L’estenuante calendario maschile sta mietendo vittime al vertice del tennis?

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 6 gennaio 2018 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il ritiro di Andy Murray agli Australian Open 2018 è l’ultimo, e forse il più significativo, episodio di una serie di sfortunate assenze all’inizio della stagione maschile. Lo sforzo fisico richiesto dall’incedere del calendario sta causando un logorio eccessivo tra i giocatori di vertice?

Dopo che diversi dei grandi nomi del tennis – Novak Djokovic, Stanislas Wawrinka, Kei Nishikori e Murray – sono stati costretti a chiudere prematuramente il 2017 causa infortunio, molti guardavano al 2018 come al momento del rientro. Trascorsa una settimana e già sembra che l’assottigliamento tra i più forti sia diventata la normalità.

Se Rafael Nadal, Djokovic e Wawrinka hanno confermato la loro presenza agli Australian Open, il ritiro di Murray e Nishikori, che non giocano una partita in contesto competitivo rispettivamente da cinque e sei mesi, è una svolta preoccupante. Nel gioco moderno, un infortunio serio non è più attribuibile alla sfortuna di alcuni giocatori, ma è diventato, tra i più forti, un fatto epidemico.

Se i giocatori di vertice sono soggetti a un rischio infortuni molto più alto, quale potrebbe esserne il motivo?

Pensare di trovare una sola giustificazione a un tema così complesso come gli infortuni nello sport è alquanto improbabile, ma, volendo almeno individuare uno dei maggiori fattori contributivi, possiamo esaminare una delle lamentele più diffuse tra i giocatori di vertice negli ultimi anni, cioè i ritmi di gioco estenuanti. È da diverso tempo infatti che i nomi di spicco del tennis maschile sottolineano come giocare in un solo anno quattro tornei Slam, nove Master e (tipicamente) dieci o più eventi minori (senza parlare poi della Coppa Davis e delle Olimpiadi quando se ne presenta l’opportunità) non lasci praticamente spazio alla pausa tra una stagione e l’altra.

È un’amara ironia il fatto che sia proprio Murray tra quelli che più si sono espressi con franchezza sulle fatiche di un calendario così incalzante.

La preoccupazione di Murray è supportata dalla differenza nel confronto tra la sua età di gioco e quella delle generazioni precedenti. Con ‘età di gioco’ si definisce il numero di partite a livello professionistico giocate nell’arco di un determinato periodo di età. L’immagine 1 mette a confronto l’età di gioco di Murray (in arancione) dai 18 ai 30 anni con quella di altri cinque giocatori di vertice delle generazioni passate, a partire dal 1970 (in questo caso l’inizio di una generazione si considera dal primo anno di professionismo dello specifico giocatore).

IMMAGINE 1 – Confronto tra età di gioco per diverse generazioni

Analizziamo il confronto tra l’età di gioco di Murray e quella di giocatori di vertice della generazione del 1970 (riquadro superiore a sinistra). La sua età di gioco è molto avanti a quella del gruppo, e ripercorre le orme di Jimmy Connors, noto per essere stato a suo tempo un caso eccezionale per lo sproporzionato numero di partite giocate.

Solo un giocatore del gruppo del 1970 eccede in modo evidente l’età di gioco di Murray, e cioè Bjorn Borg, arrivato sul circuito da adolescente, vincendo poi il primo Slam a 18 anni. I successi raggiunti nei seguenti otto anni hanno innalzato vertiginosamente la sua età di gioco. Borg ha superato i 18 mila game giocati, duemila in più di quanto fatto da Connors. Se si dice che Borg si sia ritirato giovane a 26 anni: in realtà, in termini di età di gioco, è stato assolutamente nella norma.

Il logorio da competizione subito da Murray rispetto a quello delle generazioni che lo hanno preceduto non si limita al gruppo del 1970. Se consideriamo anche gli altri anni, osserviamo che la sua età di gioco è avanti rispetto a quella della maggior parte dei giocatori del passato. Bisogna arrivare fino al 1995 per trovare un andamento più tipico della sua età di gioco.

Come mostrato dall’immagine 2, nel confronto con la sua generazione notiamo che Murray rientra nella media dei giocatori più forti. E questo conferma l’assunto per cui la “spossatezza” imposta dal circuito è un fenomeno dalle conseguenze diffuse e non semplicemente l’anatema di pochi selezionati giocatori.

IMMAGINE 2 – Confronto tra età di gioco di Murray e di giocatori della sua generazione

Queste dinamiche fanno di Roger Federer un caso anomalo, almeno all’apparenza. All’età di 26 anni, Federer (come Borg, curiosamente) aveva giocato più di 18 mila game. Murray, in confronto, era appena sopra i 15 mila. Come è riuscito Federer, con un logorio – a parità di condizioni – enormemente maggiore, a sottrarsi al tipo di infortuni che a più riprese hanno martoriato Murray o Nadal?

Non si può soprassedere al fatto che il logorio da competizione non è rappresentato solamente dai game giocati. Anche la lunghezza e intensità di quei game hanno un ruolo chiave per definire lo sforzo fisico profuso da un giocatore. Questo a dire che un game giocato oggigiorno da Murray potrebbe richiedere un dispendio energetico ben superiore a un game giocato da Connors nel 1975 o a un game giocato dallo stesso Federer. Anzi, le mie analisi per il Game Insight Group di Tennis Australia mostrano che il consumo di Murray per singolo punto è superiore a quello della maggior parte dei giocatori di vertice.

Se la stagione 2018 seguirà lo stesso percorso del 2017, come sembra che così possa accadere, la tematica dell’innalzamento dell’età di gioco diventerà un problema che il circuito maschile non può più permettersi di ignorare.

Il codice e i dati per quest’analisi sono disponibili qui.

Have Gruelling Schedules Caught Up With the Top of Men’s Tennis?

Vale la pena perdere una partita per fare le qualificazioni di uno Slam?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 13 gennaio 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nel torneo di Hobart 2016, Naomi Osaka ha perso al secondo turno contro Mona Barthel. Prima della partita, la sua era una posizione scomoda: se avesse vinto, non avrebbe poi potuto giocare le qualificazioni agli Australian Open. Per una giovane giocatrice fuori dalle prime 100, i quarti di finale in un evento del circuito maggiore sono un risultato positivo, ma è presumibile che entrare nel tabellone principale di Melbourne fosse il vero obiettivo della sua trasferta in Australia.

Vista la sconfitta, Osaka potrà giocare le qualificazioni. Se non avesse perso? È questa l’occasione in cui una giocatrice trarrebbe beneficio dal perdere, piuttosto che vincere, una partita?

In altri termini: nella situazione di Osaka, quale incentivo interviene? Se potesse, quale sceglierebbe tra i quarti di finale di un torneo del circuito maggiore e un posto nelle qualificazioni di uno Slam? In parole povere, trovandosi nella circostanza, una giocatrice dovrebbe volutamente perdere?

Analizziamo gli scenari a disposizione. Nello scenario A, Osaka vince il secondo turno di Hobart, raggiunge i quarti di finale con la possibilità di andare oltre, precludendosi però di fatto di giocare gli Australian Open. Nello scenario B, perde al secondo turno, si presenta alle qualificazioni a Melbourne e ha l’opportunità di entrare nel tabellone principale.

Prima di fare i calcoli, provate a indovinare: quale è lo scenario che probabilmente darà a Osaka più punti? E per quanto riguarda i premi partita?

Lo scenario A è più semplice. Raggiungendo i quarti di finale, Osaka prende 30 punti e 2590 dollari addizionali rispetto a una sconfitta al secondo turno. Dovesse proseguire, serve considerare punti e premi attesi, utilizzando l’ammontare di entrambi previsto per ogni turno e raccordandolo alle probabilità di Osaka di raggiungere quel determinato turno.

Stimiamo che Osaka abbia circa il 25% di probabilità di vincere il quarto di finale, aggiungendo altri 50 punti e 5400 dollari. In termini attesi, si tratta di 12.5 punti e 1350 dollari. Se continua nel torneo, le diamo un 25% di probabilità di arrivare in finale, e poi un 15% di probabilità di vincere il titolo.

Mettendo insieme queste varie possibilità, dai punti garantiti del quarto di finale fino allo 0.94% di probabilità di vincere il torneo (25% * 25% * 15%), si ottiene che la “ricompensa” attesa nello scenario A corrisponde a circa 48 punti e poco meno di 4800 dollari.

Lo scenario B ha inizio da un punto ben diverso. Grazie al recente incremento dei premi partita nei tornei dello Slam, a ogni giocatore delle qualificazioni spettano almeno 3150 dollari, una cifra già simile al possibile guadagno atteso di Osaka nel caso fosse andata avanti nel torneo di Hobart. La situazione dei punti però è di tutt’altro tipo, perché chi perde al primo turno delle qualificazioni prende solo 2 punti validi per la classifica della WTA.

Vi risparmio i calcoli dello scenario B, ma ho ipotizzato che Osaka abbia un 70% di probabilità di superare il primo turno di qualificazioni, un 60% per il secondo e un 50% per il terzo, qualificandosi quindi per gli Australian Open. Se vi sembrano probabilità leggermente alte, consideratele una compensazione per la possibilità che Osaka raggiunga il tabellone principale come ripescata o lucky loser (inoltre, si ottiene lo stesso risultato finale diminuendo le probabilità rispettivamente fino al 50%, 45% e 40%, anche se punti e premi partita dello scenario B sono un po’ più bassi).

Una stima delle probabilità così definita si traduce in un’attesa di circa 23 punti classifica e 11.100 dollari. Oltre agli iniziali 3150 dollari, a Osaka non è automaticamente garantita alcuna somma, ma la potenziale ricompensa per l’ingresso nel tabellone principale è enorme, specialmente se raffrontata ai premi partita di Hobart: una sconfitta al primo turno agli Australian Open vale infatti più di una finale persa a Hobart.

E, naturalmente, se dovesse qualificarsi, ha la possibilità di vincere altre partite. Dal 2000, le giocatrici uscite dalle qualificazioni in uno Slam hanno raggiunto il secondo turno il 41% delle volte, il terzo turno il 9%, il quarto turno l’1.8% e i quarti di finale lo 0.3%. Queste probabilità, collegate al 21% di probabilità per Osaka di entrare effettivamente nel tabellone principale, si traducono in ulteriori 7 punti classifica e 2600 dollari di premi partita attesi.

In sintesi, lo scenario B restituisce 30 punti attesi e 13.600 dollari in premi partita attesi.

In questo confronto, l’alternativa Slam è largamente più remunerativa, mentre il torneo del circuito maggiore assegna un numero più alto di punti. Nel lungo periodo, sono punti che avranno un peso economico, perché potrebbero consentire a Osaka l’ingresso diretto in eventi di livello superiore per i quali altrimenti dovrebbe qualificarsi. Probabilmente, però, non è sufficiente a respingere il richiamo che quasi 9000 dollari in più di premi partita immediati esercitano (Osaka ha poi perso al terzo turno degli Australian Open da Victoria Azarenka, guadagnando 130 punti classifica e circa 86.000 dollari in premi partita, n.d.t.).

Spero davvero che nessuna giocatrice, o giocatore, perdano mai una partita volontariamente in modo da riuscire a giocare le qualificazioni di uno Slam. Dovesse accadere, almeno comprenderemo la logica che li spinge a farlo.

Is Grand Slam Qualifying Worth Tanking For?

Tennis, datti una raffreddata!

di Carl Bialik // TennisAbstract

Pubblicato il 5 aprile 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Immaginate di essere stati nominati a capo del tennis mondiale. Avete appena finito di prestare giuramento al cospetto di Rod Laver e Martina Navratilova e già vi consegnano un calendario vuoto da riempire. Siete voi a stabilire il programma per il 2018. Qual’è la vostra prima decisione?

Personalmente, anticiperei l’Indian Wells Masters e il Miami Open Masters e farei giocare gli Australian Open successivamente. Ed è una modifica che non ho mai desiderato così tanto quanto il mese scorso a Indian Wells, dove mi aggiravo madido di sudore alla ricerca di ombra durante lo svolgimento del torneo. Nello stadio principale, durante la sessione diurna le uniche sezioni interamente riempite dagli spettatori erano quelle protette dal sole. Ci sono diversi punti della struttura in cui ripararsi dal calore, sotto le tende degli sponsor o ai piedi dei mega-schermi. Ma i giocatori possono solo aspettare che l’ombra faccia la sua apparizione sul campo. Jack Sock ad esempio ha dovuto utilizzare un asciugamano riempito da 50 cubetti di ghiaccio per raffreddarsi.

Certamente è stato un caldo insolito durante l’Indian Wells Masters 2017. Le medie stagionali sono però chiare: è molto caldo nel deserto della California e sotto il sole della Florida a marzo, così come nell’estate di gennaio dell’emisfero australe. Sarebbe invece più fresco a Indian Wells, Miami e Melbourne se i due Masters degli Stati Uniti venissero anticipati di due mesi in modo da giocare il primo Slam dell’anno a marzo. Ciascuno di questi tornei avrebbe una temperatura media inferiore dai 2 ai 5 gradi centigradi (la percezione rimarrebbe più o meno la stessa, quindi il finalista del Miami Open Masters Rafael Nadal avrebbe sempre modo di lamentarsi dell’umidità, richiedere la segatura per il manico e sudare ancora più copiosamente del solito, mentre la vincitrice del singolare femminile Johanna Konta potrebbe dover continuare a cambiarsi a metà partita perché i suoi vestiti hanno accumulato circa 5 kg di sudore).

Utilizzo temperature medie perché non voglio dare troppa importanza a un caldo irragionevole a Indian Wells o un freddo insolito a Miami a marzo. Le medie però potrebbero sottovalutare il problema, perché sono proprio gli estremi a preoccupare. Un calo anche solo di un paio di gradi, in media, potrebbe tradursi in una diminuzione considerevole nella probabilità di due settimane di tennis cocente, diciamo dal 25% al 5% di probabilità.

Una modifica al calendario vorrebbe anche dire meno luce. Questo non gioverebbe molto al soprannome Sunshine Double dato ai due tornei, ma sarebbe di beneficio per il tennis. Fino a che più stadi non adottino coperture anche parziali – per il sole, non per la pioggia – giornate più corte equivalgono a meno sole con cui avere a che fare per gli spettatori e più ragioni per riempire gli spalti. Inoltre, il tennis giocato di sera è entusiasmante. I due tornei possiedono già riflettori in abbondanza per le sessioni serali.

Oltre a dare al tennis una raffreddata, la revisione del programma avrebbe altre ricadute positive. La vicinanza di ben tre Slam a metà stagione genererebbe una cassa di risonanza che farebbe da traino per il seguito del pubblico da un torneo al successivo. Gli Australian Open sperperano questo avviamento nei quattro mesi che li separano dal Roland Garros. C’è anche un mese di distanza tra la fine degli Australian Open e il primo grande evento, appunto l’Indian Wells Masters.

Inoltre, gli altri 3 Slam si avvantaggiano della presenza di tornei preparatori che, da un lato, consentono ai giocatori di trovare intesa con la superficie, dall’altro, agli appassionati di alimentare l’attesa. Gli Australian Open arrivano solamente dopo due settimane dall’inizio ufficiale della stagione, preceduti da semplici tornei di categoria base, su entrambi i circuiti.

La mancanza di una netta separazione tra la fine di una stagione e l’inizio della successiva inoltre costringe alcuni giocatori a saltare il primo Slam per recuperare da infortuni o affaticamento. È il caso ad esempio di Juan Martin Del Potro dopo che ha vinto la Coppa Davis a novembre 2016.

Ipotizziamo invece che la stagione inizi a Indian Wells e poi a Miami o, visto che siamo in vena di cambiamento, prima a Miami e poi a Indian Wells – così da agevolare gli spostamenti dal centro di potere del tennis che è l’Europa – e che si utilizzi la stessa superficie e le stesse palline di Melbourne. A quel mese – o ancora meno se uno o entrambi i Masters negli Stati Uniti realizzano che potrebbero tranquillamente durare una settimana – seguono Doha e Dubai, poi Brisbane, Sydney e gli altri, prima dell’evento principale a Melbourne, all’inizio di marzo. La stagione partirebbe con un vera campagna sul cemento che culmina con il primo Slam.

Dall’Australia, il circuito potrebbe rimanere nell’emisfero sud. I tornei del Sud America (per comodità si includono i paesi dell’America Centrale, n.d.t.) hanno una lunga storia ma uno spazio estremamente infelice nel calendario attuale. Tradizionalmente, erano tornei giocati sulla terra, ma alcuni tra i più importanti hanno deciso di passare al cemento – prima Acapulco, ora forse Rio per ottenere lo status di Master – per il disappunto di Nadal e altri. Troppi giocatori ritengono che non valga la pena giocare sulla terra per qualche settimana se poi arriva un mese di cemento. Però, spostando Indian Wells e Miami, la terra sudamericana potrebbe a sua volta presentarsi un mese dopo in calendario, calmierando parzialmente di un grado, in media, quelle che Nadal definisce condizioni “troppo estreme”. La campagna del Sud America lancerebbe poi in continuità Houston, Charleston e la terra europea, che, tra le altre cose, si estenderebbe a Bucarest, Amburgo, Umag, Bastad e Gstaad, togliendoli dalla loro attuale scomoda posizione dopo Wimbledon. E a nessuno verrebbe in mente di suggerire al Miami Open Masters di passare alla terra verde americana.

Avremmo così un calendario lineare formato da cinque sotto-stagioni più o meno della stessa lunghezza e importanza, quattro con all’interno uno Slam e l’ultima con le Finali di stagione: (1) il cemento all’aperto negli Stati Uniti, Medio Oriente e Oceania, seguito (2) dalla terra in Sud America e Europa, (3) dall’erba tedesca e inglese (con Newport, per quelli che vogliono visitare la Hall of Fame del tennis), (4) dal cemento in Nord America e in Asia, e (5) dal sintetico europeo al chiuso (in cui far rientrare tornei come San Pietroburgo e Rotterdam). Il tutto che si conclude con le Finali di stagione nella città che in quel momento il torneo con i migliori 8 del mondo definisce casa. E, già che ci siamo, giocare poi la Coppa Davis e la Fed Cup in contemporanea – i due circuiti sincronizzati tra loro, che grande idea! – nei weekend di passaggio da una sotto-stagione all’altra, dando ai paesi ospitanti una scelta di superficie molto più ampia e coerente, nella possibilità di selezionare lo stesso posto se uomini e donne della stessa nazione devono affrontare lo stesso turno (Praga nel 2012 ad esempio sarebbe stata il nirvana del tennis). O, follia, pensare di fondere i due eventi in uno solo.

Potrebbe tutto questo davvero accadere? Certo, se la capacità decisionale fosse ricondotta a una sola persona o un gruppo di persone che hanno a cuore la salute del tennis come sport globale. In assenza di una radicale trasformazione però, si procederebbe troppo lentamente affinché il progetto arrivi a compimento: ci sono voluti anni perché la stagione dell’erba diventasse più lunga di una settimana.

Cool Down Tennis