I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 8 (sul break e contro-break)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 24 aprile 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 7.

Nel quarto di finale del torneo di Barcellona 2016 vinto da Rafael Nadal su Fabio Fognini con il punteggio di 6-2 7-6, ci sono stati 8 break in totale, 4 per ogni set. Si è anche assistito per due volte a una delle occorrenze più frustranti relative ai break, cioè la situazione di break e contro-break. La prima si è presentata nel quinto game del primo set, quando Fognini ha strappato il servizio a Nadal conquistando anche il suo primo game della partita. La seconda è avvenuta nel secondo set, quando Fognini ancora una volta ha ottenuto il break dopo aver perso il game di apertura in cui era al servizio.

Quello del break e contro-break è un evento raro. E quando capita genera un moto di fastidio perché porta a chiedersi come sia potuto succedere. Se la norma infatti è tenere il servizio, due break consecutivi rappresentano lo scenario con minori probabilità di accadimento. I dubbi aumentano nel pensare che un giocatore che ha appena ottenuto un break, riuscendo quindi nell’inaspettato, possa perdere questa posizione di vantaggio cedendo immediatamente il proprio servizio.

Come è possibile immaginarsi, le perplessità associate alla sequenza di break e contro-break hanno dato vita alle più svariate teorie sulla psicologia dei giocatori di tennis di elite. L’interpretazione più diffusa è quella per cui il break spinge il giocatore che lo ha ottenuto a rilassarsi mentalmente e il giocatore che lo ha subìto a entrare in modalità da combattimento per recuperare lo svantaggio. Quale sia la logica alla base, l’aspetto più significativo di questa idea è di ipotizzare che break e contro-break siano più frequenti di quanto previsto dalla distribuzione casuale delle probabilità.

Esiste però evidenza del fatto che tenere il servizio appena dopo averlo strappato all’avversario sia meno probabile che tenerlo dopo che l’avversario ha vinto il proprio game di servizio?
Questa domanda introduce il Mito 8 dei 22 miti sul tennis di Klaassen e Magnus.

Mito 8: “Dopo aver ottenuto il break, le probabilità di subire il contro-break aumentano”

Nel testare questa ipotesi, Klaassen e Magnus hanno inizialmente analizzato la frequenza di punti vinti al servizio nei game dopo aver ottenuto il break e in quelli in assenza di break nel game precedente. La scelta di focalizzarsi sui punti vinti piuttosto che sui game vinti è singolare, visto che si sta parlando della probabilità di vincere un game al servizio. Tuttavia, hanno considerato quale sia la probabilità implicita di vincere un game sulla base della percentuale di punti vinti.

Utilizzando questa metodologia e con i dati delle partite di Wimbledon degli anni ’90, hanno trovato che la probabilità implicita di tenere il servizio è in realtà maggiore di 3.3 punti percentuali dopo aver ottenuto il break per gli uomini e di 5.7 punti percentuali per le donne. Esattamente l’opposto di quanto predetto dalla teoria del break e contro-break.

La ragione sta nel fatto che, senza introdurre misure correttive relative alla bravura dei giocatori, il verificarsi di un break è un evento altamente correlato con la capacità di tenere il servizio del giocatore che ha ottenuto il break. Per questo, il semplice confronto non è sufficiente.

Klaassen e Magnus hanno ovviato a questa parzialità di selezione in un paio di modi. Un approccio ha messo a confronto i giocatori sulla base della loro testa di serie (testa di serie contro testa di serie, non testa di serie contro non testa di serie, etc) per trovare che non esiste un effetto break/contro-break per giocatori nella stessa categoria di testa di serie. Hanno utilizzato anche il loro modello baseline a livello di singolo punto – che comprende la classifica del giocatore, l’importanza del punto e il risultato del punto precedente – per testare l’incidenza del break nell’ultimo game giocato sulla probabilità di vincere un punto al servizio. Ripetiamo, è un’analisi a livello di singolo punto. Questa volta hanno trovato un effetto negativo per le donne, che sarebbe in linea con il mito, ma nessun effetto per gli uomini.

Una rivisitazione del fenomeno break/contro-break

Le differenze riscontrate nelle conclusioni di ciascuna analisi evidenziano le difficoltà associate al Mito 8. Anziché analizzare un numero più rappresentativo di partite per i giocatori attuali, credo sia più remunerativo studiare direttamente le risultanze dei game piuttosto che dei singoli punti. Come dimostrato dai due autori, qualsiasi rivisitazione di questo argomento deve necessariamente tenere in considerazione la parzialità di selezione generata dal verificarsi di un break al servizio.

Nella prima analisi, ho considerato più di 10 mila partite della stagione 2015 per l’ATP e la WTA e analizzato la relazione tra tenere il servizio a seguito del break e tenerlo in assenza di break. In queste analisi, la bravura dei giocatori nella partita viene corretta considerando la differenza di classifica come un effetto fisso e casuale (effetto casuale significa semplicemente che è permesso al modo in cui la differenza di classifica incide sul tenere un servizio di essere specifica per il giocatore che è al servizio).

L’immagine 1 mostra le percentuali con cui giocatori e giocatrici tengono il servizio dopo aver ottenuto il break (colore oro) e in assenza di break (colore blu; nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascuna barra, n.d.t.). Considerando l’inclusione del fattore bravura, si possono interpretare queste analisi come le percentuali con cui viene tenuto il servizio da un giocatore contro un avversario dello stesso livello. Troviamo per entrambi i circuiti un punto percentuale di differenza, che suggerisce che tenere il servizio sia più probabile dopo aver ottenuto il break che in assenza di break. E questo ci dovrebbe indurre a confutare la teoria del break e contro-break, secondo la quale appunto tenere il servizio dovrebbe essere meno frequente dopo che un giocatore ha ottenuto il break.

IMMAGINE 1 – Frequenza con cui si tiene il servizio in partite della stagione 2015 con e senza il break nell’ultimo game giocato

Siamo certi di aver tenuto nella giusta considerazione la bravura di un giocatore (la classifica dopotutto non è una misura perfetta della bravura di un giocatore)? Potrebbe essere rimasta, nei numeri, una parzialità nella selezione?

Come metodo alternativo per introdurre la bravura al servizio e alla risposta degli avversari senza cercare di interrogarsi con ipotesi varie su quale possa essere il modo migliore per valutare la bravura di un giocatore, ho proceduto con un’analisi comparativa di corrispondenza, prendendo cioè ogni game successivo a un break del campione di partite del 2015 e associandolo con un game della stessa partita che non è stato successivo a un break al servizio. Questa è una modalità diretta per gestire non solo la bravura di un giocatore in generale ma la bravura dello stesso in una specifica partita.

L’immagine 2 mostra il raffronto tra i servizi tenuti per l’analisi comparativa di corrispondenza. In questa circostanza, la differenza rimane per quanto riguarda gli uomini, perché la percentuale con cui il servizio viene tenuto dopo il break è maggiore di circa un punto rispetto all’assenza di break. Tuttavia, per le donne l’effetto non solo svanisce, ma ci sono indicazioni opposte, cioè che tenere il servizio è leggermente meno probabile (0.5 punti percentuali) dopo il break che in assenza di break.

Anche se non riportato nel grafico, ho verificato se questi risultati cambiassero in funzione della superficie o del fatto di includere i break nell’ultimo game di un set, ma non sembra che questi fattori abbiano avuto un impatto significativo nelle analisi effettivamente mostrate.

IMMAGINE 2 – Frequenza con cui si tiene il servizio per gruppo specifico di partite in partite della stagione 2015 con e senza il break nell’ultimo game giocato

Differenze del giocatore specifico

E’ importante ricordare che queste sono tendenze medie, che potrebbero o non potrebbero essere rappresentative delle dinamiche associate a un particolare giocatore. Due giocatori che hanno fatto notizia durante la stagione della terra – Kei Nishikori e Angelique Kerber – illustrano proprio questo aspetto. Nel 2015, Nishikori ha vinto l’87% dei game dopo aver ottenuto il break, mentre ne ha vinti l’89% quando il suo avversario ha tenuto il servizio nel game precedente. Nishikori quindi sembra andare in direzione opposta rispetto alla tendenza del circuito maschile e più vicino alla teoria del break e contro-break che ha avviato queste analisi.

Angelique Kerber ha vinto il 72% dei game dopo aver ottenuto il break e il 75% di quelli in assenza del break. In questo caso, Kerber è più in linea con la tendenza del circuito femminile come emerge dall’analisi comparativa di corrispondenza, anche se l’effetto break e contro-break è più grande in valore.

Riepilogo

Qualsiasi analisi su situazioni di break e contro-break si espone a essere influenzata da una parzialità di selezione, perché i giocatori più forti hanno più probabilità di ottenere il break. Data la difficoltà di sapere se si è riusciti a tenere nella giusta considerazione la bravura di un giocatore, raggiungere una conclusione definitiva è compito improbo. Le differenze riscontrate per il circuito femminile, come mostrate in precedenza, indicano che i risultati sono influenzati dal metodo utilizzato, anche quando si cerca di tenere conto della bravura.

Sia la regressione che l’analisi comparativa di corrispondenza hanno ottenuto gli stessi risultati per il circuito maschile e sembrerebbero prevedere un effetto psicologico opposto rispetto a quello normalmente previsto dalle teorie sul break e contro-break, poiché i giocatori tengono il servizio più facilmente dopo aver ottenuto il break. I risultati per il circuito femminile sembrano meno affidabili, per quanto tenderei a favorire l’analisi comparativa di corrispondenza, che non si poggia sulla classifica come misura della bravura di un giocatore.

Nonostante il permanere di queste incertezze, possiamo concludere che in media gli effetti sono minimi, con una differenza di un punto percentuale che emerge dal confronto dei metodi di analisi. Questo significa che in media gli effetti riscontrati non sono molto utili a farci conoscere il comportamento più probabile per il singolo giocatore. E ogni affermazione sulla psicologia dei giocatori d’elite che viene trattata come verità rivelata è probabilmente sbagliata.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 8

Il tennis del futuro sarà dominato dai giocatori più alti?

di Wiley Schubert Reed

Pubblicato il 16 febbraio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nel tabellone del Memphis Open 2017 sono presenti tre dei giocatori più alti che abbiano mai giocato a tennis a livello professionistico: John Isner con 208 cm, Ivo Karlovic con 211 cm e Reilly Opelka, anche lui con 211 cm. Sebbene si facciano notare per la loro altezza, non sono gli unici giganti del tennis. Sempre nel Memphis Open troviamo Dustin Brown con 196 cm, Sam Querrey con 198 cm e Kevin Anderson con 203 cm. (Brown si è ritirato per infortunio, Anderson ha perso al primo turno, Opelka, Querrey e Karlovic al secondo turno, Isner nei quarti di finale. Il torneo è stato vinto da Ryan Harrison, giocatore alto 185 cm, n.d.t.).

I giocatori e le giocatrici di oggi sono più alti dei quelli di 25 anni fa, e questo è indubbio. Nel circuito maschile il passaggio è avvenuto da diverso tempo, e ormai anche tra le giocatrici di vertice si è assistito a una simile dinamica. Ma nonostante gli allarmismi sulla presenza di giganti imbattibili tra gli uomini, i giocatori “semplicemente” alti hanno mantenuto uno stretto controllo sulle vittorie di partite e tornei.

Il motivo principale? L’elegante simmetria che definisce il tennis. I giocatori più alti hanno un vantaggio al servizio, ma questa è solo una faccia della medaglia. Alla risposta, essere altissimi è uno svantaggio, almeno per gli uomini. C’è però un gruppo di giocatori promettenti che ha mostrato di possedere qualità interessanti oltre al servizio. Se uno tra i più di questi ha intenzione di sfidare giocatori del calibro di Novak Djokovic e Andy Murray, dovrà farlo acquisendo analoghe abilità anche alla risposta.

Quantificare i centimetri aggiuntivi di altezza a beneficio di un giocatore è un’operazione complicata. Ad esempio, analizzando i primi 100 professionisti sembra che ci sia un predominio assoluto dei giocatori alti. La mediana dei primi 100 è più alta di circa 2 cm rispetto al 1990, e anche tra le prime 100 donne l’altezza media è aumentata di 3.8 cm [1]. Anche il numero dei giocatori altissimi tra i primi 100 è cresciuto:

                                   1990    Agosto 2016  
Primi 100 ATP    Altezza mediana   183 cm  185 cm  
                   Almeno 196 cm   3%      16%  
Prime 100 WTA    Altezza mediana   170 cm  173.8 cm  
                   Almeno 183 cm   8%      9%

L’altezza è chiaramente un vantaggio competitivo, visto che i giovani più alti riescono a risalire la classifica più velocemente dei giocatori più bassi di età comparabile. Per ogni anno tra il 2000 e il 2009, tra i primi 100 giocatori juniores i giocatori più alti (almeno 196 cm per gli uomini e almeno 183 cm per le donne) [3] normalmente hanno raggiunto una posizione di metà classifica. E fanno poi meglio quando diventano professionisti: dopo 4 anni, in media hanno raggiunto una classifica maggiore di 127 posizioni rispetto ai giocatori più bassi e di circa 113 posizioni rispetto alle giocatrici più basse.

IMMAGINE 1 – Classifica da professionisti negli anni (2000-2009) per i primi 100 giocatori juniores rispetto all’altezza

IMMAGINE 2 – Classifica da professioniste negli anni (2000-2009) per le prime 100 giocatrici juniores rispetto all’altezza

Questo a dire che sono i giocatori juniores molto alti a possedere le migliori opportunità per una solida carriera da professionisti. E’ un vantaggio che resta valido anche tra i primi 100 professionisti? I giocatori più alti sono anche quelli con la classifica più alta?

Nel circuito femminile accade esattamente questo. Dal 1985 al 2016, la mediana delle prime 10 giocatrici era maggiore di 3.04 cm rispetto alla mediana delle giocatrici tra la posizione 11 e la 100. Le giocatrici più alte vincono un numero di titoli sproporzionato, con quelle di almeno 183 cm che raccolgono il 15% dei tornei Slam, rappresentando solo il 6.6% delle prime 100 giocatrici nello stesso periodo di riferimento. Molte di quelle vittorie sono venute per mano di Lindsay Davenport, Venus Williams e Maria Sharapova. Vincendo il Roland Garros 2016, Garbine Muguruza è diventata l’ultima campionessa Slam più alta di 183 cm [4].

Nel circuito maschile il discorso è ben diverso però. Dal 1985 al 2016, l’altezza mediana dei primi 10 e dei giocatori tra la posizione 11 e la 100 era la stessa, 185 cm. Negli stessi 32 anni, solo 3 titoli Slam (il 2.4%) sono stati vinti da giocatori alti almeno 196 cm (uno a testa tra Richard Krajicek, Juan Martin Del Potro e Marin Cilic), rappresentando solo il 7.7% dei primi 100 nel periodo preso in considerazione. In sintesi, le giocatrici più alte stanno ottenendo risultati eccezionali, i giocatori più alti risultati sotto la media.

Perché i giocatori più alti hanno, complessivamente, collezionato così pochi successi? Una delle ragioni principali è la neutralizzazione del vantaggio al servizio con lo svantaggio alla risposta. Confrontando tutti i punti giocati dai primi 100 dal 2011, ho trovato che se da un lato i giocatori alti almeno 196 cm hanno un chiaro vantaggio al servizio e uno svantaggio alla risposta, dall’altro la loro altezza non sembra avere un impatto significativo sui punti complessivamente vinti:

Altezza        P.ti vinti Serv. P.ti vinti Risp. Tot P.ti vinti  
Almeno 196 cm  66.8%            35.7%            51.2%  
185 - 193 cm   64.5%            37.8%            51.1%  
183 cm o meno  62.3%            39.1%            51.1%

I giocatori più alti servono meglio per due motivi. Il primo è che la loro altezza gli permette di servire con un angolo più acuto, modificando le geometrie del campo. Un angolo più acuto permette un margine di errore più ampio per superare la rete facendo comunque rimbalzare la pallina dentro al rettangolo o sulla linea di servizio. Inoltre, un angolo più acuto comporta un rimbalzo più alto della pallina una volta toccato il terreno, fuori dalla naturale zona d’impatto del giocatore alla risposta [5].

Tralasciando l’eventuale rotazione imposta alla pallina, affinché un giocatore di 183 cm serva a 193 km/h con lo stesso angolo di un giocatore di 196 cm, dovrebbe posizionarsi all’interno del campo a più di 90 cm dalla linea di fondo.

Il secondo motivo è che la maggiore lunghezza del braccio del giocatore al servizio gli permette di battere la pallina più velocemente. Per gli appassionati di fisica, il momento meccanico (in questo caso l’intensità della forza impartita alla pallina) è direttamente proporzionale al raggio del braccio della forza (in questo caso il braccio del giocatore e la racchetta). All’aumentare del raggio (la lunghezza del braccio) aumenta anche il momento meccanico. Non esiste alcun modo per i giocatori più bassi di replicare questo vantaggio. Anderson (203 cm), al momento numero 74 del mondo e uno dei giocatori più alti di sempre a essere entrati tra i primi 10, mi ha detto: “Sostengo sempre che sarebbe più facile per me spostarmi in campo come Djokovic che per Djokovic servire come servo io”.

Si potrebbe pensare che l’altezza sia un vantaggio anche alla risposta, visto che un’apertura alare maggiore offre una maggiore estensione per raggiungere la pallina. A 18 anni, Opelka è gia alto 211 cm come Karlovic, il giocatore più alto del circuito professionistico. Opelka, che Brad Gilbert, commentatore per ESPN, ha affermato che sarà senz’altro il giocatore fisicamente più imponente di sempre, mi ha detto che la sua altezza gli consente di usufruire di una leva maggiore: “la mia estensione è molto più lunga di quella di un normale giocatore, quindi riesco ad aggiungere quasi 6 cm di copertura del campo, che nel tennis è una differenza importante”.

Tuttavia, sia Gilbert che Justin Gimelstob, commentatore per Tennis Channel, sono convinti che i giocatori alti facciano fatica alla risposta perché il loro centro di gravità più in alto ne ostacola lo spostamento. Gilbert sostiene che se un giocatore molto alto è in grado di imparare a spostarsi come i giocatori semplicemente alti che da tempo dominano il tennis, Djokovic e Murray (191 cm), Roger Federer e Rafael Nadal (185 cm), diventa difficile da contrastare: “se sei alto 198 cm e sei capace di muoverti come loro, con quell’altezza non hai problemi a dominare”. E’ interessante notare anche che Gilbert ha evidenziato come alcune tra le migliori giocatrici in risposta – Victoria Azarenka (183 cm) e Maria Sharapova (188 cm) – sono anche tra le più alte [6]. Carl Bialik di FiveThirtyEight ha chiesto a tre giocatrici americane – Julia Boserup (180 cm), Jennifer Brady (178 cm) e Sachia Vickery (163 cm), perché pensano che le giocatrici più alte non abbiano uno svantaggio alla risposta. Hanno citato due motivi principali: 1) il servizio femminile che, in media, è più lento e con meno rotazione di quello maschile e che quindi concede più tempo a disposizione per compensare qualsiasi difficoltà di spostamento; 2) le dimensioni del campo, che sono le stesse di quelle degli uomini, ma un’altezza che è sopra la media per le donne e nella media per gli uomini è un’altezza funzionale alla risposta, a prescindere se si è donne o uomini.

“Nel circuito femminile, non esistono giocatrici alte quasi 211 o 213 cm” ha commentato Brady. Per quanto la sua altezza sia superiore alla media delle giocatrici, Brady ha aggiunto: “non sono alta quanto Opelka”.

Un altra ragione che potrebbe spiegare la difficoltà alla risposta di giocatori dell’altezza di Opelka è la maggiore attenzione in allenamento a migliorare il servizio, elemento che enfatizza un’orientamento già molto marcato verso questo aspetto del loro tennis. Durante un’intervista che membri dello staff di PR e Marketing dell’ATP hanno condotto per mio conto al torneo di Bucarest 2016 in aprile, Karlovic, il giocatore più alto del circuito con 211 cm [7] ha detto che “l’altezza è un aiuto al servizio e quindi c’è la tendenza a concentrarsi ancora di più nei game al servizio” e che “i giocatori più bassi, non essendo altrettanto forti al servizio, si allenano di più alla risposta”.

Un’analisi della carriera di tutti i giocatori in attività alti almeno 196 cm che sono riusciti, anche solo una volta, a terminare l’anno tra i primi 100 dà evidenza di questo concetto. Nei primi 8 anni di permanenza nel circuito [8], la percentuale di punti vinti al servizio è cresciuta di 6 punti percentuali, mentre la percentuale di punti vinti alla risposta è cresciuta solamente di 1.5 punti percentuali. A confronto, Djokovic ha stabilmente incrementato la percentuale di punti vinti alla risposta passando dal 36.7% del 2005 al 43.9% del 2016.

Quando giocatori molto alti riescono a ottenere risultati di rilievo, di solito è per merito di una solida prestazione alla risposta: Del Potro e Cilic, entrambi alti 198 cm, hanno vinto rispettivamente gli US Open 2009 e 2014 migliorando decisamente quell’aspetto del gioco. Agli US Open 2009, Del Potro ha vinto il 44% dei punti alla risposta, rispetto al 40% fatto registrare durante l’intero anno, US Open compresi. Agli US Open 2014, Cilic ha vinto il 41% dei punti alla risposta, rispetto al 38% di quell’anno. E la loro prestazione alla risposta non è migliorata contro avversari di second’ordine, ma rispetto agli stessi avversari affrontati in carriera di circa la stessa variazione positiva, se rapportata all’intera stagione.

“C’è un diverso tipo di pressione quando dall’altra parte della rete c’è un giocatore dal grande servizio, che ti sta aggredendo sia al servizio che alla risposta” ha commentato Gimelstob, aggiungendo “è quello che ha fatto Cilic quando ha vinto gli US Open. Lo stesso accade giocando contro Del Potro, per il modo così preciso con cui colpisce la pallina ma ovviamente anche per il servizio”. Per fare un raffronto, se Del Potro e Cilic avessero risposto su quei livelli durante la stagione 2016, entrambi sarebbero stati tra i sette migliori giocatori alla risposta, insieme a Djokovic, Nadal, Murray, David Goffin (180 cm) e David Ferrer (175 cm). Nessuno dei due però è riuscito a replicare una finale Slam, Del Potro alle prese con diversi infortuni e Cilic con una forma discontinua.

Per i giocatori più alti, una buona prestazione alla risposta è la differenza che passa tra entrare nei primi 50 ed entrare nei primi 10. In media, i giocatori in attività alti almeno 196 cm che hanno terminato l’anno tra i primi 10 hanno vinto il 67.7% dei punti al servizio in quell’anno, mentre quelli con classifica tra l’11 e il 50 hanno vinto, in media, il 68.1% dei punti al servizio. Una differenza quindi di soli 0.4 punti percentuali. La differenza di prestazione sui punti alla risposta tra l’affacciarsi ai primi 50 ed entrare tra i primi 10 è molto più netta: i giocatori alti che entrano tra i primi 10 vincono punti alla risposta con un frequenza superiore di circa 4 punti percentuali dei giocatori tra l’11 e il 50.

IMMAGINE 3 – % di punti vinti al servizio (PVS) e alla risposta (PVR) per i giocatori in attività alti almeno 196 cm che sono entrati in posizioni di classifica di vertice

Un giocatore di almeno 196 cm e dal servizio affidabile che riesce a vincere con continuità più del 38% dei punti alla risposta ha possibilità molto concrete di entrare nei primi 10. Tomas Berdych e Del Potro ci sono riusciti, e anche Milos Raonic si sta avvicinando a quella soglia, ragione per la quale ha raggiunto la sua prima finale Slam a Wimbledon 2016. Oggi sono diversi i giocatori che sembrano poter vincere almeno il 38% dei punti alla risposta. Sia Alexander Zverev (18esimo in classifica) che Karen Khachanov (48esimo) sono alti 198 cm ed entrambi hanno vinto circa il 38% dei punti alla risposta nel 2016, ed entrambi devono ancora compiere 20 anni. Khachanov ha colpito sia Gilbert che Karlovic, Gilbert ha detto che “si muove in maniera incredibile per essere alto 198 cm”.

Anche altri giganti si sono distinti recentemente. Jiri Vesely, che ha 23 anni ed è alto 198 cm, ha battuto Djokovic a Monte Carlo lo scorso anno e vinto circa il 36% dei punti alla risposta nel 2016. Opelka ha raggiunto la sua prima semifinale nel circuito professionistico ad Atlanta. La maggior parte delle prime 10 teste di serie a Wimbledon 2016 ha perso da giocatori di almeno 196 cm. Del Potro ha vinto l’argento a Rio battendo, tra gli altri, Djokovic e Nadal.

Arrivare però al primo o secondo posto della classifica mondiale, anche partendo da una classifica nei primi 10, è tutta un’altra questione. Un giocatore più alto è in grado di sviluppare le capacità necessarie a spostamenti fluidi come i giocatori di vertice più bassi e vincere più di uno Slam? Nel basket è successo, ad esempio. “Nel tennis non c’è ancora stato un giocatore alto 198 o 201 o 203 cm in grado di muoversi come un giocatore NBA” ha detto Gilbert, “se ne arriva uno, allora siamo di fronte a un possibile vincitore di diversi Slam”. Anderson è d’accordo nel dire che l’altezza non è da ostacolo agli spostamenti come si ritene che sia: “Lebron James è alto 203 cm. Se è in grado di muoversi bene come una persona alta 178 cm, la sua corporatura diventa un vantaggio, perché a quel punto non ci sono più limiti”.

Opelka, che si è qualificato per il suo primo tabellone Slam agli Australian Open 2017 costringendo Goffin (11esimo in classifica) al quinto set, sta concentrando le sue energie al lavoro in allenamento sul gioco in risposta: “ho dedicato moltissimo tempo alla mia risposta. Le ripetute che eseguo in palestra si concentrano sul movimento esplosivo”. Opelka aggiunge che i giocatori di basket “si muovono meglio dei giocatori di tennis e sono più esplosivi grazie alla loro incredibile massa muscolare, che però non andrebbe bene per il tennis. Non so come riuscirebbero a giocare per quattro o cinque ore di fila con tutta quella massa muscolare”. Se si mette James sull’Ashe Stadium agli US Open nella calura estrema del pomeriggio “è difficile dire come se la caverebbe”.

Zverev, che ha 19 anni ed è alto 198 cm, è d’accordo nel dire che i giocatori alti devono affrontare sfide diverse rispetto a quelle degli altri giocatori: “gli spostamenti sono molto più complessi e penso che anche rafforzare la muscolatura sia più complicato”. Le persone con cui ho parlato però sono convinte che sia Opelka che Zverev potrebbero raggiungere il vertice in pochi anni. “Zverev potrebbe arrivare al numero 1 del mondo” dice Gilbert, “serve bene, risponde bene e si muove bene in campo”. Di Opelka, Gilbert dice: “al momento ha un servizio poderoso. Se riesce a migliorare negli spostamenti o sul gioco alla risposta, potrebbe arrivare davvero in alto”.

Se i giocatori più alti siano in grado di acquisire la capacità di giocare alla risposta con la stessa continuità di Djokovic o Murray rimane un interrogativo aperto. Possedere un servizio potente però è un passo importante per iniziare a sfidarli sul loro terreno. Come dice Opelka “ogni centimetro è importante”.

Note:

[1] Secondo i dati sull’altezza recuperati dai siti dell’ATP e della WTA e dalle pagine Wikipedia dei giocatori. In assenza dell’altezza di alcune giocatrici, ho considerato solo quelle per cui sono riuscito a trovare l’altezza. L’altezza è quasi sempre indicata in centimetri, qualche volta anche in pollici. Per essere sicuro di includere solo i giocatori veramente alti, il rapporto di conversione utilizzato è 196 cm = 6 piedi e 5 pollici per gli uomini e 183 cm = 6 piedi per le donne. Alcuni giocatori più bassi di un centimetro potrebbero rientrare nel campione degli altissimi, ma si tratta comunque di un’approssimazione, considerando che l’altezza è una variabile continua ma viene indicata con arrotondamento per eccesso o per difetto al centimetro/pollice più vicino. E, in ogni caso, spesso i giocatori stessi comunicano le proprie misure in modo inesatto.

[2] Per alcuni anni i dati a disposizione sui migliori giocatori juniores, che ho ricevuto via email dalla Federazione Internazionale (per il 2002 e il 2003) e ho trovato sul sito (per il periodo 2004-2009) comprendevano solo le posizioni fino alla 90 invece che alla 100.

[3] Ho calcolato questi limiti di inclusione considerando l’altezza dei giocatori più alti di tutti i loro colleghi tranne il 14% degli attuali primi 100, che equivale a prendere in esame i giocatori sopra all’85esimo percentile in altezza, un’approssimazione di massima per il 14% dei giocatori più alti del circuito.

[4] Per la WTA l’altezza ufficiale di Muguruza è 182 cm, cioè appena sotto il limite di inclusione nel campione considerato, per quanto sul sito della WTA la sua altezza sia 183 cm.

[5] Nell’esempio si fa riferimento a un servizio centrale a 193 km/h che superi la rete nel punto più basso – senza angolo sinistra-destra, considerando l’effetto della forza di gravità ma tralasciando la rotazione impressa alla pallina – e che colpisca la linea del servizio.

[6] La WTA non rende facilmente disponibili le statistiche al servizio e alla risposta per poter effettuare un confronto tra le giocatrici altissime e le loro avversarie, come è stato fatto per gli uomini.

[7] Sebbene le statistiche ufficiali sull’altezza non siano sempre esatte.

[8] Ho utilizzato un riferimento temporale di otto anni nel tentativo di bilanciare l’esigenza di ricomprendere il maggior numero di giocatori senza accorciarne eccessivamente la fase di crescita e miglioramento del loro tennis.

Are Taller Players the Future of Tennis?

Tempo di reazione – Australian Open Series

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 19 novembre 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il quarto articolo dell’Australian Open Series.

Nel precedente approfondimento di questa serie, ho introdotto il concetto di pressione alla risposta e ne ho ipotizzato il calcolo considerando la quantità di tempo che il giocatore alla risposta concede al giocatore al servizio per colpire il suo secondo colpo. Ci si aspetta che i giocatori in grado di esercitare più pressione con la risposta al servizio aggrediscano più velocemente la pallina e imprimano più forza al loro colpo, con i piedi all’interno del campo.

Qui, voglio portare l’attenzione su una parte di quel meccanismo, l’aggressione sulla pallina, analizzando i tempi di reazione alla risposta al servizio.

In questa analisi, il tempo di reazione rappresenta i secondi attesi necessari al giocatore alla risposta per colpire il servizio dell’avversario, che viaggia a una velocità media, dal momento in cui la pallina supera la rete. La velocità media del servizio è la stessa per ciascun giocatore/giocatrice di entrambi i circuiti, quindi i tempi di reazione sono tutti calcolati rispetto al medesimo standard, attraverso il metodo della regressione ridge. Non sarebbe infatti corretto affermare che il giocatore alla risposta ha tempi di reazione lunghi solo perché ha dovuto rispondere a un numero maggiore di servizi lenti rispetto ad altri giocatori. Questo metodo cerca appunto di evitarlo.

Il grafico dell’immagine 1 mostra il tempo di reazione dei giocatori, dal più breve al più lungo, basato sui dati raccolti agli Australian Open dal 2014 al 2016 (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascuna bolla, n.d.t.). Sono stati considerati solo i giocatori con 150 o più risposte al servizio nel periodo di riferimento, in modo da assicurare una misurazione sufficientemente precisa per ciascun giocatore. La dimensione delle bolle riflette il numero di risposte al servizio del giocatore disponibili nel campione, e a dimensione maggiore corrisponde una stima con un livello di confidenza più alto.

In cima alla classifica troviamo l’australiano Nick Kyrgios con un tempo di reazione atteso di 0.61 secondi, subito davanti a Roger Federer con 0.62 secondi, a supporto di tutti coloro che sostengono che Federer è in grado di leggere il servizio più velocemente della maggior parte dei giocatori. Anche molti dei partecipanti alle Finali di stagione 2016 hanno un tempo di reazione breve: Gael Monfils e Novak Djokovic sono nella parte alta con 0.64 secondi.

Andy Murray, che ha sconfitto Stanislas Wawrinka a Londra, lo batte anche nel tempo di reazione, con 0.64 secondi, in media, rispetto agli 0.65 secondi di Wawrinka. Con i suoi 0.70 secondi in media, Milos Raonic è da considerarsi invece in qualche modo un’eccezione rispetto ai giocatori di vertice.

IMMAGINE 1 – Tempi di reazione per il tennis maschile, Australian Open 2014-16

Nel tennis femminile, troviamo dei tempi di reazione superiori agli 0.70 secondi per più giocatrici di vertice, aspetto che si può attribuire a servizi generalmente più lenti. Tuttavia, alcune giocatrici hanno tempi di reazione così brevi da essere competitivi rispetto a quelli maschili. In cima alla classifica troviamo Venus Williams, con un tempo di reazione lampo di 0.67 secondi. Serena Williams non è tanto più indietro, con 0.69 secondi, appena sotto a giocatrici come Ana Ivanovic, Eugenie Bouchard e Garbine Muguruza.

Nella zona dei tempi di reazione più lunghi troviamo giocatrici dallo stile più difensivo come Caroline Wozniaki, con un tempo di 0.76 secondi, e Sara Errani, con 0.8 secondi. Sono rimasta sorpresa nel vedere in questo gruppo anche Madison Keys e Simona Halep, con 0.78 secondi o sopra nel tempo di reazione, perché il loro gioco mi sembra più aggressivo alla risposta di quanto questi numeri indichino. Una possibile spiegazione sta nel fatto che, sebbene alcune giocatrici con tempi più lunghi colpiscano la pallina con maggiore violenza, perdono più tempo in quanto sono posizionate lontano dalla riga di fondo. Sono necessari però ulteriori approfondimenti per vedere se questa è una valida conclusione.

IMMAGINE 2 – Tempi di reazione per il tennis femminile, Australian Open 2014-16

AO Leaderboard— Reaction Time

Pressione alla risposta – Australian Open Series

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 12 novembre 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il terzo articolo dell’Australian Open Series.

L’analisi qui presentata affronta la pressione alla risposta, termine con cui identifico quelle situazioni in cui un giocatore aggredisce il servizio dell’avversario con un colpo che lascia al giocatore al servizio un tempo di reazione ridotto. Sebbene si abbia l’impressione che alcuni giocatori riescano a mettere pressione anche da posizioni difensive, raramente i numeri a disposizione ci aiutano a identificarli con precisione.

Beneficiando dei dati generati dalla tracciatura di giocatori e pallina in campo e raccolti dal Game Insight Group di Tennis Australia per le edizioni degli Australian Open tra il 2014 e il 2016, definiamo “pressione alla risposta” la quantità di tempo che il giocatore alla risposta concede al giocatore al servizio per reagire al primo colpo successivo al servizio. Minore il tempo a disposizione per il giocatore al servizio per il suo colpo successivo al servizio (servizio + 1), maggiore la pressione che egli dovrà gestire.

Il tempo necessario al colpo del giocatore in risposta per raggiungere il giocatore al servizio è determinato dalla velocità della risposta e dalla posizione in campo di entrambi i giocatori. Il giocatore alla risposta può colpire la pallina con violenza, ma se si trova un metro e mezzo oltre la linea di fondo (ad esempio Rafael Nadal) non riesce a imporre lo stesso tipo di pressione di una pallina che si muove alla stessa velocità ma che è stata colpita 30 centimetri all’interno del campo.

Un altro elemento da considerare è la velocità del servizio. Se un giocatore si trova a risponde a servizi deboli o lenti, la sua risposta sembrerà più veloce e potente di quanto in realtà sia, e viceversa. Se vogliamo isolare la componente risposta rispetto al servizio, dobbiamo mettere a confronto la risposta di ogni giocatore rispetto a una combinazione omogenea di servizi.

Le statistiche che seguono sulla pressione alla risposta cercano di tenere in considerazione questi aspetti (la velocità del servizio e la posizione del giocatore) analizzando la velocità alla risposta stimata rispetto a una prima e una seconda di servizio medie (intese come prima e seconda che viaggiano alle velocità medie del circuito di riferimento). Questa frequenza è poi moltiplicata per la distanza tipica di un giocatore dalla linea di fondo. Complessivamente, l’indice di pressione alla risposta è espresso come i secondi attesi necessari al colpo alla risposta a raggiungere la rete rispetto alla ricezione di un servizio “tipico”.

Nel circuito maschile, molti dei migliori 8 giocatori che hanno preso parte alle Finali di stagione 2016 sono in cima a questa speciale classifica illustrata nell’immagine 1 (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascuna bolla, n.d.t.). Novak Djokovic e Kei Nishikori sono ai primi posti, con un tempo atteso di 0.43 secondi affinché la loro risposta a un servizio medio superi la rete. Tra gli altri giocatori che mettono maggiore pressione alla risposta troviamo alcuni di quelli con uno stile di gioco più offensivo e di attacco, come Lukas Rosol e Tomas Berdych, e giocatori caratterizzati dalla potenza nei colpi a rimbalzo, come Milos Raonic e Juan Martin Del Potro. (E’ da notare che per alcuni dei giocatori in cima alla classifica il campione di colpi considerato è più ridotto rispetto agli altri, come evidenziato dalla dimensione delle bolle nel grafico, e quindi i valori ad essi associati vanno trattati con maggiore prudenza).

Dalla parte opposta della lista, Rafael Nadal si pone come uno dei giocatori con minore pressione alla risposta. Questo non dovrebbe rappresentare una sorpresa perché Nadal è noto per stare molto dietro la linea di fondo nella maggior parte delle risposte al servizio. Più sorprendete è trovare Gael Monfils in fondo a questo elenco, probabilmente per la sua posizione alla risposta o forse perché una predisposizione all’attacco non è per Monfils così frequente come per altri giocatori.

IMMAGINE 1 – Pressione alla risposta per il tennis maschile, Australian Open 2014-16

Nel tennis femminile, la pressione alla risposta sembra seguire più fedelmente il successo sul circuito. Alcune delle giocatrici che mettono maggiore pressione sul colpo successivo al servizio sono Petra Kvitova, Garbine Muguruza, Serena Williams e Venus Williams. Altre giocatrici che insediano il vertice della classifica sono note per il loro stile aggressivo, come Victoria Azarenka e Madison Keys. Anche giocatrici in crescita come Karolina Pliskova e Monica Puig, medaglia d’oro a Rio 2016, fanno parte del gruppo di giocatrici con una pressione alla risposta di 0.43 secondi o inferiore.

Verso la parte bassa della classifica troviamo regolariste come Caroline Wozniacki e Saisai Zheng. Nonostante l’adozione di uno stile di gioco più aggressivo, la numero uno del mondo Angelique Kerber rimane comunque tra le giocatrici più difensive, almeno in termini di indice di pressione alla risposta. Si può anche notare che giocatrici d’attacco come Naomi Osaka e Daria Gavrilova sembrano avere margini di miglioramento nell’esercitare pressione alla risposta.

IMMAGINE 2 – Pressione alla risposta per il tennis femminile, Australian Open 2014-16

Nel confronto tra uomini e donne sulla pressione alla risposta agli Australian Open, emerge un’interessante osservazione: le giocatrici di vertice esercitano più pressione alla risposta degli equivalenti giocatori di vertice. In altre parole, la giocatrice alla risposta tende a lasciare meno tempo alla giocatrice al servizio per il colpo successivo al servizio rispetto a quanto faccia il giocatore alla risposta nei confronti del secondo colpo del giocatore al servizio. Questo potrebbe dipendere dal fatto che generalmente il servizio delle giocatrici crea pressione minore di quello dei giocatori, lasciando maggiore possibilità alla giocatrice in risposta di colpire la pallina in anticipo e con i piedi molto dentro al campo. Quindi, mentre la potenza e la velocità del tennis maschile e di quello femminile possono differire, ci sono situazioni in cui le donne hanno il sopravvento.

AO Leaderboard— Return Pressure

Nick Kyrgios possiede il gioco alla risposta per entrare (e rimanere) tra i primi 10?

di Sulaiman Ijaz

Pubblicato il 6 luglio 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nella sua recente analisi sul gioco alla risposta di Nick Kyrgios, Jeff Sackmann ha osservato che negli ultimi 12 mesi Kyrgios, con il 32% dei punti vinti alla risposta, è stato tra i peggiori dei primi 50 giocatori della classifica (l’unico giocatore con prestazioni simili tra i primi 10 è stato Milos Raonic, il cui successo nell’anno trascorso è legato al 75% dei tie break vinti, una percentuale che però non è sostenibile nel lungo termine).

Sackmann sottolinea inoltre che la maggior parte dei giocatori ATP hanno percentuali sopra al 36%. C’è una grande differenza tra il 32% e il 36%. Vincere il 32% dei punti alla risposta significa in media fare un break ogni 8 game, cioè meno di uno per set. Vincere il 36% dei punti alla risposta significa invece fare un break ogni 5 game. Con il 39% si ottiene un break ogni 4 game, vale a dire due volte più spesso di quanto non faccia Kyrgios. La tesi finale dell’articolo è che la percentuale di punti vinti alla risposta di Kyrgios al momento è sotto il livello minimo necessario per una carriera nei primi 10 del mondo. Per vincere con costanza, non è sufficiente tenere sempre il servizio, serve anche fare break, perché è virtualmente impossibile vincere più del 60% dei tiebreak nel lungo periodo.

Quali sono le probabilità di un miglioramento di quel tipo? I giocatori che riescono a entrare nei primi 10 migliorano significativamente il gioco alla risposta dopo le prime stagioni nel circuito maggiore? Per rispondere a queste domande mi affido ai numeri. La tabella esamina i punti in risposta per i primi 10 giocatori della classifica al momento dell’analisi e di alcuni dei giovani talenti più promettenti. Sono riportati:

  • il numero complessivo delle partite giocate per ciascuna delle prime quattro stagioni nel circuito
  • la percentuale dei punti vinti alla risposta per stagione
  • la media dei punti vinti alla risposta (Return Points Won o RPW) per le prime tre stagioni della carriera di ciascun giocatore.
                   Partite ATP        RPW%      Media RPW% 
Giocatore  Esordio S1 S2 S3 S4  S1  S2  S3  S4   S1 - S3
Murray     2005    24 65 57 74  38% 43% 43% 41%    42%
Ferrer     2002    16 47 60 72  43% 37% 41% 43%    40%
Nadal      2002     2 25 47 89  41% 36% 41% 45%    39%  
Djokovic   2004     5 22 58 87  41% 37% 39% 40%    38%
Nishikori  2007     8 28 10 12  36% 38% 37% 36%    37%
Wawrinka   2003     6  7 32 57  38% 34% 37% 38%    37%
Berdych    2003     4 31 63 71  36% 39% 36% 39%    37%
Federer    1998     5 30 66 70  38% 36% 36% 39%    36%
Cilic      2005     1 16 27 62  33% 36% 37% 38%    36%  
Raonic     2009     1 10 50 65  33% 28% 34% 33%    33%  

                   S1 S2 S3     S1  S2  S3       S1 - S3
Coric      2013     2 13 34     32% 37% 38%        37%
Ymer       2013     1  5 11     30% 34% 37%        36%
Rublev     2014     2 13        26% 36%            35%
Kokkinakis 2014     9 22        30% 36%            34%
Zverev     2013     1 10 16     39% 38% 30%        33%
Y. Chung   2013     1  3  9     30% n/a 34%        33%
Kyrgios    2013     4 19 26     25% 32% 33%        32%

Cosa se ne può dedurre?

Non sembra esserci un periodo di aggiustamento rispetto ai game in risposta. Nelle prime quattro stagioni, ciascun giocatore dei primi 10 della classifica ha vinto tra il 33% e il 41% dei punti alla risposta. Per le prime tre stagioni le medie erano nell’intervallo di valori tra il 33% e il 42%. Se si esclude Raonic, le medie passano all’intervallo tra il 36% e il 42%.

Kyrgios è indietro rispetto ai primi 10 e anche ai suoi avversari più diretti. Nelle prime due stagioni e mezzo della sua carriera, il 32% dei punti vinti alla risposta è la percentuale peggiore, per lo stesso periodo di riferimento, di tutti i primi 10 della classifica così come tra i giocatori emergenti.

Naturalmente, queste valutazioni non sono sufficientemente esaustive per poter dire che Kyrgios non farà dei sostanziali progressi nel gioco alla risposta o non riuscirà a entrare e rimanere tra i primi 10. Evidenzia però che, almeno per il momento, Kyrgios è lontano dal livello dei giocatori di vertice. Per evitare di buttare via il talento che ha ricevuto, dovrà migliorare il suo gioco in modo decisivo.

Does Kyrgios have enough return game to consistently be in the top 10?

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 3 (sull’importanza dei punti)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 5 marzo 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 2.

Il terzo mito affrontato da Franc Klaassen e Jan Magnus nel loro classico della letteratura statistica sul tennis Analyzing Wimbledon riguarda l’importanza dei punti, e se ogni punto ha la stessa importanza per il giocatore al servizio e per quello alla risposta.

Mito 3: “Ogni punto (game, set) ha la stessa importanza per entrambi i giocatori”

Klaassen e Magnus sostengono la ragionevole tesi per cui un punto ha sempre la stessa importanza per il giocatore al servizio come per quello alla risposta.

Faccio una premessa sul significato di importanza qui inteso. Nella sua accezione statistica, quella adottata da i due autori, la definizione di importanza rimanda a quella proposta dallo statistico di sport Carl Morris. Secondo questa definizione, l’importanza di un punto equivale alla variazione nella probabilità di vincere un game se quel determinato punto è vinto o se è perso. In altre parole, l’importanza di un punto risiede nella misura in cui vincere quel punto permetta di “portare a casa” il game rispetto a quanto perdere quel punto ne allontani la vittoria. 

Sulla base di questo assunto, Klaassen e Magnus dicono che, quale sia l’aumento delle probabilità che il giocatore al servizio vinca il game dopo aver vinto il punto, a quell’aumento corrisponde necessariamente un’eguale diminuzione nelle probabilità di vincere il game da parte del giocatore in risposta, come accade ad esempio nelle sfide di Coppa Davis, in cui la sconfitta di una squadra è la vittoria dell’altra.

Questo non significa che tutti i punti sono importanti allo stesso modo, perché non sappiamo non essere certamente il caso. Significa invece che, quale sia l’importanza di un punto per il giocatore al servizio, quel punto è importante allo stesso modo per il giocatore alla risposta.

Quali sono i punti più importanti nel tennis?

Visto che il Mito 3 è incentrato sulla simmetria nel tennis più che su ragionamenti statistici, ho pensato che si potesse ampliare l’argomento e capire quali sono i punti più importanti nel tennis moderno.

L’immagine 1 mostra la suddivisione dell’importanza dei punti per il circuito maschile nel 2015, secondo la stessa definizione di importanza usata da Morris e Klaassen e Magnus (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascun cerchio, n.d.t.). L’importanza effettiva è evidenziata in blu e nell’indicazione del punteggio i punti del giocatore al servizio compaiono a sinistra e quelli del giocatore alla risposta a destra. Non sono considerati i tiebreak.

IMMAGINE 1 – Importanza dei punti per il circuito ATP, 2015

km3_1

Grazie a questo tipo di rappresentazione grafica, è più facile notare la grande estensione dell’intervallo di variazione dell’importanza. Il punto più importante sul 30-40 è in grado di influenzare la probabilità di vincere il game del 70%. Invece, il punto meno importante sul 40-0 ha un’influenza solo del 4%.    

E’ naturale essere sorpresi dalla bassa importanza di quei punti che decidono il game, nell’esempio il punto sul 40-0. Se da un lato è vero che se il giocatore al servizio vince il punto sul 40-0 ha vinto il game, dall’altro è anche vero che se perde il punto comunque le probabilità di vincere il game rimangono piuttosto alte. La ragione sta nel fatto che il giocatore al servizio ha molte possibilità di recuperare uno o due punti e, in qualità di iniziatore del punto, parte da una posizione di vantaggio su tutti i punti aggiuntivi che vengono giocati.

Generalmente, le palle break sono i punti più critici dai cui tirarsi fuori se il giocatore al servizio nutre qualche speranza di vincere il game.

In questo tabella, il punto sul 30-40 ha lo stesso valore del punto sul vantaggio esterno (40-AD) e il punto sul 40-30 è equivalente al vantaggio interno (AD-40).

Come mostrato dall’immagine 2, l’importanza dei punti nel circuito femminile è simile a quella maschile, anche se l’intervallo di variazione dell’importanza è più corto a causa del ruolo meno dominante del servizio.

IMMAGINE 2 – Importanza dei punti per il circuito WTA, 2015

km3_2

Tutti i punti sono importanti quanto ci si attende che lo siano?

Il valore “atteso” che si può notare accanto a ciascun punto corrisponde all’importanza associata a quel punto che ci si attende se il giocatore al servizio giocasse ogni punto con eguale probabilità. Per gli uomini, la probabilità attesa è del 64% mentre per le donne è del 57%, che i due autori hanno ottenuto dalle prestazioni medie al servizio negli Slam del 2010. Sono medie che, nel 2015, non hanno subito cambiamenti significativi.

Sebbene l’importanza effettiva dei punti giocati nel tennis moderno a livello di circuito maggiore sia sostanzialmente in linea con le attese, ci sono alcuni casi interessanti di scostamento evidenziati da valori attesi fuori dal margine di errore (rappresentati dalle barre di errore) dell’importanza stimata per il 2015. Per gli uomini, i punti sul 30-40, 15-40 e 0-40 sono stati molto meno importanti nel gioco effettivo di quanto ci si attendesse se i giocatori al servizio avessero sempre servito con il 64% di efficacia (lo stesso risultato è stato ottenuto nel 2001 in una ricerca di Peter G. O’Donoghue, anche se il tema centrale in quel caso era la differenza tra sessi, non tanto gli scostamenti dall’importanza pronosticata).   

Sul circuito femminile lo schema è simile, anche se la grandezza nelle differenze è più contenuta.

Quali sono le conseguenze di queste deviazioni rispetto a quanto previsto da Klaassen e Magnus?

La risposta più semplice è che i giocatori non giocano sempre ogni punto con la stessa efficacia e le dinamiche di gioco generano un intervallo di importanza più ridotto di quanto ci si attenderebbe nel “modello di eguale efficacia”. Altri studi mostrano che la probabilità del giocatore al servizio di vincere un punto è inferiore se sotto pressione, come ad esempio nelle situazioni di palle break, per le quali si osservano gli scostamenti maggiori in termini di importanza. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che, in media, il giocatore al servizio non riesce a reggere la pressione o il giocatore alla risposta è bravo ad alzare il suo livello di gioco.   

Quale sia la ragione che determina gli scostamenti, l’effetto risultante è una diminuzione della probabilità del giocatore al servizio di recuperare nel punteggio e, di conseguenza, una riduzione dell’importanza di quelle situazioni di punteggio. 

Tuttavia, anche in presenza di questi scostamenti rispetto alle attese, si può comunque giungere all’interessante conclusione che non tutte le palle break sono importanti allo stesso modo.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 3

Nick Kyrgios è in grado di vincere uno Slam?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 24 novembre 2016 – Edoardo Salvati

La notizia di oggi? Mark Philippoussis, finalista del torneo di Wimbledon 2003, pensa che Nick Kyrgios possa vincere l’Australian Open. Beh, la stagione sta per terminare, dobbiamo accontentarci di qualsiasi notizia disponibile.

In realtà, la questione è interessante: è in grado un giocatore così imprevedibile e mono-dimensionale di mettere insieme sette vittorie in fila in uno dei palcoscenici più importanti del tennis? Philippoussis – lui stesso non tra i giocatori più versatili – ha raggiunto due finali Slam. Un servizio potente può portare così lontano.

L’anno scorso ho scritto un articolo in cui analizzavo il “gioco alla risposta minimo accettabile”, cioè il livello di successo alla risposta che un giocatore dovrebbe mantenere per raggiungere lo stratosfera del tennis maschile. E’ raro infatti terminare una stagione tra i primi 10 senza aver vinto almeno il 38% dei punti alla risposta, per quanto alcuni giocatori, tra cui Milos Raonic, ci sono riusciti. Quando ho scritto quell’articolo, la media di Kyrgios nelle 52 settimane precedenti era di un misero 31.7%, quasi nella zona di manovra di John Isner e Ivo Karlovic.

Nel frattempo Kyrgios è migliorato. Nel 2016, ha vinto il 35.4% dei punti alla risposta, quasi uguale al 35.9% di Raonic, e in molti sono d’accordo nel dire che Raonic abbia avuto un’annata eccellente. Il massimo raggiunto in carriera da Philippoussis è stato solo del 34.9%, anche se Kyrgios sarebbe fortunato a giocare così tanti tornei sull’erba e sul tappeto come ha fatto Philippoussis. Comunque, una percentuale di punti vinti alla risposta inferiore al 36% di solito non è sufficiente nel tennis moderno: Raonic è stato solamente il terzo giocatore dal 1991 (insieme a Pete Sampras e Goran Ivanisevic) a terminare la stagione tra i primi cinque con una frequenza così bassa.

Dopotutto, Philippoussis non ha fatto alcun riferimento al finire tra i primi cinque. Il “gioco alla risposta minimo accettabile per vincere uno Slam” potrebbe avere un valore differente. Guardando i vincitori di Slam dal 1991 a oggi, questo è l’elenco della percentuale più bassa di punti vinti alla risposta (Return Points Won o RPW) per singolo torneo:

Anno Slam            Giocatore  RPW%
2001 Wimbledon       Ivanisevic 31.1%
1996 US Open         Sampras    32.8%
2009 Wimbledon       Federer    33.7%
2002 US Open         Sampras    35.6%
2000 Wimbledon       Sampras    36.6%
2010 Wimbledon       Nadal      36.8%
2014 Australian Open Wawrinka   37.0%
1998 Wimbledon       Sampras    37.2%
1991 Wimbledon       Stich      37.4%
2000 US Open         Safin      37.5%

Come ci si poteva aspettare, Wimbledon è ben rappresentato. Meno invece per lo Slam casalingo di Kyrgios: la vittoria di Stanislas Wawrinka agli Australian Open 2014 è l’unica volta in cui il torneo appare tra i primi 20, anche se negli ultimi anni la superficie era molto veloce. Tutti gli altri vincitori dell’Australian Open hanno vinto almeno il 39.5% dei punti alla risposta. E per terminare la stagione tra i primi 10, il 38% è una ragionevole approssimazione del livello minimo accettabile, anche se in rare circostanze è possibile arrivarci con un livello inferiore.

Kyrgios è in grado di superare questa soglia? 18 mesi fa, quando la media di Kyrgios di punti vinti alla risposta su 52 settimane era sotto il 32%, l’ovvia considerazione sarebbe stata sfavorevole. Il suo attuale livello sopra il 35% rende la questione meno scontata. Per vincere uno Slam, avrebbe probabilmente bisogno di rispondere meglio, ma solo per sette partite.

Kyrgios ha già vinto sette partite di fila, nove per la precisione, che sarebbero sufficienti per uno Slam. Tra la sua vittoria nel torneo di Marsiglia 2016 e la semifinale a Dubai 2016 a febbraio scorso, Kyrgios ha giocato quasi nove partite (si è ritirato per un infortunio alla schiena nell’ultima), vincendo un incredibile 41.5% di punti alla risposta. In 42 degli ultimi 104 Slam, il vincitore del torneo ha vinto una percentuale inferiore di punti alla risposta.

Tuttavia, le sue prestazioni a febbraio sono state un’eccezione. Per mettere in rapporto il successo di Kyrgios alla risposta sulla durata di uno Slam, ho analizzato la percentuale di punti vinti alla risposta su tutte le possibili strisce di dieci partite di fila (la maggior parte delle partite giocate sono state al meglio dei tre set, quindi dieci partite è un numero di punti più o meno equivalente a quello di sette partite consecutive in uno Slam). A parte le strisce relative ai tornei di Marsiglia e Dubai 2016, non è mai andato oltre il 37% su un intervallo di punti di quel tipo.

C’è sempre speranza di miglioramento, specialmente per un giocatore ventunenne incostante ma dal talento indiscusso, in un tennis dominato da giocatori di età ben maggiore. Allo stesso modo però ci sono elementi che non depongono a suo favore. Ricerche effettuate da falstaff78 sul forum di Tennis Warehouse, suggeriscono che la maturazione di un giocatore non porta a un incremento sostanziale delle statistiche alla risposta. Sembrerebbe una conclusione controintuitiva, perché il miglioramento di alcuni giocatori è evidente. E’ vero anche però che questo spesso si accompagna a maggiori successi nei tornei, che significa poi modificare il calendario e trovarsi davanti una combinazione diversa di giocatori. Due anni fa, Kyrgios ha giocato contro sette giocatori dei primi 20. Quest’anno ne ha affrontati 18. Raonic, che rappresenta un possibile esempio di evoluzione della carriera di Kyrgios, ha giocato quest’anno contro 26 giocatori dei primi 20.

Contro i primi 20 – il tipo di avversario che un giocatore deve battere in uno Slam per passare dal 4° turno a ritrovarsi nella cerimonia di premiazione – Kyrgios ha vinto meno del 30% di punti alla risposta della sua carriera. Anche Raonic, che comunque deve ancora vincere uno Slam, ha fatto meglio, vincendo il 32.6% di punti alla risposta contro giocatori dei primi 20 nel 2016.

Non ci sono dubbi che Kyrgios possieda il servizio per vincere uno Slam. E quando i Fantastici Quattro si saranno ritirati, presumo che qualcun altro dovrà pur vincere uno Slam. Ma anche in ere di livello inferiore, serve strappare il servizio per vincere e negli Slam tipicamente è necessario farlo più di una volta contro giocatori molto forti.

Per i numeri fatti vedere a oggi, come Philippoussis prima di lui, anche Kyrgios faticherà a vincere uno Slam.

Can Nick Kyrgios Win a Grand Slam?

Andy Murray e le strisce vincenti con almeno un break a partita

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 22 novembre 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Tra le diverse imprese compiute da Andy Murray nel 2016, c’è n’è una più nascosta ma altrettanto impressionante: in tutte le 87 partite giocate in stagione, è riuscito a strappare il servizio all’avversario almeno una volta. In realtà, la sua striscia vincente è ormai di 107 partite e risale sino alla semifinale del Cincinnati Masters 2015 contro Roger Federer.

Dove lo posiziona questo risultato tra i grandi del tennis maschile? Quanto è anomalo fare un break in ogni partita di un’intera stagione? Come per molte – troppe – altre statistiche, non lo sappiamo. Qualcuno scopre una statistica ragguardevole e la storia termina li. E non si può sempre sistemare la questione ma, in questo caso, si é in grado di contestualizzare l’impresa di Murray.

Break-a-partita relativi a intere stagioni

Ho raccolto statistiche sui break a partita fino al 1991, anche se va ricordato che i dati degli anni ’90 non sono sempre precisi. Inoltre, la Coppa Davis presenta un problema, perché non si possiedono dati precisi al riguardo. Ci sono volte in cui è possibile dire dal punteggio se un giocatore ha strappato il servizio – ad esempio nelle partite di Murray in Coppa Davis nel 2016 – ma spesso è un’informazione che non si può ricavare. Ne parlerò più in dettaglio a breve.

Dal 1991, ci sono state almeno 14 volte, e forse anche 20, in cui un giocatore ha fatto un break in ogni partita della stagione (con minimo 40 partite nel circuito maggiore). E mi riferisco a “volte” perché diversi giocatori – Andre Agassi Lleyton Hewitt, Rafael Nadal e Nikolay Davydenko – ci sono riusciti più di una volta. La stagione 2001 di Hewitt è stata quella con il più alto numero di partite, ben 95, seguita dal 2016 di Murray e dal 2005 di Nadal, entrambi con 87 partite.

Questa è la lista completa:

Giocatore    Stagione Partite (Non sicure)
Murray       2016     87      0
Monaco       2014     41      0
Djokovic     2013     83      0
Nadal        2010     79      0
Davydenko    2008     73      1
Davydenko    2007     82      0
Hewitt       2006     46      0
Nadal        2005     87      0
Nalbandian   2005     63      0
Agassi       2003     55      0
Hewitt       2001     95      0
Hewitt       2000     76      1
Gumy         1997     53      1
Corretja     1997     67      0
Agassi       1995     81      0
Gustafsson   1994     40      0
Costa        1992     60      0
Perez Roldan 1991     40      2
Lendl        1991     72      0
Becker       1991     61      2

(La colonna “Non sicure” indica il numero di partite per le quali mancano i dati e potrebbero non aver avuto un break).

Ci sono molti altri giocatori che si sono avvicinati a questa impresa. Federer ha strappato il servizio in tutte le partite giocate tranne una in tre diverse stagioni. Agassi, Novak Djokovic, David Ferrer, e Thomas Muster lo hanno fatto due volte.

Non dovremmo lasciarci sorprendere dal fatto che così tanti giocatori, specialmente i più forti, hanno fatto break così spesso. E’ molto raro infatti vincere una partita senza aver mai strappato il servizio: delle 2750 partite del circuito maggiore dell’ATP di questa stagione per cui possiedo dati, il vincitore ha fatto break in tutte tranne 30. Anche i giocatori che perdono poi la partita strappano il servizio in più di due partite su tre: nel 2016, lo sconfitto ha fatto break in 1843 delle 2570 partite, vale a dire il 72% delle volte.

Tuttavia, ci sono abbastanza grandi servitori sul circuito che è difficile riuscire a strappare il servizio a tutti gli avversari per un’intera stagione. Nel 1995, Muster strappò il servizio in 99 partite, ma non ci riuscì quando incontrò sul tappeto del torneo di San Pietroburgo il qualificato (e perfetto sconosciuto) TJ Middleton. L’attuale striscia di Murray è ancora più impressionante se si pensa che, in 107 partite, ha giocato 6 volte contro Milos Raonic, 4 contro John Isner, 2 contro Kevin Anderson e Nick Kyrgios e una contro Ivo Karlovic. Probabilmente sarebbe riuscito a strappare il servizio anche a Middleton.

Strisce di partite con almeno un break

Affinché Murray riesca a superare il record di questa speciale categoria, dovrebbe andare avanti a rispondere con la stessa efficacia per molti altri mesi. Come visto in precedenza, Davydenko e Hewitt potrebbero aver strappato il servizio in ogni partita per due anni di fila. In entrambi i casi, la mancanza di dati per le partite regolate dalla Federazione Internazionale rende incerto il loro record ma, tralasciando questi dettagli, Davydenko ha sicuramente alzato l’asticella.

Queste sono le strisce di 100 o più partite dal 2000 con almeno un break al servizio:

Giocatore  Inizio Fine Striscia Probabile
Davydenko  2006   2009 159      182
Nadal      2004   2006 156
Nadal      2009   2011 146
Agassi     2002   2004 143
Djokovic   2012   2014 127
Hewitt     1999   2002 124       230
Murray     2015   2016 107       ∞
Nalbandian 2004   2006 104

Nel 2016, Murray ha giocato la sua 53esima partita in agosto, alle Olimpiadi; avrà bisogno di fare break almeno una volta in altrettante partite per raggiungere il primo posto di questa classifica.
L’esatto numero di partite nella striscia di Davydenko dipende dalla semifinale di Coppa Davis 2008 contro Juan Martin Del Potro, che ha perso in 3 set. Se avesse strappato il servizio in quella partita, la sua striscia sarebbe proseguita fino all’inizio del 2009, per un totale di 182 partite (nonostante Del Potro abbia vinto con il punteggio di 6-1 6-4 6-2 e sei break, ricerche successive hanno evidenziato che Davydenko è riuscito a fare un break nel secondo set, n.d.t.).

La striscia migliore di Hewitt è ancora più incerta. Non possiedo dati sui break nella sua sconfitta per 6-3 6-3 da Max Mirny alle Olimpiadi di Sydney 2000. Se non fosse riuscito a strappare il servizio a Mirnyi, altamente probabile vista la potenza del giocatore soprannominato La Bestia, il numero di partite sarebbe “solo” di 124. Se ci fosse riuscito, le partite salirebbero a 187, e il numero esatto dipende da altri dati non disponibili, tra cui entrambe le partite di singolare nella finale di Coppa Davis 1999 contro la Francia.

Senza dubbio comunque, Murray si è già guadagnato il suo posto tra i migliori ribattitori al servizio di sempre. Vedremo nel 2017 quanto ancora riuscirà a risalire questa classifica.

Andy Murray and The Longest Break-Per-Match Streak