Vale la pena perdere una partita per fare le qualificazioni di uno Slam?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 13 gennaio 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nel torneo di Hobart 2016, Naomi Osaka ha perso al secondo turno contro Mona Barthel. Prima della partita, la sua era una posizione scomoda: se avesse vinto, non avrebbe poi potuto giocare le qualificazioni agli Australian Open. Per una giovane giocatrice fuori dalle prime 100, i quarti di finale in un evento del circuito maggiore sono un risultato positivo, ma è presumibile che entrare nel tabellone principale di Melbourne fosse il vero obiettivo della sua trasferta in Australia.

Vista la sconfitta, Osaka potrà giocare le qualificazioni. Se non avesse perso? È questa l’occasione in cui una giocatrice trarrebbe beneficio dal perdere, piuttosto che vincere, una partita?

In altri termini: nella situazione di Osaka, quale incentivo interviene? Se potesse, quale sceglierebbe tra i quarti di finale di un torneo del circuito maggiore e un posto nelle qualificazioni di uno Slam? In parole povere, trovandosi nella circostanza, una giocatrice dovrebbe volutamente perdere?

Analizziamo gli scenari a disposizione. Nello scenario A, Osaka vince il secondo turno di Hobart, raggiunge i quarti di finale con la possibilità di andare oltre, precludendosi però di fatto di giocare gli Australian Open. Nello scenario B, perde al secondo turno, si presenta alle qualificazioni a Melbourne e ha l’opportunità di entrare nel tabellone principale.

Prima di fare i calcoli, provate a indovinare: quale è lo scenario che probabilmente darà a Osaka più punti? E per quanto riguarda i premi partita?

Lo scenario A è più semplice. Raggiungendo i quarti di finale, Osaka prende 30 punti e 2590 dollari addizionali rispetto a una sconfitta al secondo turno. Dovesse proseguire, serve considerare punti e premi attesi, utilizzando l’ammontare di entrambi previsto per ogni turno e raccordandolo alle probabilità di Osaka di raggiungere quel determinato turno.

Stimiamo che Osaka abbia circa il 25% di probabilità di vincere il quarto di finale, aggiungendo altri 50 punti e 5400 dollari. In termini attesi, si tratta di 12.5 punti e 1350 dollari. Se continua nel torneo, le diamo un 25% di probabilità di arrivare in finale, e poi un 15% di probabilità di vincere il titolo.

Mettendo insieme queste varie possibilità, dai punti garantiti del quarto di finale fino allo 0.94% di probabilità di vincere il torneo (25% * 25% * 15%), si ottiene che la “ricompensa” attesa nello scenario A corrisponde a circa 48 punti e poco meno di 4800 dollari.

Lo scenario B ha inizio da un punto ben diverso. Grazie al recente incremento dei premi partita nei tornei dello Slam, a ogni giocatore delle qualificazioni spettano almeno 3150 dollari, una cifra già simile al possibile guadagno atteso di Osaka nel caso fosse andata avanti nel torneo di Hobart. La situazione dei punti però è di tutt’altro tipo, perché chi perde al primo turno delle qualificazioni prende solo 2 punti validi per la classifica della WTA.

Vi risparmio i calcoli dello scenario B, ma ho ipotizzato che Osaka abbia un 70% di probabilità di superare il primo turno di qualificazioni, un 60% per il secondo e un 50% per il terzo, qualificandosi quindi per gli Australian Open. Se vi sembrano probabilità leggermente alte, consideratele una compensazione per la possibilità che Osaka raggiunga il tabellone principale come ripescata o lucky loser (inoltre, si ottiene lo stesso risultato finale diminuendo le probabilità rispettivamente fino al 50%, 45% e 40%, anche se punti e premi partita dello scenario B sono un po’ più bassi).

Una stima delle probabilità così definita si traduce in un’attesa di circa 23 punti classifica e 11.100 dollari. Oltre agli iniziali 3150 dollari, a Osaka non è automaticamente garantita alcuna somma, ma la potenziale ricompensa per l’ingresso nel tabellone principale è enorme, specialmente se raffrontata ai premi partita di Hobart: una sconfitta al primo turno agli Australian Open vale infatti più di una finale persa a Hobart.

E, naturalmente, se dovesse qualificarsi, ha la possibilità di vincere altre partite. Dal 2000, le giocatrici uscite dalle qualificazioni in uno Slam hanno raggiunto il secondo turno il 41% delle volte, il terzo turno il 9%, il quarto turno l’1.8% e i quarti di finale lo 0.3%. Queste probabilità, collegate al 21% di probabilità per Osaka di entrare effettivamente nel tabellone principale, si traducono in ulteriori 7 punti classifica e 2600 dollari di premi partita attesi.

In sintesi, lo scenario B restituisce 30 punti attesi e 13.600 dollari in premi partita attesi.

In questo confronto, l’alternativa Slam è largamente più remunerativa, mentre il torneo del circuito maggiore assegna un numero più alto di punti. Nel lungo periodo, sono punti che avranno un peso economico, perché potrebbero consentire a Osaka l’ingresso diretto in eventi di livello superiore per i quali altrimenti dovrebbe qualificarsi. Probabilmente, però, non è sufficiente a respingere il richiamo che quasi 9000 dollari in più di premi partita immediati esercitano (Osaka ha poi perso al terzo turno degli Australian Open da Victoria Azarenka, guadagnando 130 punti classifica e circa 86.000 dollari in premi partita, n.d.t.).

Spero davvero che nessuna giocatrice, o giocatore, perdano mai una partita volontariamente in modo da riuscire a giocare le qualificazioni di uno Slam. Dovesse accadere, almeno comprenderemo la logica che li spinge a farlo.

Is Grand Slam Qualifying Worth Tanking For?

Una nuova idea sui premi partita

di Jared Pine // SecondSerb

Pubblicato il 31 agosto 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Per ragioni che non comprendo, i premi partita sono al centro del dibattito nel tennis. Sembra che sia più interessante parlare dei guadagni dei giocatori piuttosto che delle loro prestazioni in campo. Per quanto i premi partita siano un argomento molto importante, non dovrebbero mai oscurare il tennis giocato, e questo è il motivo per cui, a parte qualche scambio di opinione su Twitter, non mi sono mai ufficialmente espresso.

Con questo articolo, voglio dare un nuovo tipo di contributo. La maggior parte delle discussioni sui premi partita riguarda il confronto tra tennis maschile e femminile o tra i migliori, e più ricchi, del mondo e i giocatori che sbarcano il lunario. Sono pochi invece a interessarsi di come i premi vengano suddivisi all’interno dello stesso torneo.

Sono della convinzione che sia il vincitore di un torneo che i giocatori che perdono al primo turno ricevano troppi premi, mentre chi avanza di qualche turno e i qualificati non guadagnino abbastanza. La mia soluzione è quella di associare i punti validi per la classifica ai premi partita. In altre parole, l’ammontare di premi partita che un giocatore riceve dovrebbe essere direttamente proporzionale alla quantità di punti classifica che riesce a guadagnare.

In un mondo ideale, l’ATP potrebbe stabilire che ogni punto classifica abbia un valore di 700 dollari (il valore medio di un punto al Cincinnati Masters 2016 era di 693,21 dollari), a prescindere dal tipo di torneo e dal turno in questione, che sia un primo turno in un Future o che sia uno dei 2000 punti assegnati per la vittoria di uno Slam.

700 dollari per una vittoria al primo turno di un torneo Future rappresenterebbero un cambiamento considerevole. Al momento, per guadagnare quella cifra un giocatore deve raggiungere la finale. Il problema è che l’ATP ha poca influenza sulla distribuzione dei premi, prerogativa invece del singolo torneo.

Questo però non impedisce l’effettiva adozione di un modello come quello che ho proposto, per evitare che un ammontare sproporzionato sia conferito al vincitore e ai giocatori che escono al primo turno.

Vediamo un esempio pratico con il Cincinnati Masters 2016, un torneo della categoria Masters che assegnava 1000 punti al vincitore, con un montepremi di 3.216.490 dollari. L’immagine 1 riepiloga la distribuzione dei punti classifica e dei premi partita.

IMMAGINE 1 – Distribuzione dei punti classifica e dei premi partita per il Cincinnati Masters 2016

Sulla base di questo sistema, i giocatori che non vincono partite del tabellone principale sono quelli che ricevono i premi più alti per ogni punto guadagnato. Il vincitore invece è l’unico giocatore, tra quelli che avanzano nel torneo, a essere pagato più della media. Anzi, il vincitore guadagna più del doppio dei premi ottenuti dal finalista, pur giocando fondamentalmente quanto il finalista e pur prendendo molto meno del doppio dei punti (1000 per il vincitore rispetto ai 600 del finalista, n.d.t.).

Ci sono a mio avviso tre ragioni principali per le quali la problematica va affrontata: le scommesse nel tennis, i ritiri e la motivazione. Iniziamo da quest’ultimo aspetto.

La motivazione

Cosa spinge i giocatori a voler vincere partita dopo partita? Se fosse solo alzare il trofeo, non li vedremmo esultare dopo aver vinto una qualsiasi partita, ma solo per la finale, che appunto sarebbe l’unica vittoria degna di essere celebrata. Invece, capita spesso di vedere giocatori di bassa classifica gettarsi a terra dopo aver battuto a sorpresa un avversario più forte in un torneo maggiore. Viene in mente Jerzy Janowicz strapparsi la maglietta dopo aver eliminato Jo Wilfried Tsonga al secondo turno degli Internazionali d’Italia 2013, sicuramente per il fatto di aver guadagnato punti e premi importanti e non solo per la vittoria in sé. Sono questi infatti i due elementi base della motivazione di qualsiasi giocatore, che determinano in larga misura il valore di ciascuna partita. Ne consegue che i tornei maggiori offrano premi partita più generosi e punti classifica più numerosi.

I giocatori dovrebbero essere spinti da entrambe le forze in modo proporzionale. Al momento, un giocatore è motivato a vincere una partita di primo turno principalmente dai punti classifica. Dovesse però arrivare in finale, la sua motivazione si sposterebbe sui premi partita. Per questo, sarebbe auspicabile che la motivazione rimanesse equamente suddivisa durante tutto il torneo.

Nell’esperienza reale, alcuni giocatori sono motivati dai premi partita, altri dai punti classifica. Un giocatore che intende farsi affiancare da un allenatore stabile in modo da migliorare il suo gioco, sarà motivato dai premi partita, necessari a tal fine. Un giocatore che beneficia di un allenatore pagato dalla federazione – come ad esempio in alcuni programmi della USTA, la federazione americana – ma non possiede una classifica che gli garantisca accesso diretto al tabellone principale di un Challenger, sarà motivato dai punti classifica. È probabile quindi che il giocatore motivato dai premi partita si iscriverà a quei tornei che offrono premi più alti, ma dovrà subire una competizione molto più forte. Viceversa, il giocatore motivato dai punti classifica girerà tutto il mondo per trovare un torneo di qualità inferiore da vincere facilmente.

Il risultato è una classifica imprecisa. Il giocatore motivato dai premi avrà una classifica inferiore rispetto a quella che il suo livello potrebbe esprimere e il giocatore supportato dal suo paese avrà una classifica più alta delle sue effettive qualità. Sebbene possa sembrare una questione da poco, la classifica determina la possibilità per un giocatore di partecipare ai tornei e riuscire a diventare un professionista affermato. Tanti giocatori non raggiungono mai quel livello, perché non riescono a salire in classifica e non possono permettersi di farsi accompagnare dagli allenatori per giocare i tornei più abbordabili. Se la competizione tra i più forti del mondo fosse una competizione tra i giocatori più forti di tutti i paesi e non solo dei paesi che investono nel tennis, avremmo uno spettacolo ancora più incredibile.

Rendere fissa la distribuzione dei premi partita nei singoli tornei sarebbe un contributo solo minimo alla risoluzione di una problematica ben più grossa, ma è senza dubbio una delle molte leve da azionare per muovere nella giusta direzione.

Le scommesse

Il professionismo nel tennis è un lavoro a tempo pieno, quindi i giocatori professionisti devono ricevere un salario. Come visto, il tennis è strutturato per essere incompatibile con la nozione di salario. Di conseguenza, molti giocatori cercano di recuperare i soldi di cui hanno bisogno truccando un punto, un game, un set o addirittura una delle loro partite.

Si tratta purtroppo di uno dei lati oscuri del tennis. Fortunatamente, la grande maggioranza degli episodi accade nei livelli più bassi. Ma non esiste una soluzione perfetta. Molti tornei sono sponsorizzati da siti di scommesse sportive. Se da un lato giocatori come Novak Djokovic hanno deciso di non essere rappresentati da nessuna società di scommesse, dall’altro la maggior parte dei giocatori non possiede una morale sofisticata o soldi a sufficienza per permettersi una scelta così categorica.

Diventa quindi impossibile separare completamente il tennis dalle scommesse. Il tennis però può ridistribuire i premi partita assegnandone di più per singola vittoria e di meno per singola sconfitta, così da disincentivare i giocatori a truccare game, set o partite. Se la quantità di soldi ricevuti in termini di premi partita dipende dal risultato solo marginalmente, è molto probabile che i giocatori riporranno meno interesse nel risultato della partita. Tuttavia, se ci sono 700 dollari in palio anche per le partite meno importanti in assoluto, non vale più la pena ricevere 500 dollari per truccare una partita.

Riprendendo il Cincinnati Masters 2016, il premio partita per una vittoria al primo turno erano 28.675 dollari, contro 15.480 dollari per una sconfitta. Se chi cerca di truccare una partita offre 20.000 dollari, un giocatore può seriamente pensare di cedere alla tentazione.

Se si adottasse il mio sistema, una vittoria al primo turno varrebbe 31.194,45 dollari, a fronte di 6932,09 dollari per una sconfitta. Questo significa che chi cerca di truccare una partita dovrebbe offrire almeno 25.000 dollari per rendere appetibile la proposta al giocatore.

Lo stesso vale, su scala più ridotta, per i tornei Challenger e Future. Chi cerca di truccare una partita dovrebbe iniziare a mettere sul tavolo molti più soldi per corrompere i giocatori, rendendo l’attività illegale molto più costosa e non più sostenibile nel lungo periodo. Questo aiuterebbe a estirpare il problema nel tennis.

I ritiri

Questo aspetto si applica più direttamente ai tornei Slam. Per comodità, farò riferimento agli US Open 2016. Se i premi partita fossero proporzionali ai punti classifica, ogni giocatore guadagnerebbe 3290,22 dollari a punto, un miglioramento sostanziale rispetto al Cincinnati Masters 2016.

Un breve excursus. Non ho problemi a giustificare la differenza di premi partita per punti classifica tra il Cincinnati Masters e gli US Open. Gli Slam sono tornei unici, nessun altra competizione di tennis può reggere il confronto. Non ci sono tornei rilevanti durante le due settimane di uno Slam a meno di non scendere di categoria fino al circuito dei Challenger. Idealmente, anche quei tornei dovrebbero avere un calendario che non si sovrapponga a quello della prima settimana di uno Slam.

Se venisse adottato il mio modello per gli US Open 2016, il giocatore che perde al primo turno guadagnerebbe 32.902,17 dollari, mentre una vittoria garantirebbe 148.059,78 dollari. Invece, chi perde riceve 43.313 dollari, mentre il giocatore che vince riceve 77.118 dollari.

Cosa comporta tutto questo? I giocatori debilitati da un infortunio serio si presentano comunque agli US Open, pur sapendo di non avere possibilità di vincere una partita. Giocano per un set, vivono l’esperienza, si ritirano e intascano l’assegno, disattendendo le aspettative degli appassionati e facendo desiderare ai giocatori di classifica inferiore di aver avuto la possibilità di giocare al loro posto. Agli US Open 2016, due giocatori si sono ritirati senza nemmeno giocare un set.

Sicuramente Yuichi Sugita e Konstantin Kravchuk avrebbero di gran lunga preferito un accesso diretto al tabellone principale piuttosto che perdere al secondo turno delle qualificazioni. E sono altrettanto convinto che avrebbero regalato partite più interessanti agli appassionati di un mezzo set giocato trascinandosi per il campo.

Quanto è grave la situazione? Nel primo turno di uno Slam si giocano metà delle partite dell’intero torneo, ma nell’anno successivo al più recente incremento dei premi partita, il numero dei ritiri al primo turno di uno Slam ha rappresentato il 73% del totale. La ragione di così tanti ritiri è da ascrivere al fatto che i giocatori si presentino all’avvio di uno Slam già infortunati.

Si è proposto di eliminare i premi partita per i giocatori che si ritirano durante un primo turno. Questo porterebbe però a giocare più a lungo nonostante l’infortunio e a cercare di perdere più velocemente. E i giocatori a cui può capitare di infortunarsi seriamente e in modo legittimo durante la partita perderebbero partita e relativo premio.

L’unica soluzione è quella, in caso di sconfitta, di non garantire più premi partita considerevoli ai giocatori.

Facciamo l’esempio di Leonardo Mayer, che ha concluso e perso i tre primi turni di Slam giocati nel 2016 (non ha partecipato agli US Open). Sono tre sconfitte che gli hanno fruttato 101.023 dollari. Complessivamente, nel resto della stagione ha vinto 12 partite del circuito maggiore e 18 del circuito Challenger, per un totale di 308.291 dollari in premi partita e la 139esima posizione nella classifica. Vale a dire che il 32.7% dei suoi guadagni arrivano da tre sconfitte, mentre il restante 67.3% arriva da 51 partite sul circuito maggiore e Challenger (tutti i dati sono aggiornati alla fine del 2016, n.d.t.).

Di fronte alla possibilità di perdere una partita guadagnando una parte sostanziale di salario, nel caso di Mayer quasi l’11% in media nelle tre sconfitte più remunerative del 2016, o di ritirarsi prima dell’inizio rinunciando a quella parte di salario, sembra scontato ipotizzare quale sia la scelta di un giocatore.

La soluzione migliore (per quanto non perfetta) è quella di evitare di remunerare così lautamente le sconfitte.

In conclusione, la modalità più adatta per un’equa distribuzione dei premi partita nel tennis professionistico è quella di associarli proporzionalmente ai punti validi per la classifica. Si otterrebbe così l’abbandono di comportamenti collusivi ai livelli inferiori dello sport, verrebbe data un’opportunità più concreta ai giocatori con disponibilità economiche inferiori di avere successo sul circuito maggiore e verrebbe disincentivata la partecipazione a tornei di giocatori infortunati.

A new prize money debate