L’impegno – Australian Open Series

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 7 gennaio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

L’undicesimo articolo dell’Australian Open Series.

In questo inizio di anno molti dei migliori giocatori del mondo hanno ripreso il tennis competitivo. Tra quelli su cui gli appassionati hanno grandi aspettative c’è senz’altro Andy Murray, recentemente nominato cavaliere del Regno Unito. Con una stagione memorabile nel 2016, Murray ha raggiunto un traguardo che sembrava impossibile, cioè diventare numero 1 del mondo a spese di Novak Djokovic.

E’ servita una combinazione di eventi affinché riuscisse a superare Djokovic. Molti commentatori e giocatori però attribuiscono la sostanza del successo di Murray all’impegno e all’intensità con cui ha affrontato le partite e gli allenamenti.

L’impegno – il duro lavoro – è un termine spesso oggetto di discussione, e ci sono molte convinzioni sull’identità dei giocatori che non si risparmiano e su quella dei giocatori che invece cercano di ridurre lo sforzo al minimo. Eppure non esiste un indicatore numerico o una metodologia di misurazione dell’impegno nel tennis che sia uniformemente applicabile. Questo rende difficile andare oltre le ipotesi e capire nel dettaglio quanta parte rivesta l’impegno per la carriera di un giocatore.

Insieme ai ricercatori del Game Insight Group di Tennis Australia, la federazione australiana di tennis, abbiamo sviluppato una statistica sull’impegno. Sappiamo bene che l’impegno in una partita è molto più della distanza percorsa in campo. Riguarda infatti anche la velocità e la direzione degli spostamenti, e il numero e l’intensità dei cambi di direzione. Ad esempio, a parità di movimento, spostarsi lateralmente richiede più sforzo di un avanzamento. Inoltre, a parità di durata, cambiare direzione dopo uno sprint di due secondi richiede più energia di una corsa senza interruzioni. Sono tutti fattori che un’affidabile statistica sull’impegno deve tenere in considerazione.

Con i dati raccolti sullo spostamento in campo dei giocatori, siamo in grado di quantificare velocità, direzione e distanza percorsa con un solo numero che misuri, in unità di joule, l’impegno totale profuso in uno scambio. L’immagine 1 mostra l’impegno medio per colpo e l’impegno medio per punto, rispetto a tutti i colpi di uno scambio (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascuna bolla, n.d.t.). Sulla base delle partite giocate nelle ultime tre edizioni degli Australian Open, dal 2014 al 2016, Murray ha totalizzato l’indice d’impegno più alto, con in media 350 joule spesi per singolo colpo. Considerando che è anche tra i giocatori con gli scambi più lunghi, ha registrato una delle tre medie più alte di joule per scambio (valore che è condizionato dall’indice di impegno del giocatore e dal numero di colpi giocati in un tipico scambio), insieme a David Ferrer e Gilles Simon.

Anche l’intensità di Rafael Nadal lo classifica tra i primi 10, mentre Djokovic e Roger Federer non sono molto dietro, sebbene sia Djokovic ad avere la più alta media d’impegno per scambio dei tre.

IMMAGINE 1 – Indice d’impegno per il tennis maschile, Australian Open 2014-16

Quali sono i giocatori con minore impegno per colpo? Tra i giocatori della parte bassa della classifica ci sono quelli che fanno ampio affidamento sul servizio, come Nicolas Almagro, Ivo Karlovic e John Isner. Curiosamente, un giocatore dal grande servizio come Milos Raonic ha un indice d’impegno per colpo relativamente alto se paragonato a giocatori simili. Sarà interessante vedere come questa distinzione nello stile di gioco di Raonic lo aiuterà nella continuazione della sua carriera.

Per il tennis femminile, gli indici d’impegno sono generalmente più ridotti, in gran parte a causa di un peso corporeo inferiore. Ai recenti Australian Open, tra le giocatrici con un maggiore indice d’impegno troviamo Caroline Wozniacki, Carla Suarez Navarro e Agnieszka Radwanska. Simona Halep e Angelique Kerber sono più in basso nella classifica di impegno per colpo, ma hanno entrambe un alto impegno totale per scambio, con medie superiori ai 1200 joule.

Come per gli uomini, anche tra le giocatrici che limitano al minimo l’indice d’impegno troviamo quelle dotate di un grande servizio, Serena Williams e Petra Kvitova ad esempio. Come accade per la potenza dei loro colpi al rimbalzo, è probabile che siano più selettive anche nella scelta sulla quantità d’impegno negli spostamenti.

IMMAGINE 2 – Indice d’impegno per il tennis femminile, Australian Open 2014-16

Rimangono in ogni caso alcuni elementi che contribuiscono all’impegno e che non siamo ancora in grado di misurare, tra cui il movimento della parte superiore del corpo e l’energia necessaria per eseguire il colpo. Se riuscissimo a farlo, è probabile che giocatori come Nadal salirebbero in graduatoria. Per il momento, dall’analisi dei dati sul movimento in campo possiamo interpretare l’impegno dei giocatori in modo più sistematico. Abbiamo già trovato risultati interessanti, come il fatto che, in termini di sforzo degli spostamenti in campo, l’etica lavorativa di Murray lo distingue da molti dei giocatori di vertice.

AO Leaderboard— Work

Il primo colpo dopo il servizio – Australian Open Series

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 17 dicembre 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

L’ottavo articolo dell’Australian Open Series.

Uno degli aspetti di maggiore differenziazione tra il tennis maschile e quello femminile è il servizio. Come evidenziato in alcune delle precedenti analisi di questa serie, la velocità dei colpi a rimbalzo nei due circuiti presenta valori tra loro comparabili. Per quanto riguarda il servizio invece, la separazione è molto più marcata: sul cemento, la velocità media della prima di servizio per gli uomini è di 115 miglia orarie (mph), o 185 km/h, per le donne di 99 mph, o 159 km/h.   

Si tratta del resto di una differenza ben conosciuta. Un aspetto meno evidente riguarda le conseguenze indirette che differenti velocità al servizio determinano sulle dinamiche osservate nei game di servizio per il tennis maschile e femminile. Grazie ai dati ricavati dalla tecnologia a disposizione, è possibile approfondire queste tematiche per una migliore comprensione iniziando dalle preferenze di scelta sul primo colpo successivo al servizio (servizio + 1), cioè il primo vero colpo dello scambio da parte del giocatore al servizio. Se il giocatore al servizio ha creato una situazione di vantaggio con la battuta, ci si aspetta che sia più incline a giocare un dritto d’attacco. Succede effettivamente questo?

Utilizzando i dati raccolti dal Game Insight Group di Tennis Australia, la federazione australiana di tennis, per le edizioni degli Australian Open dal 2014 al 2016, troviamo che per il colpo successivo alla prima di servizio gli uomini utilizzano il dritto il 68% delle volte rispetto al rovescio, come mostrato nell’immagine 1 (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascuna barra, n.d.t.). Una differenza molto netta se paragonata alla scelta delle giocatrici al servizio, che giocano il dritto nel primo colpo dopo il servizio il 58% delle volte, con una preferenza quindi molto meno accentuata. Sulla seconda di servizio la differenza tra generi non è così rilevante, il che suggerisce un ruolo dominante del servizio nella preferenza per il dritto.

IMMAGINE 1 – Percentuali di preferenza del dritto sul primo colpo successivo al servizio per il giocatore al servizio, Australian Open 2014-16

Se si prende a riferimento l’anno, troviamo che la preferenza del dritto nel tennis maschile è stata ancora più evidente nell’edizione del torneo di due anni fa. Nel 2014 infatti, gli uomini hanno colpito di dritto quasi l’80% delle volte sulla prima di servizio. Per le donne invece la tendenza è stata opposta, con una distribuzione praticamente identica del primo colpo dopo il servizio tra dritto e rovescio. 

IMMAGINE 2 – Dinamiche di preferenza del dritto sul primo colpo successivo al servizio per il giocatore al servizio, Australian Open 2014-16

Il primo colpo successivo al servizio è un possibile indicatore del modo in cui selezione dei colpi e tattiche di gioco determinino differenze tra il tennis maschile e quello femminile. E le dinamiche che risultano da questa osservazione mostrano come, nel tempo, la selezione dei primi colpi nei game al servizio si sia molto avvicinata. Questo significa che è lecito attendersi che, nel tennis femminile, il primo colpo dello scambio da parte della giocatrice al servizio sia più di attacco e più prevedibile oggi di quanto non lo fosse due anni fa. Nei prossimi anni vedremo se queste tendenze saranno confermate o se assisteremo a evoluzioni di altra natura. 

AO Leaderboard— Serve Plus 1 Stroke

Scambi vincenti – Australian Open Series

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 10 dicembre 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il settimo articolo dell’Australian Open Series.

Quando si pensa alla capacità di dominare uno scambio lungo, vengono in mente quei giocatori con la tendenza a giocare punti caratterizzati da molti colpi e in grado di vincerli con regolarità. Sebbene durante qualche torneo appaiano indicazioni sulla lunghezza tipica di uno scambio, di solito non conosciamo le probabilità di vincerlo che un giocatore possiede in funzione del protrarsi dello scambio. Nell’articolo si affronta la tematica utilizzando i dati raccolti dal Game Insight Group di Tennis Australia, la federazione australiana di tennis.

La lunghezza dello scambio è fortemente condizionata dall’efficacia del servizio, ci si aspetta cioè uno scambio più lungo nel caso in cui il servizio non sia un vincente o non consenta al giocatore al servizio di chiudere il punto con il suo secondo colpo. Come passaggio iniziale, quindi, analizziamo le prestazioni e la lunghezza dello scambio per i giocatori al servizio. L’immagine 1 mostra la percentuale di punti vinti dai giocatori al servizio nelle edizioni dell’Australian Open dal 2014 al 2016 negli scambi lunghi (più di 4 colpi) e in quelli corti (entro i 4 colpi), conteggiando il servizio come primo punto dello scambio (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascuna bolla, n.d.t.). Il limite dei 4 colpi è arbitrariamente scelto, ma è stato utilizzato anche in altre analisi per definire il tennis come gioco di “primo attacco”, cioè quello in cui la maggior parte dei punti si concludono, servizio compreso, entro i 4 colpi.

Se molti dei nomi più famosi si trovano nella parte alta della classifica, come Novak Djokovic, Andy Murray e Rafael Nadal, è perché il riferimento numerico si concentra sulla percentuale di vittorie. Osserviamo anche l’universalità del vantaggio associato al servizio, dovuta al fatto che, preso un determinato punto, è molto probabile che tutti i giocatori di vertice abbiano vinto quel punto sul proprio servizio. Tuttavia, è un vantaggio che subisce variazioni considerevoli. Prendiamo Roger Federer, il quale al servizio vince l’81% degli scambi corti ma solo il 51% di quelli lunghi. In confronto, Fabio Fognini al servizio vince il 68% degli scambi corti e il 54% di quelli lunghi.

IMMAGINE 1 – Percentuale di punti vinti al servizio rispetto alla lunghezza dello scambio per il tennis maschile, Australian Open 2014-16

Cambiando prospettiva ed esaminando la percentuale di punti vinti dal giocatore alla risposta rispetto alla lunghezza dello scambio, si modificano anche i valori. L’immagine 2 fornisce un dettaglio su quei giocatori che ottengono i risultati migliori di fronte a un servizio debole dell’avversario. Notiamo l’eccezionalità di Djokovic e Kei Nishikori nel primeggiare negli scambi lunghi sia al servizio che alla risposta. Per tutti i giocatori dell’elenco fino a Juan Martin Del Potro siamo in presenza di prestazioni notevoli perché, con una percentuale del 50% o superiore, dopo due colpi sono in grado di eliminare il vantaggio associato al servizio dell’avversario.

IMMAGINE 2 – Percentuale di punti vinti alla risposta rispetto alla lunghezza dello scambio per il tennis maschile, Australian Open 2014-16

Anche nel tennis femminile la lunghezza degli scambi e le percentuali di punti vinti sono condizionate dal servizio, ma in misura inferiore rispetto a quello maschile, come mostra l’immagine 3. Anzi, assistiamo a dinamiche specifiche per le giocatrici al servizio che registrano le più alte percentuali di scambi lunghi vinti, come ad esempio la vincitrice delle Finali di stagione 2016 Dominika Cibulkova o Lucie Safarova. Per queste giocatrici infatti, la lunghezza degli scambi è virtualmente ininfluente sulla percentuale di punti vinti al servizio.

Giocatrici come Madison Keys e Serena Williams evidenziano dinamiche di gioco più simili a quelle degli uomini: una percentuale tra il 10 e il 20% di vantaggio sui punti vinti al servizio negli scambi corti.

IMMAGINE 3 – Percentuale di punti vinti al rispetto alla lunghezza dello scambio per il tennis femminile, Australian Open 2014-16

Si assiste al cambiamento più radicale esaminando i punti vinti dalle giocatrici alla risposta, che sono in una posizione molto più favorevole rispetto agli uomini per prendere il controllo del punto dopo due colpi. E alcune giocatrici sembrano avere un’abilità superiore nel ricavare vantaggio dalle opportunità sugli scambi lunghi. Sia Cibulkova che Johanna Konta, con una percentuale di punti vinti sugli scambi lunghi maggiore del 60%, rendono il game di servizio delle avversarie più combattuto nel caso in cui il punto non si concluda velocemente.

IMMAGINE 4 – Percentuale di punti vinti alla risposta rispetto alla lunghezza dello scambio per il tennis femminile, Australian Open 2014-16

AO Leaderboard— Rally Winners

La lunghezza dello scambio – Australian Open Series

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 3 dicembre 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il sesto articolo dell’Australian Open Series.

La lunghezza di uno scambio è un valido indicatore della presenza di diversi stili di gioco. Ci si aspetta che i giocatori che limitino lo scambio a pochi colpi abbiano un servizio dominante e siano più propensi a scendere a rete. I giocatori che invece entrano più spesso in scambi prolungati tendono a preferire il gioco da fondo e hanno un’arma nei colpi a rimbalzo e nella resistenza.

Alcuni opinionisti hanno definito il tennis professionistico come un tennis di “primo attacco”, visto che la maggior parte dei punti si concludono, servizio compreso, entro i 4 colpi. Sebbene sia una dinamica tipica per il giocatore al servizio cercare di vincere il punto prima che il giocatore alla risposta abbia effettuato il suo secondo colpo, sappiamo anche che esistono vari gradi di differenziazione tra singoli giocatori.

Questo articolo analizza le differenze tra giocatori in termini di lunghezza dello scambio. In particolare, quali sono i giocatori che chiudono lo scambio più velocemente e quali più lentamente? E ancora, quali giocatori al servizio affrontano gli scambi più lunghi sulla seconda? La risposta alla prima domanda fornisce informazioni sulla tendenza, in generale, di un giocatore rispetto allo scambio e, dunque, sul suo stile di gioco più ricorrente. La risposta alla seconda domanda fornisce informazioni più specifiche sulla vulnerabilità della seconda di servizio: se un giocatore si trova ad affrontare più frequentemente scambi più lunghi sulla seconda significa che ha una seconda di servizio debole.

Come sempre, i dati raccolti sono stati elaborati dal Game Insight Group di Tennis Australia, la federazione australiana di tennis, e si riferiscono alle edizioni degli Australian Open dal 2014 al 2016. In questa sede, lo scambio è da intendersi come la somma di tutti i colpi di un punto, compreso il servizio.

Usando i 4 colpi come limite tra scambi corti e scambi lunghi, l’immagine 1 mostra come la frequenza con la quale il 90% dei giocatori di vertice entra in uno scambio lungo si attesti tra il 20 e il 36% (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascuna bolla, n.d.t.). Il giocatore più bravo a limitare gli scambi lunghi in queste tre edizioni degli Australian Open è stato l’americano Jack Sock, con solo il 18% degli scambi superiori ai 4 colpi (non c’è da stupirsi che sia anche tra i più forti giocatori di doppio). Appena sotto Sock ci sono giocatori dal grande servizio che cercano gli scambi brevi, come Sam Groth, John Isner e Vasek Pospisil.

Anche se Rafael Nadal è noto per giocare più scambi lunghi della media, almeno sul cemento diventa un giocatore più tipico. La sua frequenza del 28% di scambi lunghi lo pone dietro Andy Murray e Novak Djokovic che, con il 34% sul cemento, sono due dei giocatori con la frequenza maggiore di scambi lunghi.

IMMAGINE 1 – Scambi superiori ai 4 colpi per il tennis maschile, Australian Open 2014-16

Se si analizza la variazione della lunghezza tipica di uno scambio sulla seconda di servizio di un giocatore, si nota come la maggior parte dei giocatori affronta scambi lunghi più frequentemente su questo tipo di punti. Prendiamo il caso di Nicolas Almagro, il quale ha la tendenza a tenere lo scambio corto nella maggior parte dei punti (al servizio o alla risposta), con una frequenza di scambi lunghi solo del 20%. Sulla seconda di servizio però questa percentuale sale al 38%, quasi il doppio.

Ci sono alcune interessanti eccezioni, ad esempio John Isner, con il suo servizio potente. Sulla seconda di servizio i suoi scambi sono mediamente più corti, e questo potrebbe essere l’effetto di un campione più ridotto di seconde di servizio giocate da Isner o indicazione del fatto che i suoi servizi sono tutti molto efficaci.

Un’eccezione meno ovvia è quella di Fernando Verdasco, che mantiene la stessa distribuzione di scambi su tutti i punti e sulle seconde di servizio, rendendo le sue strategie sulla seconda di servizio degne di un’analisi dedicata.

Per il tennis femminile gli scambi più lunghi sono più frequenti, con il 90% delle giocatrici di vertice che si attesta tra il 23 e il 44% delle volte. Come per gli uomini, notiamo la presenza di giocatrici dal servizio più efficace e dallo stile di gioco di attacco e più aggressivo tra quelle con il maggior numero di scambi corti. Come mostrato nell’immagine 2, fanno parte di questo gruppo Karolina Pliskova, Serena Williams e Petra Kvitova, con una frequenza di scambi lunghi solamente tra il 23 e il 24%.

Nella parte bassa della classifica tra le giocatrici con il maggior numero di scambi lunghi troviamo Angelique Kerber, Simona Halep e Victoria Azarenka, con una frequenza più alta del 40% nelle passate edizioni degli Australian Open.

IMMAGINE 2 – Scambi superiori ai 4 colpi per il tennis femminile, Australian Open 2014-16

Rispetto al tennis maschile, tra le giocatrici si registra una maggiore varietà nelle differenze tra la lunghezza degli scambi e la lunghezza degli scambi sulla seconda di servizio. In particolare, troviamo un sottoinsieme più numeroso di giocatrici con scambi più corti sulla seconda di servizio rispetto alla lunghezza media dei loro scambi, tra cui Camila Giorgi e Flavia Pennetta. Se ne può dedurre che, sebbene il servizio delle donne sia meno dominante di quello degli uomini, riesce a offrire una maggiore varietà di stili di gioco.

AO Leaderboard— Rally Lengths

Cercando di interpretare le statistiche sulla distanza percorsa in una partita

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 19 agosto 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Negli ultimi anni commentatori e spettatori di tennis hanno beneficiato di statistiche relative alla distanza percorsa dai giocatori in una partita (distance run stats) o – di solito – nei punti di maggiore intensità. Si tratta di una delle varie possibilità fornite dalle molteplici telecamere puntate su un campo da tennis. Per lungo tempo gli appassionati hanno desiderato avere informazioni di questo tipo, specialmente per gli scambi più lunghi. 

Come accade però spesso per nuove tipologie di dati a disposizione, nessuno sembra essersi chiesto se abbiano davvero un significato. Grazie a IBM (e non avrei mai pensato di dirlo!), ora possiamo andare oltre le semplici curiosità numeriche per trovare delle prime risposte.   

Nello svolgimento del Roland Garros e di Wimbledon 2016, è stata calcolata la distanza percorsa per ogni punto su diversi campi principali. Per questi due Slam ci sono quindi numeri sulle distanze per 103 dei 254 incontri di singolare maschile. E’ disponibile anche un campione significativo per le partite femminili, che sarà oggetto di futura analisi.

Si può iniziare a prendere confidenza con alcuni di questi numeri. Delle partite concluse senza ritiri, la distanza più breve è stata percorsa da Rafael Nadal nel primo turno a Parigi contro Sam Groth. Nadal ha corso per 960 metri contro i 923 di Groth, l’unica partita in cui la distanza totale percorsa non ha superato i due chilometri (km). 

All’estremo opposto, nel quarto turno del Roland Garros Novak Djokovic ha corso per 4.3 km contro Roberto Bautista Agut, il quale a sua volta ha percorso la notevole distanza di 4.6 km. Anche la finale del Roland Garros tra Djokovic e Andy Murray è tra le partite con maggiore distanza percorsa, per un totale di 6.7 km, suddivisi quasi equamente tra i 3.4 km di Djokovic e i 3.3 km di Murray. Murray è abbonato alle maratone: ha giocato in ben quattro dei primi dieci match di questa speciale lista. (Occorre specificare che, per merito della finale a Parigi e della vittoria a Wimbledon – con 14 partite Murray è eccessivamente rappresentato).    

In media, in una partita due giocatori percorrono in totale 4.4 km o poco più di 20 metri a punto. Se si riduce l’analisi ai punti con 5 o più scambi (un metodo valido, per quanto sempre di approssimazione, per eliminare gli scambi brevi in cui è il servizio ha determinare in larga parte la conclusione del punto), la distanza mediamente percorsa è di 42 metri a punto. 

Ovviamente, sulla terra di Parigi i punti tendono a essere più lunghi e i giocatori a correre di più. Al Roland Garros durante una partita vengono in media percorsi 4.8 km contro i 4.1 di Wimbledon (nel campione considerato però le partite del Roland Garros sono quasi il doppio di quelle di Wimbledon e questa disparità si riflette sui numeri complessivi). Rapportato al singolo punto, sono 47 metri sulla terra e 37 metri sull’erba. 

Non è una delle chiavi della partita

Se percorrere una grande distanza all’interno di un singolo scambio può risultare fondamentale, fare più strada dell’avversario non è condizione sufficiente per vincere una partita. Infatti, solo poco più della metà (53) delle 103 partite del campione considerato è stata vinta dal giocatore che ha percorso la distanza maggiore.

E’ possibile che alcuni giocatori traggano maggiore o minore vantaggio dalla distanza effettivamente percorsa rispetto a quella dell’avversario. Sorprendentemente, Murray ha percorso una distanza inferiore del suo avversario in 10 delle 14 partite giocate, tra le quali anche le vittorie al Roland Garros contro Ivo Karlovic e John Isner (i giocatori dal servizio bomba, dotati generalmente di una minore facilità di spostamento, possono costringere l’avversario a fare meno distanza, visto che moltissimi dei loro colpi sono del tipo “botta vincente-o dentro-o fuori”. Va detto che a Wimbledon Murray ha fatto più distanza di Nick Kyrgios, un altro giocatore con il servizio bomba).

Si pensa che giocatori fisici e di resistenza come Murray o Djokovic, in grado di coprire velocemente tutto il campo, costringano i loro avversari a fare lo stesso o di più. Nelle dieci partite giocati tra il Roland Garros e Wimbledon, Djokovic ha percorso più distanza del suo avversario solo due volte, nella finale a Parigi contro Murray e al secondo turno di Wimbledon contro Adrian Mannarino. In generale, percorrere una distanza inferiore dell’avversario non sembra portare automaticamente alla vittoria, ma può essere così per alcuni giocatori del calibro di Murray e Djokovic. 

Sulla stessa falsariga, la distanza complessivamente percorsa può rivelarsi una statistica valida. Per quei giocatori il cui tennis è fatto di scambi lunghi e fisicamente dispendiosi, la distanza totale percorsa può rappresentare un’indicazione della loro effettiva abilità nel direzionare la partita su un piano prettamente fisico.

Ma può anche essere che che i numeri, in aggregato, non rivelino più che delle semplici curiosità. Mediamente, in una partita la differenza di distanza percorsa tra i due giocatori è stata di 125 metri, cioè un giocatore ha percorso solo il 5.5% in più di distanza. Come vedremo a breve, una differenza così ridotta può dipendere semplicemente dal fatto che un giocatore ha raccolto più punti diretti al servizio.

Considerazioni a livello di singolo punto 

Nella maggior parte dei punti, il giocatore in risposta fa molta più strada di chi è al servizio. Chi serve infatti costringe l’avversario a iniziare per primo la corsa e, nel tennis maschile moderno, il giocatore al servizio raramente deve fare grandi spostamenti per il suo colpo successivo. 

In media, chi è in risposta deve percorrere un po’ più del 10% di distanza aggiuntiva rispetto a chi serve. Quando entra la prima di servizio, la differenza sale al 12%, mentre sulla seconda scende al 7%.   

Per estensione, ci si potrebbe attendere che il giocatore che copre più distanza perda più facilmente il punto. Questo non tanto perché fare più distanza sia necessariamente un aspetto negativo, ma per il vantaggio intrinseco di chi è al servizio, elemento che si riflette anche nelle statistiche sulla distanza percorsa. E questa assunzione risulta infatti corretta: il giocatore che percorre la distanza maggiore in un singolo punto perde il punto il 56% delle volte. 

Anche restringendo l’analisi agli scambi da cinque o più punti si nota che una maggiore distanza percorsa comporta la perdita del punto. Negli scambi lunghi infatti il giocatore che fa più strada perde il punto il 58% delle volte.

Come abbiamo visto, negli scambi brevi parte della distanza percorsa “in più” può essere attribuita al fatto di trovarsi alla risposta, facendo dipendere quindi da questo elemento – piuttosto che dalla distanza in più – la perdita del punto. Ma è così anche negli scambi molto lunghi, quelli da 10 o più colpi: il giocatore che percorre più strada tendenzialmente perde poi il punto. Anche a livello di singolo punto, rimane valida l’idea che un giocatore fisico abbia successo nel costringere l’avversario a uno sforzo ancora superiore al proprio.      

Con appena 100 partite a disposizione e con un campione di dati in qualche modo parziale, non sono molte le conclusioni a cui si può giungere. Alcune partite giocate sui campi principali di due prove Slam ci permettono però di dare un inquadramento generale sulla validità di questi numeri e degli spunti interessanti su quale possa risultare il giocatore migliore. La speranza è che IBM continui a raccogliere questo tipo di dati e che lo stesso facciano l’ATP e la WTA. 

Searching For Meaning in Distance Run Stats

L’erba sta diventando più lenta: un altro sguardo alla convergenza tra la velocità delle superfici

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’11 giugno 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Qualche anno fa, in uno dei miei articoli più letti e discussi intitolato “La convergenza tra la velocità delle superfici: un’illusione”, ho utilizzato le statistiche ufficiali dell’ATP sulla frequenza di ace e di break fino al 1991 per dimostrare che la velocità delle diverse superfici non si stesse uniformando, almeno per quanto si potesse dire utilizzando quei due strumenti di valutazione. 

Una delle critiche che più mi sono state rivolte punta il dito sul fatto che abbia utilizzato i dati sbagliati, perché la velocità di una superficie dovrebbe essere misurata tramite la lunghezza degli scambi, la frequenza di rotazione della pallina e altri aspetti di questa natura. Come purtroppo spesso accade per le statistiche di tennis, bisogna fare buon uso di quel poco che si ha a disposizione e così ho cercato di fare in quell’articolo.

Grazie al Match Charting Project, abbiamo ora a disposizione statistiche dettagliate per 223 finali dei tornei del Grande Slam, tra cui più del 75% delle finali fino al 1980. Anche se non sarà mai possibile arrivare a una misurazione degli effetti generati dall’interazione della pallina con le superfici, in particolare con superfici di gioco di 30 anni fa, come quella ottenuta dalla Federazione Internazionale con il Court Pace Rating, l’esistenza di dati puntuali permette un’indagine ancora più precisa e affidabile.    

Se si prende in considerazione un semplice dato come la lunghezza degli scambi (comunque fino a poco tempo fa non disponibile), le superfici più importanti hanno una velocità di gioco più simile tra di loro adesso rispetto ai decenni scorsi. Il grafico dell’immagine 1 mostra una media mobile* per un periodo di 5 anni per la lunghezza degli scambi nelle finali maschili di ogni Slam dal 1985 al 2015: 

grass_1

*poiché alcune partite non sono disponibili, le medie mobili di 5 anni rappresentano ciascuna una media da 2 a 5 finali Slam.

Negli ultimi 15 anni, la lunghezza degli scambi negli Slam sul cemento e sull’erba è costantemente aumentata quasi fino a raggiungere quella del Roland Garros, tradizionalmente il torneo con la superficie più lenta dei quattro Slam. Il fenomeno è più accentuato sull’erba di Wimbledon, che per molti anni ha visto scambi con una lunghezza media di soli due colpi. 

Pur beneficiando dell’utilizzo della lunghezza degli scambi punto per punto come parametro, quest’analisi è fortemente limitata dal fatto che non relativizza l’apporto del singolo giocatore (aspetto che invece l’analisi di qualche anno fa, con dati più limitati ma distribuiti su un numero di partite molto più grande, era in grado di fare). Per intendersi, Pete Sampras ha contribuito a 15 partite, ma nessuna sulla terra. Andres Gomez è presente una volta e solo al Roland Garros. Fino a che non si riesce ad avere dati puntuali su più superfici per più di questi giocatori, non si può fare molto per ovviare a questa forte parzialità nel campione.

Ci si trova quindi di fonte al classico dilemma dell’uovo e della gallina. All’inizio degli anni ’90 le finali al Roland Garros avevano una lunghezza media degli scambi di quasi sei colpi e quelle di Wimbledon raggiungevano a malapena due colpi per punto: quanta parte della differenza si può attribuire al tipo di superficie e quanta al fatto che determinati giocatori arrivavano a giocarsi quelle finali? Certamente il tipo di superficie non è responsabile per tutto, del resto nella finale degli US Open 1988 Mats Wilander e Ivan Lendl fecero di media sette colpi a punto, e nella finale di Wimbledon 2002 David Nalbandian e Lleyton Hewitt raggiunsero i 5.5 colpi per punto.

Nonostante le anomalie e la parzialità nel campione, la convergenza tra le lunghezze degli scambi nell’immagine 1 riflette un fenomeno reale, per quanto amplificato dalla parzialità. Dopotutto, i giocatori che preferiscono scambi brevi vincono più partite sull’erba perché è una superficie che si presta a scambi brevi, e in passato “scambio breve” aveva un significato più estremo rispetto ad oggi.

Lo stesso grafico per le finali femminili degli Slam mostra sempre una convergenza, ma non così marcata come per gli uomini:

grass_2

Parte del motivo per il quale la convergenza è meno accentuata è che c’è una minore parzialità nel campione. Questo dipende dal fatto che, per quanto sia una coincidenza di quell’era tennistica, il dominio su tutte le superfici di pochissime giocatrici – Chris Evert, Martina Navratilova e Steffi Graf – ha generato una parzialità più ridotta.

Servono ancora più dati prima di poter trarre conclusioni sulla velocità delle superfici nel tennis del 20esimo secolo. Più ampia la disponibilità di informazioni però, con maggiore precisione si è in grado di mostrare come le superfici si stiano uniformando nel corso degli anni.

The Grass is Slowing: Another Look at Surface Speed Convergence