Una nuova statistica per misurare la fruizione visiva del tennis professionistico

di Rohan Rao // PrincetonSportsAnalytics

Pubblicato il 3 dicembre 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Negli ultimi tempi, organizzazioni come la NCAA (la lega collegiale americana) hanno cercato di incrementare l’audience televisiva del tennis introducendo modifiche al regolamento con l’obiettivo di ridurre la lunghezza delle singole partite. La logica sottostante questi cambiamenti è di aumentare l’importanza relativa di ciascun punto in modo da rendere l’esperienza complessiva più emozionante. Ritengo sia una questione di primaria importanza per uno sport alle prese con un calo degli ascolti (la finale del singolare maschile degli US Open ha totalizzato 1.4 milioni di telespettatori in meno rispetto a quella dell’anno precedente). Creare più incertezza è davvero la soluzione migliore per attrarre pubblico televisivo o per accrescere l’emozione generata da una partita di tennis?

Stabilire quali siano esattamente le regole da modificare per consolidare la base di spettatori rischia di essere un compito improbo. Tuttavia, analizzando statisticamente la selezione dei colpi adottata dai giocatori in più partite di più tornei, è possibile a mio avviso elaborare un indice sostitutivo utile nel definire il livello di emozione o d’interesse di una partita e in grado di arricchire la comprensione della problematica. Intuitivamente, si tratta di una misurazione dello scostamento della distribuzione nella selezione dei colpi rispetto alla distribuzione di colpi attesa.

Altri modelli utilizzano statistiche dipendenti dall’effetto che ogni punto produce sulla partita nel suo insieme. È sicuramente un approccio legittimo, che tenta di descrivere l’emozione in funzione della maggiore incertezza su quale sarà il giocatore a vincere la partita, ma che non è in grado di catturare l’eccitazione legata alla creatività e alla diversa prestazione in campo dei giocatori. L’eccitazione deriva da giocate fuori dal comune, che hanno un ruolo importante nell’influenzare il giudizio sulla qualità della partita. Gli scambi considerati più belli sono infatti spesso oggetto di video che poi vengono condivisi sui canali social con effetto moltiplicatore (che, incidentalmente, è anche un modo per avvicinare nuovi appassionati al tennis).

Definiamo un semplice modello come segue:

𝐺 è una variabile casuale che assume vettori nella forma

tale che

Intuitivamente, si può pensare a 𝐺 come alla rappresentazione numerica di una partita.

Introduciamo una conveniente trasformazione

definita come

dove D è {1, 2, …, 18}  e ai è l’elemento nella i-esima colonna. La trasformazione T converte semplicemente il vettore dei numeri nel vettore delle percentuali. Definiremo una nuova statistica 𝜑 come:

dove

è un’occorrenza osservata di 𝐺.

Valori più alti di 𝜑 danno indicazione di una partita più emozionante (è utile notare che si richiede solo una stima grezza del centro dei dati visto che l’indice in questione restituisce solo informazioni ordinali. In effetti, può andare bene qualsiasi misura del centro). Sviluppando il modello:

𝑇 (𝔼 (𝐺)) = [45.69, 36.16, 2.08, 9.529, 1.384, 1.52, 0.842, 0.057, 0.456, 0.614, 0.403, 0.745, 0.15072, 0.152674, 0.171139, 0.026, 0.015, 0]

𝔼 (𝐺) è stimato dall’insieme di dati a disposizione come

che rappresenta la stima secondo il metodo della massima verosimiglianza per µ di 𝐺, con 𝐺j i vettori casuali indipendenti e identicamente distribuiti con distribuzione di probabilità 𝐺.

La scelta di un vettore partita sulla base di dati reali restituisce i seguenti valori campione:

  • 1978 Pepsi Grand Slam – Semifinale – Borg vs Gottfried (6-2 6-4) = 41.5
  • 1990 US Open – Finale – Sampras vs Agassi (6-4 6-3 6-2) = 11.21
  • 2014 Australian Open – Finale – Wawrinka vs Nadal (6-3 6-2 3-6 6-3) = 9.34

Con più rovesci tagliati di qualsiasi altro colpo, la partita tra Bjorn Borg e Brian Gottfried presenta una deviazione dalla distribuzione standard della selezione dei colpi. Quella tra Pete Sampras e Andre Agassi si è avvicinata di più al vettore atteso, mostrando tuttavia una deviazione in virtù della volontà di entrambi i giocatori di colpire rovesci a rimbalzo in topspin invece che rovesci tagliati. La partita tra Stanislas Wawrinka e Rafael Nadal è andata vicino alle aspettative, con solo una percentuale più alta di dritti a rimbalzo in topspin. 

Qual è quindi il significato di 𝜑? Da un punto di vista matematico, 𝜑 calcola la distanza tra i due vettori che rappresentano le distribuzioni trovando la norma del vettore differenza (differenza tra il vettore trasformato atteso e il vettore trasformato osservato). Che tipo di delucidazioni può dare questo valore rispetto a una specifica partita? In primo luogo, è un valido strumento per identificare quelle partite che si distinguono per la prevalenza di un determinato colpo. Alti valori di 𝜑 possono segnalare dinamiche di gioco atipiche (una prevalenza di volée ad esempio potrebbe indicare scambi più rapidi). Se si necessita di un’analisi più approfondita, si possono studiare gli specifici vettori oggetto di calcolo. Il vettore trasformato osservato di gioco fornisce la distribuzione della selezione dei colpi durante la partita. La deviazione quadrata di ciascun componente può aiutare a individuare le differenze più significative tra vettore atteso e vettore osservato, utili per trarre conclusioni quantitative relativamente al tipo di colpi giocati e allo stile complessivo della partita.

Pur essendo un indice da cui ricavare molte informazioni, 𝜑 non tiene conto direttamente del posizionamento o della velocità dei colpi, entrambe caratteristiche in grado di incidere sullo stile e sul ritmo di gioco. Tuttavia, avere maggiore comprensione del tipo di colpi che sono stati usati durante la partita conferisce una solida base statistica da cui dedurre informazioni su velocità e posizionamento. In media, ad esempio, i colpi tagliati sono più lenti degli smash, e, sempre in media, i pallonetti sono più profondi delle volée. Il valore di 𝜑 può segnalare in quali partite trovare colpi con caratteristiche di velocità o posizionamento più interessanti e valevoli di ulteriore analisi con altre metodologie.

Una perplessità che è stata sollevata riguarda la possibilità che alcune partite con alto 𝜑 siano in realtà più noiose di altre con basso 𝜑, aspetto che muoverebbe a sfavore di questa statistica nel catturare le partite interessanti. Un amico ha portato come esempio una partita fatta solo di dritti, che potrebbe essere più noiosa di una con una classica distribuzione dei colpi. Lo scopo di 𝜑 non è di supportare definizioni soggettive di quanto una partita sia interessante. Sarebbe un approccio per cui è richiesto di identificare un’ideale distribuzione che porta alla “partita in assoluto più interessante”, ma che non è percorribile secondo un metodo davvero basato sulla logica. Invece, 𝜑 è costantemente in grado di verificare in modo oggettivo lo scostamento dalla norma della modalità in cui è stata giocata una partita. Più è inaspettata, più risulta sorprendente. E proprio su questo elemento di sorpresa si potrebbe fare leva per attrarre spettatori, visto che è un valore oggettivo da interpretare per classificare quanto una partita sia relativamente interessante. Molto spesso 𝜑 può essere indice di quanto sia emozionante ciascun punto (semplicemente perché non è quello che ci si attende). Vale la pena sottolineare che l’unica garanzia fornita dal valore 𝜑 𝐺 è che 𝐺 è più irregolare di alcune 𝐺* tale che 𝜑 𝐺* < 𝜑(𝐺). Guarderei comunque con molto interesse anche una partita di soli dritti, ma se si è preoccupati che una partita del genere venga penalizzata per la sua omogeneità, si può introdurre una nuova statistica:

per la quale 𝜗 è massimizzata quando tutte le componenti del vettore partita osservato sono uguali, vale a dire nella partita con la distribuzione di colpi più perfettamente bilanciata. 

Ritornando al quesito iniziale, possiamo affermare che l’indice 𝜑 sia davvero in grado di riflettere il livello di eccitazione o di interesse che trasmette una partita? Per certi versi, la risposta è positiva. L’idea di fondo è che eliminando alcuni dei vincoli presenti nel regolamento tennistico del “vincere con (almeno) uno scarto di due” è possibile aumentare le circostanze di un risultato a sorpresa, rendendo le partite a tutti gli effetti più combattute e nel contempo più veloci, ingredienti potenzialmente più accattivanti per conquistare nuovi spettatori. Parallelamente, partite caratterizzate da un alto valore di 𝜑 avrebbero scambi creativi con colpi poco ortodossi che si presterebbero naturalmente a essere inclusi nei video che circolano sui social e che aiutano ad ampliare la base di spettatori (allo stesso modo in cui spezzoni di giocate memorabili favoriscono l’aumento del numero degli appassionati NBA perché più persone rimangono in estasi di fronte ai tiri impensabili di giocatori come Stephen Curry). Le partite in cui gli scambi seguono dinamiche meno prevedibili possono essere più interessanti e regalare più emozioni. Sono entrambi aspetti da tenere in attenta considerazione, in ottica di lungo periodo, per migliorare la competizione.

Allo stesso modo in cui è stato suggerito di eliminare la struttura con vittoria per scarto di almeno due punti nei game ai vantaggi, esiste un modo per incentivare dinamiche di scambio che aumentino il valore 𝜑 di una partita? Una possibilità sarebbe quella di introdurre qualche tipo di vincolo temporale durante il punto, come ad esempio costringere il giocatore al servizio a provare a terminare lo scambio entro un determinato intervallo di tempo, pena l’assegnazione del punto al giocatore alla risposta (una variazione all’alternanza attacco/difesa del basket). In questo modo diminuirebbero molti dei dritti o rovesci interlocutori, facendo aumentare di converso i colpi di approccio e i punti a rete. La riduzione dei colpi a rimbalzo si tradurrebbe in un aumento del valore 𝜑 di una partita.

Sarebbe senza dubbio un cambiamento radicale, e quindi di improbabile accadimento, ma sono convinto che per rendere il tennis ancora più emozionante e allargare il numero di tifosi, si dovrebbe valutare – insieme agli altri indici emozionali – anche una statistica come 𝜑, o una della stessa natura. 

A New Metric to Analyze Viewer Experience in Pro Tennis

Tennis, datti una raffreddata!

di Carl Bialik // TennisAbstract

Pubblicato il 5 aprile 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Immaginate di essere stati nominati a capo del tennis mondiale. Avete appena finito di prestare giuramento al cospetto di Rod Laver e Martina Navratilova e già vi consegnano un calendario vuoto da riempire. Siete voi a stabilire il programma per il 2018. Qual’è la vostra prima decisione?

Personalmente, anticiperei l’Indian Wells Masters e il Miami Open Masters e farei giocare gli Australian Open successivamente. Ed è una modifica che non ho mai desiderato così tanto quanto il mese scorso a Indian Wells, dove mi aggiravo madido di sudore alla ricerca di ombra durante lo svolgimento del torneo. Nello stadio principale, durante la sessione diurna le uniche sezioni interamente riempite dagli spettatori erano quelle protette dal sole. Ci sono diversi punti della struttura in cui ripararsi dal calore, sotto le tende degli sponsor o ai piedi dei mega-schermi. Ma i giocatori possono solo aspettare che l’ombra faccia la sua apparizione sul campo. Jack Sock ad esempio ha dovuto utilizzare un asciugamano riempito da 50 cubetti di ghiaccio per raffreddarsi.

Certamente è stato un caldo insolito durante l’Indian Wells Masters 2017. Le medie stagionali sono però chiare: è molto caldo nel deserto della California e sotto il sole della Florida a marzo, così come nell’estate di gennaio dell’emisfero australe. Sarebbe invece più fresco a Indian Wells, Miami e Melbourne se i due Masters degli Stati Uniti venissero anticipati di due mesi in modo da giocare il primo Slam dell’anno a marzo. Ciascuno di questi tornei avrebbe una temperatura media inferiore dai 2 ai 5 gradi centigradi (la percezione rimarrebbe più o meno la stessa, quindi il finalista del Miami Open Masters Rafael Nadal avrebbe sempre modo di lamentarsi dell’umidità, richiedere la segatura per il manico e sudare ancora più copiosamente del solito, mentre la vincitrice del singolare femminile Johanna Konta potrebbe dover continuare a cambiarsi a metà partita perché i suoi vestiti hanno accumulato circa 5 kg di sudore).

Utilizzo temperature medie perché non voglio dare troppa importanza a un caldo irragionevole a Indian Wells o un freddo insolito a Miami a marzo. Le medie però potrebbero sottovalutare il problema, perché sono proprio gli estremi a preoccupare. Un calo anche solo di un paio di gradi, in media, potrebbe tradursi in una diminuzione considerevole nella probabilità di due settimane di tennis cocente, diciamo dal 25% al 5% di probabilità.

Una modifica al calendario vorrebbe anche dire meno luce. Questo non gioverebbe molto al soprannome Sunshine Double dato ai due tornei, ma sarebbe di beneficio per il tennis. Fino a che più stadi non adottino coperture anche parziali – per il sole, non per la pioggia – giornate più corte equivalgono a meno sole con cui avere a che fare per gli spettatori e più ragioni per riempire gli spalti. Inoltre, il tennis giocato di sera è entusiasmante. I due tornei possiedono già riflettori in abbondanza per le sessioni serali.

Oltre a dare al tennis una raffreddata, la revisione del programma avrebbe altre ricadute positive. La vicinanza di ben tre Slam a metà stagione genererebbe una cassa di risonanza che farebbe da traino per il seguito del pubblico da un torneo al successivo. Gli Australian Open sperperano questo avviamento nei quattro mesi che li separano dal Roland Garros. C’è anche un mese di distanza tra la fine degli Australian Open e il primo grande evento, appunto l’Indian Wells Masters.

Inoltre, gli altri 3 Slam si avvantaggiano della presenza di tornei preparatori che, da un lato, consentono ai giocatori di trovare intesa con la superficie, dall’altro, agli appassionati di alimentare l’attesa. Gli Australian Open arrivano solamente dopo due settimane dall’inizio ufficiale della stagione, preceduti da semplici tornei di categoria base, su entrambi i circuiti.

La mancanza di una netta separazione tra la fine di una stagione e l’inizio della successiva inoltre costringe alcuni giocatori a saltare il primo Slam per recuperare da infortuni o affaticamento. È il caso ad esempio di Juan Martin Del Potro dopo che ha vinto la Coppa Davis a novembre 2016.

Ipotizziamo invece che la stagione inizi a Indian Wells e poi a Miami o, visto che siamo in vena di cambiamento, prima a Miami e poi a Indian Wells – così da agevolare gli spostamenti dal centro di potere del tennis che è l’Europa – e che si utilizzi la stessa superficie e le stesse palline di Melbourne. A quel mese – o ancora meno se uno o entrambi i Masters negli Stati Uniti realizzano che potrebbero tranquillamente durare una settimana – seguono Doha e Dubai, poi Brisbane, Sydney e gli altri, prima dell’evento principale a Melbourne, all’inizio di marzo. La stagione partirebbe con un vera campagna sul cemento che culmina con il primo Slam.

Dall’Australia, il circuito potrebbe rimanere nell’emisfero sud. I tornei del Sud America (per comodità si includono i paesi dell’America Centrale, n.d.t.) hanno una lunga storia ma uno spazio estremamente infelice nel calendario attuale. Tradizionalmente, erano tornei giocati sulla terra, ma alcuni tra i più importanti hanno deciso di passare al cemento – prima Acapulco, ora forse Rio per ottenere lo status di Master – per il disappunto di Nadal e altri. Troppi giocatori ritengono che non valga la pena giocare sulla terra per qualche settimana se poi arriva un mese di cemento. Però, spostando Indian Wells e Miami, la terra sudamericana potrebbe a sua volta presentarsi un mese dopo in calendario, calmierando parzialmente di un grado, in media, quelle che Nadal definisce condizioni “troppo estreme”. La campagna del Sud America lancerebbe poi in continuità Houston, Charleston e la terra europea, che, tra le altre cose, si estenderebbe a Bucarest, Amburgo, Umag, Bastad e Gstaad, togliendoli dalla loro attuale scomoda posizione dopo Wimbledon. E a nessuno verrebbe in mente di suggerire al Miami Open Masters di passare alla terra verde americana.

Avremmo così un calendario lineare formato da cinque sotto-stagioni più o meno della stessa lunghezza e importanza, quattro con all’interno uno Slam e l’ultima con le Finali di stagione: (1) il cemento all’aperto negli Stati Uniti, Medio Oriente e Oceania, seguito (2) dalla terra in Sud America e Europa, (3) dall’erba tedesca e inglese (con Newport, per quelli che vogliono visitare la Hall of Fame del tennis), (4) dal cemento in Nord America e in Asia, e (5) dal sintetico europeo al chiuso (in cui far rientrare tornei come San Pietroburgo e Rotterdam). Il tutto che si conclude con le Finali di stagione nella città che in quel momento il torneo con i migliori 8 del mondo definisce casa. E, già che ci siamo, giocare poi la Coppa Davis e la Fed Cup in contemporanea – i due circuiti sincronizzati tra loro, che grande idea! – nei weekend di passaggio da una sotto-stagione all’altra, dando ai paesi ospitanti una scelta di superficie molto più ampia e coerente, nella possibilità di selezionare lo stesso posto se uomini e donne della stessa nazione devono affrontare lo stesso turno (Praga nel 2012 ad esempio sarebbe stata il nirvana del tennis). O, follia, pensare di fondere i due eventi in uno solo.

Potrebbe tutto questo davvero accadere? Certo, se la capacità decisionale fosse ricondotta a una sola persona o un gruppo di persone che hanno a cuore la salute del tennis come sport globale. In assenza di una radicale trasformazione però, si procederebbe troppo lentamente affinché il progetto arrivi a compimento: ci sono voluti anni perché la stagione dell’erba diventasse più lunga di una settimana.

Cool Down Tennis

Tre semplici accorgimenti per migliorare il sistema di classifica dell’ATP

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 30 marzo 2012 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il sistema di classifica su due anni proposto da Rafael Nadal favorirebbe i veterani a scapito di tutti gli altri giocatori. L’algoritmo che ho elaborato è troppo complicato per un uso settimanale da parte di giocatori e appassionati. Rimane però sempre un fondo di insoddisfazione associato al sistema adottato dall’ATP, insoddisfazione che andrebbe, se possibile, eliminata.    

Un sistema di classifica serve a due scopi, ognuno dei quali va tenuto bene in mente se si vuole trovare un’alternativa migliore a quello attualmente in uso:

  • Intrattenimento – Gli appassionati vogliono sapere chi è il numero uno del mondo. Nessun sistema sarà mai perfetto, ma se Nadal ha una classifica migliore di Novak Djokovic pur avendoci perso diverse volte di fila, il sistema perde di credibilità.
  • Partecipazione ai tornei – La classifica determina i giocatori che ricevono accesso diretto al tabellone principale di un torneo. Una classifica distorta tiene fuori dai tornei i giocatori più forti e fa entrare quelli meno forti.

Un sistema che è valido rispetto a uno di questi parametri generalmente è valido anche per l’altro. In un mondo ideale, la classifica mostrerebbe il giocatore nel migliore stato di forma del momento, dove “momento” è definito con precisione per evitare di porre eccessiva attenzione alle strisce vincenti. Un altro modo per affrontare il problema è quello di attendersi che la classifica abbia la maggiore capacità di predizione possibile. Se gli sfavoriti vincono continuamente, non significa che il tennis è uno sport con molti sfavoriti vittoriosi, significa piuttosto che la classifica non riflette la situazione correttamente!

Il sistema attualmente in uso non è poi così malvagio. Ci sono però tre problemi:

  1. La settimana scorsa ha lo stesso peso dell’anno scorso – Il vincitore del Miami Masters 2012 in corso di svolgimento prenderà 1000 punti, i quali rimarranno nella sua classifica la prossima settimana, i prossimi sei mesi e per altre 51 settimane in totale. In 53 settimane da quel momento, però, avrà zero punti relativi a questo torneo. Se cerchiamo di misurare la sua bravura (in termini di risultati), un torneo disputato 51 settimane fa non ha lo stesso potere informativo di un torneo della settimana scorsa. E se si insiste nell’utilizzare un risultato di 51 settimane fa, perché allora non uno di 53 settimane fa?
  2. Le superfici sono intercambiabili – La primavera scorsa Milos Raonic ha vinto diverse partite di fila sui campi indoor, che gli hanno fatto guadagnare la testa di serie al Roland Garros 2012. Per quanto apprezzi il tennis di Raonic, ha meritato davvero una testa di serie al Roland Garros senza praticamente avere giocato partite ad alto livello sulla terra? Le prestazioni su una superficie hanno effetti positivi (o negativi) di qualche tipo su un’altra, ma (ovviamente!!) non tutte le superfici sono state create uguali.
  3. Tutti gli avversari sono uguali – Nel terzo turno del Miami Masters 2012, Andy Roddick ha battuto Roger Federer, per poi perdere al turno successivo. Prenderà 90 punti per la vittoria. Kei Nishikori ha battuto Lukas Rosol, per poi perdere al turno successivo. Prenderà gli stessi punti. Qualche volta queste differenze si neutralizzano nel lungo periodo, ma possiamo fidarci che questo accada? I risultati di Roddick di questa settimana sono più impressionanti di quelli di Nishikori, e dovrebbero ricevere il giusto riconoscimento.

Questi problemi possono essere risolti con la semplice aritmetica, apportando migliorie al sistema di classifica che qualsiasi giocatore riesce a comprendere.

Nelle soluzioni che illustrerò, non contano i dettagli precisi, l’aspetto più importante è riconoscere che non tutte le partite sono uguali tra loro.

  1. La settimana scorsa vale più dell’anno scorso – Nel mio sistema di classifica la settimana scorsa vale leggermente più della settimana che l’ha preceduta, che vale più della settimana precedente ad essa e così via. Ecco un semplice modo per inserire questa nozione nella classifica ATP attualmente in uso: dopo 4 mesi, i tornei valgono solo l’80% dei punti originariamente assegnati; dopo 8 mesi, i tornei valgono solo il 60% dei punti originariamente assegnati. In questo modo, l’uscita dei punti dalla classifica è più graduale e l’Indian Wells Masters 2012 vale di più, ad esempio, degli Internazionali d’Italia 2011. Se Nadal vuole ancora un sistema su due anni, questa metodologia si può allungare per tenere conto di due anni di risultati: dopo un anno il 45%; dopo 16 mesi il 30%; dopo 20 mesi il 15%. Così tutti sono soddisfatti!
  2. Superfici diverse, classifiche diverse – Ci sarà sempre, e dovrà esserci sempre, una classifica unica più importante che ricomprenda i risultati su tutte le superfici. Perché però non fare di meglio per l’accesso ai tornei? Ad esempio, si crea una classifica sulla terra raddoppiando i punti ottenuti nei tornei sulla terra ed escludendo gli altri. David Ferrer e Carlos Berlocq saliranno in questo modo di classifica; John Isner e Kevin Anderson scenderanno. Qualunque appassionato sa già che questo succede, quindi i tornei dovrebbero determinare l’ingresso nel tabellone principale anche in questo modo. Dopotutto, Wimbledon ha utilizzato a lungo un metodo di questo tipo per assegnare le teste di serie, se non per l’ingresso diretto in tabellone.
  3. Punti addizionali per aver battuto i giocatori più forti – La WTA lo ha fatto in passato, ed è il meno lineare dei miei suggerimenti. È così importante però che un po’ di complessità aggiuntiva non guasta. Diciamo 100 punti in più per ogni vittoria contro un giocatore tra i primi 3; 75 punti per aver battuto il quarto, quinto o sesto classificato; 50 punti per una vittoria contro i restanti primi 10; 30 punti contro i classificati tra 11-15 e 10 punti contro i classificati tra 16-20. Alcuni risultati a sorpresa come le vittorie di Isner, Roddick e Grigor Dimitrov ci dicono qualcosa di importante e la classifica dovrebbe prenderne atto.

Sono tutti calcoli facilmente eseguibili e sicuramente non più complicati delle regole per definire le classifiche protette o quelle per le penalizzazioni in seguito alla non partecipazione a un torneo obbligatorio. In questo modo, i giocatori più giovani vedranno salire la propria classifica più velocemente una volta che iniziano a vincere contro i più forti. Tutti i giocatori accederanno ai tornei (ottenendo la testa di serie) su superfici su cui hanno realizzato più vittorie. E gli appassionati potranno usare un sistema di classifica più accurato per stabilire, nelle loro discussioni, quali siano davvero i giocatori migliori.

Three Simple Ways to Improve the ATP Ranking System

Il tallone d’Achille della classifica proposta da Rafael Nadal

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 29 marzo 2012 – Traduzione di Edoardo Salvati

Ora che Rafael Nadal si è dimesso dal comitato giocatori dell’ATP (ATP player council) – a quanto pare perché la sua proposta di modifica del sistema di classifica su due anni non ha avuto un serio riscontro – è probabile che sentiremo parlare ancora di questa modalità alternativa.

Presumibilmente, il metodo suggerito da Nadal dovrebbe considerare i risultati delle ultime 104 settimane (due anni appunto) invece che le attuali 52, senza l’aggiunta, per quanto é dato sapere, di ulteriori modifiche. Se così fosse, il resto del comitato (e l’ATP in generale) fa bene a non dare considerazione alla proposta di Nadal. Il danno per il tennis infatti sarebbe molto rilevante a fronte di benefici marginali, riducendo drasticamente le possibilità di ascesa dei giocatori più giovani e apportando pochi cambiamenti per quelli già in cima alla classifica.   

L’interrogativo di fondo riguarda lo scopo per cui viene adottato un particolare sistema di classifica. Se l’obiettivo è quello di premiare le prestazioni passate, un sistema su due anni può essere funzionale. Se l’obiettivo invece è quello di compilare una classifica dei giocatori rispetto al loro livello di gioco del momento, considerare un torneo di 22 mesi fa allo stesso modo di un torneo della settimana scorsa è chiaramente privo di senso. 

Prendiamo la classifica attualmente in uso. Assegnando lo stesso peso ai tornei delle ultime 52 settimane (con più punti per i tornei più importanti naturalmente) la classifica di un giocatore è la media di quanto ha giocato bene durante le ultime 52 settimane o, in altre parole, è una stima di quanto quel giocatore fosse in forma 26 settimane fa. Per la maggior parte dei giocatori, questa è un’approssimazione valida del loro livello di forma del momento. Se si dovesse passare a un sistema su due anni, la classifica restituirebbe una stima del livello di forma dei giocatori risalente a un anno fa… 

I giocatori che più ne ne subirebbero gli effetti negativi sono i giovani (o qualsiasi altro giocatore, in realtà) in ascesa. Anche nel sistema corrente, la classifica impiega del tempo prima di riflettere pienamente lo stato di forma di stelle nascenti come Bernard Tomic o Milos Raonic. Quando Raonic ha messo insieme degli ottimi risultati all’inizio del 2011, la classifica teneva ancora in considerazione i punti ottenuti nei tornei Challenger dell’anno prima. In un sistema su due anni, i risultati più recenti di Ranoic varrebbero ancora meno. Gli servirebbe il doppio del tempo per consolidare la sua classifica.

I giocatori che di fatto trarrebbero benefici sono, naturalmente, quelli del tipo opposto, cioè giocatori già affermati in declino o infortunati. Se un giocatore continua ad avere un ottimo stato di forma, come nel caso di Novak Djokovic, Nadal stesso, Roger Federer o Andy Murray che sono sempre tra i primi quattro, il sistema di classifica adottato non è così rilevante. Lo diventa invece per i giocatori che hanno giocato bene nel periodo tra 104 e 52 settimane fa e non hanno fatto granché successivamente. Tra questi ci sono al momento giocatori infortunati come Robin Soderling, e giocatori in declino come Andy Roddick e Fernando Verdasco.

È giusto che Roddick e Verdasco continuino a beneficiare dei risultati ottenuti nel 2010? Almeno per me, la risposta è decisamente “no”. Seppur in uno stato di forma negativo, Roddick comunque sarà testa di serie al Roland Garros 2012. Merita più di questo?

Soderling invece? Non ha più giocato da giugno ed è sceso al 30esimo posto della classifica. A meno che non riprenda nei prossimi 3 mesi, uscirà anche dalla lista infortunati. Se c’è un caso per il quale il sistema di Nadal può valere, è il suo. Ma l’ATP ha già in adozione due metodi per proteggere giocatori nella situazione di Soderling: la classifica protetta (protected rankings o PR) e le wild card, cioè gli inviti dagli organizzatori dei tornei. I giocatori infortunati per un certo periodo di tempo possono usare la loro PR (che equivale alla loro classifica dell’ultima volta in cui hanno giocato) per accedere al tabellone principale di uno specifico numero di tornei. Fino a poco tempo fa, Tommy Haas continuava a utilizzare la sua PR di 20. Soderling avrebbe una PR che gli permetterebbe di partecipare a un sufficiente numero di tornei per ricostruire la sua classifica, sempre nell’ipotesi che si ripresenti con una forma simile a quella che aveva prima dell’infortunio. 

Naturalmente, ci sono anche le wild card. Se Soderling dovesse ritornare a giocare, anche nel caso in cui non abbia una classifica, ogni torneo di livello 250 o 500 gli darebbe una wild card senza pensarci troppo. Questo rende le PR ancora più importanti di quanto l’ATP avesse in mente: Haas ad esempio ha potuto mantenere la sua PR di 20 così a lungo perché ha ricevuto diverse wild card, potendo così risparmiare la sua PR per quando gli è effettivamente servita.

L’unico svantaggio della PR o delle wild card è che i giocatori non ricevono la testa di serie. Ma dopo essere stato fuori dal circuito per un anno, è giusto che a un giocatore sia garantito il passaggio al terzo turno? Faccio fatica a crederlo. E se dovesse essere un elemento così importante, forse giocatori come Soderling potrebbero ricevere la testa di serie più bassa (tipo 32 all’Indian Wells Masters, al Miami Masters o negli Slam) due delle volte in cui utilizzano la loro classifica protetta.

In sintesi: un sistema semplice su due anni rallenterebbe l’ascesa delle giovani promesse, costringendole a doversi imporre per un periodo due volte più lungo di quello necessario nella classifica attuale. Non avrebbe invece effetti negativi sui giocatori che continuano ad avere un ottimo stato di forma. Aiuterebbe i giocatori in declino che probabilmente non hanno bisogno di essere aiutati. I giocatori di più alta classifica di rientro da un infortunio non farebbero fatica a partecipare a tornei perché il metodo proposto da Nadal darebbe loro una testa di serie.

Se ve lo steste chiedendo, anche il mio sistema di classifica per pronosticare i tornei usa due anni di risultati. È fondamentale però distinguere tra l’utilizzo di due anni di risultati (accettabile) e assegnare lo stesso peso a tutti i risultati (inaccettabile).

Il problema maggiore con la classifica ATP – problema che sarebbe ancora più grande con un sistema come quello di Nadal – è che attribuisce la stessa importanza a tornei giocati tempo fa e a tornei giocati molto recentemente. Il vincitore dell’Indian Wells Masters 2012 ha 1000 punti che valgono per la sua classifica. Il vincitore del Miami Masters 2011 ha 1000 punti che valgono per la sua classifica. Il vincitore dell’Indian Wells Masters 2011 ha..beh..0 punti che valgono per la sua classifica.

Le prestazioni di un giocatore risalenti a 18 o 20 mesi fa hanno un certo valore predittivo, ma sicuramente non lo stesso delle sue più recenti prestazioni. A parziale supporto del sistema di Nadal, questo è particolarmente vero per i giocatori che rientrano da un infortunio. Il mio sistema non ha mai tolto Juan Martin Del Potro dalle prime dieci posizioni o giù di li, mentre con un sistema a un anno la classifica ATP lo ha visto uscire ben oltre la 100esima posizione.

Se si utilizzano i risultati di due anni, è assolutamente imperativo distinguere tra risultati passati e risultati più recenti. In realtà, un approccio di questo tipo migliorerebbe anche il sistema su 52 settimane. Il mio algoritmo assegna un peso ai risultati di un anno fa di circa la metà di quello per i risultati della settimana scorsa e di circa un quarto ai risultati di due anni fa. L’assegnazione di pesi non è semplice e così impostata non andrebbe bene per la classifica ATP, che deve essere facilmente compresa sia dai giocatori che dagli appassionati. Ma sicuramente indica un direzione per soluzioni più semplici che potrebbero funzionare.

The Fatal Flaw of Nadal’s Two-Year Ranking System