I ritiri non dipendono solo dal caldo

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 4 settembre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nella quarta giornata dell’edizione 2015 degli US Open, il caldo è stato il tema più dibattuto. Gli effetti brutali di temperature soffocanti e di un’umidità insopportabile si sono fatti sentire soprattutto nel pomeriggio, quando Jack Sock è svenuto nel terzo set della sua partita contro Ruben Bemelmans. Sock – che durante l’intervento dei paramedici si è ripreso a fatica – è stato costretto al ritiro, vittima di un colpo di calore.

Una prognosi positiva deve essere di minima consolazione per Sock, che era avanti di due set è ha dovuto abbandonare la possibilità di superare il turno perché è stato sfortunato a scendere in campo alle 12.30 della mattina. Se la fortuna ha un ruolo così importante, le competizioni sportive smettono di essere un confronto – tra le altre cose – di preparazione fisica.

Gli organizzatori dei tornei potrebbero dichiarare innocenza invocando l’inclemenza del meteo, ma le condizioni atmosferiche non sono l’unica problematica. Sono aumentati infatti sia i ritiri pre-partita (walkover) che quelli durante la partita, che costituiscono la forma di approssimazione per valutare l’affaticamento e gli infortuni dei giocatori più facilmente disponibile per la maggior parte delle partite. Nel periodo dal 1991 (l’anno di nascita dell’ATP World Tour) al 2014, il numero atteso di ritiri pre e durante la partita è aumentato dal 4.4% al 6.9%, corrispondente a un 5% di probabilità di ritiro pre e durante la partita nei tornei dello Slam dei nostri giorni, come mostrato dall’immagine 1 (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sui cerchi, n.d.t.).

IMMAGINE 1 – Ritiri pre e durante la partita per gli US Open maschili, 1990-2014

Si tratta naturalmente di medie. I dati sui ritiri nell’immagine 1 sono abbastanza soggetti a rumore statistico e, così come la media complessiva, mostrano segnali di aumento della rumorosità nel corso del tempo. Quindi, sebbene comunque in presenza di un incremento sistematico costante, i ritiri attesi pre e durante la partita in una qualsiasi stagione potrebbero essere molto più in alto o in basso rispetto alla linea nel grafico che definisce la tendenza evolutiva della media. Dal 2000, tre edizioni degli US Open (2002, 2011, 2014) hanno avuto almeno 10 ritiri pre e durante la partita. La crescente volatilità unita all’aumento atteso di ritiri rendono questa dinamica ancora più preoccupante.

Quale potrebbe essere la causa? Certamente le condizioni meteo e la preparazione fisica dei giocatori rivestono un ruolo importante ma – a meno che il riscaldamento globale non si sia accanito proprio a settembre durante gli US Open – un miglioramento nella condizione atletica dei giocatori dovrebbe indurre a pensare a una riduzione nel numero di ritiri durante l’era moderna. Il fatto che si osservi il contrario suggerisce che ci sia dell’altro.

IMMAGINE 2 – Variazione nella durata media delle partite e numero di ritiri pre e durante la partita per gli US Open maschili, 1994-2014

Parallelamente all’aumento dei ritiri, un aspetto che indubbiamente colpisce è il considerevole incremento della durata delle partite nel circuito maschile. L’immagine 2 mette a confronto la durata media delle partite concluse agli US Open rispetto alla media del 1999, anno in cui si è iniziato a raccogliere dati pubblicamente disponibili sulla durata delle partite. Nel corso di quindici anni, la durata media di una partita è aumentata di 15 minuti. Per i giocatori che arrivano in finale, significa circa quasi due ore aggiuntive di gioco complessivo nel torneo. Non stupisce che una forma fisica perfetta come quella di Novak Djokovic sia ormai fondamentale per rimanere al vertice del tennis moderno.

La somiglianza dell’andamento di crescita tra durata delle partite e frequenza di ritiri indica che i ritiri pre e durante la partita non siano del tutto casuali. Più semplicemente, il gioco da fondo in voga in questi anni esercita un impatto sul fisico molto più profondo rispetto al ritmo rapido con cui si giocava quindici o venti anni fa, e le conseguenze in termini di affaticamento e infortuni sono un’evidenza. Eppure gli organizzatori hanno cambiato ben poco per far pensare di aver riconosciuto l’esistenza di queste dinamiche. Gli US Open sono probabilmente il torneo più attivo da questo punto di vista, avendo introdotto il tiebreak al quinto set e spostato la finale al lunedì. Tuttavia, il drammatico ritiro di Sock e gli altri 12 in totale ancor prima degli ottavi di finale sono un frustante richiamo alla necessità di dover fare molto di più.

Retirements Aren’t Only About Standing the Heat