Lo Slam che nessun giocatore salta – Gemme degli US Open

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 23 agosto 2012 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il quinto articolo della serie Gemme degli US Open.

Rafael Nadal salta gli US Open 2012 e ormai non è più una notizia. Non è nemmeno una sorpresa, visto che Nadal non ha giocato più da Wimbledon 2012 e, in passato, il ginocchio l’ha tenuto a lungo lontano dal circuito.

L’aspetto che più colpisce è la rarità – per un giocatore di vertice – nel saltare gli US Open. Nonostante sia un torneo che si presenta verso la fine della stagione, dopo otto spossanti mesi in cui tutti i giocatori in qualche modo sono colpiti da infortuni, New York riceve più presenze tra i primi 10 del mondo degli altri tre Slam.

Anzi, dal 1991 Nadal è solo il terzo giocatore tra i primi 3 della classifica a saltare gli US Open. Nel 1999, Pete Sampras, numero 1, non potette giocare e, nel 2004, fu il numero 3 Guillermo Coria a rimanere a casa. Solo 10 delle ultime 21 edizioni hanno visto l’assenza di uno dei primi 10 giocatori.

È interessante chiedersi perché i più forti vadano a giocare gli US Open come non fanno con gli altri Slam. Wimbledon ha certamente più prestigio. Di sicuro, i diversi cambi di superficie tra tornei primaverili ed estivi mettono alla prova la resistenza fisica e mentale di qualsiasi giocatore. Forse la sospensione leggermente più lunga tra Wimbledon e New York permette ai giocatori di riposarsi, dovessero averne bisogno. La maggior parte dei giocatori gioca i Master in Canada e a Cincinnati ma, come successo quest’anno, in molti sono disposti a saltare uno dei due tornei, a significare che solo un infortunio serio tiene un giocatore fuori dal tabellone degli US Open.

In ulteriore contrasto con la saggezza popolare tennistica, lo Slam con la seconda migliore presenza di giocatori di vertice è il Roland Garros, non Wimbledon. Dal 1991, solo tredici dei primi 10 hanno saltato il Roland Garros, tre dei quali erano in realtà un solo giocatore, Boris Becker.

Pur venendo considerato sinonimo di tennis, Wimbledon è al terzo posto e ben dietro, con 25 dei primi 10 assenti nelle ultime 22 edizioni. In questo caso i nomi hanno più senso: Alex Corretja tre volte, Marcelo Rios due, Sergi Bruguera quattro volte. Semplicemente, verso la fine degli anni ’90 alcuni giocatori non consideravano Wimbledon un torneo a cui dover partecipare a ogni costo.

Gli Australian Open sono poco più indietro al quarto posto, con 29 giocatori tra i primi 10 che non hanno giocato. Melbourne sembra essere il torneo con meno presa dei quattro Slam, ma negli ultimi anni c’è stata un’inversione di tendenza. Dal 2006 infatti solo un giocatore tra i primi 10, Nikolay Davydenko nel 2009, non ha giocato.

Si può essere quindi indotti a pensare che le assenze dai tornei Slam siano casuali, determinate da infortuni che capitano in qualsiasi momento. Ogni assenza di un singolo giocatore certamente sembra essere motivata da questo. Ci sono però anche forze di ordine superiore – come il valore associato a certi tornei, la maggiore pressione a cui il fisico è sottoposto in alcuni momenti della stagione rispetto ad altri – che sono anch’esse casuali. In un certo e ulteriore modo, Nadal sta facendo vedere di essere un giocatore unico, saltando lo Slam del calendario che nessuno salta.

Aggiornamento
La tabella riepiloga le assenze tra i primi 10 giocatori del mondo nei cinque anni successivi al 2012, quando è stato scritto l’articolo originale. Si nota immediatamente come non solo gli US Open abbiano perso il primato di Slam con più presenze tra i primi 10, ma siano scesi all’ultimo posto, principalmente a causa dei quattro ritiri dell’edizione 2017 (n.d.t.).

                2013  2014  2015  2016  2017  TOT
Australian Open    1     0     1     1     0    3
Roland Garros      2     1     1     1     1    6
Wimbledon          0     1     1     1     1    3
US Open            1     1     0     2     4    8

The Slam No One Misses

Le conseguenze di un ritiro pre partita – Gemme degli US Open

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 3 settembre 2012 – Traduzione di Edoardo Salvati

In occasione dello svolgimento degli US Open 2017, vengono riproposte delle gemme analitiche dallo scrigno di TennisAbstract, su alcune tematiche comuni all’edizione in corso.

Mardy Fish si è ritirato prima dell’inizio dell’ottavo di finale contro Roger Federer agli US Open 2012. Come discusso in un altro articolo, Federer potrebbe beneficiare di un riposo addizionale, ma con la programmazione a giorni alterni di uno Slam rischia anche di passare troppo tempo fuori dal campo.

Quale conseguenza quindi ha più peso? Il riposo aggiuntivo renderà Federer ancora più favorito nel quarto di finale contro Tomas Berdych? O la ruggine da un’interruzione così lunga bloccherà gli ingranaggi del suo tennis?

Virtualmente, non ci sono effetti degni di nota. I giocatori che beneficiano di un ritiro pre partita vincono il turno successivo quasi esattamente la metà delle volte, e uno sguardo ravvicinato a quelle partite rivela che il 50% è quello che ci saremmo attesi, a prescindere dal ritiro.

Alla ricerca di un possibile nesso, dal 2001 ho trovato 139 ritiri pre partite del tabellone principale di tornei del circuito maggiore, il cui beneficiario ha poi giocato almeno un’altra partita nello stesso torneo – in altre parole – finali escluse. Per quanto possa sembrare che i ritiri avvengano quando un giocatore ha poche speranze di vincere una partita (come nel caso di Fish o degli altri due giocatori che si sono ritirati prima di giocare con Federer quest’anno), non ci sono prove a sostegno nemmeno di questa teoria. In media, le probabilità di vittoria del giocatore che poi si ritira prima della partita sono di circa il 51%.

Possiamo quindi procedere nell’assunto che ci sia parzialità marginale nel campione di 139 giocatori che hanno beneficiato di un libero accesso al turno successivo. Per ogni Federer esiste un Donald Young che avanza per ritiro pre partita di Richard Gasquet (secondo turno degli US Open 2007, n.d.t.). A bilanciare il ritiro di giocatori senza possibilità di vittoria potrebbero esserci giocatori di vertice che decidono rapidamente di ritirarsi perché sono nella condizione di farlo, derivante dal loro successo, e hanno un orizzonte temporale più lungo.

Nelle 139 partite successive a un ritiro pre partita, il record è stato 67-72, vale a dire che i beneficiari hanno vinto il 48.2% delle volte. Previsioni pre partita (con il mio sistema Jrank) davano una percentuale di vittoria del 48.9%.

Se restringiamo la ricerca agli Slam, rimaniamo con un campione di 12 partite praticamente privo di importanza. I giocatori con accesso al turno successivo grazie a un ritiro pre partita hanno siglato un record di sei vittorie e sei sconfitte, a fronte di una previsione pre partita rispettivamente di 7 e 5. Forse la ruggine influisce, seppur in modo limitato; molto più probabilmente invece il ritiro pre partita non ha alcun effetto sul beneficiario.

Per i tifosi di Federer, in ogni caso, c’è scarso motivo di preoccupazione. È la nona volta in carriera che ha beneficiato di un ritiro pre partita perdendo la partita successiva solo due volte, la prima nel 2002, l’ultima all’Indian Wells Master del 2008. Il giocatore che lo ha battuto in quell’occasione? Fish, ovviamente (Berdych in realtà ha poi eliminato Federer nei quarti di finale in quattro set, n.d.t.).

Withdrawal Effects

I ritiri non significano necessariamente manipolare il sistema

di Chapel Heel // FirstBallIn

Pubblicato il 5 luglio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Ci sono stati sette ritiri nelle partite di primo turno del tabellone di singolare maschile di Wimbledon 2017, di fronte ai quali è stata invocata l’introduzione di regole per negare ai giocatori – in queste situazioni – il premio partita. Parte della motivazione è di carattere punitivo, parte cerca di evitare la delusione degli appassionati che sono accorsi per vedere i migliori del mondo, e parte è compassione per i giocatori esclusi che avrebbero potuto essere al posto dei ritirati.

Chi fa appello alle regole però non sembra in grado di proporre valide soluzioni. Presumibilmente è una sede in cui non si sta prendendo in considerazione un approccio del tipo “se il giocatore si ritira, deve rinunciare al premio partita”.

Una linea argomentativa come questa può essere utile a coloro che sostengono che i giocatori delle retrovie stiano fingendo infortuni solo per accumulare premi e punti del primo turno di uno Slam. Analizziamo uno per uno i sette ritiri del primo turno di Wimbledon:

  • Martin Klizan si ritira contro Novak Djokovic sul punteggio di 3-6 0-2. Klizan non è un giocatore da frequenti ritiri, questa è solo l’undicesima volta che abbandona una partita del tabellone principale in tutta la sua carriera (al momento, 237 partite sul circuito maggiore, n.d.t.). Klizan però si è ritirato anche la scorsa settimana nel primo turno del torneo di Antalya, sul 6-6 del primo set contro Marsel Ilhan, un giocatore con 250 posizioni in meno in classifica. Klizan è il numero 47 del mondo e ha guadagnato 4.2 milioni di dollari in premi partita a 27 anni.

Cosa penso: non sta fingendo (certamente non è andato ad Antalya per premi e punti del primo turno), ma è probabile che non fosse fisicamente in ordine per giocare a Wimbledon. Era consapevole di non esserlo o comunque pensava di avere una possibilità di superare il turno?

  • Alexandr Dolgopolov si ritira contro Roger Federer sul punteggio di 3-6 0-3. Pur non avendo un fisico imponente, Dolgopolov non è particolarmente fragile: si tratta anche per lui dell’undicesimo ritiro di una lunga carriera (al momento, 384 partite sul circuito maggiore, n.d.t.), in questo caso per un problema alla caviglia, la stessa che si era infortunato due settimane fa in una partita molto equilibrata con Vasek Pospisil a ’s-Hertogenbosch. Il ritiro era stato immediato, quindi era sicuramente un infortunio importante allora. Dolgopolov è il numero 84 del mondo, ben al di sotto delle sue abitudini di classifica. Ha guadagnato 6.3 milioni di dollari in premi partita a 28 anni.

Cosa penso: non sta fingendo. A due settimane dal primo infortunio, è ragionevole pensare di poter giocare a Wimbledon, anche se poi il sorteggio lo ha messo contro Federer, con cui non aveva possibilità se non al 100% della condizione. Si sarebbe dovuto ritirare quando è uscito il tabellone o avrebbe dovuto rimanere con un avversario diverso al primo turno?

  • Feliciano Lopez si ritira contro Adrian Mannarino sul punteggio di 7-5 1-6 1-6 3-4. Lopez è un giocatore di ferro negli Slam e ha solo 11 ritiri nella sua lunga carriera (al momento, 845 partite, di cui 153 negli Slam, n.d.t.). Ma ha anche 35 anni e ha giocato dieci partite sull’erba nelle ultime due settimane, raggiungendo due finali e vincendone una. È il numero 25 del mondo e ha vinto 14 milioni di dollari in premi partita (e, con quella bella presenza, immagino anche molte sponsorizzazioni, almeno in Spagna).

Cosa penso: non sta fingendo. Semplicemente, è esausto per una preparazione sull’erba molto intensa. L’ironia è che se avesse dovuto giocare un ATP 250, quasi sicuramente si sarebbe ritirato prima dell’inizio del torneo. Sarebbe stato normale per un giocatore che ha appena vinto un torneo, ancora di più per uno che ha fatto due finali consecutive. D’altro canto però non era irragionevole per lui pensare di avere una possibilità di andare avanti, visto che fondamentalmente è stato il giocatore con i risultati migliori sull’erba nel 2017.

  • Janko Tipsarevic si ritira contro Jared Donaldson sul punteggio di 0-5 dopo essersi stirato un muscolo della gamba. Tipsarevic è stato anche tra i primi 10 del mondo, ma il suo fisico lo espone a infortuni e questo si riflette in una lista relativamente lunga di ritiri, oltre al fatto che per quasi due anni è dovuto stare lontano dal tennis. Ora è tornato al numero 63 e ha vinto 8 milioni di dollari in premi partita a 33 anni.

Cosa penso: pur non avendo molte informazioni al riguardo, dubito seriamente che un giocatore come Tipsarevic abbia risalito così faticosamente la china per tornare a una classifica che gli dia accesso diretto agli Slam e poi finga un infortunio per uscire al primo turno, con relativi punti e premi partita.

  • Viktor Troicki si ritira contro Florian Mayer sul punteggio di 1-6. Potrebbe sorprendere, ma Troicki ha solo 11 ritiri in carriera (al momento, su 510 partite del circuito maggiore, n.d.t.) e nessuno (si, nessuno!) dal 2013 (va detto che ha subito anche una squalifica per parte di quel periodo). Come Tipsarevic, anche Troicki ha lavorato molto per tornare a essere un giocatore rilevante, anche la sua ascesa è stata più veloce di quella del connazionale. È il numero 40 del mondo e ha vinto 7.5 milioni di dollari in premi partita a 31 anni.

Cosa penso: il comportamento in campo di Troicki in qualche occasione può diventare avvilito, e questo induce a ritenere che stia rinunciando alla partita. Non trovo però questo aspetto nel numero di volte in cui si è ritirato. Non aveva molti punti da difendere, ma uno del calibro di Troicki che è soddisfatto dei punti e premi di un primo turno di uno Slam? Non è il giocatore delle retrovie che cerca un guadagno facile, come espresso da qualche giornale.

  • Denis Istomin si ritira contro Donald Young sul punteggio di 7-5 4-6 4-6 2-4. Ognuno è libero di esprimersi al riguardo, ma questa partita è stata interrotta per pioggia ed è proseguita nell’oscurità. Non conosco i dettagli dell’infortunio di Istomin. Si ritira un po’ più della media, tra cui due volte al primo turno di Wimbledon e una volta al primo turno degli US Open. È il numero 72 del mondo e ha guadagnato 5 milioni di dollari in premi partita a 30 anni.

Cosa penso: non ci sono stati ritiri nelle ultime partite, quindi non c’è nemmeno indicazione che Troicki non fosse in condizione. Probabilmente è il candidato numero uno per coloro che sostengono la teoria dei ritiri finalizzati ai premi partita e probabilmente rientra anche nella definizione di giocatore delle retrovie, ma davvero continuerebbe a giocare fino al quarto set – dopo aver vinto il primo e con interruzione per pioggia – solo per portare a casa i soldi del primo turno?

  • Nick Kyrgios si ritira contro Pierre Hugues Herbert sul punteggio di 3-6 4-6. È da un po’ che soffre all’anca e al Roland Garros si sono viste le sue espressioni di dolore a ogni cambio di campo. Prima di Wimbledon ha anche dichiarato di essere al 60-65%, quindi nessuno è rimasto sorpreso dal suo ritiro. Kyrgios è il numero 20 del mondo e ha già guadagnato 4.5 milioni di dollari in premi partita a 22 anni, oltre a essere ormai una celebrità del tennis.

Cosa penso: ovviamente non sta fingendo, ma era anche non in condizione di giocare, per sua stessa ammissione. Sapeva che non avrebbe fatto troppa strada con un anca malconcia. Aveva però molti punti da difendere con gli ottavi di finale a Wimbledon 2016, è comprensibile quindi che volesse cercare di superare qualche turno per limitare il differenziale. Kyrgios è in grado di vincere partite contro giocatori delle retrovie pur essendo limitato negli spostamenti.

A questo punto, come si può riuscire a suddividere i giocatori in bravi e cattivi e stabilire una regola che punisca quelli cattivi senza accidentalmente generare conseguenze anche per quelli bravi? Rifacendosi all’elenco, ipotizzo che nessuno metta Lopez tra i cattivi. Supponiamo di avere solo Kyrgios tra i cattivi: davvero deve esserci una regola secondo la quale se un giocatore ammette di non essere al massimo della condizione viene punito? E quale percentuale rappresenta il massimo? Non fa molta differenza perché qualsiasi la soglia, si ottiene l’effetto indesiderato di far parlare ancor meno i giocatori della loro condizione rispetto a quanto già non facciano.

O forse Klizan e Dolgolopov sono tra i cattivi? Davvero deve esserci una regola secondo la quale se un giocatore si è ritirato recentemente, non può giocare nel primo turno di uno Slam? Come si distinguerebbe tra chi ha recuperato e chi non ci è riuscito? Magari una regola così comporta che Klizan e Dolgolopov non si ritirino da Antalya e ’s-Hertogenbosch ma, per evitare di infortunarsi ulteriormente, perdano quelle partite di proposito. Credo che una situazione del genere sarebbe ancora più dannosa per tifosi e spettatori di quanto non lo sia un ritiro.

O ancora, forse ci sono Tipsarevic, Istomin e Troicki tra i cattivi. Ma si è in grado di spiegarne esattamente il motivo? Non ci si può basare su delle sensazioni. Su cosa farebbe leva la regola come cartina di tornasole della loro violazione?

I ritiri ci saranno sempre. Sono state completate altre 57 partite di primo turno del singolare maschile, cioè più del doppio di quante ce ne siano in una ordinaria settimana di tennis. Tra un po’ di giorni, la maggior parte di noi si sarà dimenticata dei giocatori che si sono ritirati al primo turno a Wimbledon 2017 e dei motivi.

Gli appassionati dovrebbero imparare a sopravvivere e andare avanti, come fanno i giocatori di ogni torneo di tennis.

Just Because A Player Retires, Doesn’t Mean He is Gaming the System

L’impatto negativo del tempo trascorso in campo

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 2 giugno 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

C’è stata solo una partita tra le 96 giocate fino a questo momento al Roland Garros 2017 andata oltre il limite estremo del 6-6 al quinto set. Abbiamo comunque avuto diverse partite terminate al set decisivo molto lunghe ed estremamente intense, tra cui tre al primo turno che hanno superato le quattro ore di gioco. I relativi vincitori, Victor Estrella, David Ferrer e Rogerio Dutra Silva hanno poi perso al secondo turno.

Qualche anno fa ho identificato un effetto “postumi” per le partite maratona negli Slam, definite tali quando raggiungono il punteggio di 6-6 al quinto set. I giocatori che emergono vincitori da battaglie così estenuanti sarebbero comunque spesso considerati sfavoriti nelle partite successive – dopotutto giocatori di vertice raramente faticano così tanto per andare avanti – ma i maratoneti ottengono dei rendimenti inferiori anche una volta tenuto conto del loro status da sfavoriti (in un precedente articolo di qualche giorno fa, ho mostrato come nel circuito femminile l’effetto postumi da maratona al terzo set è marginale o addirittura inesistente).

Mi è stato suggerito di ampliare il campo di analisi sugli effetti della durata di una partita: in fondo, ci sono molte battaglie che finiscono appena prima di rientrare nella definizione di maratona, e alcune di queste, come la sconfitta di Ferrer contro Feliciano Lopez per 6-4 al quinto, richiedono maggiore sforzo fisico di alcune di quelle che raggiungono il 6-6. Va detto che la durata di una partita non è un indicatore perfetto per dell’eventuale fattore fatica – una partita di quattro ore contro Ferrer è qualitativamente diversa da quattro ore contro Ivo Karlovic – ma rimane la variabile migliore in presenza di un campione di partite molto ampio.

Cosa succede dopo?

Ho preso più di 7200 partite Slam di singolare maschile completate dal 2001 e le ho divise in gruppi a seconda della loro durata in ore: da 1:00 a 1:29, da 1:30 a 2:00 e così via, fino all’ultima categoria di almeno 4:30. Ho poi verificato il risultato delle partite giocate dai vincitori nel turno successivo.

Durata precedente  Partite  Vittorie  % Vitt.  
1:00 -- 1:29       448      275       61.4%  
1:30 -- 1:59       1918     1107      57.7%  
2:00 -- 2:29       1734     875       50.5%  
2:30 -- 2:59       1384     632       45.7%  
3:00 -- 3:29       976      430       44.1%  
3:30 -- 3:59       539      232       43.0%  
4:00 -- 4:29       188      64        34.0%  
Almeno 4:30        72       23        31.9%

Non potrebbero esserci meno dubbi sulla tendenza. Se l’unica informazione che si conosce di una partita Slam è quanto sono rimasti in campo i due avversari nelle loro rispettive precedenti partite, si vuole scommettere sul giocatore che ha vinto nella minore quantità di tempo.

Naturalmente, il tempo trascorso in campo non è l’unica informazione a disposizione sui giocatori. Andy Murray ha giocato per 3:34 contro Martin Klizan, ma nonostante faccia fatica sulla terra in questa stagione, lo consideriamo favorito al terzo turno contro molti degli altri giocatori del tabellone. Come nelle precedenti analisi, fattorizziamo la bravura complessiva dei giocatori attraverso la stima della probabilità di ciascun giocatore di vincere ognuna delle più di 7200 partite del campione. La tabella riepiloga gli stessi gruppi di durata, con indicazione delle “vittorie attese” (basate sul sistema di valutazione Elo specifico per superficie o sElo).

Durata precedente  Vitt. V. attese  % V. attese Indice  
1:00 -- 1:29       275   258        57.5%       1.07  
1:30 -- 1:59       1107  1058       55.2%       1.05  
2:00 -- 2:29       875   881        50.8%       0.99  
2:30 -- 2:59       632   657        47.5%       0.96  
3:00 -- 3:29       430   445        45.6%       0.97  
3:30 -- 3:59       232   244        45.3%       0.95  
4:00 -- 4:29       64    77         41.2%       0.83  
Almeno 4:30        23    30         42.1%       0.76

Anche in questo caso la tendenza non si presta a un’interpretazione ambigua. I giocatori migliori trascorrono meno tempo in campo, quindi se sapete di un giocatore che ha battuto il suo precedente avversario in 1:14, potete dedurre che sia molto bravo. Si tratta spesso di un assunto sbagliato ma, in aggregato, risulta essere vero.

La colonna “Indice” mostra il rapporto tra la percentuale di vittorie effettive (dalla tabella precedente) e la percentuale di vittorie attese. Se la durata della partita precedente non ha avuto alcun effetto, ci aspetteremmo di vedere gli indici assumere valori casuali intorno a 1. Invece, osserviamo un declino continuo dal più alto 1.07 – vale a dire che i vincitori di partite brevi vincono il 7% più spesso rispetto a quanto potremmo pronosticare dal loro livello di bravura – al più basso 0.76, che indica che i giocatori tendono ad avere rendimenti inferiori a seguito di battaglie lunghe almeno 4:30.

È difficile stabilire se si tratti di un effetto diretto del tempo trascorso in campo o di una rappresentazione dello stato di forma. Per quanto affidabili siano le valutazioni Elo specifiche per superficie, non sono in grado di esprimere tutte le variabili che intervengono nella previsione del risultato di una partita, specialmente le considerazioni di estremo dettaglio come l’adattabilità di un giocatore a un certo tipo di superficie o di torneo. Inoltre, sElo ha bisogno di un po’ di tempo per riflettere il livello di gioco di giocatori che migliorano velocemente, specialmente quando sono molto giovani. Tutto questo per dire che il nostro aggiustamento per il livello di bravura complessivo non potrà mai essere perfetto.

Quindi, una vittoria in 75 minuti potrebbe dare a un giocatore più possibilità per il turno successivo in virtù di una maggiore freschezza…o potrebbe dirci che – qualsiasi sia la ragione – quel giocatore è in realtà più forte di quanto il modello gli riconosca. Una considerazione a favore di quest’ultimo aspetto è che, nel caso più estremo, meno tempo speso in campo non è di aiuto: non sembra che i giocatori traggano beneficio dal passaggio del turno per il ritiro pre-partita dell’avversario. Non è un’argomentazione scolpita nella roccia – alcuni commentatori ritengono che i ritiri pre-partita potrebbero in realtà generare l’effetto opposto visti i diversi giorni di pausa per un giocatore tra un turno e il successivo – mostra però che meno tempo in campo non è necessariamente un fattore positivo.

A prescindere dalla motivazione sottostante, possiamo aggiustare le previsioni di conseguenza. Murray potrebbe essere leggermente meno solido nella suo prossimo turno dopo la lunga battaglia con Martin Klizan (Murray ha poi vinto al terzo turno contro Juan Martin Del Potro in tre set e 2:53 ore di gioco, n.d.t.)

Albert Ramos, l’unico giocatore ad aver terminato il secondo turno in meno di 90 minuti, potrebbe giocare lievemente meglio di quanto la sua valutazione del momento suggerisca. E’ evidente che il tempo trascorso in campo rappresenti un indicatore anche quando non si è di fronte al punto d’ingresso di una maratona al quinto set.

The Negative Impact of Time of Court

I ritiri non dipendono solo dal caldo

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 4 settembre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nella quarta giornata dell’edizione 2015 degli US Open, il caldo è stato il tema più dibattuto. Gli effetti brutali di temperature soffocanti e di un’umidità insopportabile si sono fatti sentire soprattutto nel pomeriggio, quando Jack Sock è svenuto nel terzo set della sua partita contro Ruben Bemelmans. Sock – che durante l’intervento dei paramedici si è ripreso a fatica – è stato costretto al ritiro, vittima di un colpo di calore.

Una prognosi positiva deve essere di minima consolazione per Sock, che era avanti di due set è ha dovuto abbandonare la possibilità di superare il turno perché è stato sfortunato a scendere in campo alle 12.30 della mattina. Se la fortuna ha un ruolo così importante, le competizioni sportive smettono di essere un confronto – tra le altre cose – di preparazione fisica.

Gli organizzatori dei tornei potrebbero dichiarare innocenza invocando l’inclemenza del meteo, ma le condizioni atmosferiche non sono l’unica problematica. Sono aumentati infatti sia i ritiri prima (walkover) che durante la partita (retirement), che costituiscono la forma di approssimazione per valutare l’affaticamento e gli infortuni dei giocatori più facilmente disponibile per la maggior parte delle partite. Nel periodo dal 1991 (l’anno di nascita dell’ATP World Tour) al 2014, il numero atteso di ritiri prima e durante la partita è aumentato dal 4.4% al 6.9%, corrispondente a un 5% di probabilità di ritiro prima e durante la partita nei tornei dello Slam dei nostri giorni, come mostrato dall’immagine 1 (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sui cerchi, n.d.t.).

IMMAGINE 1 – Ritiri prima e durante la partita per gli US Open maschili, 1990-2014

Si tratta naturalmente di medie. I dati sui ritiri nell’immagine 1 sono abbastanza soggetti a rumore statistico e, così come la media complessiva, mostrano segnali di aumento della rumorosità nel corso del tempo. Quindi, sebbene comunque in presenza di un incremento sistematico costante, i ritiri attesi prima e durante la partita in una qualsiasi stagione potrebbero essere molto più in alto o in basso rispetto alla linea nel grafico che definisce la tendenza evolutiva della media. Dal 2000, tre edizioni degli US Open (2002, 2011, 2014) hanno avuto almeno 10 ritiri prima e durante la partita. La crescente volatilità unita all’aumento atteso di ritiri rendono questa dinamica ancora più preoccupante.

Quale potrebbe essere la causa? Certamente le condizioni meteo e la preparazione fisica dei giocatori rivestono un ruolo importante ma – a meno che il riscaldamento globale non si sia accanito proprio a settembre durante gli US Open – un miglioramento nella condizione atletica dei giocatori dovrebbe indurre a pensare a una riduzione nel numero di ritiri durante l’era moderna. Il fatto che si osservi il contrario suggerisce che ci sia dell’altro.

IMMAGINE 2 – Variazione nella durata media delle partite e numero di ritiri prima e durante la partita per gli US Open maschili, 1994-2014

Parallelamente all’aumento dei ritiri, un aspetto che indubbiamente colpisce è il considerevole incremento della durata delle partite nel circuito maschile. L’immagine 2 mette a confronto la durata media delle partite concluse agli US Open rispetto alla media del 1999, anno in cui si è iniziato a raccogliere dati pubblicamente disponibili sulla durata delle partite. Nel corso di quindici anni, la durata media di una partita è aumentata di 15 minuti. Per i giocatori che arrivano in finale, significa circa quasi due ore aggiuntive di gioco complessivo nel torneo. Non stupisce che una forma fisica perfetta come quella di Novak Djokovic sia ormai fondamentale per rimanere al vertice del tennis moderno.

La somiglianza dell’andamento di crescita tra durata delle partite e frequenza di ritiri indica che i ritiri prima e durante la partita non siano del tutto casuali. Più semplicemente, il gioco da fondo in voga in questi anni esercita un impatto sul fisico molto più profondo rispetto al ritmo rapido con cui si giocava quindici o venti anni fa, e le conseguenze in termini di affaticamento e infortuni sono un’evidenza. Eppure gli organizzatori hanno cambiato ben poco per far pensare di aver riconosciuto l’esistenza di queste dinamiche. Gli US Open sono probabilmente il torneo più attivo da questo punto di vista, avendo introdotto il tiebreak al quinto set e spostato la finale al lunedì. Tuttavia, il drammatico ritiro di Sock e gli altri 12 in totale ancor prima degli ottavi di finale sono un frustante richiamo alla necessità di dover fare molto di più.

Retirements Aren’t Only About Standing the Heat

Una nuova idea sui premi partita

di Jared Pine // SecondSerb

Pubblicato il 31 agosto 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Per ragioni che non comprendo, i premi partita sono al centro del dibattito nel tennis. Sembra che sia più interessante parlare dei guadagni dei giocatori piuttosto che delle loro prestazioni in campo. Per quanto i premi partita siano un argomento molto importante, non dovrebbero mai oscurare il tennis giocato, e questo è il motivo per cui, a parte qualche scambio di opinione su Twitter, non mi sono mai ufficialmente espresso.

Con questo articolo, voglio dare un nuovo tipo di contributo. La maggior parte delle discussioni sui premi partita riguarda il confronto tra tennis maschile e femminile o tra i migliori, e più ricchi, del mondo e i giocatori che sbarcano il lunario. Sono pochi invece a interessarsi di come i premi vengano suddivisi all’interno dello stesso torneo.

Sono della convinzione che sia il vincitore di un torneo che i giocatori che perdono al primo turno ricevano troppi premi, mentre chi avanza di qualche turno e i qualificati non guadagnino abbastanza. La mia soluzione è quella di associare i punti validi per la classifica ai premi partita. In altre parole, l’ammontare di premi partita che un giocatore riceve dovrebbe essere direttamente proporzionale alla quantità di punti classifica che riesce a guadagnare.

In un mondo ideale, l’ATP potrebbe stabilire che ogni punto classifica abbia un valore di 700 dollari (il valore medio di un punto al Cincinnati Masters 2016 era di 693,21 dollari), a prescindere dal tipo di torneo e dal turno in questione, che sia un primo turno in un Future o che sia uno dei 2000 punti assegnati per la vittoria di uno Slam.

700 dollari per una vittoria al primo turno di un torneo Future rappresenterebbero un cambiamento considerevole. Al momento, per guadagnare quella cifra un giocatore deve raggiungere la finale. Il problema è che l’ATP ha poca influenza sulla distribuzione dei premi, prerogativa invece del singolo torneo.

Questo però non impedisce l’effettiva adozione di un modello come quello che ho proposto, per evitare che un ammontare sproporzionato sia conferito al vincitore e ai giocatori che escono al primo turno.

Vediamo un esempio pratico con il Cincinnati Masters 2016, un torneo della categoria Masters che assegnava 1000 punti al vincitore, con un montepremi di 3.216.490 dollari. L’immagine 1 riepiloga la distribuzione dei punti classifica e dei premi partita.

IMMAGINE 1 – Distribuzione dei punti classifica e dei premi partita per il Cincinnati Masters 2016

Sulla base di questo sistema, i giocatori che non vincono partite del tabellone principale sono quelli che ricevono i premi più alti per ogni punto guadagnato. Il vincitore invece è l’unico giocatore, tra quelli che avanzano nel torneo, a essere pagato più della media. Anzi, il vincitore guadagna più del doppio dei premi ottenuti dal finalista, pur giocando fondamentalmente quanto il finalista e pur prendendo molto meno del doppio dei punti (1000 per il vincitore rispetto ai 600 del finalista, n.d.t.).

Ci sono a mio avviso tre ragioni principali per le quali la problematica va affrontata: le scommesse nel tennis, i ritiri e la motivazione. Iniziamo da quest’ultimo aspetto.

La motivazione

Cosa spinge i giocatori a voler vincere partita dopo partita? Se fosse solo alzare il trofeo, non li vedremmo esultare dopo aver vinto una qualsiasi partita, ma solo per la finale, che appunto sarebbe l’unica vittoria degna di essere celebrata. Invece, capita spesso di vedere giocatori di bassa classifica gettarsi a terra dopo aver battuto a sorpresa un avversario più forte in un torneo maggiore. Viene in mente Jerzy Janowicz strapparsi la maglietta dopo aver eliminato Jo Wilfried Tsonga al secondo turno degli Internazionali d’Italia 2013, sicuramente per il fatto di aver guadagnato punti e premi importanti e non solo per la vittoria in sé. Sono questi infatti i due elementi base della motivazione di qualsiasi giocatore, che determinano in larga misura il valore di ciascuna partita. Ne consegue che i tornei maggiori offrano premi partita più generosi e punti classifica più numerosi.

I giocatori dovrebbero essere spinti da entrambe le forze in modo proporzionale. Al momento, un giocatore è motivato a vincere una partita di primo turno principalmente dai punti classifica. Dovesse però arrivare in finale, la sua motivazione si sposterebbe sui premi partita. Per questo, sarebbe auspicabile che la motivazione rimanesse equamente suddivisa durante tutto il torneo.

Nell’esperienza reale, alcuni giocatori sono motivati dai premi partita, altri dai punti classifica. Un giocatore che intende farsi affiancare da un allenatore stabile in modo da migliorare il suo gioco, sarà motivato dai premi partita, necessari a tal fine. Un giocatore che beneficia di un allenatore pagato dalla federazione – come ad esempio in alcuni programmi della USTA, la federazione americana – ma non possiede una classifica che gli garantisca accesso diretto al tabellone principale di un Challenger, sarà motivato dai punti classifica. È probabile quindi che il giocatore motivato dai premi partita si iscriverà a quei tornei che offrono premi più alti, ma dovrà subire una competizione molto più forte. Viceversa, il giocatore motivato dai punti classifica girerà tutto il mondo per trovare un torneo di qualità inferiore da vincere facilmente.

Il risultato è una classifica imprecisa. Il giocatore motivato dai premi avrà una classifica inferiore rispetto a quella che il suo livello potrebbe esprimere e il giocatore supportato dal suo paese avrà una classifica più alta delle sue effettive qualità. Sebbene possa sembrare una questione da poco, la classifica determina la possibilità per un giocatore di partecipare ai tornei e riuscire a diventare un professionista affermato. Tanti giocatori non raggiungono mai quel livello, perché non riescono a salire in classifica e non possono permettersi di farsi accompagnare dagli allenatori per giocare i tornei più abbordabili. Se la competizione tra i più forti del mondo fosse una competizione tra i giocatori più forti di tutti i paesi e non solo dei paesi che investono nel tennis, avremmo uno spettacolo ancora più incredibile.

Rendere fissa la distribuzione dei premi partita nei singoli tornei sarebbe un contributo solo minimo alla risoluzione di una problematica ben più grossa, ma è senza dubbio una delle molte leve da azionare per muovere nella giusta direzione.

Le scommesse

Il professionismo nel tennis è un lavoro a tempo pieno, quindi i giocatori professionisti devono ricevere un salario. Come visto, il tennis è strutturato per essere incompatibile con la nozione di salario. Di conseguenza, molti giocatori cercano di recuperare i soldi di cui hanno bisogno truccando un punto, un game, un set o addirittura una delle loro partite.

Si tratta purtroppo di uno dei lati oscuri del tennis. Fortunatamente, la grande maggioranza degli episodi accade nei livelli più bassi. Ma non esiste una soluzione perfetta. Molti tornei sono sponsorizzati da siti di scommesse sportive. Se da un lato giocatori come Novak Djokovic hanno deciso di non essere rappresentati da nessuna società di scommesse, dall’altro la maggior parte dei giocatori non possiede una morale sofisticata o soldi a sufficienza per permettersi una scelta così categorica.

Diventa quindi impossibile separare completamente il tennis dalle scommesse. Il tennis però può ridistribuire i premi partita assegnandone di più per singola vittoria e di meno per singola sconfitta, così da disincentivare i giocatori a truccare game, set o partite. Se la quantità di soldi ricevuti in termini di premi partita dipende dal risultato solo marginalmente, è molto probabile che i giocatori riporranno meno interesse nel risultato della partita. Tuttavia, se ci sono 700 dollari in palio anche per le partite meno importanti in assoluto, non vale più la pena ricevere 500 dollari per truccare una partita.

Riprendendo il Cincinnati Masters 2016, il premio partita per una vittoria al primo turno erano 28.675 dollari, contro 15.480 dollari per una sconfitta. Se chi cerca di truccare una partita offre 20.000 dollari, un giocatore può seriamente pensare di cedere alla tentazione.

Se si adottasse il mio sistema, una vittoria al primo turno varrebbe 31.194,45 dollari, a fronte di 6932,09 dollari per una sconfitta. Questo significa che chi cerca di truccare una partita dovrebbe offrire almeno 25.000 dollari per rendere appetibile la proposta al giocatore.

Lo stesso vale, su scala più ridotta, per i tornei Challenger e Future. Chi cerca di truccare una partita dovrebbe iniziare a mettere sul tavolo molti più soldi per corrompere i giocatori, rendendo l’attività illegale molto più costosa e non più sostenibile nel lungo periodo. Questo aiuterebbe a estirpare il problema nel tennis.

I ritiri

Questo aspetto si applica più direttamente ai tornei Slam. Per comodità, farò riferimento agli US Open 2016. Se i premi partita fossero proporzionali ai punti classifica, ogni giocatore guadagnerebbe 3290,22 dollari a punto, un miglioramento sostanziale rispetto al Cincinnati Masters 2016.

Un breve excursus. Non ho problemi a giustificare la differenza di premi partita per punti classifica tra il Cincinnati Masters e gli US Open. Gli Slam sono tornei unici, nessun altra competizione di tennis può reggere il confronto. Non ci sono tornei rilevanti durante le due settimane di uno Slam a meno di non scendere di categoria fino al circuito dei Challenger. Idealmente, anche quei tornei dovrebbero avere un calendario che non si sovrapponga a quello della prima settimana di uno Slam.

Se venisse adottato il mio modello per gli US Open 2016, il giocatore che perde al primo turno guadagnerebbe 32.902,17 dollari, mentre una vittoria garantirebbe 148.059,78 dollari. Invece, chi perde riceve 43.313 dollari, mentre il giocatore che vince riceve 77.118 dollari.

Cosa comporta tutto questo? I giocatori debilitati da un infortunio serio si presentano comunque agli US Open, pur sapendo di non avere possibilità di vincere una partita. Giocano per un set, vivono l’esperienza, si ritirano e intascano l’assegno, disattendendo le aspettative degli appassionati e facendo desiderare ai giocatori di classifica inferiore di aver avuto la possibilità di giocare al loro posto. Agli US Open 2016, due giocatori si sono ritirati senza nemmeno giocare un set.

Sicuramente Yuichi Sugita e Konstantin Kravchuk avrebbero di gran lunga preferito un accesso diretto al tabellone principale piuttosto che perdere al secondo turno delle qualificazioni. E sono altrettanto convinto che avrebbero regalato partite più interessanti agli appassionati di un mezzo set giocato trascinandosi per il campo.

Quanto è grave la situazione? Nel primo turno di uno Slam si giocano metà delle partite dell’intero torneo, ma nell’anno successivo al più recente incremento dei premi partita, il numero dei ritiri al primo turno di uno Slam ha rappresentato il 73% del totale. La ragione di così tanti ritiri è da ascrivere al fatto che i giocatori si presentino all’avvio di uno Slam già infortunati.

Si è proposto di eliminare i premi partita per i giocatori che si ritirano durante un primo turno. Questo porterebbe però a giocare più a lungo nonostante l’infortunio e a cercare di perdere più velocemente. E i giocatori a cui può capitare di infortunarsi seriamente e in modo legittimo durante la partita perderebbero partita e relativo premio.

L’unica soluzione è quella, in caso di sconfitta, di non garantire più premi partita considerevoli ai giocatori.

Facciamo l’esempio di Leonardo Mayer, che ha concluso e perso i tre primi turni di Slam giocati nel 2016 (non ha partecipato agli US Open). Sono tre sconfitte che gli hanno fruttato 101.023 dollari. Complessivamente, nel resto della stagione ha vinto 12 partite del circuito maggiore e 18 del circuito Challenger, per un totale di 308.291 dollari in premi partita e la 139esima posizione nella classifica. Vale a dire che il 32.7% dei suoi guadagni arrivano da tre sconfitte, mentre il restante 67.3% arriva da 51 partite sul circuito maggiore e Challenger (tutti i dati sono aggiornati alla fine del 2016, n.d.t.).

Di fronte alla possibilità di perdere una partita guadagnando una parte sostanziale di salario, nel caso di Mayer quasi l’11% in media nelle tre sconfitte più remunerative del 2016, o di ritirarsi prima dell’inizio rinunciando a quella parte di salario, sembra scontato ipotizzare quale sia la scelta di un giocatore.

La soluzione migliore (per quanto non perfetta) è quella di evitare di remunerare così lautamente le sconfitte.

In conclusione, la modalità più adatta per un’equa distribuzione dei premi partita nel tennis professionistico è quella di associarli proporzionalmente ai punti validi per la classifica. Si otterrebbe così l’abbandono di comportamenti collusivi ai livelli inferiori dello sport, verrebbe data un’opportunità più concreta ai giocatori con disponibilità economiche inferiori di avere successo sul circuito maggiore e verrebbe disincentivata la partecipazione a tornei di giocatori infortunati.

A new prize money debate