I migliori nelle partite al meglio dei cinque set

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 16 gennaio 2014 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il format al meglio dei cinque set adottato dai tornei dello Slam per il singolare maschile favorisce i giocatori con resistenza fisica e mentale. Conferisce anche un vantaggio ai più forti, perché riduce il numero di occasioni in cui l’esito è governato dal caso.

I risultati relativi alle partite al meglio dei cinque set però non sono sempre la guida più utile. Un giocatore che si trova spesso nei turni finali di uno Slam affronta avversari difficili più frequentemente di quanto gli capiterebbe in un ATP 250 o 500. Dovremmo quindi attenderci che molti giocatori abbiano un record peggiore nelle partite sulla lunga distanza, non perché ci sia una tendenza specifica in merito, ma per tabelloni costantemente molto impegnativi.

Se tenessimo conto di queste variabili – la bravura dell’avversario e una vantaggio strutturale dei favoriti nel format al meglio dei cinque set – chi sarebbe il giocatore più forte? Quali giocatori supererebbero maggiormente le aspettative nei tornei dello Slam?

Prima di restringere la ricerca ai giocatori dal curriculum più consolidato, iniziamo con alcuni nomi inusuali:

  • tra i giocatori con cento partite nel circuito maggiore, quello che negli Slam ha superato di più le attese è Bernard Tomic. Di 35 partite Slam giocate, ne ha vinte venti nonostante una classifica che suggeriva ne avrebbe vinte solo undici, l’82% in più. Nei tornei non Slam, Tomic ha giocato a un livello in linea con la sua classifica. Per quanto modesto sia il suo record, nessun giocatore tra quelli in attività si avvicina a questo divario percentuale;
  • se si sale a duecento partite in carriera, troviamo…Daniel Istomin. Il suo record di 21-21 negli Slam non sembra destare particolare impressione fino a che non si considera che non è mai stato testa di serie. La sua classifica lascia intendere che avrebbe dovuto vincere solo sedici partite;
  • la parata di giocatori sfavoriti continua anche arrivando alle trecento partite in carriera. Victor Hanescu ha fatto meglio delle attese nelle partite al meglio dei cinque set di un solido 20%, con un record di 28-32 a fronte di una classifica nelle retrovie che prevedeva vincesse solo ventitré partite.

Occupiamoci ora dei nomi che contano. Avevo intenzione di considerare in questa ricerca solo i giocatori attivi, ma se si torna indietro abbastanza da ricomprendere la carriera di giocatori come Radek Stepanek e Tommy Haas, si finisce per far rientrare anche molte ex stelle del circuito. E, in questo caso, è Marat Safin a emergere.

Il record di Safin negli Slam è stato di 95-41, eccellente secondo tutti gli standard. La sua percentuale di vittorie del 70% è stata di circa il 14% più alta di quanto la combinazione della classifica e della bravura degli avversari stimasse. Se negli Slam ha ecceduto le attese, negli altri tornei ha fatto peggio, vincendo quasi il 10% in meno delle partite al meglio dei tre set rispetto a quanto pronosticato nel corso della sua carriera.

Nessuno degli attuali primi 10 possiede un divario così accentuato tra rendimento in partite al meglio dei cinque set e dei tre set come Safin, ma è Jo Wilfried Tsonga ad andarci più vicino. La tabella riporta il record di ogni giocatore negli Slam raffrontato poi con il numero di vittorie attese, e gli stessi due numeri per i tornei non Slam (ho escluso la Coppa Davis). La colonna “RapAtt” indica di quanto la prestazione nelle partite al meglio dei cinque sia stata migliore di quella nelle partite al meglio dei tre set, vale a dire il rapporto con cui un giocatore ha superato le attese negli Slam in confronto agli altri tornei.

Giocatore   Md5 V%   Md5 Att   Md3 V%   Md3 Att   RapAtt  
Tsonga      76.6%    1.17      66.6%    0.98      1.19  
Berdych     69.3%    1.06      63.1%    0.95      1.12  
Wawrinka    67.0%    1.17      58.6%    1.08      1.08  
Djokovic    85.3%    1.06      79.2%    0.99      1.07  
Nadal       88.3%    1.07      82.1%    1.01      1.06  
Murray      79.6%    1.05      73.7%    1.03      1.02  
Federer     84.4%    1.01      79.2%    1.00      1.01  
Ferrer      70.6%    0.95      65.6%    0.96      0.99  
Gasquet     64.0%    1.04      63.5%    1.09      0.95  
Del Potro   72.9%    1.13      72.5%    1.24      0.91

È inevitabile che i Fantastici Quattro riempiano le posizioni di metà classifica. Quando si producono risultati così importanti per tutto il tempo in cui loro sono riusciti a farlo, più di tanto non si riesce a superare le attese. Del gruppo, il più impressionante è Rafael Nadal, che ha fatto meglio negli Slam dei tornei non Slam nonostante la sua accentuata preferenza per la terra battuta. Molti dei giocatori navigati che ottengono i piazzamenti peggiori secondo questa statistica sono specialisti della terra, come Filippo Volandri e Potito Starace, per i quali è virtualmente garantita l’eliminazione al primo turno in tre dei quattro Slam annuali.

Se la presenza di Juan Martin Del Potro in fondo all’elenco sembra essere particolarmente tempestiva dopo la sconfitta, la scorsa notte, al secondo turno degli Australian Open 2014, potrebbe in realtà dipendere dalla casualità statistica su cui pesa la lunga assenza e l’altrettanto lungo rientro nel 2010 e nel 2011. La sua classifica è stata per molto tempo inferiore al livello previsto dal talento, che spiega come sia riuscito a superare le attese sia negli Slam (+13%) che nei tornei non Slam (+24%). La sconfitta a opera di Roberto Bautista Agut non favorirà i suoi numeri, ma serviranno probabilmente ancora molti Slam prima di poter avere maggiore certezza del rendimento di Del Potro nelle partite al meglio dei cinque set.

Quando Tsonga e Roger Federer hanno giocato contro nel quarto di finale degli Australian Open 2013, Federer è sopravvissuto vincendo in cinque set. Se si affronteranno anche quest’anno, come ci si aspetta, questi numeri forniscono una ragione del perché Federer potrebbe non essere di nuovo così fortunato (Federer ha in realtà vinto il quarto di finale contro Tsonga, nuovamente in cinque set, perdendo però poi sempre ai quarti di finale al Roland Garros 2013 in tre set, n.d.t.).

Better at Best-of-Five

Il vantaggio dei cinque set

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 30 agosto 2012 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nonostante abbia perso i primi due set, il super favorito Jako Tipsarevic ha vinto il primo turno degli US Open 2012 contro Guillaume Rufin. Se Rufin avesse vinto i primi due set contro Tipsarevic al Master di Cincinnati o Monte Carlo, o in qualsiasi altro torneo del circuito che non siano gli Slam, avrebbe ottenuto la sua prima vittoria contro un giocatore dei primi 10.

Anche altre teste di serie hanno dovuto affrontare una situazione simile. Se gli US Open fossero al meglio dei tre set, Milos Raonic, Marin Cilic, Gilles Simon e Alexandr Dolgopolov sarebbero usciti dal torneo. Solo due teste di serie, Juan Monaco e Tommy Haas, si sono trovati di fronte a un andamento opposto: entrambi avanti due set a zero, hanno poi perso i tre successivi.

Semplicemente, il format al meglio dei cinque set da un vantaggio ai giocatori favoriti.

In tutti i primi turni degli Slam dal 1991, le teste di serie hanno recuperato dallo 0-2 o dall’1-2 contro giocatori fuori dalle teste di serie 125 volte, mentre hanno sprecato un vantaggio di 2-0 o di 2-1 solo 71 volte. Anche solo esaminando quelle trentadue partite, si tratta di quasi una vittoria a sorpresa evitata per Slam. Il tabellone degli US Open 2012 avrebbe decisamente un altro aspetto ora se giocatori come Tipsarevic, Raonic, Cilic, Simon e Dolgopolov fossero usciti al primo turno, pur avendo Haas e Monaco al secondo turno.

La teoria dei set

Sono numeri che non dovrebbero sorprenderci, considerando che il format al meglio dei cinque set dovrebbe consentire al giocatore migliore di emergere con più facilità. C’è un motivo per cui le World Series di baseball sono al meglio delle sette partite invece che su una finale singola, e che l’ultimo set delle partite di singolare non è un super-tiebreak. La differenza tra il format al meglio dei tre e al meglio dei cinque set non è così immediata – la resistenza fisica e la tenuta mentale sicuramente hanno un ruolo importante – ma, da un punto di vista puramente matematico, dovrebbero esserci meno risultati a sorpresa nelle partite al meglio dei cinque.

Prendiamo il caso di Raonic. Il mio algoritmo (che non distingue tra partite al meglio dei tre e al meglio dei cinque set, e me ne vergogno!) assegnava a Raonic il 70% di probabilità di battere il suo avversario Santiago Giraldo. Se il 70% è la probabilità di vittoria in una partita al meglio dei tre set e i set sono indipendenti (ne spiego a breve), è un numero che si traduce nel 63.7% di probabilità di vincere qualsiasi set. Una probabilità del 63.7% di vittoria di qualsiasi set diventa una probabilità del 74.4% di vincere una partita al meglio dei cinque set.

Un aumento di quattro o cinque punti percentuali non cambia radicalmente la complessità di un torneo, ma fa la differenza. I miei calcoli iniziali davano un’attesa di venti o ventuno vittorie a sorpresa al primo turno. Aggiustando la probabilità nel modo descritto per Raonic, il numero probabile di vittorie a sorpresa scende a diciotto.

La conseguenza più significativa in questo caso è l’effetto generato sulla probabilità per i giocatori di vertice di arrivare agli ultimi turni. All’inizio del torneo mi è stata mossa una critica per la bassa probabilità, apparentemente contro ragione, con cui avevo pronosticato che Roger Federer e Novak Djokovic raggiungessero la semifinale. Ovviamente, se uno dei super favoriti riceve una spinta – in termini di probabilità – a ogni turno, come quella assegnata dal format al meglio dei cinque set, l’effetto cumulato è sostanziale. Per le prime teste di serie, può arrivare a dimezzare la probabilità di perdere contro un avversario dalla classifica molto più bassa.

Modificare la percentuale con cui Federer è pronosticato in semifinale per riflettere il vantaggio teorico fornito dal format al meglio dei cinque set significa farla salire dal 52.5% al 65%. Per Djokovic la situazione è pressoché identica.

Esiti condizionali

Tutto quello che ho detto sembra piuttosto intuitivo, ma c’è un monito. Ho fatto riferimento all’ipotesi che i set siano tra loro indipendenti, vale a dire che un giocatore abbia la stessa probabilità di vincere uno specifico set a prescindere dall’esito del set precedente. Non esiste cioè un effetto “postumi da sbornia” di quanto accaduto prima.

Anche i professionisti non sono dei robot, quindi è probabile che sia un’ipotesi non completamente valida. Ci sono volte in cui la frustrazione sul proprio rendimento, il contesto o le chiamate arbitrali possono incidere su un giocatore da un set all’altro, dando di fatto un vantaggio all’avversario. E forse ancora più importante, in alcune circostanze il risultato di un set rivela che già le attese pre-partita erano errate. Se David Nalbandian avesse giocato questa settimana invece di essere costretto al ritiro, non c’è numero di set a rivelare se avrebbe potuto essere il giocatore migliore, visto che la sua forma fisica gli avrebbe impedito di giocare al suo livello usuale.

Un altro monito correlato è che superata a una certa durata, l’esito di una partita non è più dipendente da capacità analoghe. Quando Michael Russell ha giocato contro Yuichi Sugita nelle qualificazioni di Wimbledon, la loro prestazione è sembrata identica per quattro set. Nel quinto, la resistenza fisica di Russell ha comportato un vantaggio inesistente per le prime due ore di gioco. In questo caso, la stima della probabilità con cui Russell può vincere un set contro Sugita potrebbe essere indipendente dal risultato di precedenti partite, ma non è la stessa per ogni set.

A parte queste peculiarità, ci sono pochi dubbi che i giocatori favoriti abbiano più probabilità di vincere le partite al meglio dei cinque set rispetto a quelle al meglio dei tre. Che poi vogliate rimanere davanti al televisore per tutta la partita…è decisamente un’altra storia.

The Five-Set Advantage

Uno studio sulle partite Slam 2000-2016 attraverso l’analisi del punteggio

Adam Coti // PureFreedom

Pubblicato il 28 luglio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Introduzione

Per più di cento anni, le partite del tabellone di singolare maschile si sono giocate al meglio dei cinque set. Un intenso dibattito sui social media e su altri canali è sorto relativamente ai meriti dell’adozione di un format al meglio dei tre set. Ben Rothenberg del New York Times, tra i maggiori sostenitori della necessità di accorciare le partite, ne ha scritto – ormai cinque anni fa – illustrando la sua posizione. Per una tematica che genera opinioni così appassionate è però raro il riferimento a statistiche concrete. 

Spinto da curiosità personale, ho analizzato il punteggio di tutte le 8253 partite disputate negli Slam nel periodo dal 2000 al 2016, a esclusione dei ritiri prima (walkover) e durante la partita (retirement). Ho poi confrontato i dati in termini di anno, sede del torneo, turno e durata delle partite. Questi sono i risultati più interessanti che ho trovato.

Risultati complessivi

I grafici che seguono si basano su tutte le partite completate negli Slam nel periodo tra il 2000 e il 2016, a esclusione dei ritiri prima e durante la partita (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.). In totale, sono 8253 partite. In tabella, la Prima Settimana comprende i primi tre turni, la Seconda Settimana le partite dagli ottavi di finale in avanti. 

1. Quanti set dura in media una partita?

In media, una partita dura 3.69 set.

IMMAGINE 1 – Ripartizione delle partite completate in funzione del numero di set giocati, 2000-2016

 

Note:

  • Complessivamente, quasi la metà esatta delle partite termina con una vittoria in tre set
  • La quantità di partite che si concludono in tre set diminuisce nella Seconda Settimana, durante la quale si assiste a un numero maggiore di partite in quattro e in cinque set

2. Qual è la ripartizione di queste partite?

La tabella riepiloga le dieci possibili combinazioni di punteggio e la loro frequenza assoluta e relativa.

Note:

  • Il giocatore che vince il primo set vince poi il 78.09% delle partite
  • Il giocatore che vince i primi due set vince poi il 93.86% delle partite
  • Se i primi due set terminano in parità, il vincitore del terzo set vince poi l’80.59% delle partite
  • A parità di condizioni, il vincitore in cinque set di una partita avrebbe perso il 10.59% delle volte se la stessa partita si fosse giocata al meglio dei tre set
  • Il punteggio in quattro set più frequente è quello in cui il vincitore perde il primo set per poi vincere i tre successivi
  • Il punteggio in cinque set più frequente è quello in cui il vincitore perde i primi due set per poi vincere i tre successivi

3. Quanto dura in media una partita?

La durata media di una partita è di 2 ore e 28 minuti.

IMMAGINE 2 – Durata media di una partita per numero di set giocati, 2000-2016

 

Note:

  • La durata media di un set è di 39 minuti e 58 secondi
  • La durata media di una partita aumenta di 12 minuti nella Seconda Settimana rispetto alla Prima Settimana

Risultati per singolo torneo dello Slam

Nelle tabelle che seguono, i risultati relativi al periodo tra il 2000 e il 2016 sono ulteriormente suddivisi per i quattro Slam, nell’ordine in cui si presentano nel calendario.

1. Quanti set dura in media una partita?

IMMAGINE 3 – Suddivisione delle partite completate in funzione del numero di set giocati e per torneo Slam, 2000-2016

 

Note:

  • Wimbledon ha la percentuale più bassa di partite in tre set, il Roland Garros la percentuale più alta
  • Gli US Open hanno la percentuale più alta di partite in quattro set e la percentuale più bassa di partite in cinque set
  • Se si dà credito alla saggezza popolare tennistica in merito alla velocità relativa delle superfici, allora la percentuale di partite che terminano in tre set è correlata alla velocità della superficie

2. Quanto dura in media una partita?

IMMAGINE 4 – Durata media di una partita per torneo Slam, 2000-2016

 

Note:

  • Nonostante gli US Open siano l’unico dei quattro Slam a prevedere il tiebreak all’ultimo set, la durata media del quinto set è superiore di 6 minuti rispetto alla durata media del quinto set a Wimbledon
  • Wimbledon è il torneo con il minor numero di partite che terminano in tre set ma, in media, le partite sono le più rapide

3. Quante volte un giocatore si ritira prima o durante la partita?

Il 4.43% delle partite prevedono un ritiro del giocatore prima o durante la partita.

IMMAGINE 5 – Percentuale di ritiri prima o durante la partita per torneo Slam, 2000-2016

 

Tendenze significative

Le seguenti tabelle mostrano la variazione dei risultati nel tempo. Ho utilizzato una media mobile di tre anni per livellare le fluttuazioni di breve periodo e mettere in evidenza eventuali tendenze di lungo periodo.

1. Quanti set dura in media una partita?

IMMAGINE 6 – Suddivisione per numero di set giocati con media mobile di tre anni, 2000-2016

IMMAGINE 7 – Numero medio di set giocati per partita con media mobile di tre anni, 2000-2016

2. Quanto dura in media una partita?

IMMAGINE 8 – Durata media di una partita con media mobile di tre anni, 2000-2016



Note:

  • Nel tempo, la percentuale delle partite in tre set è aumentata, in corrispondenza di una diminuzione della percentuale delle partite in quattro set quasi dello stesso valore
  • Pur in presenza di una leggera diminuzione del numero medio di set giocati per partita, è cresciuta la durata delle partite

Riconoscimenti

La fonte della maggior parte dei dati grezzi utilizzati nell’analisi è il database dei risultati delle partite del circuito maschile compilato e messo a disposizione da Jeff Sackmann. In caso di dati mancanti, ho fatto riferimento al sito ufficiale dell’ATP. Chi volesse approfondire, può scaricare il file con i dati grezzi che ho raccolto.

An Analysis of Scorelines at Tennis Majors from 2000-2016

I postumi di una maratona al quinto set

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 9 agosto 2012 – Traduzione di Edoardo Salvati

Si parla di nuovo delle partite maratona. Non ci dimenticheremo facilmente della vittoria per 19-17 al terzo set di Roger Federer contro Juan Martin Del Potro nella semifinale di Londra 2012…ma anche dell’opaca prestazione di Federer nella partita successiva.

L’inusuale format adottato per il torneo olimpico – al meglio dei tre set senza tiebreak nel set decisivo – ha fatto emergere alcune problematiche. Un format al meglio dei tre set dovrebbe essere sufficiente per un torneo dello Slam? Certamente ha regalato diversi momenti di suspense durante le Olimpiadi. È arrivato finalmente il momento di porre fine alla follia del set decisivo senza tiebreak? Per qualche momento di eccitazione occasionale, dobbiamo davvero sorbirci altri game di servizio nelle partite di John Isner?

Peter Bodo argomenta a favore di un mondo senza partite maratona, sostenendo che la ragione per preferire il tiebreak anche nell’ultimo set non è quella ovvia relativa alla durata che verrebbe immediatamente indicata da qualsiasi produttore televisivo, ma il fatto che, quando una partita si protrae come nel caso di Federer e Del Potro o anche in quello del secondo turno tra Jo Wilfried Tsonga e Milos Raonic (vinto da Tsonga per 25-23 al terzo set), lo sforzo eroico del vincitore è quasi sempre ricompensato da una veloce sconfitta nella partita successiva.

Bodo porta aneddoti a sostegno della sua tesi. Ma chi è interessato agli aneddoti quando è possibile sottoporre l’ipotesi al vaglio dei numeri?

Come vedremo, le partite maratona al quinto set generano delle conseguenze rilevanti sul vincitore. Anche l’alternativa però, cioè il tiebreak al quinto set (come agli US Open), produce conseguenze simili.

Dall’inizio del 2001, ci sono state 146 maratone Slam al quinto set, partite nelle quali il punteggio del set decisivo ha raggiunto il 6-6. Il record dei 146 vincitori nelle partite successive è disastroso: 43 vittorie e 103 sconfitte, cioè il 29.5%. In realtà, è anche peggio di così, perché in quattro occasioni due maratoneti hanno poi giocato uno contro l’altro. Quindi quattro delle 43 vittorie erano inevitabili.

La storia non finisce qui però. Per dimostrare che le maratone al quinto set hanno davvero un effetto negativo rilevante sui vincitori, dobbiamo prima determinare che: (1) i vincitori di quelle partite avevano comunque una probabilità più o meno buona di battere il loro avversario successivo e (2) che se avessero giocato un tiebreak al quinto set, le loro possibilità di vittoria sarebbero state migliori.

Giocatori sfavoriti dopo una partita maratona

La prima problematica è un po’ ambigua. Se un giocatore deve ricorre al quinto set per vincere nei primi turni, difficilmente è una presenza dominante in tabellone. Prendiamo ad esempio il caso estremo di Yen Hsun Lu che ha battuto Andy Roddick 9-7 al quinto set per poi giocare contro Novak Djokovic nei quarti di finale di Wimbledon 2010. Lu era certamente stanco, ma quale sarebbe stata la probabilità di una vittoria a sorpresa anche avendo battuto Roddick in tre set? I giocatori di vertice raramente hanno bisogno di cinque ore per eliminare un avversario di primo turno.

Per quantificare la probabilità, mi rivolgo alla facoltà predittiva del mio sistema di classifica Jrank. Utilizzando queste valutazioni del livello di bravura di ciascun giocatore al momento della partita, è possibile stimare la probabilità effettiva dei 146 giocatori maratoneti. I maratoneti sarebbero comunque stati sfavoriti nella partita successiva. In media, ciacuno aveva il 43.3% di probabilità di vittoria, vale a dire che delle 146 partite avrebbero dovuto vincerne 63. Anche tenendo in considerazione il loro status di sfavoriti, sembra che abbiano sofferto dall’aver giocato una maratona, perché hanno vinto solo 43 di quelle partite, a malapena due terzi del numero di partite che avrebbero “dovuto” vincere.

Le ‘quasi ma non del tutto’ maratone

Abbiamo trovato che al raggiungimento del territorio inesplorato che si apre oltre il 6-6 al quinto set, la probabilità di vittoria di un giocatore per la partita successiva diminuisce considerevolmente. Senza dubbio però la fatica non è arrivata nell’esatto momento in cui il giudice di sedia ha chiamato il punteggio di 6-6. Anche nel caso di un quinto set dominato lasciando zero game all’avversario, il solo fatto di giocare cinque set di tennis con i ritmi dei professionisti è uno sforzo estenuante che potrebbe avere conseguenze sul rendimento di un giocatore anche uno o due giorni dopo.

Le partite più significative per un raffronto sono quelle degli US Open terminate al tiebreak del quinto set: dal 2001, ne sono state giocate 40. Nelle partite successive, i vincitori delle quasi ma non del tutto maratone hanno fatto segnare un record davvero insignificante di 11 vittorie e 29 sconfitte (27.5%), addirittura più basso dei maratoneti!

Rispetto alle attese però hanno fatto leggermente meglio. In media, quei giocatori avevano una probabilità del 38% di vincere le loro successive partite, vale a dire che ci saremmo aspettati che vincessero circa 15 delle 40 partite considerate. In termini dei pronostici che avremmo fatto all’epoca, i vincitori di questo ridotto campione di partite al tiebreak del quinto set sono andati appena meglio dei maratoneti.

Per un campione più significativo, possiamo considerare le partite di poco più corte – ma comunque sempre epiche – terminate 7-5 al quinto set. A partire dal 2001, ce ne sono state 95 e i vincitori hanno poi vinto la partita successiva 49 volte, cioè il 51.5%! E questo nonostante fossero considerati, complessivamente, degli sfavoriti, giocatori da cui ci si attendeva vincessero solo il 48%, o 46, di quelle partite.

E ora?

Visto il rendimento successivo così diverso dei vincitori delle partite finite 7-5 al quinto, c’è la tentazione di capirne il motivo. La mia ipotesi migliore: se un giocatore riesce a fare un break prima che il set arrivi sul punteggio di 6-6, allora è relativamente ancora fresco, fisicamente e mentalmente. Il tipo di giocatore in grado di fare un break sul 5-5 o sul 6-5 è anche quello che rientra in campo uno o due giorni dopo e resiste nuovamente a tre o quattro set molto combattuti.

Invece, le partite che arrivano sul 6-6, che finiscano o non finiscano poi con un tiebreak, sono solitamente una guerra di nervi. Pensiamo a Isner contro Nicolas Mahut a Wimbledon 2010: all’aumentare della durata della partita, diminuiva la probabilità che uno dei due giocatori riuscisse a mettere in difficoltà il servizio dell’avversario. Quel tipo di tennis era già in corso prima di arrivare al 6-6 del quinto set: se uno dei due giocatori avesse vinto 7-4 all’eventuale tiebreak, non avremmo tratto particolari indicazioni sul suo livello di preparazione fisica o di forza mentale per la partita successiva, ma semplicemente che a un certo punto subentra un po’ di fortuna per uno o due punti.

Sulla base di un campione limitato di dati, si può dire che non ci sia molta differenza tra i postumi di una maratona al quinto set e di una partita che termina al tiebreak del quinto set. I maratoneti non sarebbero comunque risultati favoriti per le partite successive in entrambi i casi, con l’affaticamento che diventa un ulteriore elemento negativo. Introdurre il tiebreak al quinto set anche negli altri Slam avrebbe un effetto marginale sui risultati futuri: renderebbe solo quelle partite lievemente più dipendenti da un rimbalzo fortunato.

The Hangover Effect of a Marathon Fifth Set

Gli effetti di una partita maratona al terzo set

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 30 maggio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Ci sono già state due partite del tabellone singolare femminile andate oltre il punteggio di 6-6 nel terzo set nell’edizione 2017 del Roland Garros. Nel primo turno di domenica 28 Madison Brengle ha eliminato Julia Goerges 13-11 nel set decisivo, e in quello di lunedì 29 Kristina Mladenovic ha battuto Jennifer Brady 9-7 al terzo set. Le maratone di tre set non producono lo stesso livello di adrenalina dell’equivalente versione maschile al quinto set, ma richiedono in ogni caso alle giocatrici di andare oltre la durata tradizionale di una partita nei tornei non Slam.

I destini della giocatrice che rimane in tabellone sono influenzati da una maratona al terzo set?

Nel 2012 ho pubblicato un’analisi che dimostrava come i giocatori che vincono le maratone al quinto set (vale a dire quelle partite con un punteggio di almeno 8-6 nel set decisivo) vincono poi meno del 30% delle partite successive, una frequenza ben inferiore alle attese, anche tenendo in considerazione il livello di bravura dei successivi avversari. Può sembrare che partite in tre set molto lunghe non abbiano lo stesso effetto, specialmente considerando che molte giocatrici sarebbero disponibili a giocare al meglio dei cinque set.

I numeri confermano l’intuizione. Prendiamo gli Australian Open: nel periodo dal 2001 al 2017, ci sono state 185 maratone al terzo set nelle partite del tabellone di singolare femminile e le vincitrici hanno poi vinto il 42.2% delle loro partite successive. Si tratta di un valore più alto dell’equivalente maschile ed è anche migliore di quello che possa sembrare.

Le giocatrici che hanno bisogno di combattere fino all’ultimo punto per superare un avversaria dei primi turni sono, in media, più deboli di quelle che vincono in due set, quindi molte delle giocatrici maratonete sarebbero già considerate sfavorite nelle partite successive. Utilizzando sElo – cioè la variante del sistema di valutazione Elo specifica per superficie, che ho introdotto in un recente articolo – si nota come queste 185 maratonete si attendevano di vincere solo il 44% delle loro successive partite. Dovesse esserci un effetto concreto, di certo è marginale, specialmente se paragonato a quello che interessa i giocatori che faticano in maratone di cinque set.

Ho applicato lo stesso algoritmo di calcolo alle partite Slam femminili che si sono concluse all’ultimo set con punteggi come 7-6, 7-5 e 6-4 e 6-3. Dato che solo gli US Open prevedono il tiebreak al terzo set, il campione a disposizione per quel punteggio è limitato, e questo potrebbe spiegare dei risultati lievemente inusuali. Per gli altri punteggi si osserva che i numeri sono abbastanza simili a quelli trovati per le partite maratona. Le vincitrici tendono a essere sfavorite contro le avversarie dei turni successivi ma le conseguenze sono ridotte o inesistenti:

3° set     Campione  Vitt. succ.  Vitt. attesa succ.  
Maratone   185       42.2%        44.0%  
7-6        56        48.2%        42.2%  
7-5        232       43.1%        42.7%  
6-4 / 6-3  421       41.6%        43.2%

In breve, si può affermare che una partita molto lunga dia indicazioni sulla probabilità di vittoria della vincitrice maratoneta rispetto all’avversaria successiva, ma si tratta di informazioni che già conoscevamo: che siano o non siano una maratona, tre set molto tirati hanno un effetto marginale sulla probabilità di vittoria al turno successivo. Per Mladenovic quindi è una buona notizia in vista del secondo turno con Sara Errani, un’avversaria che probabilmente le darà parecchio filo da torcere.

Bouncing Back From a Marathon Third Set

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 11 (sulle partenze lente)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 14 maggio 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 10.

Dopo la prematura eliminazione di Novak Djokovic al Monte Carlo Masters 2016, questa settimana è stata la volta di Roger Federer. Nel suo primo torneo sulla terra dopo i quarti di finale a Monte Carlo, Federer è uscito al terzo turno degli Internazionali di Roma per mano di Dominic Thiem.

Ogni giocatore può incappare in una giornata no, specialmente se di rientro da un infortunio. Ma quando succede ai migliori, diventa spesso fonte di preoccupazione.

E l’occasionale sconfitta a sorpresa di uno dei primi quattro giocatori è soggetta a un tale scrutinio che si è diffusa la convinzione secondo la quale i giocatori migliori sono più esposti alle eliminazioni nei primi turni. Se questo assunto sia supportato da dati statistici è esattamente l’oggetto di analisi nel Mito 11 di Analyzing Wimbledon di Klaassen e Magnus.

Mito 11: “I giocatori di vertice devono migliorarsi con l’avanzare del torneo”

Il concetto che richiamano i due autori con l’espressione “migliorarsi con l’avanzare del torneo” è relativo al fatto che i giocatori di vertice non giochino al meglio delle loro possibilità nei turni iniziali di un torneo. Una descrizione alternativa più diffusa di questo fenomeno fa riferimento alla “partenza lenta”. Curiosamente, al livello più alto del tennis giocato essere un “campione” e un giocatore che ”parte lentamente” spesso vanno di pari passo, almeno nella percezione comune.

Si può davvero affermare che i giocatori migliori usino i turni iniziali per scaldare i motori (o per prendersela intenzionalmente comoda)?

L’approccio di Klaassen e Magnus a questa domanda è stato quello di dire che – se è vero che i giocatori migliori sono anche quelli che partono lentamente – allora dovrebbe esserci riscontro tangibile di un effetto “turno” sulla prestazione, anche dopo aver tenuto conto della bravura dell’avversario. Per testare questa teoria, Klaassen e Magnus hanno analizzato il turno raggiunto nel campione a disposizione delle partite di Wimbledon. Hanno verificato se i giocatori con la classifica migliore abbiano minori probabilità di raggiungere il turno atteso, in funzione della loro classifica e della classifica dei loro avversari. Non hanno trovato alcuna evidenza del fatto che i giocatori o le giocatrici di vertice ottengano risultati inferiori nei primi turni del torneo.

È un risultato che contrasta con l’idea diffusa di “partenza lenta”. Come è possibile?

I due autori sostengono che: “Una spiegazione potrebbe essere che il livello di competitività del tennis professionistico non permette il lusso ai giocatori di vertice di prendersela comoda nei primi turni, cosa che effettivamente non fanno”.

Una rivisitazione del Mito 11

È ragionevole obiettare che i dati per il torneo di Wimbledon non offrano una fotografia completa della partenza lenta. Inoltre, l’utilizzo della classifica ufficiale come misurazione della bravura dei giocatori va sempre preso con beneficio del dubbio. In riferimento alla prima problematica, ho analizzato il ruolo dello specifico turno sulla frequenza con cui si verificano sconfitte a sorpresa per tutte le partite del circuito maschile dal 2010 al 2015. In linea con quanto fatto da Klaassen e Magnus, ho considerato la differenza logaritmica nella classifica dei giocatori per tenere conto della bravura. Per tutti i risultati nei grafici, le vittorie si riferiscono al giocatore con la classifica migliore.

L’immagine 1 mostra la percentuale di vittorie per turno in funzione della classifica ufficiale, disposta sull’asse delle ascisse da sinistra verso destra dai turni iniziali fino alle fasi finali del torneo (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sui cerchi, n.d.t.). Poiché sono percentuali che considerano l’elemento classifica, possiamo dire che identifichino la probabilità del giocatore con la classifica migliore di vincere una partita contro un’avversario di bravura comparabile. La teoria della partenza lenta dovrebbe prevedere una percentuale di vittoria inferiore all’inizio del torneo. Osserviamo però una tendenza opposta, con i giocatori migliori che ottengono risultati migliori già nei primi turni.

IMMAGINE 1 – Vittorie in funzione della classifica ufficiale, per singolo turno, per il giocatore con la classifica migliore, per il periodo 2010 – 2015

Non c’è una differenza netta da turno a turno (nella sostanza, il margine di errore si sovrappone lungo l’intervallo di analisi), ma si evidenza una chiara dinamica contraria al Mito 11. La spiegazione potrebbe essere in parte riconducibile alle peculiarità delle classifiche ufficiali? Per verificarlo, ho effettuato nuovamente l’analisi utilizzando però il sistema di valutazione Elo, uno strumento più sofisticato per misurare la bravura dei giocatori e le prestazioni attese.

È interessante notare come, una volta considerate le differenze di valutazione tra avversari, non c’è alcuno scostamento nella probabilità di vittoria da turno a turno, come mostrato nell’immagine 2. Questo risultato non solo conferma che la teoria della partenza lenta non riesce a gestire le sconfitte a sorpresa, ma anche che le classifiche ufficiali sottostimano la bravura dei giocatori con la classifica inferiore nei primi turni del torneo.

IMMAGINE 2 – Vittorie in funzione del sistema Elo, per singolo turno, per il giocatore con la classifica migliore, per il periodo 2010 – 2015

Partenze lente e vittorie di set

Una sconfitta a sorpresa rappresenta forse una misurazione eccessiva della partenza lenta per i giocatori più forti in circolazione. Questo sarebbe ancora più vero in presenza di giocatori di vertice che adottano la strategia di non premere a fondo l’acceleratore nei primi turni per conservare la forma migliore nelle fasi finali.

Per trovare evidenza di questo fatto, ho analizzato i punteggi di ogni set per turno giocato. Per considerare sia tornei al meglio dei tre set che al meglio dei cinque set, ho calcolato il differenziale di set nel punteggio rispetto al massimo numero possibile di set per una partita. Ad esempio, se il giocatore con la classifica migliore ha vinto una partita al meglio dei tre set al set decisivo, il risultato è 1/3.

Se il turno influisce sui set vinti, dovremmo attenderci un numero minore di set attesi nei primi turni di un torneo, dopo aver tenuto conto della bravura (usando il sistema Elo naturalmente!). Che risultato otteniamo?

L’immagine 3 mostra il numero aggiuntivo di set che un giocatore con la classifica migliore ci si attende vinca con un avversario di bravura comparabile in una partita al meglio dei cinque set. In media, si tratta di un set. Come per le vittorie delle partite, non c’è indicazione del fatto che i giocatori tendano a perdere un set nei primi turni più di quanto non lo facciano in qualsiasi altro momento del torneo.

IMMAGINE 3 – Differenziale di set in funzione del sistema Elo per il circuito maschile per il periodo 2010 – 2015

Diamo la colpa alla disponibilità euristica?

I risultati ottenuti supportano l’affermazione di Klaassen e Magnus che i giocatori di vertice non possono permettersi il lusso di “migliorarsi con l’avanzare del torneo”. Se così stanno effettivamente le cose, da dove arriva l’idea della partenza lenta per i giocatori di vertice? Una spiegazione è collegata con l’eccentrico meccanismo di funzionamento della nostra memoria, che tende a dimenticare gli eventi ordinari per mantenere invece un vivo ricordo di quelli fuori dall’ordinario.

Questo è un aspetto che può tornare utile in senso darwiniano, ma se pensiamo che gli eventi sono più frequenti perché ce li ricordiamo meglio, allora possiamo spesso sbagliarci. Siamo di fronte alla scorciatoia mentale che prende il nome di disponibilità euristica. Vi ricordate quando Djokovic ha perso un set contro Bjorn Fratangelo nel primo turno dell’Indian Wells Masters 2016? Io non l’ho dimenticato. Ricordate invece quanto ha vinto in due set contro Philipp Kohlschreiber nel turno successivo? Se fate fatica a ricordarvelo, siete di fronte alla disponibilità euristica in azione.

Anche se le partenze lente non sono un’epidemia tra i giocatori di vertice, non è nemmeno necessariamente vero che i giocatori migliori giochino ogni turno con la stessa intensità. Nel 2014 Benjiamin Morris di FiveThirtyEight ha scritto un eccellente articolo su come Serena Williams sia più dominante nei turni finali, rispetto ai primi turni. Un altro dei tanti modi in cui Williams è una giocatrice fuori dall’ordinario.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 11

Le partite al meglio dei cinque set e l’improbabile crollo di Cilic

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 28 novembre 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Alla vigilia dell’ultima giornata della finale di Coppa Davis in Croazia, la squadra di casa era nettamente favorita, grazie al vantaggio di 2-1 e alle ultime due partite in programma contro giocatori argentini di classifica inferiore. Per vincere sarebbe stato sufficiente un solo punto.

C’è da perdonare i tifosi croati per aver pensato che fosse ormai fatta quando Marin Cilic si è trovato 2 set a 0 contro Juan Martin Del Potro. Invece Del Potro si è ripreso andando a vincere in cinque set, e Federico Delbonis ha poi battuto Ivo Karlovic regalando all’Argentina la prima Coppa Davis. Alcuni faranno notare come le 4 ore e 53 minuti della partita tra Cilic e Del Potro siano un’ulteriore prova della necessità di adottare il format al meglio dei tre set. Gli altri, tra cui il sottoscritto, le intenderanno come conferma del fatto che le partite al meglio dei cinque set debbano mantenere il loro ruolo nei palcoscenici più importanti del tennis.

Se fosse stata una partita al meglio dei tre set, Cilic avrebbe portato il punto decisivo alla Croazia dopo due ore di gioco. Sfortunatamente per lui, si è fermato poco prima. Le mie valutazioni Elo per il singolare davano a Cilic il 36.3% di probabilità di battere Del Potro e a Karlovic il 75.8% di probabilità di battere Delbonis. Messe insieme, si tratta per la Croazia di una probabilità dell’84.6% di vincere la Coppa Davis. Dopo che Cilic ha vinto i primi due set, le sue probabilità hanno raggiunto l’81%, portando le probabilità della Croazia al di sopra del 95%. Nelle quattordici precedenti occasioni in cui si è trovato sotto 0-2, Del Potro non ha mai vinto la partita.

L’Argentina però ha recuperato. E i recuperi da due set di svantaggio rimangono vivi nella memoria, quindi è facile dimenticare quanto raramente accadano. Nel 2016, ce ne sono stati solo 28, rispetto a 656 partite al meglio dei cinque set, comprese 431 in cui un giocatore era in vantaggio 2-0. E il 2016 non è un anno insolito: dal 2000, le vittorie da due set di svantaggio non sono mai state più di 32.

Recuperare da 0-2 in Coppa Davis è ancora più raro. Quest’anno, a livello di World Group, play-off inclusi, Del Potro è stato solo il secondo giocatore a recuperare e vincere la partita dei 61 che si sono ritrovati sotto 0-2. L’altro è stato Jack Sock, il cui recupero di luglio (proprio contro Cilic – di più sull’argomento a breve) non è stato sufficiente a far raggiungere agli Stati Uniti le semifinali. Dal 2000, il 5.8% delle situazioni sul 2-0 si sono concluse in un recupero vittorioso del giocatore in svantaggio, ma solo il 4.3% nel World Group della Coppa Davis.

La stagione di Cilic da questo punto di vista è stata un’eccezione. Oltre ai suoi crolli da 2-0 contro Sock e Del Potro, Cilic ha perso alla stessa maniera il quarto di finale a Wimbledon 2016 contro Roger Federer. Nella storia dell’ATP, è solo la terza volta che un giocatore perde tre o più partite in una stagione in vantaggio di 2 set a 0: le altre due – Viktor Troicki nel 2015 e Jan Siemerink nel 1997 – probabilmente non riusciranno a consolare Cilic.

Il record di Cilic sottolinea comunque la rarità delle vittorie recuperando dallo 0-2. Prima del quarto di finale a Wimbledon, Cilic non aveva mai perso una partita dopo aver vinto i primi due set, per un totale di 60-0. Anche dopo la recente sconfitta, il record di Cilic in Coppa Davis sul 2-0 è un rispettabile 11-2. In carriera, il suo 66-3, pari al 95.7% di vittorie, è superiore alla media.

A meno che Cilic non abbia la tendenza a farsi schiacciare dalla pressione in certi momenti (ma non in altre a quanto pare, vista la sua vittoria in cinque set contro Delbonis nella prima giornata della finale), la sua sfortunata sequenza di sconfitte può essere semplicemente dovuta al caso. Oltre alla striscia di 60-0 interrotta a Wimbledon da Federer, non ha mai avuto problemi a raggiungere la vittoria avanti un set nelle partite al meglio dei tre set. Nel 2016, ha infatti vinto 29 partite al meglio dei tre set su 33 dopo aver vinto il primo set, pari a una frequenza sopra la media dell’88% (e una delle sconfitte è stata contro Dominic Thiem, quindi non aveva speranze).

Maggiore il numero di set da giocare in una partita, più è probabile che il giocatore migliore riesca a vincere. Questo è il motivo per il quale ci sono meno vittorie a sorpresa nelle partite al meglio dei cinque set rispetto a quelle al meglio dei tre, e anche il motivo per il quale i tiebreak sono spesso leggermente meglio del lancio della moneta. Di solito, queste situazioni sono più favorevoli a un giocatore tra i primi 10 come Cilic: nella maggior parte delle partite, è il giocatore più forte. Ma in due dei suoi tre crolli in questa stagione, è rimasto vittima della circostanza in cui il giocatore favorito si affida al format più lungo per recuperare un’inizio di partita in cui ha giocato male.

Il dibattito sul format al meglio dei cinque set non smetterà sicuramente adesso, nonostante la finale di Coppa Davis abbia contribuito con un’altra indimenticabile maratona ad allungare un elenco già numeroso di partite. Ma dopo il recupero di Del Potro, sarà più difficile trovare qualcuno che si batta per l’accorciamento delle partite, specialmente in Argentina.

Best of Five and Marin Cilic’s Improbable Collapse

Le partite di tennis e il fattore fortuna

di Michael Beuoy // Inpredictable

Pubblicato il 4 luglio 2014 – Traduzione di Edoardo Salvati

Come per la maggior parte degli sport, anche nel tennis vincere significa fare più punti dell’avversario. Il formato con cui viene determinato il punteggio (game-set-partita) rende però il tennis diverso dagli altri sport. Nel basket ad esempio, la vittoria arriva segnando più punti dell’avversario. Nel tennis, vincere più punti generalmente porta alla vittoria finale, ma non ne è garanzia assoluta, perché conta anche quando si ottengono i punti e se i punti ottenuti sono serviti a vincere i set.

Carl Bialik, su FiveThirtyEight, ha approfondito il tema introducendo la definizione di “partite lotteria” in riferimento a quelle partite vinte dal giocatore che ha fatto meno punti. Utilizzando dati da Tennis Abstract, ha trovato che il 7.5% delle partite maschili rientra in questa categoria.

In questo articolo, analizzo più nel dettaglio le partite lotteria per trovare una misura del ruolo della “fortuna” nel tennis, che farà poi da complemento ai grafici sulle probabilità di vittoria che uso normalmente su Inpredictable.

Utilizzando dati da Matchstat relativi alle partite ATP dal 2008 al 2013, ho calcolato quanto spesso un giocatore vince una partita rispetto alla percentuale dei punti fatti. Il grafico riassume i risultati, suddivisi in funzione del format della partita, al meglio dei 3 o dei 5 set.

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Come si osserva, le probabilità di vincere una partita aumentano rapidamente in funzione dei punti fatti, per cui con almeno il 53% dei punti si vince virtualmente la partita.

Definire la fortuna

Con lo stesso campione di partite ho costruito un semplice modello di regressione logistica che quantifica la probabilità di vincere la partita in funzione della percentuale di punti ottenuti. Queste sono le formule.

  • Al meglio dei 3 set:

probabilità di vittoria della partita = 1 / ( 1 + exp(-128 * MOV))

  • Al meglio dei 5 set:

probabilità di vittoria della partita = 1 / ( 1 + exp(-154 * MOV))

dove MOV sta per “margine di vittoria” ed è la percentuale di punti ottenuti, meno 0.5.

Per i miei grafici sulle probabilità di vittoria, ho convertito il risultato di queste formule in probabilità percentuali, che ho chiamato “fortuna”: maggiore il fattore “fortuna”, più improbabile è il risultato finale della partita. Ad esempio, la partita più “fortunosa” del tabellone femminile di Wimbledon 2014 è stata la vittoria in tre set di Irina Camelia Begu su Virginie Razzano,

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Begu ha vinto la partita nonostante abbia ottenuto solo il 47.7% dei punti (un differenziale netto di punti pari a -9).

Utilizzando dati da Matchstat, la partita ATP più “fortunosa” dal 2008 al 2013 è stata la vittoria al torneo di Orbetello 2010 di Juan Martin Aranguren su Carlos Berlocq per 6-3 0-6 6-4, nella quale Aranguren ha ottenuto solo il 44.4% dei punti. Le probabilità di vincere una partita al meglio dei tre set ottenendo solo il 44.4% dei punti sono 1300 a 1 (cioè lo 0.08%).

Tennis matches and luck