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La creazione di Eva

di Edoardo Salvati – 21 settembre 2015
Originariamente pubblicato su RivistaUndici

La prima donna ad aver arbitrato una finale maschile degli US Open. Il tennis ha una nuova stella?

L’Arthur Ashe Stadium nel distretto del Queens a New York è il più grande stadio di tennis del mondo. Inondato dai riflettori della copertura mobile – il cui completamento è previsto per il prossimo anno – non è certamente il luogo ideale per l’osservazione astronomica. I circa 23 mila spettatori della finale di singolare maschile degli US Open 2015 devono comunque aver assistito alla nascita di una nuova costellazione, formata da tre stelle solo apparentemente vicine tra loro. Due erano già note come tra le più splendenti del firmamento tennistico di sempre: Roger Federer e Novak Djokovic. La terza, Eva Asderaki-Moore, l’arbitro della partita, è esplosa quella sera, quasi nel bisogno di arginare l’entropia generata – sul campo – da una continua violazione delle leggi della fisica con la superiore eleganza del genere femminile.

Il tennis è uno sport basato sul rispetto dell’avversario, nella concretezza di gesti che vanno oltre la teorizzazione in regole comune a tutte le discipline: scusarsi per aver tratto beneficio da un tocco favorevole del nastro o per aver sbagliato il lancio durante il servizio; evitare qualsiasi comportamento che infastidisca la concentrazione altrui; congratularsi per un colpo considerato di particolare bravura. Non tutti i tennisti hanno posseduto in passato una tale rettitudine e alcuni hanno anzi utilizzato il contesto di fair play di una partita per acquisire un vantaggio psicologico determinante. L’esempio più famoso e reiterato è quello di John McEnroe, capace anche di farsi espellere per proteste durante gli Australian Open del 1990. Ma, generalmente, è uno sport corretto e se non fosse perché nella versione moderna il risultato è molto spesso solo una questione di millimetri, la figura dell’arbitro, o giudice di sedia (e dei suoi collaboratori, i giudici di linea), sarebbe di puro contorno.

Così non è stato però durante l’atto conclusivo della stagione del Grande Slam, cioè dei quattro tornei più importanti nel tennis. Nonostante l’assenza di situazioni controverse, Eva ha esercitato il suo ruolo di autorità ultima con la stessa influenza di un direttore d’orchestra il cui primo e secondo violino hanno raccolto, nel corso della loro carriera, 27 titoli dello Slam (record per qualsiasi finale della storia) e premi per complessivi 180 milioni di dollari. Due giocatori, quindi, dal peso specifico di un certo rilievo. La prontezza e la correttezza delle sue chiamate, alcune avvenute anche in circostanze di punteggio “caldo” e confermate dal sistema di moviola istantanea Hawk-Eye, hanno suscitato il frenetico responso del pianeta Twitter, con esortazioni ad assegnare a lei il titolo di miglior giocatore dell’incontro, vinto poi da Djokovic in 4 set. La sua voce ferma ha tenuto a bada un pubblico dichiaratamente schierato, notoriamente rumoroso e apertamente incurante dell’etichetta tennistica, senza mai perdere la compostezza e lo stile definiti da un volto simmetrico e pulito, due profondi occhi azzurri di indubbia visione straordinaria e una lunga coda di capelli biondi sempre in perfetto ordine.

Il semplice braccio alzato di Eva è bastato a far calare il silenzio totale che i tennisti esigono prima di iniziare qualsiasi scambio. Guardando in diretta la partita, ha impressionato la sua volontà di interpretare la funzione di giudice di sedia in modo attivo, senza però peccare di protagonismo come a volte succede ad alcuni colleghi uomini. Sebbene difficilmente una singola decisione arbitrale nel tennis – a differenza del calcio – sia in grado di alterare il risultato finale, il palcoscenico più mediatico che lo sport conosca e la presenza di mostri sacri a contendersi il titolo rappresentavano una combinazione moltiplicatoria del rapporto tra chiamata sbagliata e conseguenza dannosa, tale da rendere la conseguenza più dannosa di quanto in realtà potesse essere.
Nonostante questo rischio, Eva non ha esitato a fare chiamate secondo il suo giudizio, invertendo la tendenza diffusasi recentemente a rifugiarsi nell’ausilio della tecnologia come decisore finale nell’assegnazione di un determinato punto. E, superfluo a dirsi, manifestando un equilibrio interiore che a soli 33 anni non è scontato possedere.

Quello degli arbitri di tennis è un gruppo sul quale si trovano poche informazioni. L’esposizione televisiva legata all’aumento di popolarità con le imprese di Federer, Djokovic, Rafael Nadal, Andy Murray, Stanislas Wawrinka, ha permesso agli appassionati di riconoscere i giudici di sedia prima che il nome appaia sullo schermo. Nessuno di loro però ha, ad esempio, una pagina Wikipedia dedicata. Come conferma Jeff Sackmann, statistico di tennis, non è nemmeno possibile sapere il record di vittorie/sconfitte di ciascun arbitro rispetto ai tennisti le cui partite ha arbitrato.

Eva è di origine greca e probabilmente rappresenta la massima espressione del tennis ellenico, considerando che il primo giocatore e la prima giocatrice sono rispettivamente 698 e 185 nelle classifiche ATP e WTA. Prima di iniziare la carriera di arbitro, è stata una buona giocatrice junior. Nel 1997, il suo club organizza un torneo internazionale e la chiama come giudice di linea. Un seminario della Federazione Greca le fa capire che quella è la sua strada e, appena ventenne, diventa arbitro internazionale, avendo acquisito sicurezza anche nel tennis dilettantistico, in cui non si è supportati dai giudici di linea. Il suo primo torneo WTA è del 2001 e nel 2005 ha già ottenuto il Gold Badge, la qualifica di più alto livello assegnata dalla Federazione Internazionale agli arbitri che poi presiedono le partite dei tornei dello Slam e del circuito professionistico maschile e femminile. Solamente sei donne al mondo in attività sono Gold Badge, a testimonianza di un’élite ristretta e cautamente selezionata.

Eva arbitra diverse semifinali degli Slam fino ad arrivare alla finale femminile degli US Open 2011, le finali WTA 2011, il torneo olimpico del 2012 e la finale femminile di Wimbledon 2013. Naturalmente, la sua crescita incontra passaggi in cui la tensione nervosa è messa a dura prova. Proprio nella finale femminile degli US Open 2011, è lei a penalizzare Serena Williams per aver disturbato verbalmente l’avversaria durante uno scambio. Nei successivi due cambi di campo, la Williams, che perderà quel match, scarica la sua frustrazione definendola ‘brutta dentro’ e intimandole di ‘non provare nemmeno a guardarla’. Agli Australian Open del 2014, Eva penalizza Nadal per aver utilizzato troppo tempo per la ripresa del gioco tra un punto e l’altro, abitudine dello spagnolo praticamente mai sanzionata: per Eva la necessità di garantire un arbitraggio imparziale prescinde dall’importanza dei giocatori.

Con una prestazione impeccabile nella notte di New York, Eva si guadagna l’onore di essere la prima donna di sempre ad aver arbitrato una finale maschile degli US Open, un riconoscimento per il quale non si fa nemmeno intervistare, perché per lei parla il suo operato.

Forse è arrivato il momento di dare un nome alla costellazione di cui fa parte.

La creazione di Eva

Roger Federer è cresciuto anche così

di Edoardo Salvati – 27 ottobre 2015
Originariamente pubblicato su IlTennisItaliano

Il campione svizzero è a Basilea, la città in cui è nato, per l’annuale appuntamento con lo Swiss Indoors. Una crescita lunga sedici anni vista attraverso il lavoro della Fondazione che prende il suo nome. Obiettivo? Aiutare un milione di bambini entro il 2018.

Nell’imminenza del torneo di casa, non è semplice raccontare di Roger Federer senza cadere in ripetizione. Si è già detto tutto dei trionfi, dei record, dei riconoscimenti, della fama planetaria conferita esclusivamente a quei campioni che trascendono il proprio sport diventandone, nell’immaginario collettivo, la definizione stessa. Così come Michael Jordan è il basket, Roger Federer è il tennis.

Tutto si è detto anche della perfezione cinetica dei suoi colpi. Ormai celebre è a questo riguardo l’articolo di David Foster Wallace sul New York Times – lo si potrebbe definire un lascito, visto il suicidio dello scrittore a poca distanza di tempo – che attribuisce all’esperienza di spettatore della finale di Wimbledon 2006 (vinta da Federer su Rafael Nadal) un’estasi di natura quasi religiosa.

Esiste però un ambito della vita di Federer – di una personalità pubblica per cui ogni cosa è misurata in milioni, di premi, di followers, di voci su Google, di scatti fotografici – che riceve inevitabilmente meno enfasi, ma che considera un elemento fondamentale della sua condotta esterna al mondo del tennis: il lavoro della Fondazione che prende il suo nome.

Il particolare inquadramento giuridico di questi enti può indurre a pensare che, anche per un atleta, la fondazione sia uno strumento di ottimizzazione fiscale. Per quanto il regime impositivo della Svizzera sia già indulgente rispetto a quello di altri paesi, i numeri che emergono dal bilancio della Fondazione Roger Federer non sono paragonabili al patrimonio di uno sportivo da anni tra i più pagati nelle classifiche di Forbes (nel 2015, unico tennista fra i primi dieci).

In realtà, le fondazioni forniscono un importante contributo alla riduzione dell’iniquità economica e di opportunità che separa il nord e il sud del mondo, intesi non solo come luoghi geografici ma anche come modelli di confronto tra sviluppo e arretratezza. L’esempio più conosciuto è quello della Fondazione Bill e Melissa Gates, i cui progetti educativi, sanitari e di lotta alla povertà sono supportati da una dotazione complessiva di 43 miliardi di dollari, che ne fanno la più grande fondazione privata esistente.

Seppure su scala molto più ridotta, anche la Fondazione Roger Federer finanzia progetti di educazione. Lo fa concentrandosi sui bambini, dall’età infantile fino ai 12 anni, principalmente nei paesi di lingua inglese del sud dell’Africa: due aspetti del resto molto cari a Federer, lui stesso padre di quattro bambini e con madre di origini sudafricane. Lo fa dando supporto ai centri educativi di prima infanzia, prescolari ed elementari le cui carenze strutturali non consentono un percorso scolastico completo ed efficace, necessario allo sviluppo delle capacità individuali che la Fondazione cerca di massimizzare. Lo fa coinvolgendo partner locali in iniziative di lungo periodo che prevedano una responsabilizzazione diretta di tutti gli attori, in modo che l’intervento non si limiti a una sterile fornitura di materiale ma crei un cambiamento di sistema virtuoso e sostenibile.
Soprattutto, lo fa con l’intento di regalare prospettive migliori alla generazione che dovrebbe essere il futuro, ma che molto spesso non ha un futuro. La visione della Fondazione prende spunto proprio dalle parole di una studentessa di Port Elizabeth, nel Sudafrica, in occasione della visita di Federer: “I am tomorrow’s future”. E i risultati arrivano. In otto anni di operatività, la Fondazione ha aiutato 285 mila bambini, cui se ne sono aggiunti altri 215 mila nel corso del 2015 grazie a 15 progetti attivi in sette paesi (compresa la Svizzera).

In qualità di Presidente, Federer è direttamente impegnato nella Fondazione, insieme al team che lo ha sempre affiancato anche nella carriera tennistica: i genitori, la moglie, l’agente. Sul sito si descrive con un gioco di parole in inglese: “It’s nice to be important, but it’s more important to be nice”, forse a sottolineare un’etica basata sul rispetto altrui di implicita derivazione calvinista.
Senza volerne idealizzare la figura, è encomiabile la volontà di uno sportivo della dimensione di Federer di visitare – nonostante la ferrea routine di allenamenti, partite, eventi promozionali, interviste, spostamenti per 100 mila chilometri in dodici mesi di tennis continuo – paesi così distanti dall’ambiente ovattato degli hotel a cinque stelle, del lusso, della ricchezza. Non stupisce nemmeno vederlo a suo agio in compagnia dei bambini del Malawi, che ha visitato per la prima volta a luglio poco dopo la finale di Wimbledon (magari anche per dimenticare la delusione della sconfitta): cantare e ballare, preparare e servire i pasti, assistere alle lezioni, farsi scompigliare i capelli da mani ignare e curiose. Perché la sua spontaneità alla presenza di bambini è nota dai molteplici eventi di beneficenza organizzati dall’ATP o in concomitanza degli Slam, come l’Arthur Ashe Kid’s day agli US Open di New York. Ma, ora che sono più grandi, anche con le figlie gemelle, che ha teneramente abbracciato davanti alle telecamere dopo la vittoria nel torneo di Cincinnati ad agosto.

La crescita della Fondazione Roger Federer non sarebbe stata altrettanto solida se non fosse evidentemente coincisa con la maturazione di Federer come persona, passato dagli esordi di ragazzo talentuoso ma fragile e temperamentale ad archetipo di correttezza sportiva, stoicismo, eleganza.
Ha accolto la pressione di numero uno prima e di ambasciatore del tennis poi mostrando sul campo magie d’ispirazione ultraterrena e, sotto altri riflettori, la consapevolezza di sapersi confrontare con Trionfo e Rovina e trattare allo stesso modo questi due Impostori, come esorta la citazione di Kipling che mille volte deve aver letto all’ingresso del centrale di Wimbledon. È diventato uomo completo, marito e padre premuroso, riferimento per chi ne ammira la classe e gioisce senza invidia del suo successo. Mancherà la naturalezza dei suoi gesti quando si ritirerà dal tennis, gesti che sembrano appartenere più a un’epoca da sfogliare in bianco e nero. Fortunatamente, il suo ritiro è un pensiero molto lontano. Nel consueto incontro con i giornalisti all’inizio del torneo, Federer ha riflettuto sul tempo trascorso dalla prima partecipazione del 1998 (in cui perse subito da Agassi; il video del match è disponibile su Youtube per chi volesse apprezzarne la giovinezza), sulla gestione delle aspettative che il pubblico di casa ripone su un beniamino che ha dovuto inevitabilmente condividere con i fan di tutto il mondo perché diventato patrimonio universale, sulla capacità di adattare il proprio gioco migliorandolo con l’età – come succede per il vino delle annate storiche – sul desiderio di continuare senza porre una data di scadenza.

La Fondazione Roger Federer ha un obiettivo dichiarato: aiutare, entro il 2018, un milione di bambini a godere di una migliore formazione scolastica. Vista la longevità di un 34enne ancora all’apice del suo entusiasmo per lo sport che lo ha reso icona, non sembra un traguardo irraggiungibile: sarà sicuramente un altro, tra quelli nella vita del campione svizzero, da misurare in milioni.

Roger Federer è cresciuto anche così

Duopoly

di Edoardo Salvati – 28 luglio 2015
Originariamente pubblicato su RivistaUndici

Nike e adidas si sono impossessate della Champions League, creando una roccaforte inattaccabile dagli altri brand: lo dicono i numeri

Nel frenetico calendario del calcio europeo, questi sono i giorni del cambio di livrea. Molte squadre hanno infatti presentato le maglie per la stagione 2015/16, poco prima di imbarcarsi – almeno per quanto riguarda i grandi nomi – in un tour promozionale mondiale con tappe in Cina, Australia e Stati Uniti.

Lo sponsor tecnico [1] ha assunto un ruolo sempre più importante per la competitività di una squadra, non solo perché fornisce abbigliamento altamente tecnologico per partite e allenamenti, ma soprattutto perché rappresenta una voce sostanziale dell’attivo di bilancio.   

Questo è ancora più evidente per le squadre che partecipano alla Champions League, la competizione annuale per club più ricca e prestigiosa. Quando il 6 giugno scorso il Barcellona ha sconfitto la Juventus 3-1 a Berlino, si è trattata della quarta volta che due squadre sponsorizzate Nike si sono affrontate in una finale dall’edizione 1992 – la prima a seguito della nuova denominazione [2].   

Nike e adidas sono due produttori di abbigliamento sportivo per i quali non servono presentazioni. Hanno fatturati paragonabili a PIL nazionali, sponsorizzano squadre e atleti più rappresentativi, realizzano campagne pubblicitarie rivoluzionarie. Meno noto è che si siano impossessate, nel corso degli anni, della Champions League e delle sponsorizzazioni calcistiche a qualsiasi livello professionistico di rilievo.    

L’analisi [3] che segue è semplice: sono prese in esame le sponsorizzazioni tecniche delle squadre che si sono qualificate per la fase a eliminazione diretta [4] della Champions League dal 1992. Sono confrontati i risultati ottenuti da squadre [5] sponsorizzate Nike e adidas rispetto a quelli degli altri brand, partendo dalle finali fino a includere tutte le 517 partite giocate all’edizione appena terminata. Si mostra come Nike e adidas abbiano esteso il proprio dominio anche ai campionati nazionali.

Nel corso del tempo, la fase a eliminazione diretta ha beneficiato di un progressivo ampliamento [6]. Nella sua formula attuale, sono giocate in tutto 29 partite a stagione.

La finale della Champions League

Uno degli avvenimenti sportivi più attesi dell’anno, dall’edizione 1992/93 la finale di Champions League si è disputata 23 volte. Sono 9 gli sponsor [7] che hanno portato in finale almeno una squadra una volta ma, a parte Nike e adidas, solo Umbro ha vinto più di una volta [8]. Nike ha vinto 8 volte, adidas ha vinto 9 volte, per un totale di 17 vittorie che rappresentano l’esorbitante 73.9% delle 23 finali.

L’ultima volta che due squadre non sponsorizzate Nike o adidas si sono affrontate in finale risale a 18 anni fa quando il Real Madrid (Kelme) sconfisse la Juventus (Robe di Kappa). Solo 4 finali si sono disputate in assenza di squadre Nike o adidas, nelle edizioni dal 1993 al 1996 e, come citato, nel 1997/98. Nelle ultime 16 finali solo Reebok [9], sponsor del Liverpool, è riuscito a vincere la Champions League nell’edizione 2004/05.

Considerando che il 67.4% delle 46 squadre che hanno raggiunto la finale è rappresentato da squadre sponsorizzate Nike o adidas, non dovrebbe stupire che 4 finali si siano disputate tra squadre sponsorizzate Nike, 4 tra squadre sponsorizzate adidas e 4 abbiano visto uno scontro diretto [10]. La striscia vincente più lunga di squadre sponsorizzate Nike è di 4 anni (edizioni dal 2007 al 2010), così anche quella di adidas (edizioni dal 1999 al 2002).

adidas ha 5 volte il numero di punti di Umbro al terzo posto. Nike, seconda, ha 3 punti in più del punteggio totale degli altri brand.

Le semifinali della Champions League

Almeno una squadra sponsorizzata Nike o adidas ha raggiunto le semifinali in tutte le edizioni della Champions League. Nell’edizione 2008/09 Nike ha sponsorizzato 3 squadre su 4, mentre adidas ha ottenuto lo stesso successo in ben tre edizioni (2006/07 – 2011/12 – 2013/14).

adidas ha sponsorizzato il 41% delle 88 squadre arrivate in semifinale, Nike il 31%. Nonostante una differenza del 10%, le squadre sponsorizzate adidas hanno vinto solamente una Champions League in più rispetto alle squadre Nike.

Un esorbitante 55.8% delle partite ha avuto in campo almeno una squadra Nike o adidas. Su 86 partite totali, 26 sono state giocate tra squadre sponsorizzate Nike e squadre adidas [11], 8 tra squadre solo Nike e 7 tra squadre solo adidas.

Solo 3 volte [12] su 23 edizioni, gli altri brand hanno avuto più squadre alle semifinali di Nike o adidas, ma in 2 di quelle volte [13] una squadra sponsorizzata Nike ha comunque vinto la Champions League.

La fase a eliminazione diretta della Champions League

Dalla prima edizione della Champions League, 66 squadre hanno raggiunto almeno una volta la fase a eliminazione diretta. Includendo semifinali e finali, sono state giocate complessivamente 517 partite.

17 diversi brand hanno sponsorizzato squadre che si sono qualificate almeno una volta per la fase a eliminazione diretta, un insieme relativamente ristretto su un periodo di quasi 25 anni, a ulteriore indicazione dell’ingente impegno finanziario necessario a sostenere una squadra in grado di competere nella Champions League.

adidas è l’unico sponsor ad aver avuto almeno una squadra nella fase a eliminazione diretta in ogni edizione della Champions League. Nike ha avuto almeno una squadra qualificata dall’edizione 1994/95.

Complessivamente, 99 squadre sponsorizzate adidas si sono qualificate per la fase a eliminazione diretta. Il numero totale di squadre qualificate sponsorizzate dagli altri brand è 84, inferiore anche alle 95 squadre sponsorizzate Nike. 

A eccezione dell’edizione 1999/00 (nella quale si sono qualificate 2 squadre Umbro al pari di 2 squadre adidas) adidas o Nike, alternativamente, hanno sempre sponsorizzato più squadre qualificatesi per la fase a eliminazione diretta rispetto agli altri sponsor [14].

Complessivamente, il divario tra squadre Nike/adidas e squadre degli altri sponsor si è allargato a dismisura negli anni: nelle prime 11 stagioni con accesso alla fase a eliminazione diretta (dall’edizione 1992/93 alla 2002/03), le squadre Nike/adidas sono state in media il 59.1% del totale [15]. Nelle 12 edizioni dall’introduzione degli ottavi di finale (dal 2003/04 al 2014/15), la media è stata dello stratosferico 74% [16]. 

47 squadre delle 66 qualificatesi almeno una volta alla fase a eliminazione diretta sono state sponsorizzate almeno una volta da adidas, 34 sono state sponsorizzate almeno una volta da Nike e 19 sono state sponsorizzate almeno una volta da entrambi gli sponsor [17].

adidas è al primo posto con 378 punti, Nike è seconda con 328 punti. Segue Umbro con poco meno di un terzo dei punti di Nike. Il punteggio complessivo ottenuto dagli altri sponsor è di 356 punti, quindi 22 in meno della sola adidas.

I campionati nazionali

Il dominio Nike/adidas trova riscontro anche in ambito di campionati nazionali.

Nelle ultime 3 stagioni, solo squadre sponsorizzate Nike o adidas sono arrivate al primo posto dei cinque più importanti campionati europei. In Spagna, nessuna squadra di altri sponsor è riuscita a vincere un campionato nelle ultime 15 stagioni. In Italia, le vittorie del duopolio Nike/adidas arrivano al 78.6%, in Inghilterra al 73.3%, in Germania al 66.7%, in Francia “solo” al 46.7% [18]. 

Quali sono gli sponsor delle squadre di calcio più forti e ricche del mondo?

17 delle prime 20 squadre della classifica UEFA sono sponsorizzate da adidas (8) o Nike (7). Puma e Warrior sponsorizzano 2 squadre a testa, Macron una (il Napoli, le cui maglie saranno però fornite da Robe di Kappa a partire dalla stagione 2015/16).

Delle prime 10 squadre della classifica Forbes [19], 4 sono sponsorizzate Nike e 4 adidas. Dalla stagione 2015/16, adidas sponsorizzerà anche il Manchester United e la Juventus (in precedenza con Nike) e portando a 6 il numero totale.

Nike e Adidas sono multinazionali quotate in borsa e soggette alle regole di libero mercato. Spinte da una continua crescita endogena, hanno saputo imporre modelli vincenti, introducendo tecnologia e innovazione nella produzione di abbigliamento sportivo e creando un seguito trasversale e multi-generazionale. Il loro successo è quindi legittimo e riconosciuto come tale.

Emerge però una conclusione: non sembra ci siano all’orizzonte brand in grado di contrastare l’egemonia del duopolio che Nike e adidas hanno imposto sul calcio europeo.

[1] I termini sponsor tecnico, sponsor e brand sono usati con lo stesso significato, da distinguere rispetto allo sponsor commerciale sulle maglie delle squadre.
[2] Dal 1995 al 1992 la Champions League si chiamava Coppa dei Campioni d’Europa. La ridenominazione del 1992 ha di fatto dato il via alla versione moderna del torneo.
[3] La ricchezza informativa generata da software di tracciatura integrale del gioco come Opta (calcio), SportVU (NBA), Statcast (MLB), Hawk-eye (tennis e cricket) è diventata essenziale per essere competitivi nello sport di oggi. Allo stesso modo, qualsiasi indagine di approfondimento è ormai debitrice di un’altra ricchezza informativa, internet, in questo caso del sito Oldfootballshirts, del database storico della Champions League e di Wikipedia.
[4] Sono esclusi preliminari e partite dei gironi, a eccezione delle partite dei gironi dell’edizione 1992/93 in cui la formula prevedeva accesso diretto alla finale da parte delle vincitrici (altrimenti sarebbe stata considerata solo una partita, la finale) e dell’edizione 1993/94 (altrimenti sarebbero state considerate solo tre partite, due semifinali e la finale).
[5] Ogni squadra è considerata individualmente per partita giocata e per anno di partecipazione alla fase a eliminazione diretta.
[6] Nell’edizione 1993/94 sono introdotte le semifinali di sola andata tra prime e seconde classificate dei gironi, nel 1994/95 i quarti di finale e le semifinali andata/ritorno, nel 2003/04 gli ottavi di finale.
[7] adidas, Nike, Umbro, Robe di Kappa, Lotto, Kelme, Reebok, Puma e Luanvi.
[8] Con l’Ajax nell’edizione 1994/95 e il Manchester United nel 1998/99. Puma, ad esempio, non ha mai vinto (2 finali perse con il Monaco nell’edizione 2003/04 e il Borussia Dortmund nel 2012/13).
[9] Brand acquisito da adidas nel 2005.
[10] Vittorie Nike nelle edizioni 2007/08 e 2009/10, vittorie adidas nelle edizioni 2000/01 e 2013/14.
[11] Con 9 vittorie Nike e 7 vittorie adidas.
[12] Edizioni 1995/96, 1996/97 e 2003/04.
[13] Edizioni 1996/97 e 2003/04.
[14] Con punte di 8 nell’edizione 2010/11 e 7 nell’edizione 2011/12 per adidas, con punte di 10 nell’edizione 2012/13 e 8 nell’edizione 2006/07 per Nike. Umbro, Puma e Robe di Kappa hanno sponsorizzato al massimo 3 squadre nella fase a eliminazione diretta.
[15] In una forbice che va dal 37.5% (3 squadre su 8) all’87.5% (7 squadre su 8).[16] Con punte dell’87.5% (14 squadre su 16) in ben due occasioni.
[17] Nelle 23 edizioni della Champions League, solo 4 squadre (Lazio, Villareal, Spalato e Siviglia) qualificatesi alla fase a eliminazione diretta non sono mai state sponsorizzate Nike o adidas, mentre 4 squadre sono state sempre sponsorizzate adidas (Bayern Monaco, Bayer Leverkusen, Schalke 04 e Anderlecht) e 1 squadra solo Nike (Paris Saint-Germain).
[18] Se è pur vero che la vittoria di un campionato è solitamente appannaggio della squadra/e con maggiori disponibilità economiche – fattore che ha generato negli ultimi 15 anni una diversità di vincitori molto ridotta, pari a 7 squadre in Francia, 5 in Germania e 4 in Italia, Spagna e Inghilterra – il dominio Nike/adidas rimane comunque impressionante.
[19] Delle prime 20 squadre, 14 sono sponsorizzate da Nike (8) o adidas (6).

Duopoly

Il Working Class Hero di Leicester

di Edoardo Salvati – 3 maggio 2016

C’è un’altra impresa sportiva che rende onore alla città più celebrata degli ultimi giorni: quella di Mark Selby, campione del mondo di snooker per la seconda volta

Neppure ai grandi campioni è concesso il lusso di poter programmare le vittorie che definiscono una carriera in modo che non coincidano con eventi sportivi più importanti. Non è certo colpa di Mark Selby se è diventato campione del mondo di snooker per la seconda volta undici minuti dopo che il Leicester City si era aggiudicato la Premier League. O se, nello stesso giorno della sua prima vittoria del 2014 sempre al World Snooker Championship, il Leicester City aveva festeggiato la promozione nella massima divisione. Del resto, quando una finale di un torneo è giocata in quattro sessioni nell’arco di due giorni, è difficile regolarsi su uno scarto di qualche minuto.

Nato e cresciuto a New Parks, il sobborgo della classe lavoratrice di Leicester, da grande tifoso della squadra Selby ha candidamente ammesso di non sapere se generi più stupore il titolo delle Foxes o la sua riconferma. Trovare una risposta non serve perché in entrambi i casi, ha aggiunto, è un sogno diventato realtà. Se il Leicester City ha compiuto l’impensabile, sono solamente sei i giocatori che nell’era moderna dello snooker hanno vinto almeno due volte il campionato del mondo. Battendo Ding Junhui, miglior giocatore cinese della storia, Selby è entrato a far parte di una ristretta élite di leggende: Hendry, Davis, O’Sullivan, Higgins e Williams sono nomi che hanno risonanza anche al di fuori della cerchia di appassionati.

Lo snooker non è esattamente lo sport che tiene incollati al televisore o trascina le masse a manifestazioni di esaltazione collettiva per un momento liberatorio come può essere un goal segnato allo scadere. Nonostante sia praticato da milioni di persone, conserva ancora rigorosi alcuni tratti di passatempo da piccola nobiltà codificato come fusione di varianti del biliardo alla fine del diciannovesimo secolo dai militari britannici distaccati in India (il nome stesso nel gergo militare indicava i cadetti del primo anno e quindi, per estensione, un giocatore inesperto; oggi si usa per definire la difesa che induce l’avversario a commettere un fallo e concedere i punti di penalità così determinati).

Nello snooker non si suda come nel tennis, non ci si sporca di fango come nel rugby, non ci si scontra come nel calcio. I giocatori indossano camicia e cravattino perché ogni istante della partita esige eleganza totale, espressa anche da una compostezza quasi statuaria nella preparazione ed esecuzione della steccata. Rigorosamente vestito in smoking, l’arbitro sistema le biglie con i guanti bianchi per evitare che qualsiasi imperfezione esterna ne possa alterare lo scorrimento sul panno verde, dove la differenza tra tenere e cedere la mano può interpretarsi, letteralmente, in fatto di millimetri.

L’atmosfera ovattata dello snooker induce a pensare di assistere a una sorta di funzione religiosa: il tavolo è l’altare al centro della scena, i due contendenti si muovono sotto la regia del maestro di cerimonia, la platea osserva al buio in ossequioso silenzio. Il gioco assume i contorni di una partita a scacchi – altra passione umana caratterizzata da fervore quasi mistico – con regole di imbucata che esigono piazzamenti sequenziali da visualizzare con largo anticipo, in funzione del colore delle biglie e del punteggio che si può derivare combinandole tra loro.

Non è un caso che per la quarantesima edizione di fila la sede di uno dei tre maggiori tornei dello snooker, forse il più importante e quello che ne chiude la stagione, sia un teatro, il Crucible di Sheffield, tempio pagano di venerazione quanto lo è Wembley nel calcio.

C’è un cliché molto diffuso nello sport, quello del superamento delle avversità per arrivare alla vittoria che ripaga di tutti gli sforzi compiuti. Suo malgrado, Selby lo ha reso un motivo ricorrente di vita. Ha infatti solo 8 anni quando la madre abbandona la famiglia. Sedicenne talentuoso e in procinto di passare al professionismo, Selby perde il padre poche settimane per una malattia che non si può sconfiggere. È in quel momento che promette di onorarne la memoria vincendo il titolo mondiale, promessa mantenuta nel 2014. Un altro lutto lo colpisce, la morte del fratello nonché suo mentore avvenuta nel 2011. Queste sono avversità che stroncherebbero chiunque, Selby risponde accumulando vittorie nei tornei più prestigiosi: oltre ai due titoli mondiali, ci sono tre Masters e un campionato del Regno Unito, con i quali diventa il nono giocatore a completare la Triplice Corona, il Grande Slam dello snooker. E poi il Welsh Open, lo Shanghai Masters, il German Masters e il China Open, per un totale di 20 titoli su 39 finali.

Anche l’ultimo trionfo al Crucible, grazie al quale Selby rimane numero uno della classifica mondiale per il quinto anno consecutivo, sembra rispecchiare l’intreccio di alti e bassi che contraddistingue la sua storia personale e professionale.

La finale è al meglio delle 35 partite, o frame, una lunghezza (che può variare in base alla tipologia di torneo e di turno eliminatorio) che ha richiesto più di tredici ore di gioco effettivo. Selby domina la prima sessione, va avanti 6-0 e il match è già in suo controllo. Ma Ding, con un volto da consumato giocatore di poker che non lascia trasparire alcuna emozione, recupera fino a 10-7 della seconda sessione, che termina di domenica a tarda notte. La finale è tattica, piena di tensione, di attrito latente, alterna difese durissime a colpi che enfatizzano l’assoluta padronanza della stecca da parte di questi due campioni. E si trasforma presto in un confronto psicologico senza tregua.

Se pensate che lo snooker non meriti il rango di sport ma sia solo una forma d’intrattenimento evoluta, ne state sottovalutando la componente mentale. Ogni giocatore deve mantenere la massima concentrazione anche quando non è impegnato al tavolo – a volte per intervalli tra un colpo e il successivo della durata anche di 55 minuti, come nella finale – perché l’errore dell’avversario lo richiama all’azione immediata, alla contromossa, al tiro da non sbagliare per poter rimanere in serie, o break, e accumulare i punti necessari a chiudere il frame.

La matematica è un elemento portante dello snooker, è su di lei che si decide se proseguire nel tentativo di recuperare più punti di quelli disponibili sul tavolo con la fase di difesa, o concedere la partita. È sul raggiungimento del fatidico numero 100 che una serie di imbucate consecutive durante la stessa azione prende il nome di “centone” e si eleva a unità di misura della grandezza di un giocatore. Con 418 centoni realizzati, Selby è al momento il quinto centurione di sempre.   

La terza sessione finisce 14-11 e nella sessione conclusiva, quella del lunedì sera in cui il pareggio tra Chelsea e Tottenham regala il titolo al Leicester City, Selby allunga 16-11, a un passo dalla vittoria. Ding però riapre il match aggiudicandosi tre frame di fila, ma è il suo ultimo acuto perché Selby non concede più spazi e chiude 18-14.

Con una figura slanciata, un portamento aristocratico, uno stile cauto e meticoloso e un’implacabile forza mentale, Selby è il profilo ideale del giocatore di snooker. Calcolo, precisione, tocco, lucidità, freddezza: il successo nel primo campionato del mondo ha dimostrato che possiede tutto questo, la riconferma gli dà accesso di diritto all’olimpo del biliardo.

Spetta ora al Leicester City far vedere di non essere solamente una meteora. Selby ci è riuscito, e la città di Leicester ringrazia anche lui.