La questione degli errori non forzati

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 6 agosto 2011 – Traduzione di Edoardo Salvati

Qualunque sport presenta statistiche frequentemente citate che sono, in realtà, di utilizzo limitato. Si tratta spesso di statistiche informative, a cui viene però attribuita una portata conoscitiva più ampia di quella posseduta. Ci sono veloci esempi in molte statistiche di “conteggio”, come i punti segnati nel basket, le mete segnate nel football americano e i punti battuti a casa (Run Batted In o RBI) nel baseball. Sono tutte statistiche a connotazione positiva, che però non forniscono il contesto in cui vengono raggiunte: per seguire gli esempi, molti tentativi di tiro (Field Goal Attempt o FGA), una linea d’attacco molto forte o dei buoni battitori in base.

Nel tennis, la statistica che più mi esaspera sono gli errori non forzati. Non è solo una statistica che ignora una parte significativa di contesto (come nelle altre che ho citato), ma si affida al giudizio della persona che la registra.

Giudizio sbagliato

Il secondo aspetto, quello relativo al valutatore, è il più problematico. Quanta importanza possiede un numero se due persone che guardano la stessa partita possono conteggiarlo in maniera diversa? Questo ad esempio è stato un punto scottante a Wimbledon 2011, dove i valutatori hanno assegnato un numero insolitamente ridotto di errori non forzati, specialmente in risposta al servizio.

Se si sta guardando la partita, la problematica può passare inosservata. Se le statistiche alla fine del set dicono che Rafael Nadal ha commesso 8 errori non forzati e Roger Federer ne ha commessi 17, l’indicazione è che Federer sta facendo più errori evidenti. Ma se l’obiettivo è fare un raffronto con una partita tra Nadal e Federer di qualche tempo prima, diventano dei numeri del tutto inutili.

In tornei come Wimbledon, il mio sospetto è che qualcuno della Federazione Internazionale, o forse l’IBM, fornisca istruzioni standard ai valutatori sulla base di regole generali per categorizzare gli errori. E questo sarebbe un buon punto di partenza, soprattutto se fosse poi diffuso a tutti i tornei del circuito maggiore.

…ma non ha importanza

Ho il timore che, a prescindere dalla coerenza nella valutazione degli errori, la distinzione tra non forzati e forzati rimarrà sempre arbitraria. Prendiamo il caso delle risposte al servizio. Ci sono circostanze, in particolare sulle seconde di servizio, in cui il giocatore sbaglia un facile risposta. Più frequentemente però, il giocatore alla risposta si trova immediatamente in difesa. Quando si può definire non forzato un errore in risposta a una pallina che si sposta a una velocità di 210 km/h?

Arriverà un tempo in cui probabilmente ci saranno sistemi computerizzati di classificazione degli errori in sostituzione di un valutatore umano.

In possesso di tutti i dati necessari e a calcoli fatti, si potrebbe affermare che un servizio centrale a 200 km/h sul lato dei vantaggi riceve risposta il 60% delle volte, lasciando quindi il 40% di possibilità di errore o di non risposta. Con numeri di questo tipo per ogni servizio (e poi per ogni altro colpo), si può arrivare a definire come non forzato un errore su un colpo che un giocatore medio tra i primi 100 invece realizza, ad esempio, il 75% delle volte. O si potrebbero avere diverse tipologie di classificazione: errori non forzati, errori disastrosi, errori leggermente forzati, e così via, in funzione dei vari intervalli di percentuale.

Nel tennis moderno però i giocatori sono così forti (e la loro attrezzatura così avanzata) da rendere quasi tutti i colpi potenzialmente di attacco, con la conseguenza che i loro avversari sono quasi sempre – per certi versi – in fase difensiva, e viceversa. In uno scambio con Nadal, è possibile colpire qualche vincente, ma si dovrà sempre avere a che fare con la rotazione dei suoi colpi. In uno scambio con Federer, la rotazione non è così estrema, ma si cerca sempre di evitare che colpisca di dritto (con Novak Djokovic, si vorrebbe sempre aver servito meglio). Questa disposizione difensiva semi-perpetua comporta che quasi ogni errore sia – per certi versi – forzato. E visto il livello dei giocatori, ci si attende che rimettano in gioco ogni possibile colpo, facendo pensare che ogni colpo sia – per certi versi – non forzato.

Una situazione da mal di testa!

La saggezza degli analisti nel baseball

Nel baseball esiste un problema molto simile. Se un esterno commette una giocata sbagliata (come segnalata dal valutatore ufficiale), gli viene attribuito un errore. Paradossalmente, alcuni tra gli esterni più forti sono anche quelli con il maggior numero di errori totali. Se, ad esempio, un interbase ha un’ampia capacità di spostamento, sarà in grado di raggiungere molte palle battute in campo, e avere più probabilità di fare lanci sbagliati, accumulando così errori.

Per decenni, gli appassionati hanno considerato gli errori come lo standard valutativo di prodezza difensiva: una statistica chiamata “media difensiva (fielding percentage)” misura il rapporto tra le giocate riuscite sul numero di occasioni difensive (in altre parole, 1 meno “la frequenza di errore”). Visto il paradosso citato in precedenza, la più alta media difensiva non appartiene necessariamente agli esterni migliori.

La soluzione? Ignorare gli errori e concentrarsi sulle giocate effettuate (si tratta di una semplificazione estrema, ma non di molto). Se l’interbase A effettua più giocate dell’interbase B, non ha importanza se A commette più errori di B. Il giocatore che si vuole nella propria squadra è quello che effettua più giocate.

In sostanza, gli errori nel baseball corrispondono agli errori non forzati nel tennis, e le giocate-non-effettuate nel baseball (l’interbase che si tuffa per prendere la palla senza però raggiungerla) corrispondono agli errori forzati nel tennis. La statistica che rileva per gli analisti di baseball, le “giocate effettuate”, corrisponde nel tennis ai “colpi validi messi in campo”. L’analogia soffre di imperfezione, ma illustra efficacemente il problema di separare un tipo di non-giocata da un’altra.

Soluzioni

Se non facciamo distinzione tra le diverse casistiche di errori, rimaniamo con “colpi messi a segno” e “colpi sbagliati” o, con ancora minore soddisfazione, “punti vinti” e “punti persi”. Non esattamente un passo nella giusta direzione, visto che i punti vengono già conteggiati!

Però, rimango dell’avviso che sia quasi meglio non avere statistiche che averne di ingannevoli. La lunghezza di uno scambio è una statistica valida, perché permette di osservare l’esito di varie tipologie di punti. Se si vincono molti scambi da 10 o più colpi, si viene identificati come un certo tipo di giocatore (o un giocatore che imposta la partita in un determinato modo). Non ha importanza se si perde quel punto con un errore non forzato o sul vincente dell’avversario, entrambe le circostante potrebbero comunque derivare dallo stesso errore tattico commesso tre o quattro colpi prima.

O ci si muove su questa strada, o bisogna aspettare il momento in cui sarà possibile calcolare la probabilità di vittoria in tempo reale e iniziare a categorizzare gli errori con estrema precisione. Gli errori non forzati non scompariranno né ora né in futuro ma, come appassionati del gioco, possiamo mostrare più acume sull’attenzione da attribuire ai singoli numeri.

The Problem With “Unforced Errors”