Le giocatrici dovrebbero andare a rete più spesso?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 18 gennaio 2014 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il tennis femminile del 21esimo secolo si basa sullo scambio da fondo. Ci sono alcune giocatrici più brave a riconoscere il momento giusto per andare a rete, mentre altre se la cavano piuttosto bene quando ci arrivano. Se un tifoso di qualche decennio fa però venisse catapultato agli Australian Open 2014, proverebbe inquietudine di fronte alla rarità dei punti a rete e alla goffaggine nel gioco di volo da parte di molte delle giocatrici.

Visto che quasi tutti i commentatori televisivi del momento sono stati giocatori eccellenti in un’epoca in cui era naturale andare a rete, un frequente ritornello durante le telecronache è l’esortazione a giocare più spesso in quella zona di campo. Il termine “frequente” è quasi un eufemismo: in uno scatto di fastidio ho scritto su Twitter che se si bevesse un bicchiere di qualche sostanza alcolica ogni volta che un commentatore dice di scendere a rete più spesso, ci sarebbe il serio rischio di un trapianto di fegato o di qualche peggiore conseguenza.

Si tratta però di una tematica meritevole di approfondimento. Vero è che una giocatrice dotata a rete vincerebbe più punti attaccando più spesso. Quando però le professioniste non enfatizzano quell’aspetto del gioco e ricavano poca esperienza sull’approccio a rete in situazioni di partita, possiedono poi il talento sufficiente a sfruttare questo tipo di opportunità?

Introduciamo qualche numero

Se siete tentati di rivolgervi alla statistica “punti a rete” che si vede durante le telecronache, resistete! In una partita con scambi da fondo, i punti a rete possono avere poco a che fare con le discese a rete. Cercare di prendere una palla corta ad esempio è considerato un punto a rete. Anche chiudere su una debole risposta al servizio viene identificato come punto a rete. In molte partite del circuito femminile, più della metà dei “punti a rete” non riguarda un approccio a rete, ma arriva quando sono le giocatrici a essere in qualche modo chiamate a rete.

A peggiorare le cose, quella sezione di punti a rete non derivanti da un approccio diretto hanno poco a che fare con le discese a rete. Qualsiasi giocatrice degna del circuito maggiore dovrebbe essere in grado di prodursi in un dritto al volo vincente su una risposta debole e flottante. All’opposto, cercare di arrivare su una palla corta richiede capacità diverse da quelle che servono per scegliere il momento giusto per un colpo di approccio a rete che metta poi nella posizione di chiudere con facilità il punto con una o due voleé.

Fortunatamente, possiamo fare affidamento su specifici dati di approccio a rete raccolti attraverso il Match Charting Project.

Ci sono venti partite nel database dei primi mesi della stagione femminile 2014, molte dell’inizio degli Australian Open. Sono dati che distinguono tra “approcci a rete” e “punti a rete”. In una delle prestazioni più aggressive contenuta nel database, Angelique Kerber, nella sua sconfitta da parte di Tsvetana Pironkova a Sydney, ha vinto 15 punti a rete su 19, mentre ha vinto tutti e dieci i suoi approcci a rete (per vedere le relative statistiche delle partite del database in cui sono indicate – qui quella tra Kerber e Pironkova – cliccate su uno dei due link “Net Points”).

I dieci approcci a rete di Kerber pareggiano il numero più alto tra tutte le partite WTA che sono state mappate fino a ora nel 2014. Anche Garbine Muguruza nel terzo turno a Melbourne contro Caroline Wozniaki è andata dieci volte a rete, anche se in una partita più lunga.

In queste venti partite, solo 27 giocatrici su 40 sono andate almeno una volta a rete in modo tradizionale. Se si considerano anche quelle che non sono mai andate a rete, la media è di soli 3 approcci a rete a partita. Tra le 27 giocatrici che sono andate a rete almeno una volta la media è stata di 4.7 approcci per partita.

È evidente quindi che molte opportunità di attacco non vengano sfruttate.

Il rendimento

Dei 126 approcci che abbiamo registrato, la giocatrice che è andata a rete ne ha vinti 84, esattamente i due terzi. Pur non rappresentando una forma di pubblicità estremamente convincente dell’approccio a rete – molti colpi di approccio sono a seguito di un debole colpo a rimbalzo dell’avversaria che è già a quel punto in una situazione di svantaggio – di certo non sono nemmeno evidenza sufficiente per rinunciarvi.

Tra tutti gli approcci a rete, metà delle volte la giocatrice che è andata a rete ha colpito un vincente diretto a rete o ha indotto a un errore forzato con un colpo a rete. Solo il 12% delle volte l’avversaria ha colpito un passante vincente, mentre nel 5% delle volte l’avversaria ha indotto un errore forzato con un passante. Nel 12% dei punti da approccio a rete, la giocatrice che ha attaccato ha sbagliato con un errore non forzato.

Delle 27 giocatrici nel database che sono andate a rete almeno una volta, solo sei non sono riuscite a vincere la metà di quei punti (tre delle quali sono andate a rete solo una volta), e altre tre hanno vinto esattamente la metà dei loro approcci a rete.

Le giocatrici di questo campione che più hanno approfittato dell’opportunità di andare a rete sono anche quelle ad aver ottenuto maggiori risultati. Delle otto che più hanno attaccato, sette hanno vinto più della metà dei punti che ne sono seguiti. Questo ci permette di giungere alla provvisoria conclusione che tutte le altre giocatrici – cioè quelle che hanno scelto solo pochi momenti per attaccare durante la partita – avrebbero potuto approfittare di più della situazione. Potrebbe esserci un limite nel gioco moderno su quanto sia opportuno andare a rete, ma un massimo osservato di dieci volte non sembra sia quel limite.

Incertezza inevitabile

A prescindere dal dieci su dieci di Kerber a Sydney o l’uno su uno di Sloane Stephens nel terzo turno contro Elina Svitolina agli Australian Open 2014, è impossibile conoscere l’esito del prossimo approccio a rete, o dei prossimi cinque. Possiamo analizzare le singole partite e notare che una giocatrice può avere un record perfetto sui suoi dieci approcci a rete, ma non possiamo certo replicare in laboratorio la partita tra Stephens e Svitolina in modo che Stephens vada a rete dieci volte invece di una sola.

Di fronte ai risultati positivi che le giocatrici possono ottenere andando a rete, ci sono molti motivi per non farlo. Come ho detto in apertura, le giocatrici di oggi non allenano il gioco di volo allo stesso modo di quello da fondo, e sicuramente non accumulano esperienza durante le partite. Se una giocatrice non si trova a proprio agio a scendere a rete in determinati momenti, è davvero una buona idea farlo?

Sulla carta, sia l’intuizione che i numeri danno indicazione favorevole per una maggiore propensione all’attacco da parte delle giocatrici. Quando scendono a rete, ottengono spesso risultati migliori, chiudendo le voleé e subendo rari passanti. Ho il sospetto che questo voglia dire adottare una strategia di lungo termine piuttosto che il tipo di suggerimento che un allenatore potrebbe dare durante il cambio di campo.

Quando i commentatori invitano una giocatrice ad andare a rete più spesso, credo che quello che vogliano veramente dire sia: “se questa giocatrice fosse più a suo agio con la fase di transizione, andare a rete sarebbe una grande opportunità da cogliere” oppure “le giocatrici dovrebbero allenarsi più intensamente sui colpi di approccio in modo da farsi trovare pronte quando si presenta l’opportunità”. O semplicemente: “Martina avrebbe vinto quel punto dieci colpi fa”.

Sembrano esserci opportunità per le giovani giocatrici più, appunto, opportunistiche. Non sono però opportunità generate banalmente da un cambio di allenatore o da un’arringa di John McEnroe. Solo nel momento in cui ci troveremo davanti a una giocatrice con un gioco da fondo in grado di competere con le professioniste migliori e un gioco di transizione/a rete superiore a quello della maggior parte delle giocatrici del circuito, potremo veramente capire quante occasioni le giocatrici di oggi stanno gettando al vento.

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