie che alcuni giocatori possano effettivamente scendere in campo a corrente alternata. Un veloce esempio arriva proprio dall’altra semifinale del torneo di Monaco 2016, con Fabio Fognini (sconfitto da Kohlschreiber per 6-1 6-4) che si candida ad archetipo di giocatore mutevole. In generale, però, questi giocatori rappresentano un’eccezione e si tende a sottostimare il ruolo del caso fortuito come unico vero responsabile di molti dei repentini capovolgimenti di fronte.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 9

La precisione delle previsioni del sistema Elo e la velocità della superficie

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 10 febbraio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Con solo 2 delle prime 8 teste di serie nei quarti di finale degli Australian Open 2017, il primo Slam dell’anno si rivelato un’ecatombe per molti dei modelli predittivi. Anche il sistema di previsioni Elo, uno dei più accurati a disposizione nel tennis, non avrebbe potuto anticipare le condizioni insolite riscontrate quest’anno a Melbourne.

O, forse, avrebbe potuto?

Sappiamo che uno di fattori determinanti per le numerose vittorie a sorpresa è stata una percentuale al servizio più alta del solito. Analizzando il numero di punti vinti in media al servizio per torneo, si può notare negli anni una tendenza incrementale, diffusa tra tutte le superfici. Sul cemento, ad esempio, la percentuale al servizio è aumentata di 3 punti percentuali nell’arco di 20 anni. Quale sia stato l’effetto più rilevante tra superficie, palline o attrezzatura, gli Australian Open 2017 hanno rappresentato un estremo, anche rispetto alle tendenze riscontrate sul circuito.        

IMMAGINE 1 – Tendenze nella frequenza di servizi in campo per l’ATP nel periodo 1991 – 2016

Perché un cambiamento nel vantaggio al servizio dovrebbe influire sull’efficacia predittiva?

Ci sono diverse ragioni per le quali ci si può aspettare che le valutazioni predittive varino, per un determinato torneo, in funzione del livello complessivo di vantaggio al servizio. È possibile che percentuali al servizio sistematicamente migliori riflettano condizioni di gioco, come la velocità della superficie, o uno stile prevalente – scambi corti rispetto a scambi lunghi – che diano maggiori benefici ad alcuni giocatori piuttosto che ad altri.  Ci si chiede se i metodi predittivi classici che ignorano questi fattori dovrebbero invece considerarli.

Possiamo farci un’idea sulla risposta a questo interrogativo cercando di capire se l’errore predittivo è legato alla abilità complessiva al servizio di un giocatore.

Il grafico dell’immagine 2 riporta il valore, su base annua, della radice dell’errore quadratico medio (RMSE) nelle previsioni Elo di ciascun giocatore rispetto all’indice-z del servizio per l’anno di riferimento (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascuna bolla, n.d.t.). L’indice-z misura, nell’anno in questione, la prestazione al servizio del giocatore rispetto a un giocatore medio del circuito in unità di deviazione standard, con i valori più negativi che si riferiscono ai giocatori meno bravi al servizio e, viceversa, con i valori più positivi per i giocatori più bravi al servizio.

Analizzando tutte le partite del circuito ATP dal 1991 al 2016, troviamo alcune evidenti strutture nella relazione tra errore e servizio. L’RSME tende ad avere il valore più basso, ma anche il più variabile, per i giocatori con il servizio peggiore. Per i giocatori con un servizio medio o appena sopra la media la frequenza di errore aumenta ma la varianza si riduce. All’estremo opposto, dove si trovano giocatori come Ivo Karlovic, l’errore tende a diminuire di nuovo.   

IMMAGINE 2 – Errore predittivo e abilità al servizio

Che indicazioni si possono trarre dalla forma sigmoidale della curva? Un primo aspetto è che sembra suggerire che l’accuratezza abbia un costo, visto che i giocatori servono con percentuali più vicine alla media. I diversi colori rappresentano il vantaggio del servizio per lo specifico torneo. Vista la rilevante sovrapposizione di colori, la forma suggerisce anche che la relazione errore-abilità non subisce una grande variazione da un evento all’altro, cioè, quando si parla di dinamiche di errore, ha più importanza il livello di abilità al servizio del giocatore rispetto al campo in cui si gioca, anche se la particolare superficie di un torneo potrebbe influire sulla bravura al servizio di un giocatore in un momento specifico della stagione.

Per verificare se l’errore tende ad assumere un particolare verso, si può analizzare l’errore medio. Il grafico dell’immagine 3 mostra la media delle probabilità di vittoria di un giocatore rispetto alle vittorie effettive raggruppata per giocatore e per anno, come nel grafico precedente. Una differenza positiva suggerisce che il sistema Elo tende a previsioni più ottimistiche. Si nota che, nell’arco di tutti gli indici-z, l’errore è più positivo che negativo, quindi Elo tende ad attribuire maggiore fiducia nelle prestazioni di un giocatore rispetto a quelle effettivamente poi conseguite.    

IMMAGINE 3 – Verso medio di errore nelle previsioni Elo in funzione del vantaggio al servizio

È interessante notare che il verso dell’errore sembra cambiare in funzione delle percentuali al servizio di un determinato torneo. Mentre l’andamento medio evidenziato in grigio è tipico di molti tornei con frequenza di 0.64 (vale a dire, in media, il 64% di servizi in campo), i tornei sopra a questo livello tendono ad avere una correlazione negativa così che la parzialità si avvicina a zero per i giocatori dal servizio migliore nei tornei con una frequenza di servizi in campo complessivamente più alta. 

C’è ancora molto da fare per comprendere le cause che determinano queste dinamiche di errore. Almeno per il momento l’analisi suggerisce che ridurre l’errore per i giocatori dal servizio medio potrebbe essere una strategia importante per migliorare le capacità predittive nel tennis. 

Elo Prediction Accuracy and Court Pace

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 8 (sul break e contro-break)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 24 aprile 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 7.

Nel quarto di finale del torneo di Barcellona 2016 vinto da Rafael Nadal su Fabio Fognini con il punteggio di 6-2 7-6, ci sono stati 8 break in totale, 4 per ogni set. Si è anche assistito per due volte a una delle occorrenze più frustranti relative ai break, cioè la situazione di break e contro-break. La prima si è presentata nel quinto game del primo set, quando Fognini ha strappato il servizio a Nadal conquistando anche il suo primo game della partita. La seconda è avvenuta nel secondo set, quando Fognini ancora una volta ha ottenuto il break dopo aver perso il game di apertura in cui era al servizio.

Quello del break e contro-break è un evento raro. E quando capita genera un moto di fastidio perché porta a chiedersi come sia potuto succedere. Se la norma infatti è tenere il servizio, due break consecutivi rappresentano lo scenario con minori probabilità di accadimento. I dubbi aumentano nel pensare che un giocatore che ha appena ottenuto un break, riuscendo quindi nell’inaspettato, possa perdere questa posizione di vantaggio cedendo immediatamente il proprio servizio.

Come è possibile immaginarsi, le perplessità associate alla sequenza di break e contro-break hanno dato vita alle più svariate teorie sulla psicologia dei giocatori di tennis di elite. L’interpretazione più diffusa è quella per cui il break spinge il giocatore che lo ha ottenuto a rilassarsi mentalmente e il giocatore che lo ha subìto a entrare in modalità da combattimento per recuperare lo svantaggio. Quale sia la logica alla base, l’aspetto più significativo di questa idea è di ipotizzare che break e contro-break siano più frequenti di quanto previsto dalla distribuzione casuale delle probabilità.

Esiste però evidenza del fatto che tenere il servizio appena dopo averlo strappato all’avversario sia meno probabile che tenerlo dopo che l’avversario ha vinto il proprio game di servizio?
Questa domanda introduce il Mito 8 dei 22 miti sul tennis di Klaassen e Magnus.

Mito 8: “Dopo aver ottenuto il break, le probabilità di subire il contro-break aumentano”

Nel testare questa ipotesi, Klaassen e Magnus hanno inizialmente analizzato la frequenza di punti vinti al servizio nei game dopo aver ottenuto il break e in quelli in assenza di break nel game precedente. La scelta di focalizzarsi sui punti vinti piuttosto che sui game vinti è singolare, visto che si sta parlando della probabilità di vincere un game al servizio. Tuttavia, hanno considerato quale sia la probabilità implicita di vincere un game sulla base della percentuale di punti vinti.

Utilizzando questa metodologia e con i dati delle partite di Wimbledon degli anni ’90, hanno trovato che la probabilità implicita di tenere il servizio è in realtà maggiore di 3.3 punti percentuali dopo aver ottenuto il break per gli uomini e di 5.7 punti percentuali per le donne. Esattamente l’opposto di quanto predetto dalla teoria del break e contro-break.

La ragione sta nel fatto che, senza introdurre misure correttive relative alla bravura dei giocatori, il verificarsi di un break è un evento altamente correlato con la capacità di tenere il servizio del giocatore che ha ottenuto il break. Per questo, il semplice confronto non è sufficiente.

Klaassen e Magnus hanno ovviato a questa parzialità di selezione in un paio di modi. Un approccio ha messo a confronto i giocatori sulla base della loro testa di serie (testa di serie contro testa di serie, non testa di serie contro non testa di serie, etc) per trovare che non esiste un effetto break/contro-break per giocatori nella stessa categoria di testa di serie. Hanno utilizzato anche il loro modello baseline a livello di singolo punto – che comprende la classifica del giocatore, l’importanza del punto e il risultato del punto precedente – per testare l’incidenza del break nell’ultimo game giocato sulla probabilità di vincere un punto al servizio. Ripetiamo, è un’analisi a livello di singolo punto. Questa volta hanno trovato un effetto negativo per le donne, che sarebbe in linea con il mito, ma nessun effetto per gli uomini.

Una rivisitazione del fenomeno break/contro-break

Le differenze riscontrate nelle conclusioni di ciascuna analisi evidenziano le difficoltà associate al Mito 8. Anziché analizzare un numero più rappresentativo di partite per i giocatori attuali, credo sia più remunerativo studiare direttamente le risultanze dei game piuttosto che dei singoli punti. Come dimostrato dai due autori, qualsiasi rivisitazione di questo argomento deve necessariamente tenere in considerazione la parzialità di selezione generata dal verificarsi di un break al servizio.

Nella prima analisi, ho considerato più di 10 mila partite della stagione 2015 per l’ATP e la WTA e analizzato la relazione tra tenere il servizio a seguito del break e tenerlo in assenza di break. In queste analisi, la bravura dei giocatori nella partita viene corretta considerando la differenza di classifica come un effetto fisso e casuale (effetto casuale significa semplicemente che è permesso al modo in cui la differenza di classifica incide sul tenere un servizio di essere specifica per il giocatore che è al servizio).

L’immagine 1 mostra le percentuali con cui giocatori e giocatrici tengono il servizio dopo aver ottenuto il break (colore oro) e in assenza di break (colore blu; nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascuna barra, n.d.t.). Considerando l’inclusione del fattore bravura, si possono interpretare queste analisi come le percentuali con cui viene tenuto il servizio da un giocatore contro un avversario dello stesso livello. Troviamo per entrambi i circuiti un punto percentuale di differenza, che suggerisce che tenere il servizio sia più probabile dopo aver ottenuto il break che in assenza di break. E questo ci dovrebbe indurre a confutare la teoria del break e contro-break, secondo la quale appunto tenere il servizio dovrebbe essere meno frequente dopo che un giocatore ha ottenuto il break.

IMMAGINE 1 – Frequenza con cui si tiene il servizio in partite della stagione 2015 con e senza il break nell’ultimo game giocato

Siamo certi di aver tenuto nella giusta considerazione la bravura di un giocatore (la classifica dopotutto non è una misura perfetta della bravura di un giocatore)? Potrebbe essere rimasta, nei numeri, una parzialità nella selezione?

Come metodo alternativo per introdurre la bravura al servizio e alla risposta degli avversari senza cercare di interrogarsi con ipotesi varie su quale possa essere il modo migliore per valutare la bravura di un giocatore, ho proceduto con un’analisi comparativa di corrispondenza, prendendo cioè ogni game successivo a un break del campione di partite del 2015 e associandolo con un game della stessa partita che non è stato successivo a un break al servizio. Questa è una modalità diretta per gestire non solo la bravura di un giocatore in generale ma la bravura dello stesso in una specifica partita.

L’immagine 2 mostra il raffronto tra i servizi tenuti per l’analisi comparativa di corrispondenza. In questa circostanza, la differenza rimane per quanto riguarda gli uomini, perché la percentuale con cui il servizio viene tenuto dopo il break è maggiore di circa un punto rispetto all’assenza di break. Tuttavia, per le donne l’effetto non solo svanisce, ma ci sono indicazioni opposte, cioè che tenere il servizio è leggermente meno probabile (0.5 punti percentuali) dopo il break che in assenza di break.

Anche se non riportato nel grafico, ho verificato se questi risultati cambiassero in funzione della superficie o del fatto di includere i break nell’ultimo game di un set, ma non sembra che questi fattori abbiano avuto un impatto significativo nelle analisi effettivamente mostrate.

IMMAGINE 2 – Frequenza con cui si tiene il servizio per gruppo specifico di partite in partite della stagione 2015 con e senza il break nell’ultimo game giocato

Differenze del giocatore specifico

È importante ricordare che queste sono tendenze medie, che potrebbero o non potrebbero essere rappresentative delle dinamiche associate a un particolare giocatore. Due giocatori che hanno fatto notizia durante la stagione della terra – Kei Nishikori e Angelique Kerber – illustrano proprio questo aspetto. Nel 2015, Nishikori ha vinto l’87% dei game dopo aver ottenuto il break, mentre ne ha vinti l’89% quando il suo avversario ha tenuto il servizio nel game precedente. Nishikori quindi sembra andare in direzione opposta rispetto alla tendenza del circuito maschile e più vicino alla teoria del break e contro-break che ha avviato queste analisi.

Angelique Kerber ha vinto il 72% dei game dopo aver ottenuto il break e il 75% di quelli in assenza del break. In questo caso, Kerber è più in linea con la tendenza del circuito femminile come emerge dall’analisi comparativa di corrispondenza, anche se l’effetto break e contro-break è più grande in valore.

Riepilogo

Qualsiasi analisi su situazioni di break e contro-break si espone a essere influenzata da una parzialità di selezione, perché i giocatori più forti hanno più probabilità di ottenere il break. Data la difficoltà di sapere se si è riusciti a tenere nella giusta considerazione la bravura di un giocatore, raggiungere una conclusione definitiva è compito improbo. Le differenze riscontrate per il circuito femminile, come mostrate in precedenza, indicano che i risultati sono influenzati dal metodo utilizzato, anche quando si cerca di tenere conto della bravura.

Sia la regressione che l’analisi comparativa di corrispondenza hanno ottenuto gli stessi risultati per il circuito maschile e sembrerebbero prevedere un effetto psicologico opposto rispetto a quello normalmente previsto dalle teorie sul break e contro-break, poiché i giocatori tengono il servizio più facilmente dopo aver ottenuto il break. I risultati per il circuito femminile sembrano meno affidabili, per quanto tenderei a favorire l’analisi comparativa di corrispondenza, che non si poggia sulla classifica come misura della bravura di un giocatore.

Nonostante il permanere di queste incertezze, possiamo concludere che in media gli effetti sono minimi, con una differenza di un punto percentuale che emerge dal confronto dei metodi di analisi. Questo significa che in media gli effetti riscontrati non sono molto utili a farci conoscere il comportamento più probabile per il singolo giocatore. E ogni affermazione sulla psicologia dei giocatori d’elite che viene trattata come verità rivelata è probabilmente sbagliata.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 8

Il tennis del futuro sarà dominato dai giocatori più alti?

di Wiley Schubert Reed // TennisAbstract

Pubblicato il 16 febbraio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nel tabellone del Memphis Open 2017 sono presenti tre dei giocatori più alti che abbiano mai giocato a tennis a livello professionistico: John Isner con 208 cm, Ivo Karlovic con 211 cm e Reilly Opelka, anche lui con 211 cm. Sebbene si facciano notare per la loro altezza, non sono gli unici giganti del tennis. Sempre nel Memphis Open troviamo Dustin Brown con 196 cm, Sam Querrey con 198 cm e Kevin Anderson con 203 cm. (Brown si è ritirato per infortunio, Anderson ha perso al primo turno, Opelka, Querrey e Karlovic al secondo turno, Isner nei quarti di finale. Il torneo è stato vinto da Ryan Harrison, giocatore alto 185 cm, n.d.t.).

I giocatori e le giocatrici di oggi sono più alti dei quelli di 25 anni fa, e questo è indubbio. Nel circuito maschile il passaggio è avvenuto da diverso tempo, e ormai anche tra le giocatrici di vertice si è assistito a una simile dinamica. Ma nonostante gli allarmismi sulla presenza di giganti imbattibili tra gli uomini, i giocatori “semplicemente” alti hanno mantenuto uno stretto controllo sulle vittorie di partite e tornei.

Il motivo principale? L’elegante simmetria che definisce il tennis. I giocatori più alti hanno un vantaggio al servizio, ma questa è solo una faccia della medaglia. Alla risposta, essere altissimi è uno svantaggio, almeno per gli uomini. C’è però un gruppo di giocatori promettenti che ha mostrato di possedere qualità interessanti oltre al servizio. Se uno tra i più di questi ha intenzione di sfidare giocatori del calibro di Novak Djokovic e Andy Murray, dovrà farlo acquisendo analoghe abilità anche alla risposta.

Quantificare i centimetri aggiuntivi di altezza a beneficio di un giocatore è un’operazione complicata. Ad esempio, analizzando i primi 100 professionisti sembra che ci sia un predominio assoluto dei giocatori alti. La mediana dei primi 100 è più alta di circa 2 cm rispetto al 1990, e anche tra le prime 100 donne l’altezza media è aumentata di 3.8 cm [1]. Anche il numero dei giocatori altissimi tra i primi 100 è cresciuto:

                                   1990    Agosto 2016  
Primi 100 ATP    Altezza mediana   183 cm  185 cm  
                   Almeno 196 cm   3%      16%  
Prime 100 WTA    Altezza mediana   170 cm  173.8 cm  
                   Almeno 183 cm   8%      9%

L’altezza è chiaramente un vantaggio competitivo, visto che i giovani più alti riescono a risalire la classifica più velocemente dei giocatori più bassi di età comparabile. Per ogni anno tra il 2000 e il 2009, tra i primi 100 giocatori juniores i giocatori più alti (almeno 196 cm per gli uomini e almeno 183 cm per le donne) [3] normalmente hanno raggiunto una posizione di metà classifica. E fanno poi meglio quando diventano professionisti: dopo 4 anni, in media hanno raggiunto una classifica maggiore di 127 posizioni rispetto ai giocatori più bassi e di circa 113 posizioni rispetto alle giocatrici più basse.

IMMAGINE 1 – Classifica da professionisti negli anni (2000-2009) per i primi 100 giocatori juniores rispetto all’altezza

IMMAGINE 2 – Classifica da professioniste negli anni (2000-2009) per le prime 100 giocatrici juniores rispetto all’altezza

Questo a dire che sono i giocatori juniores molto alti a possedere le migliori opportunità per una solida carriera da professionisti. È un vantaggio che resta valido anche tra i primi 100 professionisti? I giocatori più alti sono anche quelli con la classifica più alta?

Nel circuito femminile accade esattamente questo. Dal 1985 al 2016, la mediana delle prime 10 giocatrici era maggiore di 3.04 cm rispetto alla mediana delle giocatrici tra la posizione 11 e la 100. Le giocatrici più alte vincono un numero di titoli sproporzionato, con quelle di almeno 183 cm che raccolgono il 15% dei tornei Slam, rappresentando solo il 6.6% delle prime 100 giocatrici nello stesso periodo di riferimento. Molte di quelle vittorie sono venute per mano di Lindsay Davenport, Venus Williams e Maria Sharapova. Vincendo il Roland Garros 2016, Garbine Muguruza è diventata l’ultima campionessa Slam più alta di 183 cm [4].

Nel circuito maschile il discorso è ben diverso però. Dal 1985 al 2016, l’altezza mediana dei primi 10 e dei giocatori tra la posizione 11 e la 100 era la stessa, 185 cm. Negli stessi 32 anni, solo 3 titoli Slam (il 2.4%) sono stati vinti da giocatori alti almeno 196 cm (uno a testa tra Richard Krajicek, Juan Martin Del Potro e Marin Cilic), rappresentando solo il 7.7% dei primi 100 nel periodo preso in considerazione. In sintesi, le giocatrici più alte stanno ottenendo risultati eccezionali, i giocatori più alti risultati sotto la media.

Perché i giocatori più alti hanno, complessivamente, collezionato così pochi successi? Una delle ragioni principali è la neutralizzazione del vantaggio al servizio con lo svantaggio alla risposta. Confrontando tutti i punti giocati dai primi 100 dal 2011, ho trovato che se da un lato i giocatori alti almeno 196 cm hanno un chiaro vantaggio al servizio e uno svantaggio alla risposta, dall’altro la loro altezza non sembra avere un impatto significativo sui punti complessivamente vinti:

Altezza        P.ti vinti Serv. P.ti vinti Risp. Tot P.ti vinti  
Almeno 196 cm  66.8%            35.7%            51.2%  
185 - 193 cm   64.5%            37.8%            51.1%  
183 cm o meno  62.3%            39.1%            51.1%

I giocatori più alti servono meglio per due motivi. Il primo è che la loro altezza gli permette di servire con un angolo più acuto, modificando le geometrie del campo. Un angolo più acuto permette un margine di errore più ampio per superare la rete facendo comunque rimbalzare la pallina dentro al rettangolo o sulla linea di servizio. Inoltre, un angolo più acuto comporta un rimbalzo più alto della pallina una volta toccato il terreno, fuori dalla naturale zona d’impatto del giocatore alla risposta [5].

Tralasciando l’eventuale rotazione imposta alla pallina, affinché un giocatore di 183 cm serva a 193 km/h con lo stesso angolo di un giocatore di 196 cm, dovrebbe posizionarsi all’interno del campo a più di 90 cm dalla linea di fondo.

Il secondo motivo è che la maggiore lunghezza del braccio del giocatore al servizio gli permette di battere la pallina più velocemente. Per gli appassionati di fisica, il momento meccanico (in questo caso l’intensità della forza impartita alla pallina) è direttamente proporzionale al raggio del braccio della forza (in questo caso il braccio del giocatore e la racchetta). All’aumentare del raggio (la lunghezza del braccio) aumenta anche il momento meccanico. Non esiste alcun modo per i giocatori più bassi di replicare questo vantaggio. Anderson (203 cm), al momento numero 74 del mondo e uno dei giocatori più alti di sempre a essere entrati tra i primi 10, mi ha detto: “Sostengo sempre che sarebbe più facile per me spostarmi in campo come Djokovic che per Djokovic servire come servo io”.

Si potrebbe pensare che l’altezza sia un vantaggio anche alla risposta, visto che un’apertura alare maggiore offre una maggiore estensione per raggiungere la pallina. A 18 anni, Opelka è gia alto 211 cm come Karlovic, il giocatore più alto del circuito professionistico. Opelka, che Brad Gilbert, commentatore per ESPN, ha affermato che sarà senz’altro il giocatore fisicamente più imponente di sempre, mi ha detto che la sua altezza gli consente di usufruire di una leva maggiore: “la mia estensione è molto più lunga di quella di un normale giocatore, quindi riesco ad aggiungere quasi 6 cm di copertura del campo, che nel tennis è una differenza importante”.

Tuttavia, sia Gilbert che Justin Gimelstob, commentatore per Tennis Channel, sono convinti che i giocatori alti facciano fatica alla risposta perché il loro centro di gravità più in alto ne ostacola lo spostamento. Gilbert sostiene che se un giocatore molto alto è in grado di imparare a spostarsi come i giocatori semplicemente alti che da tempo dominano il tennis, Djokovic e Murray (191 cm), Roger Federer e Rafael Nadal (185 cm), diventa difficile da contrastare: “se sei alto 198 cm e sei capace di muoverti come loro, con quell’altezza non hai problemi a dominare”. È interessante notare anche che Gilbert ha evidenziato come alcune tra le migliori giocatrici in risposta – Victoria Azarenka (183 cm) e Maria Sharapova (188 cm) – sono anche tra le più alte [6]. Carl Bialik di FiveThirtyEight ha chiesto a tre giocatrici americane – Julia Boserup (180 cm), Jennifer Brady (178 cm) e Sachia Vickery (163 cm), perché pensano che le giocatrici più alte non abbiano uno svantaggio alla risposta. Hanno citato due motivi principali: 1) il servizio femminile che, in media, è più lento e con meno rotazione di quello maschile e che quindi concede più tempo a disposizione per compensare qualsiasi difficoltà di spostamento; 2) le dimensioni del campo, che sono le stesse di quelle degli uomini, ma un’altezza che è sopra la media per le donne e nella media per gli uomini è un’altezza funzionale alla risposta, a prescindere se si è donne o uomini.

“Nel circuito femminile, non esistono giocatrici alte quasi 211 o 213 cm” ha commentato Brady. Per quanto la sua altezza sia superiore alla media delle giocatrici, Brady ha aggiunto: “non sono alta quanto Opelka”.

Un altra ragione che potrebbe spiegare la difficoltà alla risposta di giocatori dell’altezza di Opelka è la maggiore attenzione in allenamento a migliorare il servizio, elemento che enfatizza un’orientamento già molto marcato verso questo aspetto del loro tennis. Durante un’intervista che membri dello staff di PR e Marketing dell’ATP hanno condotto per mio conto al torneo di Bucarest 2016 in aprile, Karlovic, il giocatore più alto del circuito con 211 cm [7] ha detto che “l’altezza è un aiuto al servizio e quindi c’è la tendenza a concentrarsi ancora di più nei game al servizio” e che “i giocatori più bassi, non essendo altrettanto forti al servizio, si allenano di più alla risposta”.

Un’analisi della carriera di tutti i giocatori in attività alti almeno 196 cm che sono riusciti, anche solo una volta, a terminare l’anno tra i primi 100 dà evidenza di questo concetto. Nei primi 8 anni di permanenza nel circuito [8], la percentuale di punti vinti al servizio è cresciuta di 6 punti percentuali, mentre la percentuale di punti vinti alla risposta è cresciuta solamente di 1.5 punti percentuali. A confronto, Djokovic ha stabilmente incrementato la percentuale di punti vinti alla risposta passando dal 36.7% del 2005 al 43.9% del 2016.

Quando giocatori molto alti riescono a ottenere risultati di rilievo, di solito è per merito di una solida prestazione alla risposta: Del Potro e Cilic, entrambi alti 198 cm, hanno vinto rispettivamente gli US Open 2009 e 2014 migliorando decisamente quell’aspetto del gioco. Agli US Open 2009, Del Potro ha vinto il 44% dei punti alla risposta, rispetto al 40% fatto registrare durante l’intero anno, US Open compresi. Agli US Open 2014, Cilic ha vinto il 41% dei punti alla risposta, rispetto al 38% di quell’anno. E la loro prestazione alla risposta non è migliorata contro avversari di second’ordine, ma rispetto agli stessi avversari affrontati in carriera di circa la stessa variazione positiva, se rapportata all’intera stagione.

“C’è un diverso tipo di pressione quando dall’altra parte della rete c’è un giocatore dal grande servizio, che ti sta aggredendo sia al servizio che alla risposta” ha commentato Gimelstob, aggiungendo “è quello che ha fatto Cilic quando ha vinto gli US Open. Lo stesso accade giocando contro Del Potro, per il modo così preciso con cui colpisce la pallina ma ovviamente anche per il servizio”. Per fare un raffronto, se Del Potro e Cilic avessero risposto su quei livelli durante la stagione 2016, entrambi sarebbero stati tra i sette migliori giocatori alla risposta, insieme a Djokovic, Nadal, Murray, David Goffin (180 cm) e David Ferrer (175 cm). Nessuno dei due però è riuscito a replicare una finale Slam, Del Potro alle prese con diversi infortuni e Cilic con una forma discontinua.

Per i giocatori più alti, una buona prestazione alla risposta è la differenza che passa tra entrare nei primi 50 ed entrare nei primi 10. In media, i giocatori in attività alti almeno 196 cm che hanno terminato l’anno tra i primi 10 hanno vinto il 67.7% dei punti al servizio in quell’anno, mentre quelli con classifica tra l’11 e il 50 hanno vinto, in media, il 68.1% dei punti al servizio. Una differenza quindi di soli 0.4 punti percentuali. La differenza di prestazione sui punti alla risposta tra l’affacciarsi ai primi 50 ed entrare tra i primi 10 è molto più netta: i giocatori alti che entrano tra i primi 10 vincono punti alla risposta con un frequenza superiore di circa 4 punti percentuali dei giocatori tra l’11 e il 50.

IMMAGINE 3 – % di punti vinti al servizio (PVS) e alla risposta (PVR) per i giocatori in attività alti almeno 196 cm che sono entrati in posizioni di classifica di vertice

Un giocatore di almeno 196 cm e dal servizio affidabile che riesce a vincere con continuità più del 38% dei punti alla risposta ha possibilità molto concrete di entrare nei primi 10. Tomas Berdych e Del Potro ci sono riusciti, e anche Milos Raonic si sta avvicinando a quella soglia, ragione per la quale ha raggiunto la sua prima finale Slam a Wimbledon 2016. Oggi sono diversi i giocatori che sembrano poter vincere almeno il 38% dei punti alla risposta. Sia Alexander Zverev (18esimo in classifica) che Karen Khachanov (48esimo) sono alti 198 cm ed entrambi hanno vinto circa il 38% dei punti alla risposta nel 2016, ed entrambi devono ancora compiere 20 anni. Khachanov ha colpito sia Gilbert che Karlovic, Gilbert ha detto che “si muove in maniera incredibile per essere alto 198 cm”.

Anche altri giganti si sono distinti recentemente. Jiri Vesely, che ha 23 anni ed è alto 198 cm, ha battuto Djokovic a Monte Carlo lo scorso anno e vinto circa il 36% dei punti alla risposta nel 2016. Opelka ha raggiunto la sua prima semifinale nel circuito professionistico ad Atlanta. La maggior parte delle prime 10 teste di serie a Wimbledon 2016 ha perso da giocatori di almeno 196 cm. Del Potro ha vinto l’argento a Rio battendo, tra gli altri, Djokovic e Nadal.

Arrivare però al primo o secondo posto della classifica mondiale, anche partendo da una classifica nei primi 10, è tutta un’altra questione. Un giocatore più alto è in grado di sviluppare le capacità necessarie a spostamenti fluidi come i giocatori di vertice più bassi e vincere più di uno Slam? Nel basket è successo, ad esempio. “Nel tennis non c’è ancora stato un giocatore alto 198 o 201 o 203 cm in grado di muoversi come un giocatore NBA” ha detto Gilbert, “se ne arriva uno, allora siamo di fronte a un possibile vincitore di diversi Slam”. Anderson è d’accordo nel dire che l’altezza non è da ostacolo agli spostamenti come si ritene che sia: “Lebron James è alto 203 cm. Se è in grado di muoversi bene come una persona alta 178 cm, la sua corporatura diventa un vantaggio, perché a quel punto non ci sono più limiti”.

Opelka, che si è qualificato per il suo primo tabellone Slam agli Australian Open 2017 costringendo Goffin (11esimo in classifica) al quinto set, sta concentrando le sue energie al lavoro in allenamento sul gioco in risposta: “ho dedicato moltissimo tempo alla mia risposta. Le ripetute che eseguo in palestra si concentrano sul movimento esplosivo”. Opelka aggiunge che i giocatori di basket “si muovono meglio dei giocatori di tennis e sono più esplosivi grazie alla loro incredibile massa muscolare, che però non andrebbe bene per il tennis. Non so come riuscirebbero a giocare per quattro o cinque ore di fila con tutta quella massa muscolare”. Se si mette James sull’Ashe Stadium agli US Open nella calura estrema del pomeriggio “è difficile dire come se la caverebbe”.

Zverev, che ha 19 anni ed è alto 198 cm, è d’accordo nel dire che i giocatori alti devono affrontare sfide diverse rispetto a quelle degli altri giocatori: “gli spostamenti sono molto più complessi e penso che anche rafforzare la muscolatura sia più complicato”. Le persone con cui ho parlato però sono convinte che sia Opelka che Zverev potrebbero raggiungere il vertice in pochi anni. “Zverev potrebbe arrivare al numero 1 del mondo” dice Gilbert, “serve bene, risponde bene e si muove bene in campo”. Di Opelka, Gilbert dice: “al momento ha un servizio poderoso. Se riesce a migliorare negli spostamenti o sul gioco alla risposta, potrebbe arrivare davvero in alto”.

Se i giocatori più alti siano in grado di acquisire la capacità di giocare alla risposta con la stessa continuità di Djokovic o Murray rimane un interrogativo aperto. Possedere un servizio potente però è un passo importante per iniziare a sfidarli sul loro terreno. Come dice Opelka “ogni centimetro è importante”.

Note:

[1] Secondo i dati sull’altezza recuperati dai siti dell’ATP e della WTA e dalle pagine Wikipedia dei giocatori. In assenza dell’altezza di alcune giocatrici, ho considerato solo quelle per cui sono riuscito a trovare l’altezza. L’altezza è quasi sempre indicata in centimetri, qualche volta anche in pollici. Per essere sicuro di includere solo i giocatori veramente alti, il rapporto di conversione utilizzato è 196 cm = 6 piedi e 5 pollici per gli uomini e 183 cm = 6 piedi per le donne. Alcuni giocatori più bassi di un centimetro potrebbero rientrare nel campione degli altissimi, ma si tratta comunque di un’approssimazione, considerando che l’altezza è una variabile continua ma viene indicata con arrotondamento per eccesso o per difetto al centimetro/pollice più vicino. E, in ogni caso, spesso i giocatori stessi comunicano le proprie misure in modo inesatto.

[2] Per alcuni anni i dati a disposizione sui migliori giocatori juniores, che ho ricevuto via email dalla Federazione Internazionale (per il 2002 e il 2003) e ho trovato sul sito (per il periodo 2004-2009) comprendevano solo le posizioni fino alla 90 invece che alla 100.

[3] Ho calcolato questi limiti di inclusione considerando l’altezza dei giocatori più alti di tutti i loro colleghi tranne il 14% degli attuali primi 100, che equivale a prendere in esame i giocatori sopra all’85esimo percentile in altezza, un’approssimazione di massima per il 14% dei giocatori più alti del circuito.

[4] Per la WTA l’altezza ufficiale di Muguruza è 182 cm, cioè appena sotto il limite di inclusione nel campione considerato, per quanto sul sito della WTA la sua altezza sia 183 cm.

[5] Nell’esempio si fa riferimento a un servizio centrale a 193 km/h che superi la rete nel punto più basso – senza angolo sinistra-destra, considerando l’effetto della forza di gravità ma tralasciando la rotazione impressa alla pallina – e che colpisca la linea del servizio.

[6] La WTA non rende facilmente disponibili le statistiche al servizio e alla risposta per poter effettuare un confronto tra le giocatrici altissime e le loro avversarie, come è stato fatto per gli uomini.

[7] Sebbene le statistiche ufficiali sull’altezza non siano sempre esatte.

[8] Ho utilizzato un riferimento temporale di otto anni nel tentativo di bilanciare l’esigenza di ricomprendere il maggior numero di giocatori senza accorciarne eccessivamente la fase di crescita e miglioramento del loro tennis.

Are Taller Players the Future of Tennis?

Come è stata vinta la finale degli Australian Open 2017

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 15 gennaio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Se siete rimasti sopraffatti dalla finale degli Australian Open 2017 tra Roger Federer e Rafael Nadal, la loro 35esima partita, come me ne rivivrete le emozioni anche nei giorni successivi. All’inizio del torneo, Federer aveva solo il 3% di probabilità di vittoria, mentre Nadal era ancora più sfavorito con solo l’1.5%. Entrambi quindi sono riusciti ad andare contro un pronostico per il quale non sarebbero dovuti arrivare in finale e segnare uno dei momenti più importanti della storia del tennis.

Per gli appassionati che seguono i due campioni dalla loro prima partita nel 2004, l’ennesimo confronto secondo le classiche dinamiche avrebbe potuto essere deludente. Di rientro da una stagione di infortuni, Federer e Nadal hanno giocato una partita allo stesso tempo frammentata e brillante. E in presenza di due giocatori che conoscono ormai a memoria i rispettivi stili di gioco ma capaci di mostrare ancora enorme passione per il tennis, ogni nuova partita in un torneo dello Slam è in qualche modo più speciale della precedente.

Nonostante il pesante record negativo di Federer nei confronti di Nadal (11 sconfitte su 23 partite, 0 vittorie su 3 agli Australian Open), la partita è apparsa molto combattuta. È sembrato che per ogni set ci fossero diversi momenti di alternanza nel vantaggio psicologico sull’avversario e in più di un’occasione ho pensato che Federer non fosse in grado di rimontare.

L’andamento altalenante della partita mi ha incuriosito nell’indagare le probabilità di vittoria rispetto a ciascun punto della finale. Se analizziamo le probabilità di Federer nel corso della partita, che tipo di risposte otteniamo su quanto la finale sia stata una battaglia di statistiche? O su quanto miracolosa sia stata poi la vittoria di Federer?

All’inizio della partita le probabilità di vittoria erano simili (con il sistema Elo che dava Federer leggermente favorito). Come mostrato nell’immagine 1, il primo e il terzo set hanno avuto identico andamento, con circa il 50% di probabilità di vittoria a testa e con un aumento delle probabilità a favore di Federer negli ultimi game del set (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascun punto, n.d.t.). Anche il secondo e il quarto set hanno avuto andamento simmetrico, ma in senso opposto, con Nadal cioè che ha ribaltato quanto costruito da Federer nel set precedente.

IMMAGINE 1 – Tabella delle probabilità di vittoria di Federer per la finale degli Australian Open 2017

L’andamento dei primi quattro set riflette quanto osservato da guardando la partita. In molte occasioni è sembrato di rivivere un deja vu, con Federer in grado di ottenere un buon margine per poi sembrare smarrire il controllo della partita, specialmente al servizio.

Quali sono stati quindi i punti più importanti per l’andamento della partita nei primi quattro set?

Nel set 1, il settimo game è stato quello chiave. Federer ha aumentato le sue probabilità di vittoria in misura maggiore quanto è andato 15-30 sul servizio di Nadal e ha creato la prima opportunità di break vincendo il punto successivo. Entrambi i punti hanno fatto crescere le probabilità di vittoria di Federer di 10 punti percentuali. E la sua immediata conversione della palla break è ha dato l’impressione che non ci sarebbero stati costosi passaggi a vuoto come nella finale degli US Open 2015.

Il set 2 ha ribaltato il duro lavoro fatto da Federer nel set 1 dopo appena 4 game. Alla fine del quarto game, con Nadal avanti di due break, le probabilità di vittoria di Federer erano scese al 50%. Sebbene il break in suo favore nel quinto game gli ha permesso di recuperare qualche punto percentuale, la sconfitta nel set 2 ha riallineato le probabilità di vittoria all’inizio del set 3.

Il primo game del set 3 è stato uno dei più lunghi. Federer ha fatto vedere di non aver abbandonato la partita quando ha salvato 3 palle break nei 14 punti di durata del game. È interessante notare che Nadal ha dovuto fare la stessa cosa nel quarto game per evitare di subire un secondo break nelle fasi iniziali del set. Tuttavia, a quel punto Federer era già salito sopra il 75% di probabilità di vittoria e continuava a mostrare lo stesso atteggiamento di fiducia avuto nel set 1.

Il set 4 ha riportato la partita indietro nel tempo. In vantaggio due set a uno, Federer ha subito un passaggio a vuoto ed è stato il primo a subire il break, nel quarto gioco, dal quale non si è ripreso. Nadal ha avuto poca pressione al servizio e ha chiuso il set. All’inizio del quinto game del set 5, la partita sembrava per Federer ormai compromessa.

Il set 5

Dopo un’altra interruzione medica tra il set 4 e il set 5 che ha generato qualche polemica, Federer ha ripreso il gioco subendo il break nel primo game. Con Nadal che come al solito sembrava possedere energie per giocare altri cinque set, in pochi avrebbero potuto immaginare che questo sarebbe stato il set da montagne russe della partita. Con le sue probabilità di vittoria ridotte al 25%, Federer è riuscito a creare 3 palle break nel secondo game che non ha però poi convertito.

IMMAGINE 2 – Tabella delle probabilità di vittoria per Federer nel set 5 della finale degli Australian Open 2017

Nonostante le opportunità mancate, che devono aver pesato come un macigno, con un efficiente game di servizio Federer ha recuperato la speranza di poter fare affidamento sulla sua forma e volontà per compiere il miracolo. Ha di nuovo ottenuto un palla break nel successivo game di servizio di Nadal, il quarto game del set. Ancora una volta Nadal ha negato a Federer l’opportunità. Ma Federer ha risposto tenendo Nadal a freno e chiudendo facilmente il servizio nel game successivo.

Solo nel sesto game Federer è finalmente riuscito a sfruttare l’opportunità di fare il break tra le tante che aveva sino a quel momento creato. Federer si è trovato in una buona situazione di punteggio sul 30-40, ma con un vincente di dritto Nadal ha ristabilito la parità che si è protratta per diversi punti e che più volte in precedenza si era conclusa con la vittoria del game da parte di Nadal. Sebbene ci si aspettasse che Nadal sfruttasse la debolezza del rovescio di Federer, è stato proprio un brillante vincente di rovescio che ha dato a Federer la seconda palla break e la prima di sei – ottenute nel set 5 – che è riuscito a convertire.

Dopo un altro solido game di servizio da parte di Federer, il settimo game del set, è stato lui a mettere pressione, aspetto intuibile dalla profondità dei colpi a rimbalzo di Nadal. Più infatti Federer si avvicinava al finale di partita, più si accorciavano i colpi di Nadal. Sfruttando però le sue infinite qualità difensive, Nadal è riuscito a salvare quattro delle cinque palle break offerte a Federer, subendo il break solo quando Federer lo ha costretto a due errori di dritto consecutivi.

Stranamente, è stato il sistema Hawk Eye ad assumere un ruolo di primo piano nell’ultimo game della partita. Ci sono state 3 chiamate che sono arrivate tutte sui match point. Due sono andate a favore di Federer, compresa la chiamata finale sul vincente di dritto di Federer che era più una preghiera di Nadal che un colpo effettivamente a rischio di essere fuori. È stato un finale imprevisto di una serata in cui la 17esima testa di serie ha ottenuto il suo Slam numero 18 nella sua 100esima partita agli Australian Open. È stata una pietra miliare per Federer che i suoi tifosi ricorderanno per anni con emozione.

How the 2017 Australian Open Men’s Final Was Won

Il rovescio di Federer che ha finalmente battuto Nadal

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 30 gennaio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

La prima partita tra Roger Federer e Rafael Nadal risale al 2004, mentre la prima finale Slam a due anni più tardi (Roland Garros 2006). Gli scontri diretti sono da tempo a favore di Nadal che, alla vigilia della finale degli Australian Open 2017, conduceva 23-11, di cui 9-2 nei tornei Slam. Normalmente, le capacità difensive di Nadal hanno sopraffatto quelle offensive di Federer, ma nella battaglia al quinto set a Melbourne è stato Federer a emergere vincitore. Il topspin caratteristico di Nadal è stato meno esplosivo del solito, e la tattica estremamente aggressiva di Federer ha beneficiato della superficie più veloce generando diverse opportunità nel quinto set.

In passato, il topspin di Nadal ha creato parecchi problemi al rovescio a una mano di Federer, uno dei colpi più belli del circuito ma non tra i più efficaci. Nella semifinale del 2014 vinta da Nadal in 3 set – l’ultimo precedente tra i due agli Australian Open – Nadal ha colpito 89 dritti incrociati sul rovescio di Federer, tre quarti delle volte (66) in punti che ha poi vinto. Nella finale di quest’anno, ha colpito 122 dritti incrociati, meno della metà in punti che ha poi vinto. La tattica di Nadal è stata quindi simile, ma ne è emerso sconfitto.

Il rovescio di Federer invece è stato insolitamente efficace, specialmente se paragonato alle altre partite contro Nadal. Non è stato l’unico aspetto positivo del gioco ma, come vedremo, ha dato un contribuito decisivo.

Un indice che ho creato chiamato Potenza del Rovescio (Backhand Potency o BHP) è in grado di illustrare quanto meglio Federer abbia colpito il suo rovescio a una mano. Il BHP approssima il numero dei punti il cui risultato è influenzato dal rovescio: per calcolarlo, si somma un punto per un vincente o per un errore forzato dell’avversario, si sottrae un punto per un errore non forzato, si somma mezzo punto per un rovescio che ha portato a un vincente o a un errore dell’avversario nel colpo successivo, e si sottrae mezzo punto per un rovescio che ha portato a un vincente dell’avversario. Si divide il totale per il numero complessivo di rovesci, si moltiplica per 100* e il risultato misura l’effetto netto del rovescio di ciascun giocatore. Utilizzando i dati su ciascun colpo da più di 1400 partite di singolare maschile del Match Charting Project, è possibile calcolare il BHP per molti dei giocatori all’attivo e per le stelle del passato.

*In media, in una partita di singolare maschile ogni giocatore colpisce 125 rovesci (escludendo quelli tagliati). Federer e Nadal ne hanno colpiti più di 200 a testa nei cinque set della finale.

Secondo l’indice BHP, il rovescio di Federer è ininfluente: +0.2 punti ogni 100 rovesci. Federer vince la maggior parte dei punti con il servizio e il dritto; un BHP ininfluente indica che, mentre il rovescio non sta creando problemi all’avversario, non sta nemmeno producendo conseguenze negative per Federer stesso. Il BHP di Nadal è +1.7 punti ogni 100 rovesci, leggermente inferiore al +2.6 di Andy Murray e al +2.5 di Novak Djokovic. Tra i giocatori di vertice del momento, Kei Nishikori ha il BHP migliore con +3.6: per fare un raffronto con il passato, Andre Agassi aveva un incredibile +5.0. All’estremo opposto, Marin Cilic ha un BHP di -2.9, Milos Raonic di -3.7 e Jack Sock di -6.6. Fortunatamente, non serve colpire molti rovesci per essere tra i più forti nel doppio, come Sock ha dimostrato recentemente.

Il BHP indica il livello di eccellenza raggiunto da Federer con il rovescio nella finale degli Australian Open 2017: è salito infatti a +7.8 punti ogni 100 rovesci, un risultato mai ottenuto contro Nadal nelle precedenti partite. Questo è l’elenco dei BPH di Federer per ogni partita contro Nadal negli Slam:

Partita                BHP di Federer  
2006 Roland Garros     -11.2  
2006 Wimbledon*        -3.4  
2007 Roland Garros     -0.7  
2007 Wimbledon*        -1.0  
2008 Roland Garros     -10.1  
2008 Wimbledon         -0.8  
2009 Australian Open    0.0  
2011 Roland Garros     -3.7  
2012 Australian Open   -0.2  
2014 Australian Open   -9.9  
2017 Australian Open*  +7.8 

* partita vinta da Federer

Il +7.8 ogni 100 colpi della finale si traduce in un vantaggio di +17 rispetto ai 219 rovesci colpiti da Federer. Una unità di BHP equivale a circa due terzi di un punto di una partita, visto che il BHP può assegnare fino a 1.5 punti per i due colpi che preparano e poi finiscono un punto. Quindi un BHP di +17 corrisponde a circa 11 punti, esattamente la differenza tra Federer e Nadal nella finale.

Questa prestazione si discosta notevolmente rispetto a quanto ottenuto da Nadal contro il rovescio di Federer in passato: in media, Nadal ha abbassato il BHP di Federer a -1.9, poco meno dell’effetto che Nadal normalmente ottiene rispetto ai suoi avversari, cioè una riduzione di -1.7 punti. Nelle 25 partite tra i due presenti nel database del Match Charting Project, Federer ha ottenuto un BHP positivo solo 5 volte e, prima della finale in Australia, nessuna di queste in una partita di uno Slam.

La tendenza di lungo periodo suggerisce che, in un eventuale futura partita tra Federer e Nadal, la contesa tra dritto in topspin di Nadal e rovescio di Federer tornerà alla normalità. L’unica precedente volta in cui Federer ha avuto un BHP di +5 punti o superiore contro Nadal, alle Finali di stagione 2007, nella partita successiva ha poi ottenuto un BHP di -10.1, al Roland Garros 2008. E non ha registrato un BHP positivo fino al 2010, a distanza di 6 partite.

Che sia stata un’eccezione, la compattezza del rovescio di Federer durante la finale ha cambiato la storia. Utilizzando l’approssimazione fornita dal BHP, se Federer fosse rimasto sul livello ininfluente del suo rovescio, Nadal avrebbe vinto il 52% dei 289 punti giocati – esattamente la sua media contro Federer – invece del 48% di quelli effettivamente vinti. La lunga rivalità ha portato entrambi i giocatori a migliorare il proprio tennis per più di un decennio e, almeno per un giorno, Federer finalmente ha trovato il modo di colmare il divario contro il giocatore che più di tutti lo ha messo in difficoltà.

The Federer Backhand That Finally Beat Nadal

Tutti i colori di una finale

di settesei.it

Quando la fortuna coincide con un passaggio di storia del tennis, è doveroso condividerne le sensazioni, anche se per una volta non hanno nulla di statistico. 

Assistere alla finale di uno Slam è un atto di fede. C’è l’incoscienza, al momento dell’acquisto del biglietto, propria di un investimento ad alto rischio: la certezza sui nomi dei finalisti infatti arriva solo nei due giorni precedenti alla partita, quando ormai è troppo tardi per garantirsi un posto se non si è in possesso di ingenti risorse economiche. C’è la speranza che ad arrivare al termine di un processo di selezione a cui si candidano le 128 persone più preparate del pianeta in quella specifica attività siano due professionisti di comprovata esperienza, che diano vita a uno spettacolo di cui si parlerà negli annali della disciplina. Ma, soprattutto, c’è il desiderio che uno di quei due atleti sia il campione che ammiri, che vorresti fosse tuo amico per poterlo chiamare al telefono ogni volta che ti gira, con cui hai condiviso infinite gioie e sofferenze, trionfi e tragedie della simmetria di uno sport a somma zero, dove la vittoria dell’uno significa la sconfitta dell’altro.

Da questo punto di vista, la finale di singolare maschile degli Australian Open 2017 ha assunto i contorni di un miracolo. La prematura uscita di Andy Murray e Novak Djokovic, i favoriti della vigilia, ha lasciato spazio alla progressione dei due giocatori che più di tutti nell’ultima decade hanno trasformato il tennis in uno dei grandi movimenti politeistici moderni, Roger Federer e Rafael Nadal. Entrambi in rientro da infortuni e in una condizione da verificare sul campo, sono riusciti a risalire la corrente estraendo magia da un cilindro che ora contiene, complessivamente, lo spropositato numero di 32 titoli dello Slam. Come sempre accade quando due stelle di questa magnitudo collidono, la partita ha rilasciato energia compatibile con una fissione nucleare. Cinque set di estasi e agonia assolute, grida e sussulti, esultanza e disperazione, empatia e abbracci tra sconosciuti; un confronto che è stato, concedendosi una citazione musicale, “fulmine, torpedine, miccia, scintillante bellezza, fosforo, fantasia, molecole d’acciaio, pistone, rabbia, guerra lampo e poesia”. Una conclusione che nessuno riteneva possibile ma che in tantissimi, non solo tra i presenti, desideravano: la vittoria di Federer, arrivata con quei secondi di sospensione (per la verifica della moviola) che hanno preceduto l’esplosione collettiva di incredulità, e coincidente con la centesima partita disputata da Federer agli Australian Open. Un traguardo che, nel sistema metrico decimale, è da sempre associato a un elevato grado di completezza.

Gli aspetti tecnici di questa partita verranno analizzati per molto tempo, in tutte le lingue e a tutte le latitudini. Personalmente, il ricordo della notte di Melbourne rimarrà incandescente per il caleidoscopio di stimolazioni che nessuna diretta televisiva sarà mai in grado di replicare. All’ingresso della Rod Laver Arena, una struttura che pur ospitando circa 15 mila persone riesce a trasmettere l’intimità del circolo di tennis dietro casa, è la vista il senso a essere maggiormente sollecitato da una mole di informazioni difficile da gestire. La luce che entra dal grande tetto aperto dello stadio è quella gialla, calda e soffusa del tramonto, che lascia spazio nel corso della serata all’abbaglio dei riflettori. Persa l’intensità e la pienezza del mezzogiorno, è una luce che accarezza la retina e fa da contrasto all’azzurro limpido del cielo. È un teatro di forma ellissoidale la Rod Laver Arena: l’alternanza del verde e del grigio dei seggiolini, non ancora completamente occupati dai loro proprietari, richiama le tonalità della ricca vegetazione australiana mentre viene investita dai frequenti acquazzoni tropicali del nord.

Gli spalti circondano il vero protagonista del torneo, il campo centrale. Questa chiazza di cemento blu nasconde alle telecamere le sue enormi dimensioni, che devono garantire ai giocatori la libertà di movimento per quegli impossibili recuperi in spaccata che tolgono letteralmente il fiato. Solo il campo centrale degli US Open compete per grandezza con quello di Melbourne ma, essendo gli Australian Open all’avanguardia dell’innovazione tennistica, la Rod Laver Arena è l’unica al mondo interamente circondata da monitor, che sono neri e alti e avvolgenti, la frontiera evolutiva per tutti i fanatici di tecnologia home video.

Come sempre, sono le persone ad aggiungere i colori più vividi alla fotografia. Coordinare la realizzazione di uno dei quattro tornei più importanti dell’anno – in cui, come anche ricordano i giocatori nei ringraziamenti del loro discorso di premiazione, intervengono in centinaia tra organizzatori e volontari – richiede lo stesso livello di maniacale attenzione che mostrano i documentari di National Geographic sulle portaerei americane in rotta nel Pacifico. Anche qui ogni ruolo è contraddistinto da un colore specifico. I primi a entrare sono i raccattapalle, in maglia verde. Durante la partita la loro interazione con i giocatori è scandita da movimenti di precisione militare: il lancio millimetrico della pallina per il servizio, l’apertura del palmo della mano a indicare la disponibilità delle palline, la consegna dell’asciugamano aperto alla conclusione di un punto, la corsa di rientro alla propria postazione. La sincronia è fondamentale per non alterare la concentrazione dei giocatori, perché il lavoro del raccattapalle raggiunge la perfezione quando passa inosservato.

Seguono i giudici, con la maglia blu che si mimetizza con il campo. Il loro ingresso precede di poco quello dei giocatori, le cui variazioni cromatiche invece sono dettate dagli sponsor tecnici, che non aspettano altro di introdurre combinazioni ardimentose in linea con l’incedere informale degli australiani: l’arancione fosforescente delle scarpe di Federer e Nadal (entrambi con lo stesso sponsor) fluttuava nel blu del campo come un pesce della Grande Barriera Corallina.

E poi, il colore del pubblico pagante: è un cliché, ma senza gli appassionati non ci sarebbe lo spettacolo, giocare a tennis sarebbe solamente un passatempo quasi privo di ragione. C’era quindi il rosso delle bandiere svizzere, il giallo di quelle spagnole e l’intero spettro di possibili incroci che la pelle umana può assumere. Questa è la forza di un torneo che si definisce “lo Slam felice”, unire razze, culture e passioni provenienti da tutto il mondo, e fonderle in un microcosmo rappresentativo dell’Australia, da sempre uno tra i paesi in cima ai sogni di evasione di chiunque.

Ma il colore più bello di tutti è stato quello degli occhi lucidi di Federer, seduto sulla panchina appena dopo aver compiuto l’ennesima impresa fuori da possibili definizioni. Anche lui, forse, per una volta incredulo di fronte all’infinito della sua carriera, senza una siepe a escludere lo sguardo dell’ultimo orizzonte, ma con il muro dei suoi tifosi in pieno delirio celebrativo. Il marrone nitido di occhi che hanno vissuto e regalato emozioni che non si trovano da altra parte.