Tutti i colori di una finale

di settesei.it

Quando la fortuna coincide con un passaggio di storia del tennis, è doveroso condividerne le sensazioni, anche se per una volta non hanno nulla di statistico. 

Assistere alla finale di uno Slam è un atto di fede. C’è l’incoscienza, al momento dell’acquisto del biglietto, propria di un investimento ad alto rischio: la certezza sui nomi dei finalisti infatti arriva solo nei due giorni precedenti alla partita, quando ormai è troppo tardi per garantirsi un posto se non si è in possesso di ingenti risorse economiche. C’è la speranza che ad arrivare al termine di un processo di selezione a cui si candidano le 128 persone più preparate del pianeta in quella specifica attività siano due professionisti di comprovata esperienza, che diano vita a uno spettacolo di cui si parlerà negli annali della disciplina. Ma, soprattutto, c’è il desiderio che uno di quei due atleti sia il campione che ammiri, che vorresti fosse tuo amico per poterlo chiamare al telefono ogni volta che ti gira, con cui hai condiviso infinite gioie e sofferenze, trionfi e tragedie della simmetria di uno sport a somma zero, dove la vittoria dell’uno significa la sconfitta dell’altro.

Da questo punto di vista, la finale di singolare maschile degli Australian Open 2017 ha assunto i contorni di un miracolo. La prematura uscita di Andy Murray e Novak Djokovic, i favoriti della vigilia, ha lasciato spazio alla progressione dei due giocatori che più di tutti nell’ultima decade hanno trasformato il tennis in uno dei grandi movimenti politeistici moderni, Roger Federer e Rafael Nadal. Entrambi in rientro da infortuni e in una condizione da verificare sul campo, sono riusciti a risalire la corrente estraendo magia da un cilindro che ora contiene, complessivamente, lo spropositato numero di 32 titoli dello Slam. Come sempre accade quando due stelle di questa magnitudo collidono, la partita ha rilasciato energia compatibile con una fissione nucleare. Cinque set di estasi e agonia assolute, grida e sussulti, esultanza e disperazione, empatia e abbracci tra sconosciuti; un confronto che è stato, concedendosi una citazione musicale, “fulmine, torpedine, miccia, scintillante bellezza, fosforo, fantasia, molecole d’acciaio, pistone, rabbia, guerra lampo e poesia”. Una conclusione che nessuno riteneva possibile ma che in tantissimi, non solo tra i presenti, desideravano: la vittoria di Federer, arrivata con quei secondi di sospensione (per la verifica della moviola) che hanno preceduto l’esplosione collettiva di incredulità, e coincidente con la centesima partita disputata da Federer agli Australian Open. Un traguardo che, nel sistema metrico decimale, è da sempre associato a un elevato grado di completezza.

Gli aspetti tecnici di questa partita verranno analizzati per molto tempo, in tutte le lingue e a tutte le latitudini. Personalmente, il ricordo della notte di Melbourne rimarrà incandescente per il caleidoscopio di stimolazioni che nessuna diretta televisiva sarà mai in grado di replicare. All’ingresso della Rod Laver Arena, una struttura che pur ospitando circa 15 mila persone riesce a trasmettere l’intimità del circolo di tennis dietro casa, è la vista il senso a essere maggiormente sollecitato da una mole di informazioni difficile da gestire. La luce che entra dal grande tetto aperto dello stadio è quella gialla, calda e soffusa del tramonto, che lascia spazio nel corso della serata all’abbaglio dei riflettori. Persa l’intensità e la pienezza del mezzogiorno, è una luce che accarezza la retina e fa da contrasto all’azzurro limpido del cielo. È un teatro di forma ellissoidale la Rod Laver Arena: l’alternanza del verde e del grigio dei seggiolini, non ancora completamente occupati dai loro proprietari, richiama le tonalità della ricca vegetazione australiana mentre viene investita dai frequenti acquazzoni tropicali del nord.

Gli spalti circondano il vero protagonista del torneo, il campo centrale. Questa chiazza di cemento blu nasconde alle telecamere le sue enormi dimensioni, che devono garantire ai giocatori la libertà di movimento per quegli impossibili recuperi in spaccata che tolgono letteralmente il fiato. Solo il campo centrale degli US Open compete per grandezza con quello di Melbourne ma, essendo gli Australian Open all’avanguardia dell’innovazione tennistica, la Rod Laver Arena è l’unica al mondo interamente circondata da monitor, che sono neri e alti e avvolgenti, la frontiera evolutiva per tutti i fanatici di tecnologia home video.

Come sempre, sono le persone ad aggiungere i colori più vividi alla fotografia. Coordinare la realizzazione di uno dei quattro tornei più importanti dell’anno – in cui, come anche ricordano i giocatori nei ringraziamenti del loro discorso di premiazione, intervengono in centinaia tra organizzatori e volontari – richiede lo stesso livello di maniacale attenzione che mostrano i documentari di National Geographic sulle portaerei americane in rotta nel Pacifico. Anche qui ogni ruolo è contraddistinto da un colore specifico. I primi a entrare sono i raccattapalle, in maglia verde. Durante la partita la loro interazione con i giocatori è scandita da movimenti di precisione militare: il lancio millimetrico della pallina per il servizio, l’apertura del palmo della mano a indicare la disponibilità delle palline, la consegna dell’asciugamano aperto alla conclusione di un punto, la corsa di rientro alla propria postazione. La sincronia è fondamentale per non alterare la concentrazione dei giocatori, perché il lavoro del raccattapalle raggiunge la perfezione quando passa inosservato.

Seguono i giudici, con la maglia blu che si mimetizza con il campo. Il loro ingresso precede di poco quello dei giocatori, le cui variazioni cromatiche invece sono dettate dagli sponsor tecnici, che non aspettano altro di introdurre combinazioni ardimentose in linea con l’incedere informale degli australiani: l’arancione fosforescente delle scarpe di Federer e Nadal (entrambi con lo stesso sponsor) fluttuava nel blu del campo come un pesce della Grande Barriera Corallina.

E poi, il colore del pubblico pagante: è un cliché, ma senza gli appassionati non ci sarebbe lo spettacolo, giocare a tennis sarebbe solamente un passatempo quasi privo di ragione. C’era quindi il rosso delle bandiere svizzere, il giallo di quelle spagnole e l’intero spettro di possibili incroci che la pelle umana può assumere. Questa è la forza di un torneo che si definisce “lo Slam felice”, unire razze, culture e passioni provenienti da tutto il mondo, e fonderle in un microcosmo rappresentativo dell’Australia, da sempre uno tra i paesi in cima ai sogni di evasione di chiunque.

Ma il colore più bello di tutti è stato quello degli occhi lucidi di Federer, seduto sulla panchina appena dopo aver compiuto l’ennesima impresa fuori da possibili definizioni. Anche lui, forse, per una volta incredulo di fronte all’infinito della sua carriera, senza una siepe a escludere lo sguardo dell’ultimo orizzonte, ma con il muro dei suoi tifosi in pieno delirio celebrativo. Il marrone nitido di occhi che hanno vissuto e regalato emozioni che non si trovano da altra parte.