Scegliere un torneo Challenger: un caso studio

di Chapel Heel // FirstBallIn

Pubblicato il 14 agosto 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

In quasi tutte le settimane del calendario tennistico si assiste – da qualche parte nel mondo – allo svolgimento di un torneo della categoria Challenger e allo spostamento di un’orda di giocatori senza accesso al tabellone di un evento del circuito maggiore. La scorsa settimana ad esempio ci sono stati quattro tornei Challenger: Aptos (Stati Uniti), Floridablanca (Colombia), Jinan (Cina) e Portoroz (Slovenia).

In che modo un giocatore decide quale torneo giocare, considerando le differenze in punti validi per la classifica ufficiale e in premi partita?

La categoria Challenger

I Challenger non sono tutti uguali. Ci sono cinque livelli, tre dei quali sono rappresentati dai tornei citati in precedenza. Chiamandoli – in ordine crescente – da C1 a C5, abbiamo avuto Floridablanca e Portoroz come C1, Aptos come C2 e Jinan come C4. La tabella riepiloga i punti ATP assegnati e un’approssimazione dei premi partita per ciascuno dei cinque livelli per i quarti di finale, semifinali, finale e vittoria. I premi sono in dollari e arrotondati, per avere una valuta di riferimento e riflettere i tassi di cambio. Per il livello C3 ho utilizzato il torneo di Chengdu (Cina), per il C4 Braunschweig (Germania), entrambi disputati a luglio. Si noti come i premi partita di C4 e C5 siano identici, ma C5 offra più punti classifica.

Sebbene non sia una legge scolpita nella roccia, circa tre punti classifica garantiscono l’avanzamento di una posizione. Più alta è la classifica, minore validità ha l’assunto: servono infatti due o tre volte quel numero di punti per un giocatore intorno al 70esimo posto per salire di una posizione, mentre un giocatore intorno al numero 300 potrebbe guadagnare cinque posizioni con tre soli punti. Faccio riferimento a questo aspetto per sottolineare che può esserci una differenza sostanziale nel perdere nei quarti di finale di un C4 o in finale di un C1.

Scegliere i giocatori per il caso studio

Ci sono molti motivi per scegliere un torneo Challenger che non riguardano i punti, primo fra tutti la sua localizzazione. Un evento più vicino alla residenza di un giocatore significa un trasferimento meno costoso, maggiori possibilità di un alloggio più economico, nessun problema con la lingua o con visti d’ingresso, familiarità con il cibo, etc.

Per quest’analisi, ho deciso di selezionare giocatori che, rispetto ai quattro tornei della settimana scorsa, non giocassero in casa e che avessero inoltre la facoltà di partecipare a qualsiasi torneo. Ad esempio, non ho considerato l’americano Taylor Fritz, che ha giocato Altos, in California, ed era di rientro da una pausa. La sua scelta infatti è stata dettata dalla volontà di ritrovare la forma per competere ad alti livelli in un contesto di comodità, più che da spinte economiche o di punteggio. Non ho nemmeno considerato Yen Hsun Lu, che ha giocato a Jinan per evidenti ragioni (non da ultimo il fatto per cui avrebbe probabilmente vinto). Una breve parentesi: reitero la mia richiesta che il circuito Challenger ATP venga rinominato in “Circuito Challenger Yen Hsun Lu”.

I quattro giocatori che ho quindi considerato sono: Malek Jaziri (Tunisia, No. 73), Peter Gojowczyk (Germania, No. 104), Jordan Thompson (Australia, No. 75) e Akira Santillan (Australia, No. 167). Con tornei negli Stati Uniti, Cina, Slovenia e Colombia, dove vi sareste aspettati di vedere questi giocatori se non aveste nessuna informazione su di loro? Probabilmente pensereste a Slovenia, ancora Slovenia, Stati Uniti e Cina, rispettivamente. In realtà sono poi andati negli Stati Uniti, Slovenia, Stati Uniti e ancora Stati Uniti.

Dal punto di vista del giocatore

Con il senno di poi, tutto è più facile, ma la programmazione è un fattore estremamente importante, come vedremo a breve. Per un certo grado, entrano in gioco punti e premi partita, ma con differenze non abbastanza importanti da ricevere priorità rispetto ad altri elementi. Inoltre, i giocatori scelgono un determinato torneo senza sapere esattamente quale sarà il campo partecipanti. Se non si tratta della prima edizione, possono però avere accesso alle informazioni sulle passate edizioni.

Era la prima volta che si giocava un Challenger a Floridablanca e Jinan. Ci sono stati però cinque Challenger in Colombia nel periodo dal 2014 al 2016 che posso essere paragonati a Floridablanca. Sono partito da Bucaramanga, anche questo torneo un C1. Essendo però giocato a gennaio, attrae un campo partecipanti decisamente migliore di quanto abbia fatto Floridablanca. Anche se il Challenger di Cali è un C2, è sembrato il miglior sostitutivo per Floridablanca. Ci sono stati due eventi a Cali nel 2014, ho fatto riferimento al secondo, più vicino a Floridablanca come calendario.

Trovare un analogo per Jinan è stato molto più complicato, perché molti dei Challenger organizzati in Cina si spostano in continuazione, e quelli stabili non sono dei C4. Ho deciso per Ningbo, che è un C4 giocato in autunno. Senza l’edizione del 2014, ho potuto analizzare solo gli ultimi due anni.

La tabella mostra la classifica media della testa di serie numero uno, la classifica media dell’ultima testa di serie (la numero otto) e il giocatore con la classifica più bassa per questi tornei Challenger dal 2014 al 2016 (ad eccezione di Ningbo, per cui gli anni considerati sono 2015 e 2016). Per tenere sotto controllo l’eventuale sbilanciamento generato dal giocatore con la classifica più bassa, ho imposto un limite minimo al numero 1250 ed escluso del tutto i giocatori non classificati. Non pretendo naturalmente che questo sia un metodo valido per misurare la qualità di un torneo (è possibile apprezzare un orientamento più matematico in questo articolo di Stephanie Kovalchik su OnTheT).

Nella pratica, non c’è molta differenza, considerando la disponibilità di punti e premi partita di un C4. Se così fosse, e se fosse l’unico fattore, un giocatore andrebbe a giocare sempre i tornei sulla superficie di preferenza e con il maggior numero di punti classifica e di premi disponibili.

Mettiamo a confronto l’effettivo campo partecipanti nei quattro Challenger della scorsa settimana.

Si notano alcuni scostamenti dalla media, ma il solo elemento (per me) di qualche significato è che Aptos è sembrato complessivamente più forte di quanto la media degli ultimi tre anni avrebbe fatto pensare. Da notare anche che Jinan (C4) non ha un campo partecipanti decisamente (o affatto) migliore rispetto a Portoroz (C1) e Aptos (C2), pur offrendo molti più premi e punti a parità di superficie.

Risultati attesi dei giocatori

Utilizzando il sistema Elo, che tipo di punti/premi partita attesi otteniamo per i quattro giocatori in ciascuno dei Challenger considerati? Per questo calcolo, ho fatto affidamento su tabelloni puramente casuali, visto che i giocatori scelgono senza conoscere il tabellone che dovranno affrontare. Per simulare i tre tornei non giocati da ciascun giocatore, ho assegnato la testa di serie che avrebbero ricevuto (se applicabile), relegato la numero otto a non testa di serie ed eliminato dal campo partecipanti il giocatore con la classifica più bassa che non fosse qualificato o non avesse ricevuto una wild card/accesso speciale.

Jaziri era la testa di serie numero uno ad Aptos, e sarebbe stata la prima testa di serie anche negli altri tornei. Per lui Floridablanca era impensabile, perché la terra battuta non è la sua superficie preferita. Tra Aptos e Portoroz si trattava di scegliere in termini di premi e punti. I punti classifica attesi aggiuntivi di Portoroz gli avrebbero consentito un salto di circa tre posizioni, non granché per garantirsi un accesso diretto in altri tornei. Quindi perché Aptos anziché Jinan che aveva punti attesi e premi decisamente più alti? Jaziri gioca a Cincinnati questa settimana e quattro ore di volo sono preferibili rispetto a venti. Ancora meglio, venti ore sarebbero state molto più dure da digerire se avesse perso al primo turno come ha fatto ad Aptos. La scelta in questo caso è stata fondamentalmente di programmazione del calendario.

Thompson era la testa di serie numero due ad Aptos, sarebbe stata invece la numero uno negli altri tornei. La differenza tra le due posizioni è irrilevante. Thompson non gioca Cincinnati, quindi non aveva bisogno di rimanere in zona e avrebbe previsto un vantaggio minimo (davvero minimo) per la classifica giocando uno degli altri tornei. Cinque punti e 1500 dollari valgono un viaggio fino in Cina? Il suo precedente torneo era a Washington, quindi la risposta è “no”. Come Jaziri, anche Thompson ha perso al primo turno di Aptos, quindi è salito lungo la costa per un Challenger a Vancouver, prima di giocare gli US Open. Anche in questo caso la scelta sembra essere stata motivata principalmente dalla programmazione del calendario.

Gojowczyk era la testa di serie numero due a Portoroz, e sarebbe stato tra le teste di serie anche negli altri tornei considerati. La terra di Floridablanca non era per lui un’opzione. Aptos non avrebbe dato più punti attesi, con una differenza in premi ridotta. A Jinan avrebbe avuto le stesse aspettative di punti ma il doppio dei premi partita. La settimana precedente si trovava in Spagna, quindi era più facile andare a Portoroz, ma poi non avrebbe più giocato per due settimane fino alle qualificazioni degli US Open, e anche la Cina non sarebbe stata una limitazione temporale. I premi attesi a Jinan erano di altri 2300 dollari, ma una buona parte sarebbe stata consumata dalle spese di viaggio. La programmazione sembrava avere un peso minore in questo caso. Le valutazioni di tipo economico, insieme alla convenienza logistica, lo hanno tenuto lontano da Jinan.

La situazione di Santillan era interessante. Più degli altri, per la sua classifica qualche punto può fare la differenza, ma non quando le tue attese sono di tre punti aggiuntivi (che equivalgono a due posizioni circa). Sarebbe stato testa di serie a Floridablanca e Jinan, ma non a Portoroz (come non lo è stato ad Aptos). Ad Aptos, ha eliminato Thompson ed è arrivato nei quarti di finale. Nel suo caso non ci sono dubbi. Le sue attese sarebbero state basse per tutti i tornei. Tre punti attesi e 1200 dollari per andare in Cina? Non quando sei a Los Cabos la settimana precedente e nella parte occidentale del Canada questa settimana. In più, ha funzionato, non è così?

Conclusioni

Non intendo generalizzare o trarre conclusioni definitive da un caso studio di quattro giocatori in una settimana di Challenger. Tuttavia, fare qualche elaborazione su questi numeri permette una maggiore comprensione sugli aspetti decisionali relativi alla scelta di un Challenger, basati principalmente sui punti classifica e sui premi partita (se considerassimo solo la parte analitica).

Per poter apprezzare la differenza in punti/premi partita un giocatore deve trovarsi di fronte a una scelta tra un C1 e un C4 o C5. Poi ha bisogno che il campo partecipanti del C4 o C5 sia più debole delle attese in modo da poter guadagnare più punti/premi partita, così da rendere le sue attese uguali o superiori agli altri tornei. Per lo stesso motivo, la superficie deve essere la sua preferita o abbastanza funzionale per il suo stile di gioco. E la localizzazione non può mandare all’aria la sua programmazione di calendario con una trasferta lunga e costosa. Senza considerare le preferenze alimentari o la capacità di sopportazione della trafila burocratica per ottenere il visto del paese ospitante.

Queste sono le circostanze in cui scegliere il giusto Challenger è fondamentale. Paolo Lorenzi ha ottenuto la testa di serie a Wimbledon 2017 andando a giocare, e vincendo, il Challenger di Caltanissetta. Oltre a essere nel suo paese, Caltanissetta è un C5 la cui vittoria vale 125 punti. Sono quasi gli stessi punti (150) che avrebbe guadagnato da finalista in un ATP 250, e non credo che Lorenzi si aspettasse di arrivare in finale nella stessa settimana a Stoccarda o a ’s-Hertogenbosch.

Case Study, Selecting a Challenger Tournament

I giocatori di vertice stanno subendo le conseguenze di troppo gioco?

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 26 agosto 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il tabellone per l’edizione 2017 degli US Open è stato sorteggiato, ma si parla soprattutto dei grandi assenti. Per quanto eccitante potrà essere l’ultimo Slam della stagione, è difficile infatti ignorare che molti dei grandi nomi dello sport non giocheranno il torneo. In campo femminile, Serena Williams e Victoria Azarenka non prenderanno il via, la prima per l’imminente parto, la seconda a causa di un’aspra battaglia legale per la custodia del figlio nato recentemente.

In campo maschile, le assenze di vertice sono ancora più numerose. A differenza delle donne che salteranno gli US Open per motivi familiari però, tra gli uomini sono gli infortuni ad avere un ruolo di primo piano.

Le stagioni ridotte sul circuito maschile

Siamo entrati nella parte conclusiva della stagione 2017 e sembra che a settimane alterne ci sia un annuncio di ritiro fino al 2018 da parte di uno dei giocatori di vertice. Ha iniziato la serie Novak Djokovic, che ha interrotto la sua stagione a fine luglio per un infortunio al gomito. Pochi giorni dopo è stata la volta di Stanislas Wawrinka, per curare un infortunio al ginocchio. La settimana successiva, Kei Nishikori è stato il terzo giocatore di vertice a terminare in anticipo la stagione per i problemi al polso destro.

Il tabellone degli US Open ha subìto le conseguenze di questa tendenza, come mostrato nell’immagine 1 (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.). Solo sei dei primi 10 del mondo saranno presenti agli US Open (dopo il ritiro anche di Andy Murray a sorteggio avvenuto e successivo alla stesura di questo articolo, n.d.t.). Nell’era Open, solamente l’edizione del 1996 si avvicina a questo record negativo, anche se Jim Courier e Boris Becker saltarono il torneo per infortunio, mentre Yevgeny Kafelnikov si ritirò per protesta.

IMMAGINE 1 – Numero di giocatori tra i primi 10 del mondo a giocare gli US Open

L’età misurata con i game giocati

È possibile che l’aumento degli infortuni delle ultime settimane sia solo un caso. Non siamo però di fronte al primo segnale di un circuito martoriato dagli infortuni nell’anno in corso. Uno degli aspetti di cui più si è dibattuto a Wimbledon 2017 è stato l’alto numero di ritiri della prima settimana, quattordici tra uomini e donne una volta arrivati al terzo turno, un record per gli Slam nell’era Open.

Se stessimo davvero assistendo a una diffuso affaticamento tra i giocatori di vertice, quale potrebbe essere la causa?

Qualcuno potrebbe sostenere che la “vecchiaia” sia arrivata, dopo tutto questo tempo, a reclamare il suo debito. Il successo di cui giocatori con più di trent’anni hanno beneficiato è stato un fenomeno dato quasi per scontato per diversi anni. Attribuire però la fonte degli infortuni che si sono accumulati nel 2017 al giocare dopo i trent’anni sarebbe incoerente rispetto a una realtà in cui la maggior parte dei giocatori che hanno terminato la stagione in anticipo non ha ancora compiuto trent’anni.

Un’altra possibile causa, e secondo me più interessante, è l’intensità di gioco, un concetto che comprende molteplici fattori: minuti giocati, numero di colpi giocati, energia spesa in campo. Sfortunatamente, se l’obiettivo è quello di analizzare l’evoluzione dell’intensità di gioco tra le diverse generazioni, non ci sono molti strumenti a disposizione per quantificare in modo uniforme l’intensità di gioco nel corso degli anni.

La statistica più completa che possediamo per tutte le partite dell’era Open è data dai game giocati. Naturalmente, è un tipo di indicatore che non riflette tutti gli aspetti dell’intensità di gioco che stiamo cercando di valutare, come la durata o il numero di colpi di uno scambio, ma possiede il vantaggio di un’applicazione uniforme negli anni.

Utilizzando i game giocati, si può determinare “l’età da game” dei giocatori di vertice come il numero totale di game giocati fino a un’età prestabilita. Per questo articolo, ho considerato solo giocatori che sono entrati tra i primi 100 e tutte le partite giocate da professionisti a qualsiasi livello, Coppa Davis e Olimpiadi incluse. I giocatori sono stati raggruppati in funzione della generazione di appartenenza, a gruppi di cinque anni, a partire dal primo anno in cui hanno giocato una partita da professionisti.

IMMAGINE 2 – Età da game dei giocatori entrati tra i primi 100, per generazione

Dalla metà degli anni ’70, la tendenza mostrata dai grafici dell’immagine 2 evidenzia un chiaro aumento nell’età da game dei giocatori di vertice tra i gruppi di età. Prima del 1990, i giocatori avevano generalmente almeno trent’anni al raggiungimento della soglia di 10.000 game giocati da professionisti (la mediana dell’età da game è rappresentata dalla linea continua, il 25esimo e il 75esimo percentile sono ombreggiati). Per la generazione dal 1990 al 1994, l’età dei 10.000 game era di 28 anni, per quelle dal 1995 al 2004 era di 27 e per la generazione 2005-2009 era scesa a 26 anni.

Al raggiungimento dei 35 anni, i giocatori della generazione 1975-1979 avevano accumulato una mediana di 11.000 game. I giocatori degli anni ’80 avevano alzato l’età da game a 15.000 a 35 anni. Al trentacinquesimo anno, il gruppo 1990-1994 si poteva attendere di aver giocato 19.000 game. Per i giocatori di vertice la cui carriera è iniziata nel nuovo millennio, ci si attende che l’età da game a trentacinque anni sia ben oltre i 20.000 game giocati.

La vertiginosa crescita nel numero di game giocati nel tennis moderno rappresenta un piccolo paradosso: come è possibile che si giochi così tanto ma anche così a lungo?

Siano una preparazione atletica migliore, una programmazione attenta, metodi di recupero più efficaci o altro ancora, ci sono chiaramente in azione forze che controbilanciano gli effetti di un’aumento dell’intensità di gioco negli ultimi decenni.

Ma anche questi elementi, che favoriscono un prolungamento della carriera, devono possedere un limite intrinseco. E il 2017 ha dato i primi preoccupanti segnali di un peggioramento nelle tendenze di gioco.

Il codice e i dati per quest’analisi sono disponibili qui.

Has Too Much Play Finally Caught Up with Top Men?

Il predominio in situazione di partita dei componenti della Next Gen

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 19 agosto 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

La stagione sul cemento americano ha messo in mostra le potenzialità dei giocatori che l’ATP ha definito Next Gen, vale a dire quelli con età non superiore a 21 anni e, attualmente, tra i primi 200 della classifica mondiale. In questo articolo, analizziamo quali tra loro sono stati più dominanti.

Nel torneo di Atlanta, il ventenne americano Tommy Paul ha raggiunto i quarti di finale, perdendo da Gilles Muller. La settimana successiva, Paul è arrivato di nuovo ai quarti di finale, questa volta del Citi Open di Washington, e con lui il ventunenne Daniil Medvedev. Il torneo è stato poi vinto da un altro fenomeno della Next Gen, il ventenne Alexander Zverev.

Zverev è il giocatore della Next Gen con i risultati più eclatanti nel 2017. Ha vinto cinque tornei, portando il suo totale in carriera a sei. Due vittorie sono arrivate durante la sequenza di tornei estivi sul cemento, il già citato Citi Open a cui è seguito il Canada Masters, dove ha battuto in due set Roger Federer.

Al momento, Zverev ha 4165 punti della classifica Next Gen per le Finali di Milano, quasi 5 volte i punti del giocatore al secondo posto, il ventunenne Karen Khachanov. Zverev è anche al terzo posto della classifica per le Finali di stagione dell’ATP, dietro solo all’illustre coppia Rafael Nadal e Federer.

Anche se Zverev ha rubato la scena, ci sono stati altri della Next Gen che hanno mostrato di possedere il talento per un futuro brillante. Denis Shapovalov ad esempio, il diciottenne prodigio canadese, ha messo a segno una delle strisce vincenti più incredibili della stagione, raggiungendo la semifinale con vittorie su Nadal e Juan Martin Del Potro. La semifinale contro Zverev ha dato un assaggio di quella che potrebbe essere una rivalità molto intensa.

Si è assistito a un’altra rivalità nascente al Cincinnati Master, con la vittoria al secondo turno del diciannovenne Frances Tiafoe su Zverev. I Next Gen non si sono fermati qui però: Tiafoe e Khachanov hanno raggiunto gli ottavi di finale, il ventenne americano Jared Donaldson è arrivato invece fino ai quarti.
Sono tutti esempi di che alimentano la speranza di un futuro promettente di nuovi campioni.

Voglio ora affrontare nel dettaglio le prestazioni sul campo dei primi 20 giocatori della classifica Next Gen per le Finali di Milano. In un precedente articolo, ho introdotto l’indice Palle Break Plus o BP+ come misura del predominio in situazione di partita attraverso le palle break convertite e il totale ponderato dei mini-break vinti al tiebreak, così da rappresentare il valore complessivo delle vittorie di un giocatore.

L’immagine 1 mostra la media BP+ dei primi 20 giocatori rispetto agli avversari (con almeno 250 partite in carriera e non meno di 3 partite giocate). Sei giocatori hanno mantenuto una media BP+ positiva: Zverev, Hyeon Chung, Medvedev, Paul, Khachanov e Sebastian Ofner. Solo Zverev ha vinto in media più di una palla break plus rispetto agli avversari.

IMMAGINE 1 – Media BP+ dei primi 20 giocatori Next Gen

Un giocatore può guadagnare palle break plus procurandosi e trasformando opportunità per il break. L’immagine 2 è specifica della capacità dei primi 20 di procurarsi quel tipo di opportunità. Si nota come più giocatori ottengano medie positive rispetto ai loro avversari. Ce ne sono nove con una media positiva: Chung, il ventunenne sudcoreano, ha il differenziale opportunità più alto, mentre Zverev è al terzo posto. Entrambi mantengono una media di più di due opportunità palle break plus rispetto ai loro avversari.

IMMAGINE 2 – Opportunità BP+ dei primi 20 giocatori Next Gen

L’indice BP+ come misura del predominio in situazioni di partita evidenzia quanto si possa rimanere impressionati tra il livello di gioco dei più giovani nel circuito. Fa anche emergere il motivo che ha reso Zverev una star tra i Next Gen, avendo infatti una delle statistiche più alte nella creazione di opportunità di palle break plus e il differenziale sulla singola palla break plus in assoluto più alto. Questo è dovuto alla sua continuità nel creare momenti chiave durante la partita e convertirli a proprio vantaggio.

Il codice e i dati per quest’analisi sono disponibili qui.

Match Dominance Among Next Gen

Sebastian Ofner e i debutti sul circuito maggiore

di Peter Wetz // TennisAbstract

Pubblicato il 16 agosto 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Sebastian Ofner, l’ancora relativamente giovane giocatore austriaco, ha ricevuto le attenzioni dei media lo scorso giugno quando è riuscito – al primo tentativo – a qualificarsi per il tabellone principale di Wimbledon 2017, dove ha raggiunto il terzo turno con vittorie su Thomaz Bellucci e Jack Sock. Molte persone quindi, me compreso, avevano particolare curiosità riguardo al debutto del ventunenne sul circuito maggiore nel torneo di Kitzbuhel qualche settimana dopo, grazie a una wild card degli organizzatori (considero Kitzbuhel come il debutto di Ofner sul circuito ATP perché i tornei dello Slam sono gestiti dalla Federazione Internazionale. Le statistiche relative alle partite Slam, come le vittorie ad esempio, sono comunque ricomprese in quelle ufficiali dell’ATP).

Sorprendentemente, nonostante un secondo turno con la testa di serie numero 1 Pablo Cuevas, Ofner è arrivato in semifinale. Cuevas, che, va detto, non sembra essere molto in forma ultimamente (o forse sta solo rientrando sul suo livello medio di gioco), all’inizio del torneo aveva il 79% di probabilità di raggiungere i quarti di finale, secondo le previsioni di FirstBallIn.

Analizziamo un po’ di numeri per avere un’idea del risultato ottenuto da Ofner. Che turno riescono a superare i giocatori che debuttano sul circuito maggiore? Quanto spesso ci si attende di assistere a una striscia vincente come quella di Ofner a Kitzbuhel?

La tabella mostra i risultati dei debuttanti nel tabellone principale di un torneo del circuito maggiore a partire dal 1990, con indicazione del tipo di accesso (WC = wild card, Q = qualificato, D = diretto, Tutti = WC + Q + D).

Turno	WC       Q        D         Tutti
R16	14.51%	 26.73%   24.46%    21.77%			
QF	 2.39%	  6.39%    4.32%     4.64%
SF	 0.51%	  2.30%    2.16%     1.59%
F	 0.17%	  0.64%    0.72%     0.46%
W	 0.17%	  0.26%    0.72%     0.27%

Dal 1990, ci sono stati 1507 debutti sul circuito maggiore: 586 wild card (39%), 782 qualificati (52%) e 139 accessi diretti (9%). Sulla base di questi dati, dovremmo aspettarci che un debuttante che ha ricevuto una wild card raggiunga la semifinale (o un risultato migliore) ogni 9 anni. In altre parole, è un’impresa che si verifica una volta ogni decade. Anzi, in 28 anni di dati a disposizione, solo Lleyton Hewitt (Adelaide 1998), Michael Ryderstedt (Stoccolma 2004) e Ernests Gulbis (San Pietroburgo 2006) hanno fatto come Ofner. Solo Hewitt è poi andato avanti, vincendo il torneo.

Più della metà dei giocatori con tutti i tipi di accesso che hanno raggiunto la finale hanno anche vinto il torneo. In termini assoluti, 4 finalisti su 7 (tra i debuttanti sul circuito maggiore) hanno vinto il torneo (visto il campione limitato, è anche plausibile che si tratti di rumore statistico).

Se – per via del campione ridotto – si considerano solo i turni fino alle semifinali, si osserva come i qualificati facciano meglio dei giocatori con accesso diretto. Questo potrebbe dipendere dal fatto che i qualificati, avendo già giocato due o tre partite in più, hanno avuto più tempo per adattarsi alle condizioni di gioco, venendo favoriti rispetto ai debuttanti che invece hanno ottenuto accesso diretto al tabellone principale. È un tema questo la cui verifica richiede un’analisi più approfondita.

Per il momento, sappiamo che il risultato ottenuto da Ofner è un evento raro. Sappiamo anche però che non necessariamente è indicatore di grandezza futura.

Sebastian Ofner and ATP Debuts

Le strisce vincenti più sorprendenti nell’era Open del tennis maschile

di Martin Ingram // OnTheT

Pubblicato il 20 agosto 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Denis Shapovalov, tra i giocatori della Next Gen ATP, ha sorpreso tutti raggiungendo la semifinale al Canada Masters 2017 con convincenti vittorie consecutive su Juan Martin Del Potro e Rafael Nadal. Mi sono quindi chiesto: è stata una delle strisce vincenti più sorprendenti di sempre?

Per cercare di trovare una risposta, ho analizzato la probabilità delle strisce vincenti di un giocatore in funzione della sua valutazione Elo. In generale, la probabilità finale è semplicemente il prodotto tra probabilità di eventi multipli. Ad esempio, la probabilità di ottenere 6 tre volte di fila lanciando un tradizionale dado a sei facce (con la medesima probabilità per ciascuna faccia) è 1/6 × 1/6 ×1/6 ≈ 0.005. Minore la probabilità, più sorprendente la stringa di eventi.

Per applicare questo concetto al tennis, ho moltiplicato le probabilità di vittoria associate alla valutazione Elo di un giocatore nel corso di una striscia vincente. La probabilità di vittoria si riduce con l’allungarsi della striscia e quando le singole vittorie di una striscia sono più inaspettate.

Le prime 10 strisce vincenti più sorprendenti nel circuito maschile

Questi sono i criteri che ho applicato per arrivare alla classifica:

  • almeno una partita deve essere stata giocata in un torneo Master o Slam. Questo perché non è chiaro se sconfitte a sorpresa in tornei di categoria inferiore dovrebbero avere lo stesso peso di quelle nei tornei più importanti
  • non sono state considerate le partite di Coppa Davis e delle Olimpiadi
  • non si è tenuto conto dei ritiri pre e durante la partita.

E queste sono le 10 strisce vincenti più improbabili dell’era Open (e – per derivazione – di sempre):

  1. Thomas Muster, 1995 – Muster ha vinto 35 partite di fila nel 1995 – il periodo di massima forma – con cui ha conquistato il (suo unico) Roland Garros e i due Master di Monte Carlo e Roma. Ha sconfitto giocatori di qualità, rendendo la probabilità della striscia vincente pari a 0.000002
  2. John Marks, 1979 – Marks ha raggiunto la finale degli Australian Open 1979, battendo, tra gli altri, Arthur Ashe. Pur trattandosi di una striscia di sole 4 partite, Marks è partito da un pessimo Elo di 1337 punti, che ha portato la probabilità della striscia vincente a essere pari a 0.000012.
  3. Goran Ivanisevic, 2001 – La striscia che ha portato Ivanisevic a vincere Wimbledon 2001 si classifica al terzo posto. Ha vinto 9 partite di fila, battendo tra gli altri Marat Safin, Patrick Rafter, Andy Roddick e Tim Henman, prima di perdere negli ottavi di finale a Cincinnati. Probabilità della striscia vincente pari a 0.000038.
  4. Thomas Enqvist, 1993 – Enqvist ha vinto il torneo di Schenectady nel 1993, battendo Ivan Lendl, prima di vincere a sorpresa contro Andre Agassi nel primo turno degli US Open e perdere per mano di Pete Sampras negli ottavi di finale. Con un Elo iniziale di soli 1643 punti, la sua striscia si posiziona al quarto posto, con una probabilità pari a 0.000053.
  5. Alex Obrien, 1996 – Obrien ha vinto il torneo di New Haven e raggiunto i quarti di finale al Canada Masters. Ha battuto giocatori come Yevgeny Kafelnikov e Mark Philippoussis, vincendo 9 partite di fila. Probabilità della striscia vincente pari a 0.000053.
  6. Novak Djokovic, 2011 – La famosa striscia di Djokovic si classifica al sesto posto. Ha vinto 38 partite di fila, battendo Roger Federer tre volte e Rafael Nadal quattro volte. Sebbene avesse una valutazione Elo già inizialmente molto alta (2236 punti), questa striscia incredibile aveva una probabilità pari a solo 0.000055.
  7. Vladimir Voltchkov, 2000 – Voltchkov ha raggiunto la semifinale a Wimbledon 2000 con un Elo di partenza di soli 1499 punti. Stando alla sua pagina Wikipedia, ha tratto ispirazione in quel periodo dal film Il Gladiatore, che ha guardato per quattro volte, ottenendo dalla stampa inglese il soprannome di “Vladiator” e il ruolo di idolo personale. Probabilità della striscia vincente pari a 0.000065.
  8. Jerzy Janowicz, 2012 – Janowicz ha raggiunto la finale al Master di Parigi Bercy 2012. Partendo da una valutazione Elo di soli 1549 punti, ha battuto Philipp Kohlschreiber, Marin Cilic, Andy Murray e Gilles Simon, perdendo da David Ferrer. Probabilità della striscia vincente pari a 0.000107.
  9. Marat Safin, 2000 – Safin ha conseguito una striscia di 12 partite nel 2000, vincendo i tornei di Barcellona e Maiorca prima di perdere al secondo turno degli Internazionali d’Italia. Probabilità della striscia vincente pari a 0.000107.
  10. Guillermo Vilas, 1977 – Vilas ha collezionato una striscia impensabile di 73 vittorie nel 1977, vincendo 12 tornei di fila. Tuttavia, si posiziona solamente al decimo posto perché ci si attendeva che vincesse molte di quelle partite. Probabilità della striscia vincente pari a 0.000120.

Come si valuta la striscia di Shapovalov?

La striscia vincente di Shapovalov ha avuto una probabilità pari a 0.00046, valida per il 32esimo posto dalla classifica di sempre. Si tratta di un risultato già di per sé sorprendente, lo diventa ulteriormente nel momento in cui si considera che Shapovalov aveva giocato solamente otto partite sul circuito maggiore all’inizio della sua striscia.

Se limitiamo l’analisi alle strisce vincenti ottenute da giocatori con meno di 30 partite in carriera, Shapovalov entra nei primi 10, al settimo posto. Solo Voltchkov (Wimbledon 2000), Janowicz (Parigi Bercy 2012), Alexander Popp (Wimbledon 2000), John Andrews (Roland Garros 1975), Mark Vines (Parigi Bercy 1982), e Nick Kyrgios (Wimbledon 2014) hanno avuto strisce più sorprendenti nelle fasi iniziali della loro carriera. Una curiosità finale: se Shapovalov avesse battuto Alexander Zverev – il suo avversario in semifinale – si sarebbe piazzato al sesto posto. Pur con quella sconfitta, l’ascesa di Shapovalov è una delle più rapide di sempre, rendendolo un giocatore, per il futuro, su cui puntare i riflettori.

Most Surprising Runs in Men’s Open Era

La qualità e profondità del tabellone di un torneo

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 28 luglio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Si sente spesso parlare di qualità – intesa come livello di bravura – e profondità del tabellone (o campo di partecipazione) di un torneo. Eppure, non esistono validi indicatori per analizzare o rappresentare queste due caratteristiche, nonostante la frequenza dei dibattiti in merito provenienti da più fonti. La stagione 2017, però, le ha in qualche modo portate alla ribalta, principalmente per via di una programmazione selettiva del calendario e delle assenze dovute a infortuni di alcuni dei grandi nomi nello sport. 

Oltre a citare la categoria di appartenenza tra quelle in cui è suddiviso il circuito (Slam, Master 100, ATP 500, etc), coloro che disquisiscono sulla qualità del tabellone di un torneo fanno riferimento solitamente alla presenza di una percentuale dei giocatori che secondo la loro definizione rientrano nel gruppo di vertice. Si potrebbe tuttavia trovare un modo meno arbitrario per quantificare la qualità e per gestire la dimensione dei tabelloni, che varia in funzione della tipologia di torneo. 

La qualità di un torneo

Quale potrebbe essere una misura affidabile della qualità di un torneo?

Dopo lunghe riflessioni, ritengo che per trovarne una sia necessario definire alcune proprietà di base. In primo luogo, la qualità dovrebbe riflettere la bravura del singolo giocatore ed essere in grado di misurarla in modo accurato. È un criterio questo che esclude immediatamente i punti validi per la classifica assegnati dal torneo, perché non variano in funzione del livello dei giocatori presenti in tabellone. In secondo luogo, nessun giocatore dovrebbe trovarsi in una posizione di dominio rispetto a un indicatore di qualità, perché in quel caso verrebbe meno lo scopo di calcolare una statistica al riguardo. Terzo – e in maniera simile – la qualità dovrebbe riprendere la natura gerarchica dei tornei, che sono costituiti da turni nei quali il numero dei giocatori differisce secondo esponenti di valore due. In ultimo, la qualità dovrebbe essere espressa da un solo numero, maggiore nel caso di tabelloni più forti e minore per quelli più deboli. 

Una misura della qualità di un torneo che possiede queste caratteristiche è data da una media ponderata del giocatore con la più alta valutazione Elo che ci si attende venga sconfitto a ogni turno. In un tabellone con 128 giocatori, ad esempio, la più alta valutazione Elo per il primo turno si ottiene trovando il valore più alto tra il gruppo di 64 giocatori con Elo inferiore. 

Definendo EloR (con R = 1, 2, 3, etc) la valutazione Elo massima per ogni turno, una formula di calcolo della qualità può essere:

Qualità = 

Si tratta di una media che pondera la valutazione complessiva Elo del gruppo di giocatori di ogni turno (in funzione dei giocatori che ci si attende superino quel turno) per il turno normalizzato, cioè il rapporto tra il numero del turno rispetto alla somma di tutti i turni previsti dal tabellone. In questo modo si assegna maggiore enfasi alle fasi finali del tabellone senza però trascurare i risultati ottenuti dai giocatori che meglio hanno figurato nei turni iniziali. Ad esempio, il vincitore atteso di una prova dello Slam riceve una ponderazione del 22%.

Questa proposta di misurazione della qualità è una funzione delle valutazioni Elo e utilizza la stessa scala, in modo da essere interpretabile come la qualità implicita dei migliori giocatori che vengono sconfitti a ogni turno, con maggiore enfasi sui giocatori che raggiungono le fasi finali del torneo.

IMMAGINE 1 – Qualità dei tornei ATP per la stagione 2017 (fino al Canada Masters)

L’immagine 1 mostra la qualità dei tornei del circuito maschile per la stagione 2017, a partire dalla categoria inferiore (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.). Se da un lato il valore aumenta con l’importanza della categoria, dall’altro misurare la qualità di uno specifico evento permette di evidenziare le differenze tra tornei della stessa categoria. Ad esempio, sebbene gli Slam ottengano i valori più alti – ciascuno sopra i 2220 punti – gli Australian Open 2017 hanno ottenuto 30 punti in più rispetto al Roland Garros e Wimbledon dell’anno in corso. 

Come ci si può aspettare, la variazione in qualità aumenta al diminuire della categoria di appartenenza del singolo torneo. Tra i Master del 2017, Miami ha espresso la qualità inferiore, mentre Indian Wells e tutti i Master sulla terra hanno raggiunto valori in linea con quelli degli Slam.

Tra i tornei 500, la qualità inferiore è stata espressa da Amburgo, rispetto alla più alta raggiunta a Dubai. 

La profondità di un torneo

Una seconda dimensione per un tabellone è la profondità. Se la qualità fornisce un riferimento della bravura complessiva dei migliori tra i partecipanti, la profondità dovrebbe identificare il grado di separazione dei giocatori in termini di bravura.

Per arrivare alla profondità, possiamo utilizzare la valutazione Elo massima per turno, come definita in precedenza, confrontando il valore massimo con il valore minimo. Con una formula matematica:

Profondità = max(EloR) − min(EloR)

Un numero più piccolo indica maggiore profondità, un numero più grande indica un maggiore intervallo di bravura dei giocatori per ogni turno.

IMMAGINE 2 – Confronto tra qualità e profondità dei tornei ATP per la stagione 2017 (fino al Canada Masters)

Se osserviamo il modo in cui qualità e profondità si sono comportate per la stagione 2017, troviamo che la profondità è inferiore nei Master e negli Slam e piuttosto uniformemente distribuita fra tornei, con una variazione, in generale, non superiore ai 100 punti.

Nei 500 e 250 invece la differenza è molto maggiore. Sono queste le categorie con la competizione più intensa e con una profondità che per alcuni tornei non raggiunge i 300 punti, che potrebbe essere motivata da tabelloni con un numero inferiore di giocatori.

Dal punto di vista degli appassionati (giocatori preferiti a parte), i tornei più avvincenti sono quelli con la qualità più alta e la profondità più ridotta. Rispetto a questi parametri, uno dei 500 più interessanti è stato quello di Rotterdam, mentre tra i 250 uno dei più interessanti è stato quello di Brisbane.

Il codice e i dati per quest’analisi sono disponibili qui

Sizing Up Tournament Strength and Depth

Quota periscopio

di settesei.it

200 articoli per quasi 202 mila parole, con una media di 1008,55 parole ad articolo e una mediana di 944.

293 grafici e 71 tabelle.

19 autori di 5 diversi paesi: per il 97% Stati Uniti, poi Antille Olandesi, Austria, India e Italia.

Questi sono i principali traguardi raggiunti nei pochi mesi di attività del blog. Decisamente più ricco di significato è l’ingente quantitativo di informazioni messo a disposizione degli appassionati che desiderano affidarsi al conforto dei numeri per prendere parte – nelle parole dell’Economist, il settimanale inglese fondato nel 1843 – a un’ardua contesa tra l’intelligenza, che spinge in avanti, e una timida immeritevole ignoranza che ostruisce il progredire.

Si è scoperto ad esempio il vero motivo della popolarità del tennis a Basilea e quale sia stato il vantaggio addizionale del suo più noto cittadino, Roger Federer, nella vittoria su Rafael Nadal agli Australian Open 2017.

Si è visto anche come il calendario, almeno quello maschile, trarrebbe beneficio da una radicale riorganizzazione che garantisca migliori condizioni e favorisca la prevenzione di quegli infortuni che stanno pesantemente incidendo sulla stagione in corso.

O come due tra i giocatori più promettenti dovrebbero migliorare rispettivamente il gioco in risposta, Nick Kyrgios, e i risultati sul cemento, Dominic Thiem.

Ancora, che Angelique Kerber sta giocando peggio nei momenti importanti rispetto allo scorso anno e che Jelena Ostapenko è in corsa per diventare la giocatrice del circuito più votata all’attacco.

E, sorprendentemente, che in tutte le partite Slam degli ultimi 17 anni il punteggio in cinque set più frequente è quello in cui il vincitore perde i primi due set per poi aggiudicarsi i tre successivi e che la durata media del quinto set agli US Open è superiore di 6 minuti rispetto alla durata media del quinto set a Wimbledon, nonostante a New York sia previsto il tiebreak all’ultimo set.

Soprattutto, si è fatta luce su alcune (spesso errate) convinzioni di fondo radicate nella saggezza popolare tennistica.

È il caso del tiebreak (circostanza di punteggio da cui il blog prende nome), nel quale influiscono molti più fattori dell’avere a disposizione un ottimo servizio e nel quale i giocatori alla risposta hanno un vantaggio, seppur minimo.

O delle situazioni di gioco nei game, dove c’è poca evidenza all’opinione diffusa che il primo punto rivesta più importanza del suo mero ruolo di iniziatore del punteggio, o che vincere o perdere il settimo game abbia un vantaggio psicologico degno di nota sul resto del set.

C’è un insieme di credenze affrontate e chiarite – va ammesso a volte con riferimenti statistici non immediati – nella serie ‘I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus’ (a cui presto si aggiungeranno gli ultimi tre miti ancora da tradurre).

Infine, c’è una metodologia di valutazione dei risultati dei giocatori derivata dagli scacchi, il sistema Elo, la cui radiografia dello stato di forma espresso da un giocatore in un determinato momento è molto più precisa della classifica ufficiale adottata dai due circuiti.

Questa è solo la superficie – la quota periscopio – di un vasto oceano ancora da esplorare. Sembra che Albert Einstein, certamente più dotato con in mano un arco da violino che una racchetta, abbia detto: “Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa”. Convogliando in lingua italiana l’immenso patrimonio di conoscenza tennistica prodotta nel mondo anglosassone, non si è inventato nulla, ma l’approccio è quello di chi, da sprovveduto, ha creato un format per provare a emergere dal torpore della passività di fruizione del tennis da cui si è circondati.

Con orgoglio quindi, e con un po’ di ironia, settesei.it si autoproclama il più dettagliato archivio italiano di analisi statistiche sul tennis professionistico, nel filone di precursori come TennisMyLife, Luca Brancher e Diego Barbiani che quotidianamente s’impegnano a diffondere spunti e approfondimenti su base numerica meritevoli di lettura e condivisione.

Uno studio sulle partite Slam 2000-2016 attraverso l’analisi del punteggio

Adam Coti // PureFreedom

Pubblicato il 28 luglio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Introduzione

Per più di cento anni, le partite del tabellone di singolare maschile si sono giocate al meglio dei cinque set. Un intenso dibattito sui social media e su altri canali è sorto relativamente ai meriti dell’adozione di un format al meglio dei tre set. Ben Rothenberg del New York Times, tra i maggiori sostenitori della necessità di accorciare le partite, ne ha scritto – ormai cinque anni fa – illustrando la sua posizione. Per una tematica che genera opinioni così appassionate è però raro il riferimento a statistiche concrete. 

Spinto da curiosità personale, ho analizzato il punteggio di tutte le 8253 partite disputate negli Slam nel periodo dal 2000 al 2016, a esclusione dei ritiri prima (walkover) e durante la partita (retirement). Ho poi confrontato i dati in termini di anno, sede del torneo, turno e durata delle partite. Questi sono i risultati più interessanti che ho trovato.

Risultati complessivi

I grafici che seguono si basano su tutte le partite completate negli Slam nel periodo tra il 2000 e il 2016, a esclusione dei ritiri prima e durante la partita (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.). In totale, sono 8253 partite. In tabella, la Prima Settimana comprende i primi tre turni, la Seconda Settimana le partite dagli ottavi di finale in avanti. 

1. Quanti set dura in media una partita?

In media, una partita dura 3.69 set.

IMMAGINE 1 – Ripartizione delle partite completate in funzione del numero di set giocati, 2000-2016

 

Note:

  • Complessivamente, quasi la metà esatta delle partite termina con una vittoria in tre set
  • La quantità di partite che si concludono in tre set diminuisce nella Seconda Settimana, durante la quale si assiste a un numero maggiore di partite in quattro e in cinque set

2. Qual è la ripartizione di queste partite?

La tabella riepiloga le dieci possibili combinazioni di punteggio e la loro frequenza assoluta e relativa.

Note:

  • Il giocatore che vince il primo set vince poi il 78.09% delle partite
  • Il giocatore che vince i primi due set vince poi il 93.86% delle partite
  • Se i primi due set terminano in parità, il vincitore del terzo set vince poi l’80.59% delle partite
  • A parità di condizioni, il vincitore in cinque set di una partita avrebbe perso il 10.59% delle volte se la stessa partita si fosse giocata al meglio dei tre set
  • Il punteggio in quattro set più frequente è quello in cui il vincitore perde il primo set per poi vincere i tre successivi
  • Il punteggio in cinque set più frequente è quello in cui il vincitore perde i primi due set per poi vincere i tre successivi

3. Quanto dura in media una partita?

La durata media di una partita è di 2 ore e 28 minuti.

IMMAGINE 2 – Durata media di una partita per numero di set giocati, 2000-2016

 

Note:

  • La durata media di un set è di 39 minuti e 58 secondi
  • La durata media di una partita aumenta di 12 minuti nella Seconda Settimana rispetto alla Prima Settimana

Risultati per singolo torneo dello Slam

Nelle tabelle che seguono, i risultati relativi al periodo tra il 2000 e il 2016 sono ulteriormente suddivisi per i quattro Slam, nell’ordine in cui si presentano nel calendario.

1. Quanti set dura in media una partita?

IMMAGINE 3 – Suddivisione delle partite completate in funzione del numero di set giocati e per torneo Slam, 2000-2016

 

Note:

  • Wimbledon ha la percentuale più bassa di partite in tre set, il Roland Garros la percentuale più alta
  • Gli US Open hanno la percentuale più alta di partite in quattro set e la percentuale più bassa di partite in cinque set
  • Se si dà credito alla saggezza popolare tennistica in merito alla velocità relativa delle superfici, allora la percentuale di partite che terminano in tre set è correlata alla velocità della superficie

2. Quanto dura in media una partita?

IMMAGINE 4 – Durata media di una partita per torneo Slam, 2000-2016

 

Note:

  • Nonostante gli US Open siano l’unico dei quattro Slam a prevedere il tiebreak all’ultimo set, la durata media del quinto set è superiore di 6 minuti rispetto alla durata media del quinto set a Wimbledon
  • Wimbledon è il torneo con il minor numero di partite che terminano in tre set ma, in media, le partite sono le più rapide

3. Quante volte un giocatore si ritira prima o durante la partita?

Il 4.43% delle partite prevedono un ritiro del giocatore prima o durante la partita.

IMMAGINE 5 – Percentuale di ritiri prima o durante la partita per torneo Slam, 2000-2016

 

Tendenze significative

Le seguenti tabelle mostrano la variazione dei risultati nel tempo. Ho utilizzato una media mobile di tre anni per livellare le fluttuazioni di breve periodo e mettere in evidenza eventuali tendenze di lungo periodo.

1. Quanti set dura in media una partita?

IMMAGINE 6 – Suddivisione per numero di set giocati con media mobile di tre anni, 2000-2016

IMMAGINE 7 – Numero medio di set giocati per partita con media mobile di tre anni, 2000-2016

2. Quanto dura in media una partita?

IMMAGINE 8 – Durata media di una partita con media mobile di tre anni, 2000-2016



Note:

  • Nel tempo, la percentuale delle partite in tre set è aumentata, in corrispondenza di una diminuzione della percentuale delle partite in quattro set quasi dello stesso valore
  • Pur in presenza di una leggera diminuzione del numero medio di set giocati per partita, è cresciuta la durata delle partite

Riconoscimenti

La fonte della maggior parte dei dati grezzi utilizzati nell’analisi è il database dei risultati delle partite del circuito maschile compilato e messo a disposizione da Jeff Sackmann. In caso di dati mancanti, ho fatto riferimento al sito ufficiale dell’ATP. Chi volesse approfondire, può scaricare il file con i dati grezzi che ho raccolto.

An Analysis of Scorelines at Tennis Majors from 2000-2016

Le storie che il semplice punteggio dei set non svela

di Charles Allen // TennisVisuals

Pubblicato il 12 febbraio 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

In un recente articolo, ho affermato che un set che termina con il punteggio di 6-0 può in realtà durare più a lungo di uno che termina 6-4, se si giocano più punti e se gli scambi sono fatti da più colpi. È facile intuirlo: un set per 6-0 con ogni game che raggiunge la parità ha un minimo di 48 punti, mentre un set per 6-4 con tutti i game a zero è fatto da 40 punti. Prima di approfondire il tema grazie ai dati messi a disposizione dal Match Charting Project per – al momento – più di 1800 partite punto per punto di tennis professionistico (al momento della traduzione le partite sono 3260, n.d.t.), vediamo brevemente un caso ipotetico.

IMMAGINE 1 – Rappresentazione ad albero Game Trees: a sinistra, il game a zero, a destra alcuni dei vari percorsi per la parità

Alcuni set sono più equilibrati di quanto si pensi

Nell’immagine 1, la rappresentazione ad albero Game Trees è usata per mostrare la progressione dei punti di un game. In un game a zero, ci sono solo due percorsi da 4 punti (tutti i punti del game vinti dal giocatore al servizio o, alternativamente, dal giocatore alla risposta). A prescindere dal percorso, nei game che arrivano alla parità ci saranno sempre almeno 8 punti.

L’immagine 2 mostra un raffronto visivo tra un set ipotetico che finisce 6-4 con tutti game a zero per un totale di 40 punti, e un set ipotetico che finisce 6-0 con tutti i game che raggiungono la parità per un totale di 48 punti. Il Game Tree sulla sinistra è una rappresentazione della progressione dei punti per ciascun set.

IMMAGINE 2 – Ipotetica progressione di punteggio con 40 punti per set (Bialik) e 48 punti per set (Sackmann)

Non tutti i game di un set che termina 6-0 devono necessariamente arrivare alla parità per superare l’ipotetico set per 6-4 con solo 40 punti. Nell’immagine 3, la rappresentazione a pesce Game Fish mostra un game tra Serena Williams (celle di colore viola) e Victoria Azarenka (celle di colore blu) nel torneo di Cincinnati 2013, con 12 parità e 29 punti complessivamente giocati (il pallino rappresenta la tipologia di colpo con cui si è concluso il punto, verde in caso di vincente, rosso in caso di errore forzato o non forzato).

IMMAGINE 3 – Rappresentazione a pesce Game Fish per un game tra S. Williams e Azarenka a Cincinnati 2013

Con un game come questo in un set da 6-0, servono solamente altri 11 punti (cioè meno di tre game) per superare l’ipotetico numero minimo di punti di un set che finisce 6-4, che sono poco più della metà dei 20 punti che verranno effettivamente giocati per arrivare a 40.

Sto ragionando a favore di un caso ipotetico in cui vi è una differenza di 8 punti: quanto è realistica questa differenza? L’immagine 4 mostra l’intervallo di punti giocati per set in ciascuno dei 4783 set al momento presenti nel campione di partite del Match Charting Project.

IMMAGINE 4 – Intervallo di punti giocati per set del campione analizzato

Si nota immediatamente dall’estensione dei rettangoli che il set più lungo terminato 6-0 ha più punti totali del set più corto terminato 6-4. L’immagine 5 mostra un raffronto visivo tra le caratteristiche di alcuni di questi set. Il set più corto del campione con il punteggio di 6-0 è di 28 punti, con una media di circa 4.7 punti per game, mentre il più lungo è di 55 punti, con una media di 9.5 punti per game. Il set più corto del campione con il punteggio di 6-4 è di 45 punti, con una media di circa 4.5 per game, mentre il più lungo è di 98 punti, con una media di 9.8 punti per game.

IMMAGINE 5 – Rappresentazione impilata della lunghezza dei set in termini di punti rispetto al punteggio finale

Vale la pena considerare come indicatore anche i punti per game. La tabella mostra che se da un lato i set con il punteggio di 6-0 hanno in media il massimo più basso di punti per game, dall’altro certamente non si può dire del minimo, che invece spetta ai set che terminano per 6-1.

Per i set che terminano per 6-1, spicca rispetto agli altri anche il valore del numero massimo medio di punti per game. Se si osserva nuovamente il grafico dell’immagine 4, si nota come i set con il punteggio di 6-1 possono durare tranquillamente quanto i set che terminano per 7-5 ed entrare anche nell’intervallo di lunghezza di quelli che terminano al tiebreak.

In questa prima analisi dei dati forniti dal Match Charting Project, ho perso in considerazione solamente i punti. Nella prossima, affronterò anche la lunghezza degli scambi (una peculiarità delle partite contenute nel database) per vedere se possono aggiungere preziosi dettagli alle storie che il semplice punteggio dei set non svela.

Set Scores: Stories Untold

Il Federer del 2017 è molto diverso dal Federer del 2015?

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 28 luglio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Con un solo Slam rimasto da giocare nel 2017, è ormai evidente che una delle storie più clamorose della stagione è stata la rinascita di Roger Federer e Rafael Nadal e del loro predominio.

Per Federer si tratta di un anno eccezionale, con la vittoria di tutti gli Slam e i tornei Master a cui ha partecipato. L’ultima volta che ha avuto un record così netto alla conclusione di Wimbledon risale al 2004 e al 2005, cioè ad oggi i due anni più straordinari nella sua carriera.

Non sorprende quindi che i risultati del 2017 abbiano spinto molti a riservare a Federer gli stessi termini di elogio solitamente utilizzati per l’annata eccezionale di un vino pregiato. Molti altri continuano a ricercare le ragioni di come il suo gioco – già invidiabile – sembri aver ricevuto nuova linfa.

Si è tentati di motivare il successo di Federer nel 2017 attribuendone gran parte del merito a un calendario programmato a tavolino e alla serenità imperturbabile con cui scende in campo. Questo però vorrebbe dire ignorare un aspetto chiave del bilancio di partite vinte e perse da ogni giocatore, vale a dire il livello di qualità della competizione affrontata.

I risultati di Federer quest’anno sono effetto di un’opera di perfezionamento o arrivano invece dall’aver mantenuto lo stesso livello di gioco quando gli altri giocatori di vertice sono spesso crollati e nessuno dei talenti emergenti è riuscito a porsi in condizioni di sfidare la vecchia guardia?

Cercando di trovare una risposta, sono ritornata con la mente al 2015, anno in cui Federer aveva raggiunto facilmente sia la finale di Wimbledon che quella degli US Open, e sembrava destinato finalmente a riconquistare uno Slam, solo per poi scontrarsi con la dura realtà imposta da Novak Djokovic. Allora non lo si sapeva, ma nel 2015 Djokovic stava mettendo insieme un’impressionante striscia di vittorie che lo avrebbero portato poi nel 2016 a raggiungere la valutazione Elo di tutte le superfici più alta di sempre nel tennis maschile, pari a +2543.

Se la differenza nella forma di Federer tra il 2015 e il 2017 è oggetto di dibattito, non ci sono dubbi che il Djokovic del 2017 sia la controfigura sbiadita del Djokovic del 2015. Una volta appurato questo, inevitabilmente ci si chiede quanto il successo di Federer nel 2017 dipenda dal crollo dello stato di forma di Djokovic.

In altre parole, ha dovuto Federer nel 2017 affrontare un avversario tra quelli con cui ha giocato forte tanto quanto lo era Djokovic nel 2015?

IMMAGINE 1 – Risultati di Federer negli Slam e nei Master del 2015 e 2017 alla conclusione di Wimbledon

Il grafico dell’immagine 1 prova a rispondere alla domanda mettendo a confronto le valutazioni Elo al momento della partita degli avversari di Federer nel 2017 e nel 2015, per tutte le partite completate nei Master e negli Slam alla conclusione di Wimbledon (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.). La linea orizzontale arancione rappresenta il livello dell’avversario più forte nel 2015 – secondo il sistema Elo – in questo caso Nadal. Si nota come la linea sia ben al di sotto del livello di Djokovic quando ha sconfitto Federer nel 2015 nei Masters di Indian Wells e Roma e poi nella finale di Wimbledon (i pallini blu).

Interessante anche come il massimo livello di qualità degli avversari di Federer nel 2017 sia leggermente inferiore al livello a cui stava giocando Andy Murray quando Federer lo ha battuto nella semifinale di Wimbledon 2015.
Per contro, Federer ha perso nel 2015 da avversari il cui livello qualitativo era paragonabile a quello di giocatori che ha sconfitto nel 2017. Tuttavia, tre di queste quattro sconfitte sono arrivate durante la stagione sulla terra battuta, che nel 2017 Federer ha interamente saltato, forse anche memore delle dinamiche del 2015. La sconfitta agli Australian Open 2015 da Andreas Seppi si pone quindi un po’ come un’occorrenza fuori dalla norma.

Credo si possa affermare con decisione che Federer non abbia radicalmente re-inventato il suo gioco nel 2017, come inducono a pensare le parole di alcuni commentatori. Invece, è riuscito a mantenere il livello espresso nel 2015 – già di per sé un risultato incredibile – mentre altri (e più giovani) giocatori di vertice non hanno manifestato la stessa solidità di prestazioni, partita dopo partita.

Is 2017 Federer that Different than 2015 Federer?