Vincenti, errori e disinformazione

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 12 gennaio 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Dei diversi modi in cui generalmente finisce un punto – vincenti, errori forzati e non forzati – qual è il più frequente? È una domanda così semplice che non ne ho mai fatto oggetto di ricerca. A quanto pare, ci hanno pensato altri, lanciandosi in affermazioni – sulla base dei risultati poi ottenuti – di dubbia bontà.

Un amico mi ha inoltrato un link a un video promozionale per un corso di didattica nel quale – dopo lunghe attese – si spiega che a livello professionistico più punti finiscono con un errore forzato di quanti non terminino con un vincente o un errore non forzato. E per questo motivo, prosegue il video, è possibile usare alcune delle stesse tattiche che i professionisti adoperano per costringere l’avversario a un errore forzato. Sembrerebbe infatti che cercare il vincente sia troppo rischioso, tanto quanto lo sia attendere l’errore non forzato.

Da un punto di vista pedagogico, può avere senso promulgare pazienza e infondere atteggiamenti conservativi. Non so nulla di come insegnare a un dilettante a migliorare il proprio gioco e lascio volentieri l’incombenza agli esperti.

Però, l’utilizzo di dati relativi alle partite professionistiche ha suscitato il mio interesse oltre a un’immediata reazione di scetticismo rispetto a quelle conclusioni, sembra basate su partite dei tornei Slam 2012.

Affidandomi al campione che ho ricavato dai dati messi a disposizione da IBM Poinstream per gli Slam degli ultimi anni, ho testato il Roland Garros 2015 e gli US Open 2015, conteggiando vincenti, errori forzati e non forzati sia per le partite maschili che per quelle femminili. La tabella riepiloga quanto trovato.

Campione dati    Vincenti  Non forzati  Forzati  
Roland Garros U  33.8%     32.9%        33.3%  
Roland Garros D  32.7%     37.8%        29.5%  
                                      
US Open U        34.3%     31.6%        34.1%  
US Open D        31.0%     38.0%        30.9%

Su entrambe le superfici, tra gli uomini i punti si distribuiscono abbastanza uniformemente nelle tre categorie. Tra le donne, i vincenti sono più o meno nello stesso numero degli errori forzati (anche se ci sono più vincenti sulla terra battuta) e gli errori non forzati rappresentano la tipologia di colpo più diffusa con cui un punto finisce.

Va riconosciuto però che si tratta di un campione di dati con delle limitazioni, ed è facile immaginare quali. Una buona percentuale di errori forzati infatti arriva dalla risposta al servizio, un aspetto che non sembra pertinente in una conversazione sulla tattica. Siamo in grado di separare gli ace dai vincenti e i doppi falli dagli errori non forzati, ma non gli errori forzati alla risposta dagli errori forzati.

Per fare questo, si può sfruttare l’ingente quantità di dati raccolta con il Match Charting Project, quasi 1500 partite del circuito maggiore equamente divise tra uomini e donne (al momento della traduzione le partite sono complessivamente 3436, n.d.t.). Il campione del Match Charting Project contiene tutto quello che si trova in Pointstream – vincenti, errori forzati e non forzati – e molto, molto di più. Ai fini di quest’analisi, l’elemento chiave aggiuntivo è la lunghezza dello scambio, che permette di distinguere tra errori forzati alla risposta ed errori forzati che sono avvenuti a scambio inoltrato.

Con i dati del Match Charting Project inoltre possiamo eliminare completamente dal contesto le statistiche legate al servizio, come ace, doppi falli ed errori forzati alla risposta, visto che non rientrano nel significato che comunemente si associa alla parola tattica.

La tabella riepiloga la frequenza di ciascun tipo di colpo con cui un punto finisce.

Campione dati  Vincenti  Non forzati  Forzati  
Uomini         32.5%     45.8%        21.7%  
Donne          32.4%     49.4%        18.2%

Senza i servizi ad alterare la composizione, i vincenti mantengono la loro importanza relativa, ma è la distribuzione degli errori a cambiare enormemente. Si osserva ora come nel momento in cui il giocatore alla risposta avvia lo scambio (o riceve un servizio che dovrebbe essere in grado di rimettere in gioco), gli errori non forzati siano più del doppio degli errori forzati (anche restringendo il calcolo alla terra battuta, tutte le frequenze sono inferiori al punto percentuale in più rispetto alla media complessiva).

Gli errori forzati sono la modalità più diffusa con cui finisce un punto in solo 14 delle 728 partite maschili considerate e in solo 4 delle 751 partite femminili. Anche se si sollevano dubbi sulla rappresentatività del campione di partite del Match Charting Project o sulle tendenze all’errore nella codifica dello scambio da parte dei volontari che raccolgono i dati, siamo di fronte a risultati che stabiliscono in modo incontrovertibile che gli errori non forzati siano la modalità più diffusa con cui finisce un punto.

Non so quanto le tattiche e le tendenze di gioco dei professionisti possano essere riproposte tra i dilettanti, quindi è probabile che questi numeri abbiano scarso valore per gli allenatori. Ma se l’intento è quello di basare le proprie tecniche di insegnamento sulle statistiche dei professionisti, sembra ragionevole iniziare dal comprendere i numeri nel modo giusto.

Winners, Errors, and Misinformation

Uno sguardo ravvicinato al rapporto tra vincenti ed errori non forzati

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 4 settembre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Ci sono poche statistiche nel tennis più frequentemente citate del numero vincenti e di errori non forzati. Praticamente qualsiasi diretta televisiva ne trasmette il conteggio, e il rapporto tra i due numeri riceve la stessa attenzione durante la telecronaca di tutte le altre statistiche.

Se mettiamo da parte le problematiche legate agli errori non forzati, il rapporto tra vincenti ed errori non forzati (V/ENF) sembra avere un certo valore. Non c’è discussione sulla validità dei vincenti, quindi più vincenti devono essere meglio di meno vincenti. Gli errori non vanno certamente bene, quindi meno se ne compiono meglio è.

Da queste supposizioni scarsamente efficaci alla saggezza popolare tennistica secondo la quale un giocatore dovrebbe puntare a collezionare più vincenti di errori non forzati ottenendo di fatto un rapporto tra i due di almeno 1.0, il passaggio è breve.

Come ogni statistica, anche questa non è perfetta. Con l’aiuto di dati punto per punto da più di 1000 partite del Match Charting Project, possiamo procedere a un esame più attento.

L’eccitazione relativa al rapporto V/ENF è giustificata?

Nel confronto tra il rapporto V/ENF di due giocatori, si trova che il giocatore con il valore più alto ha quasi sempre vinto la partita. Nessuna sorpresa in questo caso, visto che vincenti ed errori non forzati sono rappresentazione diretta di punti vinti e persi.

Non è un indicatore perfetto però. Sia nelle partite maschili che in quelle femminili, il giocatore e la giocatrice con il valore più basso di V/ENF vincono l’11% delle volte. Vincenti ed errori non forzati compongono circa il 70% del totale dei punti, quindi se il rimanente 30% propende con decisione verso una sola direzione – specialmente nelle partite molto equilibrate – si troveranno risultati inattesi.

La situazione si complica non poco quando mettiamo alla prova la magica soglia di 1.0 nel valore di V/ENF. È il numero che i commentatori citano sempre, come se fosse la sottile linea di distinzione tra vincitori e vinti. Siccome i valori di V/ENF cambiano sostanzialmente tra generi, vale la pena esaminare i due circuiti separatamente.

Nelle 512 partite al momento presenti nel database del Match Charting Project, i giocatori hanno siglato un rapporto di almeno 1.0 solo il 41.3% delle volte. In più del 25% di quei “successi” hanno però perso la partita. Questo significa che abbiamo molti falsi positivi e negativi: sconfitti che superano la soglia di 1.0 così come molti vincitori che non riescono a raggiungerla.

I giocatori che hanno raggiunto o superato la fatidica soglia di 1.0 hanno vinto il 74% delle partite. Ma l’intervallo appena superiore – da 1.0 a 1.1 – ha portato a vittorie solo nel 60% dei casi.

Non esiste una chiara linea di demarcazione tra un buon valore del rapporto e uno non buono: anche a 1.2 di V/ENF, i giocatori vincono solo il 70% delle partite. Con un valore basso come 0.8 ne vincono circa il 50%.

Gran parte del problema è originata dal fatto che un giocatore condiziona i numeri dell’avversario e viceversa. Contro un difensore che gioca da fondo, un giocatore medio vedrà diminuire i suoi vincenti e aumentare i suoi errori non forzati. In una partita ipotetica di quel tipo, entrambi otterranno un valore al di sotto di 1.0. Contro un attaccante dal grande servizio, lo stesso giocatore colpirà più vincenti e, visto che gli scambi sono più brevi, accumulerà meno errori non forzati. Questo scenario restituirà spesso due valori sopra a 1.0.

Per le donne il discorso è diverso

Nel campione di 552 partite disponibili, le giocatrici hanno riportato un V/ENF di almeno 1.0 il 26% delle volte. Considerando che il valore medio è molto basso – circa 0.7 – non ci sono molti falsi positivi. Le giocatrici che raggiungono la soglia di 1.0 vincono l’89% delle partite.

Per le donne, un obiettivo più ragionevole è nell’intorno di 0.85. Equivale all’incirca a 1.2 per gli uomini, nel senso che un valore in quella zona si traduce in circa il 70% di vittorie.

Non esiste un numero magico, è indubbio. Anche se ci si accorda su soglie rivisitate come lo 0.85, il conteggio di vincenti ed errori non forzati esclude troppe informazioni. Nel secondo altalenante turno degli US Open 2015 tra Sara Errani e Jelena Ostapenko, Errani ha colpito 11 vincenti e 24 errori non forzati; Ostapenko ha colpito 54 vincenti e 49 errori non forzati. Un valore di 0.46, come quello di Errani, porta a vincere solo nel 29% dei casi, mentre un valore di 1.1, come quello di Ostapenko, vale la vittoria nell’87% delle volte. Eppure, è Errani che è andata avanti nel torneo, vincendo in tre set.

Un’analisi specifica delle singole componenti

La partita tra Errani e Ostapenko apre a un’altra sfumatura di analisi. Il rapporto V/ENF di Errani è stato terribile. Mantenendo però bassa la frequenza di errori non forzati, ha raggiunto almeno la metà del traguardo, inducendo Ostapenko a commettere più errori. E per quanto Ostapenko abbia colpito moltissimi vincenti, il numero dei suoi errori non forzati è stato sufficientemente alto da tenere Errani in partita.

Un esame indipendente di vincenti ed errori non forzati non fornisce comunque alcun numero magico, ma comunica più di quanto il rapporto V/ENF non faccia di partenza. Errani ha commesso errori non forzati solo nel 14% dei punti che – preso singolarmente – si traduce in una vittoria nel 70% dei casi. La frequenza del 28% di errori non forzati di Ostapenko porta alla vittoria solo nel 20% dei casi.

Isolando le due componenti del rapporto, possiamo definire degli obiettivi chiari per ciascuna. Nel tennis femminile, una frequenza di errori non forzati tra il 14 e il 16% – presa singolarmente – si traduce in una probabilità di vittoria del 70%. Per quanto riguarda i vincenti, si osserva che una frequenza tra il 19 e il 20% genera sempre una probabilità di vittoria del 70%.

Questi risultati aiutano a rispondere a un’altra domanda che spesso si sente fare: è più importante aumentare i vincenti o diminuire gli errori non forzati? Sulla base di questi numeri, la risposta è diminuire gli errori non forzati, ma con un margine molto sottile rispetto ad aumentare i vincenti, e solo per il circuito femminile. La giocatrice con più vincenti vince il 68% delle partite, mentre la giocatrice con meno errori non forzati ne vince il 73%. In un’analisi più sofisticata, nella quale ho raggruppato le partite in funzione della frequenza di vincenti e di errori non forzati, il margine sembra essere ancora più ridotto. La relazione tra frequenza di errori non forzati e percentuale di vittorie è stata di pochissimo più forte (r^2 = 0.92) della relazione tra frequenza di vincenti e percentuale di vittorie (r^2 = 0.90).

Le componenti nel caso degli uomini

Per il tennis maschile, le soglie del 70% sono diverse. Presa singolarmente, a una frequenza di vincenti di circa il 22% corrisponde il 70% di probabilità di vittoria. La stessa percentuale è data da una frequenza del 15% negli errori non forzati.

L’importanza relativa di vincenti ed errori non forzati nel circuito maschile non è la stessa vista per le donne. Forse perché gli ace – che vengono conteggiati come vincenti – sono uno degli aspetti determinanti del gioco. Di nuovo, la differenza è marginale, ma in questo caso la relazione tra frequenza di vincenti e percentuale di vittorie (r^2 = 0.94) è un po’ più forte della relazione tra frequenza di errori non forzati e percentuale di vittorie (r^2 = 0.92).

Ho quasi terminato

La maggior parte dei giocatori gioca molte partite nelle quali raggiunge la soglia di 1.0 nel rapporto V/ENF perdendole poi comunque. Molto spesso, la maggior parte delle giocatrici non riesce a raggiungere lo standard di 1.0 e alcune fra loro, come Errani, collezionano eccellenti carriere nonostante non riescano quasi mai ad arrivare a quello standard. Si potrebbe fare molto meglio di così.

Per una generica regola del pollice, la soglia obiettivo di V/ENF pari a 1.0 non è orribile. Ma, come abbiamo visto, con un’osservazione leggermente più sofisticata – quella che prende in considerazione anche le differenze tra uomini e donne, come l’indipendenza di valore delle componenti frequenza di vincenti e frequenza di errori non forzati – si otterrebbero risultati considerevolmente più affidabili.

A Closer Look at the Winner-Unforced Error Ratio

Uomini, donne ed errori non forzati

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 6 gennaio 2014 – Traduzione di Edoardo Salvati

Se siete mai capitati nel fuoco incrociato del dibattito tra i meriti del tennis maschile rispetto a quelli del tennis femminile, è probabile che abbiate sentito affermare che il tennis femminile è più avventato o, ancora, “intriso di errori non forzati”. Magari è pure una frase che voi stessi avete pronunciato. Comprensibile, vista la frequenza con cui viene ripetuta, in varie forme, nelle telecronache di tennis, senza che sia oggetto di contraddittorio.

Ma è davvero così? Nelle partite WTA ci sono molti più errori non forzati che in quelle ATP? Gli errori non forzati sono stati registrati nelle partite dei tornei Slam del 2013, quindi abbiamo modo di verificarlo.

Iniziamo dai risultati più recenti. Per quanto riguarda gli uomini, agli US Open 2013 il 33.2% dei punti è terminato con un errore non forzato. Nell’ultima settimana, il livello di gioco potrebbe essersi intensificato, almeno in parte: dagli ottavi in avanti il 32.9% dei punti è terminato con un errore non forzato.   

In effetti, le partite delle donne hanno mostrato una frequenza maggiore di errori non forzati. Complessivamente, il 39.7% dei punti è terminato con un errore non forzato, mentre dal quarto turno in avanti il numero è sceso al 36.7%.

La risposta, quindi, è affermativa: nel tennis femminile vengono commessi più errori non forzati. Ci sono state differenze simili nella frequenza di errore anche a Wimbledon e agli Australian Open, così come al Roland Garros, ma in misura minore.

Errori macroscopici

Tuttavia, non si tratta di differenze enormi. Prendendo a riferimento gli US Open 2013, possiamo verificare che i punti nelle partite femminili sono terminati con un errore non forzato circa il 20% più spesso di quelle maschili. Negli ultimi quattro turni del torneo, che generano più interesse e presa di posizione tra gli appassionati, la differenza è scesa all’11.7%. 

Se non la si deduce dalla carta, è una distinzione impercettibile. In un tipico set, diciamo, di 60 punti, due giocatori medi totalizzano in media 20 errori non forzati, rispetto ai 24 di una tipica partita tra giocatrici. Significa più o meno un errore non forzato in più ogni due game. Se si restringe agli ultimi quattro turni, la differenza scende a 20 errori non forzati per gli uomini e 22 per le donne, in un’intera partita. Vale a dire, due errori aggiuntivi per ogni set.       

Esiste un divario concreto, ma non sembra così rilevante da indicare livelli qualitativi di gioco agli antipodi o da alterare l’esperienza visiva. 

La tabella riepiloga i numeri di tutte le partite degli Slam del 2013 e degli ultimi 4 turni (ENF = Errori Non Forzati):

Slam             ENF% ATP  ENF% WTA  WTA/ATP  
Australian Open  36.2%     44.4%     1.22  
Roland Garros    33.6%     37.0%     1.10  
Wimbledon        19.1%     24.6%     1.29  
US Open          33.2%     39.7%     1.20

Dagli ottavi:                                           
Slam             ENF% ATP  ENF% WTA  WTA/ATP  
Australian Open  36.4%     41.1%     1.13  
Roland Garros    33.9%     34.9%     1.03  
Wimbledon        20.5%     24.4%     1.19  
US Open          32.9%     36.8%     1.12

Quello che conta non sono tanto le variazioni tra uno Slam e l’altro, quanto come lo stesso gruppo di valutatori, nelle stesse condizioni, si ponga rispetto agli errori nelle partite maschili e in quelle femminili. Wimbledon, in particolare, è noto per un approccio molto personale al modo in cui vengono considerati gli errori non forzati.

Una questione di forza invece

Tra i quattro Slam, c’è minore disparità al Roland Garros, e non è una sorpresa. Su una superficie più lenta infatti, i giocatori ottengono meno punti diretti al servizio, trovandosi più spesso in una situazione di scambio. Se si escludono quegli scambi da uno o due colpi molto frequenti nel tennis maschile, la differenza negli errori non forzati con il tennis femminile inizia a ridursi.

Se da un lato non possiamo fare troppo affidamento su tutti i servizi vincenti e gli errori forzati in risposta perché non facilmente disponibili, dall’altro siamo sicuri di poter escludere gli ace dal conteggio. Finora abbiamo considerato gli errori non forzati come percentuale dei punti complessivi. Se li si interpretano come percentuale di tutti i punti che non siano ace, la differenza nella frequenza tra i due circuiti diminuisce.

In altre parole, iniziamo a vedere cosa succede quando c’è una risposta al servizio:

Slam             ENF% ATP  ENF WTA%  WTA/ATP  
Australian Open  39.6%     46.2%     1.17  
Roland Garros    35.6%     38.3%     1.08  
Wimbledon        21.2%     25.9%     1.22  
US Open          36.1%     41.3%     1.14  

Dagli ottavi:                                
Slam             ENF% ATP  ENF% WTA  WTA/ATP  
Australian Open  39.6%     42.8%     1.08  
Roland Garros    35.3%     36.0%     1.02  
Wimbledon        22.7%     25.6%     1.13  
US Open          34.9%     38.3%     1.10

Nella maggior parte di questi casi, si tratta di un paio di punti per set. Se fossimo in grado di isolare i servizi vincenti e forse gli errori forzati in risposta, troveremmo quasi sicuramente differenze ancora più ridotte.

Non c’è alcun dubbio che gli uomini servano con maggiore potenza e velocità e, in media, è più probabile che vincano un punto senza dover ricorrere al secondo colpo. Ma se il confronto con il tennis femminile avviene in termini di caratteristiche, non sembra corretto assegnare meriti agli uomini per non commettere lo stesso numero di errori non forzati, quando una parte della già modesta differenza dipende dalla predominanza del servizio.   

Cavilli

Questa è un’analisi che si basa interamente sulla statistica relativa agli errori non forzati, che è un dato per cui ho poco interesseÈ assolutamente legata al valutatore e non si è ancora arrivati a un’interpretazione comunemente accettata del suo significato. 

Tuttavia, se vogliamo sfatare un mito diffuso sugli errori non forzati, non c’è modo di procedere senza fare ricorso agli errori non forzati.

Per eliminare la soggettività del valutatore, la soluzione ideale è limitare il confronto su partite dello stesso torneo. La stessa persona certamente non registra errori non forzati per ogni partita degli US Open, ma probabilmente si occupa sia di partite maschili che di partite femminili. E può anche essere che, per determinati tornei, ogni valutatore riceva la stessa formazione per il lavoro che deve fare. 

Anche con queste premesse, rimane molto probabile il fatto che i valutatori – più o meno inconsciamente – modifichino la loro attitudine in funzione della partita, se maschile o femminile. Se un errore non forzato è un colpo che un giocatore non avrebbe dovuto sbagliare, molto verte sull’interpretazione della parola “avrebbe dovuto”. Può essere infatti che alcuni colpi vengano valutati errori non forzati in una partita tra uomini ed errori forzati tra donne. È per questo che diventa molto complesso mettere a confronto uomini e donne attraverso una statistica che a sua volta varia in funzione del genere. 

Va anche aggiunto che, presumibilmente, i valutatori sono degli appassionati di tennis esposti come tutti alla medesima saggezza popolare tennistica. Se si ritiene che le donne commettano più errori non forzati degli uomini, forse le chiamate al limite vengono considerate errori non forzati per le donne ed errori forzati per gli uomini. Così facendo, i valutatori stessi potrebbero, involontariamente, aumentare le differenze tra generi, anziché ridurle.

Considerata la difficoltà di raccogliere dati relativi a centinaia di partite che si giocano in vari continenti e su molti mesi dell’anno, dubito che qualsiasi sistema non automatizzato possa mai risolvere queste problematiche. Per il momento, bisogna fare affidamento sul conteggio ufficiale degli errori non forzati come migliore rappresentazione disponibile della realtà e trarre conclusioni di conseguenza.

Pur in presenza di dati affetti da limitazioni e qualsiasi siano le altre differenze tra generi su un campo da tennis, la statistica sugli errori non forzati non è il fattore differenziate che si ritiene essere, nemmeno lontanamente.

Men, Women, and Unforced Errors

La questione degli errori non forzati

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 6 agosto 2011 – Traduzione di Edoardo Salvati

Qualunque sport presenta statistiche frequentemente citate che sono, in realtà, di utilizzo limitato. Si tratta spesso di statistiche informative, a cui viene però attribuita una portata conoscitiva più ampia di quella posseduta. Ci sono veloci esempi in molte statistiche di “conteggio”, come i punti segnati nel basket, le mete segnate nel football americano e i punti battuti a casa (Run Batted In o RBI) nel baseball. Sono tutte statistiche a connotazione positiva, che però non forniscono il contesto in cui vengono raggiunte: per seguire gli esempi, molti tentativi di tiro (Field Goal Attempt o FGA), una linea d’attacco molto forte o dei buoni battitori in base.

Nel tennis, la statistica che più mi esaspera sono gli errori non forzati. Non è solo una statistica che ignora una parte significativa di contesto (come nelle altre che ho citato), ma si affida al giudizio della persona che la registra.

Giudizio sbagliato

Il secondo aspetto, quello relativo al valutatore, è il più problematico. Quanta importanza possiede un numero se due persone che guardano la stessa partita possono conteggiarlo in maniera diversa? Questo ad esempio è stato un punto scottante a Wimbledon 2011, dove i valutatori hanno assegnato un numero insolitamente ridotto di errori non forzati, specialmente in risposta al servizio.

Se si sta guardando la partita, la problematica può passare inosservata. Se le statistiche alla fine del set dicono che Rafael Nadal ha commesso 8 errori non forzati e Roger Federer ne ha commessi 17, l’indicazione è che Federer sta facendo più errori evidenti. Ma se l’obiettivo è fare un raffronto con una partita tra Nadal e Federer di qualche tempo prima, diventano dei numeri del tutto inutili.

In tornei come Wimbledon, il mio sospetto è che qualcuno della Federazione Internazionale, o forse l’IBM, fornisca istruzioni standard ai valutatori sulla base di regole generali per categorizzare gli errori. E questo sarebbe un buon punto di partenza, soprattutto se fosse poi diffuso a tutti i tornei del circuito maggiore.

…ma non ha importanza

Ho il timore che, a prescindere dalla coerenza nella valutazione degli errori, la distinzione tra non forzati e forzati rimarrà sempre arbitraria. Prendiamo il caso delle risposte al servizio. Ci sono circostanze, in particolare sulle seconde di servizio, in cui il giocatore sbaglia un facile risposta. Più frequentemente però, il giocatore alla risposta si trova immediatamente in difesa. Quando si può definire non forzato un errore in risposta a una pallina che si sposta a una velocità di 210 km/h?

Arriverà un tempo in cui probabilmente ci saranno sistemi computerizzati di classificazione degli errori in sostituzione di un valutatore umano.

In possesso di tutti i dati necessari e a calcoli fatti, si potrebbe affermare che un servizio centrale a 200 km/h sul lato dei vantaggi riceve risposta il 60% delle volte, lasciando quindi il 40% di possibilità di errore o di non risposta. Con numeri di questo tipo per ogni servizio (e poi per ogni altro colpo), si può arrivare a definire come non forzato un errore su un colpo che un giocatore medio tra i primi 100 invece realizza, ad esempio, il 75% delle volte. O si potrebbero avere diverse tipologie di classificazione: errori non forzati, errori disastrosi, errori leggermente forzati, e così via, in funzione dei vari intervalli di percentuale.

Nel tennis moderno però i giocatori sono così forti (e la loro attrezzatura così avanzata) da rendere quasi tutti i colpi potenzialmente di attacco, con la conseguenza che i loro avversari sono quasi sempre – per certi versi – in fase difensiva, e viceversa. In uno scambio con Nadal, è possibile colpire qualche vincente, ma si dovrà sempre avere a che fare con la rotazione dei suoi colpi. In uno scambio con Federer, la rotazione non è così estrema, ma si cerca sempre di evitare che colpisca di dritto (con Novak Djokovic, si vorrebbe sempre aver servito meglio). Questa disposizione difensiva semi-perpetua comporta che quasi ogni errore sia – per certi versi – forzato. E visto il livello dei giocatori, ci si attende che rimettano in gioco ogni possibile colpo, facendo pensare che ogni colpo sia – per certi versi – non forzato.

Una situazione da mal di testa!

La saggezza degli analisti nel baseball

Nel baseball esiste un problema molto simile. Se un esterno commette una giocata sbagliata (come segnalata dal valutatore ufficiale), gli viene attribuito un errore. Paradossalmente, alcuni tra gli esterni più forti sono anche quelli con il maggior numero di errori totali. Se, ad esempio, un interbase ha un’ampia capacità di spostamento, sarà in grado di raggiungere molte palle battute in campo, e avere più probabilità di fare lanci sbagliati, accumulando così errori.

Per decenni, gli appassionati hanno considerato gli errori come lo standard valutativo di prodezza difensiva: una statistica chiamata “media difensiva (fielding percentage)” misura il rapporto tra le giocate riuscite sul numero di occasioni difensive (in altre parole, 1 meno “la frequenza di errore”). Visto il paradosso citato in precedenza, la più alta media difensiva non appartiene necessariamente agli esterni migliori.

La soluzione? Ignorare gli errori e concentrarsi sulle giocate effettuate (si tratta di una semplificazione estrema, ma non di molto). Se l’interbase A effettua più giocate dell’interbase B, non ha importanza se A commette più errori di B. Il giocatore che si vuole nella propria squadra è quello che effettua più giocate.

In sostanza, gli errori nel baseball corrispondono agli errori non forzati nel tennis, e le giocate-non-effettuate nel baseball (l’interbase che si tuffa per prendere la palla senza però raggiungerla) corrispondono agli errori forzati nel tennis. La statistica che rileva per gli analisti di baseball, le “giocate effettuate”, corrisponde nel tennis ai “colpi validi messi in campo”. L’analogia soffre di imperfezione, ma illustra efficacemente il problema di separare un tipo di non-giocata da un’altra.

Soluzioni

Se non facciamo distinzione tra le diverse casistiche di errori, rimaniamo con “colpi messi a segno” e “colpi sbagliati” o, con ancora minore soddisfazione, “punti vinti” e “punti persi”. Non esattamente un passo nella giusta direzione, visto che i punti vengono già conteggiati!

Però, rimango dell’avviso che sia quasi meglio non avere statistiche che averne di ingannevoli. La lunghezza di uno scambio è una statistica valida, perché permette di osservare l’esito di varie tipologie di punti. Se si vincono molti scambi da 10 o più colpi, si viene identificati come un certo tipo di giocatore (o un giocatore che imposta la partita in un determinato modo). Non ha importanza se si perde quel punto con un errore non forzato o sul vincente dell’avversario, entrambe le circostante potrebbero comunque derivare dallo stesso errore tattico commesso tre o quattro colpi prima.

O ci si muove su questa strada, o bisogna aspettare il momento in cui sarà possibile calcolare la probabilità di vittoria in tempo reale e iniziare a categorizzare gli errori con estrema precisione. Gli errori non forzati non scompariranno né ora né in futuro ma, come appassionati del gioco, possiamo mostrare più acume sull’attenzione da attribuire ai singoli numeri.

The Problem With “Unforced Errors”