Un po’ di ironia con il rapporto nei punti al servizio

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 14 settembre 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nella vittoria a senso unico della finale degli US Open 2017 contro Kevin Anderson, Rafael Nadal non ha dovuto affrontare una sola palla break. Anderson non è nemmeno riuscito ad arrivare a molte situazioni di parità sul servizio di Nadal il quale, invece, ha costantemente messo pressione al suo avversario nei game alla risposta.

Questo ha determinato un rapporto inusuale: Anderson ha dovuto giocare molti più punti al servizio di quanto abbia fatto Nadal, nonostante entrambi abbiano giocato al servizio lo stesso numero di game. Nadal ha servito per 72 volte contro le 108 di Anderson, con un rapporto di 2/3 o, arrotondando, 0.67. Nel mio ultimo podcast, ho ipotizzato che questo rapporto nei punti al servizio è un comodo strumento per individuare il vincitore: se un giocatore supera i suoi game al servizio molto più velocemente dell’altro, probabilmente è perché, a differenza del suo avversario, sta tenendo facilmente il servizio.

Non è la migliore ipotesi che abbia mai formulato. È vera, ma non di un margine dirompente. In media, in una partita del circuito maschile il rapporto tra i punti giocati al servizio dal vincitore e i punti giocati al servizio dallo sconfitto è 0.96, che vorrebbe dire che Nadal ha servito 88 volte contro le 92 di Anderson. Il vincitore serve meno punti al servizio nel 57% delle partite. Con questo, potremmo aver trovato la prossima Chiave del Match di IBM!

Invece di scoprire una modalità di rappresentazione del successo effettivamente utile nella più basilare delle statistiche relative a una partita, siamo incappati nell’ennesimo risultato da aggiungere all’elenco delle imprese estreme di Nadal. Delle circa 13.000 partite completate nei tornei Slam dal 1991, solo 147 vincitori – a malapena l’1% – hanno avuto un rapporto nei punti al servizio inferiore a 0.67. Delle 106 finali di cui sono disponibili dati, il valore di Nadal nella finale degli US Open 2017 è il più basso in assoluto. Ha battuto di poco lo 0.68 ottenuto da Federer nella finale degli Australian Open 2017 contro Fernando Gonzalez.

Si scopre inoltre che il rapporto nei punti al servizio è più da imputare al caso che altro, per Nadal tanto quanto complessivamente per gli altri giocatori. In otto delle sue sedici vittorie negli Slam il rapporto è stato inferiore a 1.0, uguale a 1.0 in una e superiore a 1.0 nelle rimanenti sette. La sua media è un anonimo 0.98.

Ci siamo quindi: in una sola settimana, abbiamo osservato una stranezza, elaborato una statistica che la catturasse, e concluso che non comunica granché. E poi si parla di statistiche nel tennis!

Fun With Service Point Ratios

Denis Shapovalov e le partenze veloci sul circuito maggiore

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 13 settembre 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’estate da ricordare quella appena trascorsa per il diciottenne e mancino canadese Denis Shapovalov. Nel Canada Master ha sconfitto in sequenza Juan Martin Del Potro e Rafael Nadal. Agli US Open 2017 si è qualificato per il tabellone principale, ha battuto Jo Wilfried Tsonga e raggiunto il quarto turno alla sua sola seconda partecipazione in uno Slam.

Grazie alle vittorie e al palcoscenico importante in cui sono arrivate, è entrato tra i primi 60 della classifica ufficiale, nonostante abbia giocato meno di venti partite sul circuito maggiore. Il sistema di valutazione Elo, che assegna punti in funzione della bravura dell’avversario, è ancora più ottimista. Con questo approccio, dopo la vittoria su Tsonga, Shapovalov è arrivato a 1950 – valido per il 34esimo posto tra i giocatori del circuito – prima di perdere circa 25 punti Elo nella sconfitta contro Pablo Carreno Busta.

Sebbene un punteggio Elo di 1950 sia un numero arbitrario – non c’è nulla di magico in nessuna particolare soglia di punteggio Elo, è solo un meccanismo comparativo – permette di confrontare la partenza incandescente di Shapovalov con altri giocatori che subito si sono fatti sentire sul circuito maggiore. Dai primi anni ’80, solo tredici giocatori hanno raggiunto una valutazione Elo di 1950 in meno partite di quelle che sono servite a Shapovalov. Come sempre con traguardi raggiunti a inizio carriera, ci sono alcuni nomi inaspettati ma, complessivamente, è un gruppo illustre di cui fare parte per un diciottenne.

Giocatore     Partite   Età  
Hewitt        7         16.9  
Nieminen      7         20.2  
Ferrero       10        19.4  
Ferrer        12        20.4  
Carlsen       12        19.4  
Haas          13        19.1  
Lundgren      13        20.7  
Van Lottum    14        21.8  
Bruguera      14        18.4  
Alonso        15        20.0

Giocatore     Partite   Età   
Malisse       16        18.6  
Siemerink     16        20.9  
Minar         16        21.2  
Mayer         17        20.7  
Caratti       17        20.7  
Kyrgios       17        19.3  
Shapovalov    17        18.4  
Strelba       17        22.1  
Berger        17        20.2  
Roddick       18        18.6

Ho trovato poco più di 350 giocatori i quali, a un certo punto della carriera, hanno ottenuto la loro più alta valutazione Elo superando almeno 1950. In media, hanno avuto bisogno di 75 partite per arrivarci (la mediana è 59), e due giocatori che ancora frequentano il circuito con regolarità, Gilles Muller e Albert Ramos, hanno impiegato quasi 300 partite.

Il record di Shapovalov è altrettanto impressionante se lo si considera in termini di età. Anche in questo caso si trova tra i primi venti giocatori della storia moderna del tennis: solo undici di questi sono arrivati a 1950 prima di compiere 18 anni, e Shapovalov ha superato i suoi da pochissimo. E molti dei giocatori che hanno raggiunto quel punteggio da giovani hanno avuto bisogno di ben più esperienza sul circuito maggiore. Nella tabella ho incluso i primi 30 di questo elenco per mostrare come Shapovalov regga il confronto con diversi dei grandi nomi.

Giocatore     Partite   Età  
Krickstein    25        16.4  
Chang         32        16.5  
Hewitt        7         16.9  
Becker        27        17.5  
Wilander      27        17.5  
Perez Roldan  26        17.6  
Agassi        46        17.6  
Cash          66        17.6  
Ivanisevic    35        17.7  
Medvedev      22        17.8  

Giocatore     Partite   Età
Nadal         44        17.9  
Giammalva     21        18.0  
Skoff         19        18.1  
Arias         61        18.2  
Carlsson      56        18.3  
Bruguera      14        18.4  
Shapovalov    17        18.4  
Murray        22        18.4  
Del Potro     31        18.4  
Santoro       59        18.5  

Giocatore     Partite   Età
McEnroe       28        18.5  
Federer       40        18.5  
Edberg        40        18.5  
Roddick       18        18.6  
Sampras       56        18.6  
Enqvist       28        18.6  
Malisse       16        18.6  
Djokovic      33        18.8  
Courier       51        18.8  
Noah          41        18.8

Non ci sono garanzie quando si parla di talenti emergenti nel tennis, ma è senza dubbio un elenco prestigioso. In media, gli altri ventitré giocatori a raggiungere la soglia Elo di 1950 a 18 anni hanno migliorato poi la loro valutazione fino a 2100 prima dei 20 e sono saliti a 2250 a un certo punto della loro carriera. Il primo valore varrebbe la 12esima posizione nell’elenco attuale, il secondo porterebbe al quinto posto, appena dietro ai Fantastici Quattro. Nadal e Del Potro sono state le prime vittime illustri di Shapovalov: a giudicare dalla traiettoria verticale della sua carriera, non saranno le ultime.

Denis Shapovalov and Fast ATP Starts

Quantificare i tabelloni “passeggiata”, o la volta in cui Nadal finalmente ha avuto fortuna

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’8 settembre 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Aggiornamento: rispetto alla prima versione di questo articolo, ho modificato la definizione di “difficoltà di percorso” in “facilità di percorso”, per meglio riflettere il senso della statistica che ho introdotto.

Rafael Nadal e Kevin Anderson hanno raggiunto la finale degli US Open 2017, quindi siamo in grado di determinare con precisione il valore della facilità di percorso per entrambi, a seconda di chi vinca la finale. Per Nadal il numero rimane identico a 51.4% e, dovesse vincere, la sua media in carriera per i 16 Slam aumenterebbe a circa il 15%. La facilità di percorso fino al titolo per Anderson è “solo” di 41.3% (rispetto al 47.1% calcolato non sapendo i nomi dei finalisti), che varrebbe il nono posto nel terzultimo elenco dell’articolo e al secondo posto, anche se di poco, tra i percorsi più facili degli ultimi 30 US Open.

Molti commenti sono stati espressi sulla debolezza di alcune sezioni del tabellone del singolare maschile degli US Open 2017, che sono sembrate tenute insieme con lo scotch. Diversi tra i giocatori più forti non hanno partecipato per infortunio e molti altri sono usciti ai primi turni. Pablo Carreno Busta ha raggiunto i quarti di finale battendo quattro qualificati ed è plausibile che Nadal possa vincere il torneo senza aver sconfitto un solo giocatore dei primi 20 del mondo.

Nulla di questo però dipende dai giocatori stessi, il cui compito è affrontare solo chi si trova dall’altra parte della rete. Non sapremo mai come si sarebbero comportati con un gruppo più agguerrito di avversari. La debolezza del tabellone però potrebbe influenzare il nostro ricordo del torneo. Se lasciamo che sia la qualità del campo partecipanti a rimanere impressa nella mente, dovremmo allora almeno tentare di mettere a confronto i giocatori del torneo 2017 con quelli di passate edizioni degli Slam.

Come misurare i percorsi di un tabellone

Ci sono diversi modi per quantificare la qualità di un tabellone. Visto che siamo interessati allo specifico insieme di avversari affrontati dai giocatori rimasti nel torneo, abbiamo bisogno di una statistica che concentri l’attenzione su di loro. Non è rilevante ad esempio che Nick Kyrgios fosse in tabellone, dato che nessuno dei semifinalisti ha dovuto giocarci contro. Invece della difficoltà del tabellone quindi, ci interessa quella che chiamerò “facilità di percorso”. È un concetto piuttosto immediato: quanto è difficile battere lo specifico insieme di avversari che Nadal (per fare un nome) ha dovuto affrontare?

Per arrivare a un numero, ci servono alcuni fattori: le valutazioni Elo ponderate per superficie di ciascuno degli avversari del giocatore considerato, insieme a una sorta di “Elo di riferimento” per un semifinalista medio di Slam (o finalista, o vincitore). Per stabilire la facilità di percorso di Nadal fino a questo momento, non vogliamo utilizzare la valutazione Elo di Nadal, perché se così facessimo, lo stesso identico percorso sembrerebbe più semplice o più difficile in funzione della qualità del giocatore che ha dovuto affrontarlo.

(L’esatto valore dell’“Elo di riferimento” non è così importante, ma per chi fosse interessato ai numeri, ho trovato la valutazione Elo media per ogni semifinalista, finalista e vincitore di tutti gli Slam dal 1988 su ciascuna delle tre superfici. Sul cemento, quei numeri sono rispettivamente 2145, 2198 e 2233. Per misurare la facilità di percorso fino alla semifinale, ho utilizzato il primo di quei numeri, per la facilità di percorso fino alla vittoria, ho utilizzato l’ultimo.)

Per misurare la facilità di percorso dobbiamo rispondere a questa domanda: qual è la probabilità che (ad esempio) il semifinalista medio di Slam batta questo particolare insieme di giocatori? Nel caso di Nadal, deve ancora affrontare un giocatore con una valutazione Elo ponderata per il cemento superiore a 1900, e il tipico semifinalista con valutazione 2145 batterebbe i giocatori affrontati da Nadal il 71.5% delle volte. Si tratta di un percorso leggermente più facile di quello che Anderson ha dovuto fare per arrivare in semifinale, ma leggermente più difficile di quello di Carreno Busta. Juan Martin Del Potro invece si trova in un pianeta tutto suo. La tabella riepiloga i numeri relativi alla facilità di percorso dei quattro semifinalisti, mostrando quanto sia stato difficile (o facile) arrivare in semifinale, quanto lo sia per la finale e poi per il titolo.

Semifinalista   Percorso: SF      F       Vittoria  
Nadal                     71.5%   49.7%   51.4%  
Del Potro                 9.1%    7.5%    10.0%  
Anderson                  69.1%   68.9%   47.1%  
Carreno Busta             74.3%   71.2%   48.4%

(Non sapendo ancora, al momento della stesura, il percorso di ogni giocatore fino alla vittoria finale, ho fatto una media delle valutazioni Elo dei potenziali avversari. Anderson e Carreno Busta sono molto simili, quindi per Nadal e Del Potro, i loro potenziali avversari, non fa molta differenza.)

C’è una stranezza che emerge da questa statistica e che forse avete notato: nel caso di Nadal e Del Potro, la difficoltà di raggiungere la finale è maggiore di quella per la vittoria del torneo! Naturalmente non ha senso che sia così, ma i numeri si comportano in questo modo per via dell’“Elo di riferimento” che ho utilizzato. Il vincitore medio di Slam è più forte del finalista medio di Slam, quindi la tabella di fatto sottolinea come sia più facile per il vincitore medio di Slam battere i sette avversari di Nadal di quanto non sia facile per il finalista medio di Slam sconfiggere i primi sei avversari di Nadal. È una statistica più efficace nel raffronto tra percorsi passati dello stesso livello, quindi vittoria finale rispetto a vittoria finale, semifinale verso semifinale, ed è quello che farò nel resto dell’articolo.

Eccezioni e stranezze a parte, colpisce quanto più facili siano stati gli altri tre percorsi fino alla semifinale rispetto a quello di Del Potro, che si è rivelato molto più arduo. Anche se scontiamo la difficoltà di battere Roger Federer – che Elo ritiene il miglior giocatore sul cemento al momento in attività pur non essendo a conoscenza dei suoi problemi fisici – il percorso di Del Potro è stato decisamente diverso da quello di Nadal e dei possibili finalisti.

Le “passeggiate” in contesto

Facilità di percorso fino alla semifinale di almeno il 69% sono estremamente rare. Anzi, i percorsi di Anderson, Carreno Busta e Nadal sono tra i dieci più facili degli ultimi trent’anni! La tabella elenca i dieci più facili percorsi precedenti a questi.

Anno  Slam              Semifinalista   Difficoltà percorso  
1989  Australian Open   Muster          84.1%  
1989  Australian Open   Mecir           74.2%  
1990  Australian Open   Lendl           73.8%  
2006  Roland Garros     Ljubicic        73.7%  
1988  Australian Open   Lendl           72.2%  
1988  Australian Open   Cash            70.1%  
2004  Australian Open   Ferrero         69.2%  
1996  US Open           Chang           68.8%  
1990  Roland Garros     Gomez           68.4%  
1996  Australian Open   Chang           66.2%

Nell’ultima decade, il più facile percorso fino alla semifinale è stato quello di Stanislas Wawrinka al Roland Garros 2016, con una probabilità di vittoria del 59.8%.

Il percorso di Del Potro fino alla semifinale non è così estremo, ma è decisamente difficile se lo si osserva in riferimento al passato. Dei circa 500 semifinalisti dal 1988, solo quindici hanno avuto un percorso più facile del suo 9.1%. La tabella elenca i dieci percorsi più facili.

Anno  Slam              Semifinalista   Difficoltà percorso  
2009  Roland Garros     Soderling       1.6%  
1988  Roland Garros     Svensson        1.9%  
2017  Wimbledon         Berdych         3.7%  
1996  Wimbledon         Krajicek        6.4%  
2011  Wimbledon         Tsonga          6.6%  
2012  US Open           Berdych         6.8%  
2017  Roland Garros     Thiem           6.9%  
2014  Australian Open   Wawrinka        7.0%  
1989  Roland Garros     Chang           7.1%  
2017  Wimbledon         Querrey         7.5%

Un’anteprima degli annali

Nel lungo periodo, saremo molto più interessati a sapere come il vincitore degli US Open 2017 abbia vinto il titolo di quanto sia riuscito a superare i primi cinque turni. Come abbiamo visto, tre dei quattro semifinalisti hanno avuto una facilità di percorso del 50% per la vittoria del titolo, vale a dire che un tipico vincitore di Slam avrebbe avuto una possibilità di circa 50/50 di battere questo specifico gruppo di sette avversari.

Nessun vincitore di Slam del recente passato l’ha avuta così facile. Il percorso di Nadal sarebbe il primo dei più facili negli ultimi trent’anni, mentre quello di Carreno Busta o di Anderson arriverebbero tra i primi cinque (se così dovesse essere, i valori precisi dipenderanno da chi affrontano in finale). La tabella riepiloga l’elenco dei giocatori che i tre semifinalisti hanno la possibilità di alterare.

Anno  Slam              Vincitore    Difficoltà di percorso  
2002  Australian Open   Johansson    48.1%  
2001  Australian Open   Agassi       47.6%  
1999  Roland Garros     Agassi       45.6%  
2000  Wimbledon         Sampras      45.3%  
2006  Australian Open   Federer      44.5%  
1997  Australian Open   Sampras      44.4%  
2003  Australian Open   Agassi       43.9%  
1999  US Open           Agassi       41.5%  
2002  Wimbledon         Hewitt       39.9%  
1998  Wimbledon         Sampras      39.1%

Agli Australian Open 2006, Federer ha beneficiato della fortuna per una facilità di percorso simile a quella di Nadal agli US Open 2017. Il suo titolo a Wimbledon 2003 per poco non si inseriva nei primi dieci. In confronto, Novak Djokovic non ha mai vinto uno Slam senza aver dovuto compiere un percorso di facilità superiore a 18.7%, quindi più difficile di quello di più della metà dei vincitori di Slam.

Anche Nadal ha dovuto sudare (non solo figurativamente) per collezionare i 15 Slam del suo palmarès. La tabella elenca i primi dieci più difficili percorsi fino alla vittoria finale.

Anno  Slam              Vincitore    Difficoltà percorso  
2014  Australian Open   Wawrinka     2.2%  
2015  Roland Garros     Wawrinka     3.1%  
2016  Us Open           Wawrinka     3.2%  
2013  Roland Garros     Nadal        4.4%  
2014  Roland Garros     Nadal        4.7%  
1989  Roland Garros     Chang        5.0%  
2012  Roland Garros     Nadal        5.2%  
2016  Australian Open   Djokovic     5.4%  
2009  US Open           Del Potro    5.9%  
1990  Wimbledon         Edberg       6.2%

Come ho lasciato intendere nel titolo di questo articolo, se Nadal quest’anno, per il momento, è stato fortunato a New York, non è sempre andata così. Il suo nome compare tre volte in questa lista, avendo dovuto affrontare avversari più forti di qualsiasi altro vincitore Slam tranne Stanislas Wawrinka, il Davide che sconfigge i Golia.

In media, i percorsi fino alla vittoria di Slam di Nadal non sono stati così impervi come quelli di Djokovic, ma rispetto a quelli di molti altri grandi dell’ultima decade, Nadal ha dovuto darsi parecchio da fare. La tabella riepiloga la difficoltà di percorso media per i giocatori con almeno tre Slam, dal 1988.

Giocatore  Slam da 1988  Difficoltà percorso media  
Wawrinka   3             2.8%  
Djokovic   12            11.3%  
Nadal      15            13.6%  
Edberg     4             14.6%  
Murray     3             18.8%  
Becker     4             18.8%  
Wilander   3             19.8%  
Kuerten    3             22.0%  
Federer    19            23.5%  
Courier    4             26.4%  
Sampras    14            28.9%  
Agassi     8             32.3%

Dovesse aggiungere anche gli US Open 2017 alla sua lista, la facilità di percorso medio di Nadal subirebbe un calo, ma comunque scenderebbe solo di un posto, dietro a Stefan Edberg. Dopo più di dieci anni di battaglie con giocatori tra i più forti di sempre negli ultimi turni di uno Slam, è onesto affermare che Nadal si è meritato questa passeggiata.

Quantifying Cakewalks, or The Time Rafa Finally Got Lucky

Kevin Anderson sta diventando un giocatore d’élite? – Gemme degli US Open

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 9 settembre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il quarto articolo della serie Gemme degli US Open.

Con la vittoria da sfavorito su Andy Murray al quarto turno degli US Open 2015, Kevin Anderson ha raggiunto il primo quarto di finale in un torneo Slam. All’età di 29 anni, otterrà un nuovo primato di classifica personale e, con un po’ di collaborazione dai giocatori rimasti in tabellone, potrebbe con un’altra vittoria entrare per la prima volta nei primi 10 del mondo (Anderson ha poi perso da Stanislas Wawrinka con il punteggio di 6-4 6-4 6-0, n.d.t).

Da diversi anni Anderson è una presenza fissa nei primi 20, ma questo ulteriore passaggio arriva un po’ a sorpresa. Nonostante l’aumento dell’età media complessiva del circuito e l’affermazione di Wawrinka come vincitore di più Slam, resta ancora difficile immaginare che un giocatore verso i trent’anni possa fare un salto in avanti in carriera di questa proporzione.

Per di più con un gioco che dipende dal servizio come quello di Anderson. Con un rovescio eccellente, non è un giocatore mono-dimensionale come John Isner, Ivo Karlovic e forse anche Milos Raonic. Nonostante questo è più facile associarlo a quel tipo di giocatori che a giocatori più orientati al gioco da fondo.

Nel tennis moderno, in assenza di un solido gioco alla risposta è molto difficile raggiungere posizioni di vertice. I tiebreak sono troppo simili a una lotteria per potervi fare affidamento nel lungo termine. Come ho scritto qualche mese fa a proposito di Nick Kyrgios, quasi nessun giocatore ha concluso la stagione tra i primi 10 vincendo meno del 37% dei punti alla risposta. Anderson ci è riuscito solo una volta, nel 2010. All’inizio degli US Open 2015, la sua percentuale era solamente del 34.2%.

Fino a questo momento della stagione 2015, l’unico giocatore tra i primi 10 con una frequenza inferiore di punti vinti alla risposta è Raonic, al 30.2%. Raonic è storicamente un’anomalia e, con il diminuire della percentuale di vittoria dei tiebreak da un quasi record del 75% lo scorso anno a un più tipico 51% quest’anno, il suo posto tra i primi 10 è in pericolo. In altre parole, il solo giocatore dal servizio robotico tra i primi 10 deve fare pesante affidamento sulla fortuna – o su un talento fuori dal comune, forse unico nei momenti chiave – per rimanere tra l’élite dello sport.

Anderson è un giocatore più completo di Raonic e riesce a vincere più punti alla risposta. È però ancora molto indietro al successivo peggior giocatore alla risposta tra i primi 10, cioè Wawrinka con il 36.7%. I 2.5 punti percentuali tra Anderson e Wawrinka rappresentano un divario importante, quasi un quinto dell’intero intervallo tra i migliori e i peggiori giocatori alla risposta del circuito.

Meno è efficace il gioco alla risposta, maggiore l’affidamento di un giocatore sul tiebreak per la vittoria del set, e questa è una delle spiegazioni del successo di Anderson nel 2015. Il 62% nei tiebreak (26 vinti e 16 persi) è, finora, la migliore percentuale della sua carriera, considerevolmente più alta della sua media del 54%. Di nuovo, sembra una differenza marginale, ma sottraendo tre o quattro tiebreak da quelli vinti non è più in finale al Queen’s Club o in procinto di giocare un quarto di finale a New York.

Sono davvero pochi i giocatori che sono stati capaci di rimanere tra i primi 10 per un tempo degno di nota affidandosi così massicciamente ai tiebreak vinti. Un’altra statistica utile per valutare questo aspetto è data dalla percentuale di set vinti al tiebreak sui set vinti in totale. All’inizio degli US Open 2015, appena sopra il 25% dei set vinti da Anderson è arrivato da vittorie al tiebreak. Dal 1991, solo quattro volte un giocatore ha tenuto una frequenza così alta e terminato poi la stagione tra i primi 10: Raonic nel 2014, Andy Roddick nel 2007 e 2009, Greg Rusedksi nel 1998.

Anzi, tra il 1991 e il 2004, solo 17 volte un giocatore è arrivato tra i primi 10 a fine stagione con un valore di questa percentuale superiore al 20%. Roddick è responsabile per cinque delle 17 volte e, quasi tutti a eccezione di Roddick all’apice, erano giocatori che si sono classificati fuori dai primi 5. Nell’ultima decade, si è verificato solo due volte, le stagioni di Wawrinka e Raonic nel 2014.

L’elemento positivo nel profilo statistico stagionale di Anderson è il miglioramento significativo della prima di servizio. Nel 2015 la frequenza di ace è sopra il 18%, rispetto al 2014 (e a una media in carriera) del 14%. La percentuale di punti vinti con la prima è salita al 78.8% dal 75.4% della scorsa stagione e da una media in carriera del 75.8%.

Si tratta di un grande passo avanti per Anderson e motivo per il quale è uno tra soli cinque giocatori sul circuito (insieme a Isner, Karlovic, Roger Federer e Novak Djokovic) a vincere più del 69% dei punti al servizio nel 2015. Per molti aspetti, le statistiche di Anderson sono simili a quelle di Feliciano Lopez – un altro giocatore che a lungo si è avvicinato a varcare la soglia dei primi 10 – il quale però non ha mai raggiunto il 68% dei punti vinti al servizio per un’intera stagione.

Fosse Anderson in grado di sostenere questo nuovo livello di efficienza al servizio, continuerà – come minimo – a beneficiare di un successo addizionale nei tiebreak. Una percentuale di tiebreak vinti maggiore del 54% mostrato in carriera da Anderson (sebbene probabilmente inferiore al 62% del 2015) lo manterrà tra i primi 15. Anche per i migliori al servizio però, i tiebreak sono spesso poco più di un lancio della monetina, e i giocatori non entrano tra i primi del mondo facendo affidamento al lancio della monetina.

Come testimoniato dal suo quarto di finale agli US Open 2015, Anderson si sta muovendo nella giusta direzione. È facile vederlo in un percorso che possa fargli terminare la stagione tra i primi 10. Per fare però il passo successivo sulla falsariga di un giocatore come Wawrinka, avrà bisogno di iniziare a servire come Andy Roddick all’apice o – forse ancora più difficile – migliorare decisamente il gioco alla risposta (Anderson finirà il 2015 al 12esimo posto, entrando per la prima volta a ottobre nei primi 10, al decimo posto. Il 2016 è stato un anno più complicato, terminato al 67esimo posto. Ha però nuovamente raggiunto i quarti di finale agli US Open 2017, con la possibilità di andare avanti nel torneo e migliorare il 32esimo posto della sua classifica attuale, n.d.t.).

Is Kevin Anderson Developing Into an Elite Player?

Il predominio in situazione di partita dei componenti della Next Gen

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 19 agosto 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

La stagione sul cemento americano ha messo in mostra le potenzialità dei giocatori che l’ATP ha definito Next Gen, vale a dire quelli con età non superiore a 21 anni e, attualmente, tra i primi 200 della classifica mondiale. In questo articolo, analizziamo quali tra loro sono stati più dominanti.

Nel torneo di Atlanta, il ventenne americano Tommy Paul ha raggiunto i quarti di finale, perdendo da Gilles Muller. La settimana successiva, Paul è arrivato di nuovo ai quarti di finale, questa volta del Citi Open di Washington, e con lui il ventunenne Daniil Medvedev. Il torneo è stato poi vinto da un altro fenomeno della Next Gen, il ventenne Alexander Zverev.

Zverev è il giocatore della Next Gen con i risultati più eclatanti nel 2017. Ha vinto cinque tornei, portando il suo totale in carriera a sei. Due vittorie sono arrivate durante la sequenza di tornei estivi sul cemento, il già citato Citi Open a cui è seguito il Canada Masters, dove ha battuto in due set Roger Federer.

Al momento, Zverev ha 4165 punti della classifica Next Gen per le Finali di Milano, quasi 5 volte i punti del giocatore al secondo posto, il ventunenne Karen Khachanov. Zverev è anche al terzo posto della classifica per le Finali di stagione dell’ATP, dietro solo all’illustre coppia Rafael Nadal e Federer.

Anche se Zverev ha rubato la scena, ci sono stati altri della Next Gen che hanno mostrato di possedere il talento per un futuro brillante. Denis Shapovalov ad esempio, il diciottenne prodigio canadese, ha messo a segno una delle strisce vincenti più incredibili della stagione, raggiungendo la semifinale con vittorie su Nadal e Juan Martin Del Potro. La semifinale contro Zverev ha dato un assaggio di quella che potrebbe essere una rivalità molto intensa.

Si è assistito a un’altra rivalità nascente al Cincinnati Master, con la vittoria al secondo turno del diciannovenne Frances Tiafoe su Zverev. I Next Gen non si sono fermati qui però: Tiafoe e Khachanov hanno raggiunto gli ottavi di finale, il ventenne americano Jared Donaldson è arrivato invece fino ai quarti.
Sono tutti esempi di che alimentano la speranza di un futuro promettente di nuovi campioni.

Voglio ora affrontare nel dettaglio le prestazioni sul campo dei primi 20 giocatori della classifica Next Gen per le Finali di Milano. In un precedente articolo, ho introdotto l’indice Palle Break Plus o BP+ come misura del predominio in situazione di partita attraverso le palle break convertite e il totale ponderato dei mini-break vinti al tiebreak, così da rappresentare il valore complessivo delle vittorie di un giocatore.

L’immagine 1 mostra la media BP+ dei primi 20 giocatori rispetto agli avversari (con almeno 250 partite in carriera e non meno di 3 partite giocate). Sei giocatori hanno mantenuto una media BP+ positiva: Zverev, Hyeon Chung, Medvedev, Paul, Khachanov e Sebastian Ofner. Solo Zverev ha vinto in media più di una palla break plus rispetto agli avversari.

IMMAGINE 1 – Media BP+ dei primi 20 giocatori Next Gen

Un giocatore può guadagnare palle break plus procurandosi e trasformando opportunità per il break. L’immagine 2 è specifica della capacità dei primi 20 di procurarsi quel tipo di opportunità. Si nota come più giocatori ottengano medie positive rispetto ai loro avversari. Ce ne sono nove con una media positiva: Chung, il ventunenne sudcoreano, ha il differenziale opportunità più alto, mentre Zverev è al terzo posto. Entrambi mantengono una media di più di due opportunità palle break plus rispetto ai loro avversari.

IMMAGINE 2 – Opportunità BP+ dei primi 20 giocatori Next Gen

L’indice BP+ come misura del predominio in situazioni di partita evidenzia quanto si possa rimanere impressionati tra il livello di gioco dei più giovani nel circuito. Fa anche emergere il motivo che ha reso Zverev una star tra i Next Gen, avendo infatti una delle statistiche più alte nella creazione di opportunità di palle break plus e il differenziale sulla singola palla break plus in assoluto più alto. Questo è dovuto alla sua continuità nel creare momenti chiave durante la partita e convertirli a proprio vantaggio.

Il codice e i dati per quest’analisi sono disponibili qui.

Match Dominance Among Next Gen

Sebastian Ofner e i debutti sul circuito maggiore

di Peter Wetz // TennisAbstract

Pubblicato il 16 agosto 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Sebastian Ofner, l’ancora relativamente giovane giocatore austriaco, ha ricevuto le attenzioni dei media lo scorso giugno quando è riuscito – al primo tentativo – a qualificarsi per il tabellone principale di Wimbledon 2017, dove ha raggiunto il terzo turno con vittorie su Thomaz Bellucci e Jack Sock. Molte persone quindi, me compreso, avevano particolare curiosità riguardo al debutto del ventunenne sul circuito maggiore nel torneo di Kitzbuhel qualche settimana dopo, grazie a una wild card degli organizzatori (considero Kitzbuhel come il debutto di Ofner sul circuito ATP perché i tornei dello Slam sono gestiti dalla Federazione Internazionale. Le statistiche relative alle partite Slam, come le vittorie ad esempio, sono comunque ricomprese in quelle ufficiali dell’ATP).

Sorprendentemente, nonostante un secondo turno con la testa di serie numero 1 Pablo Cuevas, Ofner è arrivato in semifinale. Cuevas, che, va detto, non sembra essere molto in forma ultimamente (o forse sta solo rientrando sul suo livello medio di gioco), all’inizio del torneo aveva il 79% di probabilità di raggiungere i quarti di finale, secondo le previsioni di FirstBallIn.

Analizziamo un po’ di numeri per avere un’idea del risultato ottenuto da Ofner. Che turno riescono a superare i giocatori che debuttano sul circuito maggiore? Quanto spesso ci si attende di assistere a una striscia vincente come quella di Ofner a Kitzbuhel?

La tabella mostra i risultati dei debuttanti nel tabellone principale di un torneo del circuito maggiore a partire dal 1990, con indicazione del tipo di accesso (WC = wild card, Q = qualificato, D = diretto, Tutti = WC + Q + D).

Turno	WC       Q        D         Tutti
R16	14.51%	 26.73%   24.46%    21.77%			
QF	 2.39%	  6.39%    4.32%     4.64%
SF	 0.51%	  2.30%    2.16%     1.59%
F	 0.17%	  0.64%    0.72%     0.46%
W	 0.17%	  0.26%    0.72%     0.27%

Dal 1990, ci sono stati 1507 debutti sul circuito maggiore: 586 wild card (39%), 782 qualificati (52%) e 139 accessi diretti (9%). Sulla base di questi dati, dovremmo aspettarci che un debuttante che ha ricevuto una wild card raggiunga la semifinale (o un risultato migliore) ogni 9 anni. In altre parole, è un’impresa che si verifica una volta ogni decade. Anzi, in 28 anni di dati a disposizione, solo Lleyton Hewitt (Adelaide 1998), Michael Ryderstedt (Stoccolma 2004) e Ernests Gulbis (San Pietroburgo 2006) hanno fatto come Ofner. Solo Hewitt è poi andato avanti, vincendo il torneo.

Più della metà dei giocatori con tutti i tipi di accesso che hanno raggiunto la finale hanno anche vinto il torneo. In termini assoluti, 4 finalisti su 7 (tra i debuttanti sul circuito maggiore) hanno vinto il torneo (visto il campione limitato, è anche plausibile che si tratti di rumore statistico).

Se – per via del campione ridotto – si considerano solo i turni fino alle semifinali, si osserva come i qualificati facciano meglio dei giocatori con accesso diretto. Questo potrebbe dipendere dal fatto che i qualificati, avendo già giocato due o tre partite in più, hanno avuto più tempo per adattarsi alle condizioni di gioco, venendo favoriti rispetto ai debuttanti che invece hanno ottenuto accesso diretto al tabellone principale. È un tema questo la cui verifica richiede un’analisi più approfondita.

Per il momento, sappiamo che il risultato ottenuto da Ofner è un evento raro. Sappiamo anche però che non necessariamente è indicatore di grandezza futura.

Sebastian Ofner and ATP Debuts

Le strisce vincenti più sorprendenti nell’era Open del tennis maschile

di Martin Ingram // OnTheT

Pubblicato il 20 agosto 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Denis Shapovalov, tra i giocatori della Next Gen ATP, ha sorpreso tutti raggiungendo la semifinale al Canada Masters 2017 con convincenti vittorie consecutive su Juan Martin Del Potro e Rafael Nadal. Mi sono quindi chiesto: è stata una delle strisce vincenti più sorprendenti di sempre?

Per cercare di trovare una risposta, ho analizzato la probabilità delle strisce vincenti di un giocatore in funzione della sua valutazione Elo. In generale, la probabilità finale è semplicemente il prodotto tra probabilità di eventi multipli. Ad esempio, la probabilità di ottenere 6 tre volte di fila lanciando un tradizionale dado a sei facce (con la medesima probabilità per ciascuna faccia) è 1/6 × 1/6 ×1/6 ≈ 0.005. Minore la probabilità, più sorprendente la stringa di eventi.

Per applicare questo concetto al tennis, ho moltiplicato le probabilità di vittoria associate alla valutazione Elo di un giocatore nel corso di una striscia vincente. La probabilità di vittoria si riduce con l’allungarsi della striscia e quando le singole vittorie di una striscia sono più inaspettate.

Le prime 10 strisce vincenti più sorprendenti nel circuito maschile

Questi sono i criteri che ho applicato per arrivare alla classifica:

  • almeno una partita deve essere stata giocata in un torneo Master o Slam. Questo perché non è chiaro se sconfitte a sorpresa in tornei di categoria inferiore dovrebbero avere lo stesso peso di quelle nei tornei più importanti
  • non sono state considerate le partite di Coppa Davis e delle Olimpiadi
  • non si è tenuto conto dei ritiri pre e durante la partita.

E queste sono le 10 strisce vincenti più improbabili dell’era Open (e – per derivazione – di sempre):

  1. Thomas Muster, 1995 – Muster ha vinto 35 partite di fila nel 1995 – il periodo di massima forma – con cui ha conquistato il (suo unico) Roland Garros e i due Master di Monte Carlo e Roma. Ha sconfitto giocatori di qualità, rendendo la probabilità della striscia vincente pari a 0.000002
  2. John Marks, 1979 – Marks ha raggiunto la finale degli Australian Open 1979, battendo, tra gli altri, Arthur Ashe. Pur trattandosi di una striscia di sole 4 partite, Marks è partito da un pessimo Elo di 1337 punti, che ha portato la probabilità della striscia vincente a essere pari a 0.000012.
  3. Goran Ivanisevic, 2001 – La striscia che ha portato Ivanisevic a vincere Wimbledon 2001 si classifica al terzo posto. Ha vinto 9 partite di fila, battendo tra gli altri Marat Safin, Patrick Rafter, Andy Roddick e Tim Henman, prima di perdere negli ottavi di finale a Cincinnati. Probabilità della striscia vincente pari a 0.000038.
  4. Thomas Enqvist, 1993 – Enqvist ha vinto il torneo di Schenectady nel 1993, battendo Ivan Lendl, prima di vincere a sorpresa contro Andre Agassi nel primo turno degli US Open e perdere per mano di Pete Sampras negli ottavi di finale. Con un Elo iniziale di soli 1643 punti, la sua striscia si posiziona al quarto posto, con una probabilità pari a 0.000053.
  5. Alex Obrien, 1996 – Obrien ha vinto il torneo di New Haven e raggiunto i quarti di finale al Canada Masters. Ha battuto giocatori come Yevgeny Kafelnikov e Mark Philippoussis, vincendo 9 partite di fila. Probabilità della striscia vincente pari a 0.000053.
  6. Novak Djokovic, 2011 – La famosa striscia di Djokovic si classifica al sesto posto. Ha vinto 38 partite di fila, battendo Roger Federer tre volte e Rafael Nadal quattro volte. Sebbene avesse una valutazione Elo già inizialmente molto alta (2236 punti), questa striscia incredibile aveva una probabilità pari a solo 0.000055.
  7. Vladimir Voltchkov, 2000 – Voltchkov ha raggiunto la semifinale a Wimbledon 2000 con un Elo di partenza di soli 1499 punti. Stando alla sua pagina Wikipedia, ha tratto ispirazione in quel periodo dal film Il Gladiatore, che ha guardato per quattro volte, ottenendo dalla stampa inglese il soprannome di “Vladiator” e il ruolo di idolo personale. Probabilità della striscia vincente pari a 0.000065.
  8. Jerzy Janowicz, 2012 – Janowicz ha raggiunto la finale al Master di Parigi Bercy 2012. Partendo da una valutazione Elo di soli 1549 punti, ha battuto Philipp Kohlschreiber, Marin Cilic, Andy Murray e Gilles Simon, perdendo da David Ferrer. Probabilità della striscia vincente pari a 0.000107.
  9. Marat Safin, 2000 – Safin ha conseguito una striscia di 12 partite nel 2000, vincendo i tornei di Barcellona e Maiorca prima di perdere al secondo turno degli Internazionali d’Italia. Probabilità della striscia vincente pari a 0.000107.
  10. Guillermo Vilas, 1977 – Vilas ha collezionato una striscia impensabile di 73 vittorie nel 1977, vincendo 12 tornei di fila. Tuttavia, si posiziona solamente al decimo posto perché ci si attendeva che vincesse molte di quelle partite. Probabilità della striscia vincente pari a 0.000120.

Come si valuta la striscia di Shapovalov?

La striscia vincente di Shapovalov ha avuto una probabilità pari a 0.00046, valida per il 32esimo posto dalla classifica di sempre. Si tratta di un risultato già di per sé sorprendente, lo diventa ulteriormente nel momento in cui si considera che Shapovalov aveva giocato solamente otto partite sul circuito maggiore all’inizio della sua striscia.

Se limitiamo l’analisi alle strisce vincenti ottenute da giocatori con meno di 30 partite in carriera, Shapovalov entra nei primi 10, al settimo posto. Solo Voltchkov (Wimbledon 2000), Janowicz (Parigi Bercy 2012), Alexander Popp (Wimbledon 2000), John Andrews (Roland Garros 1975), Mark Vines (Parigi Bercy 1982), e Nick Kyrgios (Wimbledon 2014) hanno avuto strisce più sorprendenti nelle fasi iniziali della loro carriera. Una curiosità finale: se Shapovalov avesse battuto Alexander Zverev – il suo avversario in semifinale – si sarebbe piazzato al sesto posto. Pur con quella sconfitta, l’ascesa di Shapovalov è una delle più rapide di sempre, rendendolo un giocatore, per il futuro, su cui puntare i riflettori.

Most Surprising Runs in Men’s Open Era

Il Federer del 2017 è molto diverso dal Federer del 2015?

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 28 luglio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Con un solo Slam rimasto da giocare nel 2017, è ormai evidente che una delle storie più clamorose della stagione è stata la rinascita di Roger Federer e Rafael Nadal e del loro predominio.

Per Federer si tratta di un anno eccezionale, con la vittoria di tutti gli Slam e i tornei Master a cui ha partecipato. L’ultima volta che ha avuto un record così netto alla conclusione di Wimbledon risale al 2004 e al 2005, cioè ad oggi i due anni più straordinari nella sua carriera.

Non sorprende quindi che i risultati del 2017 abbiano spinto molti a riservare a Federer gli stessi termini di elogio solitamente utilizzati per l’annata eccezionale di un vino pregiato. Molti altri continuano a ricercare le ragioni di come il suo gioco – già invidiabile – sembri aver ricevuto nuova linfa.

Si è tentati di motivare il successo di Federer nel 2017 attribuendone gran parte del merito a un calendario programmato a tavolino e alla serenità imperturbabile con cui scende in campo. Questo però vorrebbe dire ignorare un aspetto chiave del bilancio di partite vinte e perse da ogni giocatore, vale a dire il livello di qualità della competizione affrontata.

I risultati di Federer quest’anno sono effetto di un’opera di perfezionamento o arrivano invece dall’aver mantenuto lo stesso livello di gioco quando gli altri giocatori di vertice sono spesso crollati e nessuno dei talenti emergenti è riuscito a porsi in condizioni di sfidare la vecchia guardia?

Cercando di trovare una risposta, sono ritornata con la mente al 2015, anno in cui Federer aveva raggiunto facilmente sia la finale di Wimbledon che quella degli US Open, e sembrava destinato finalmente a riconquistare uno Slam, solo per poi scontrarsi con la dura realtà imposta da Novak Djokovic. Allora non lo si sapeva, ma nel 2015 Djokovic stava mettendo insieme un’impressionante striscia di vittorie che lo avrebbero portato poi nel 2016 a raggiungere la valutazione Elo di tutte le superfici più alta di sempre nel tennis maschile, pari a +2543.

Se la differenza nella forma di Federer tra il 2015 e il 2017 è oggetto di dibattito, non ci sono dubbi che il Djokovic del 2017 sia la controfigura sbiadita del Djokovic del 2015. Una volta appurato questo, inevitabilmente ci si chiede quanto il successo di Federer nel 2017 dipenda dal crollo dello stato di forma di Djokovic.

In altre parole, ha dovuto Federer nel 2017 affrontare un avversario tra quelli con cui ha giocato forte tanto quanto lo era Djokovic nel 2015?

IMMAGINE 1 – Risultati di Federer negli Slam e nei Master del 2015 e 2017 alla conclusione di Wimbledon

Il grafico dell’immagine 1 prova a rispondere alla domanda mettendo a confronto le valutazioni Elo al momento della partita degli avversari di Federer nel 2017 e nel 2015, per tutte le partite completate nei Master e negli Slam alla conclusione di Wimbledon (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.). La linea orizzontale arancione rappresenta il livello dell’avversario più forte nel 2015 – secondo il sistema Elo – in questo caso Nadal. Si nota come la linea sia ben al di sotto del livello di Djokovic quando ha sconfitto Federer nel 2015 nei Masters di Indian Wells e Roma e poi nella finale di Wimbledon (i pallini blu).

Interessante anche come il massimo livello di qualità degli avversari di Federer nel 2017 sia leggermente inferiore al livello a cui stava giocando Andy Murray quando Federer lo ha battuto nella semifinale di Wimbledon 2015.
Per contro, Federer ha perso nel 2015 da avversari il cui livello qualitativo era paragonabile a quello di giocatori che ha sconfitto nel 2017. Tuttavia, tre di queste quattro sconfitte sono arrivate durante la stagione sulla terra battuta, che nel 2017 Federer ha interamente saltato, forse anche memore delle dinamiche del 2015. La sconfitta agli Australian Open 2015 da Andreas Seppi si pone quindi un po’ come un’occorrenza fuori dalla norma.

Credo si possa affermare con decisione che Federer non abbia radicalmente re-inventato il suo gioco nel 2017, come inducono a pensare le parole di alcuni commentatori. Invece, è riuscito a mantenere il livello espresso nel 2015 – già di per sé un risultato incredibile – mentre altri (e più giovani) giocatori di vertice non hanno manifestato la stessa solidità di prestazioni, partita dopo partita.

Is 2017 Federer that Different than 2015 Federer?

Vale la pena perdere una partita per fare le qualificazioni di uno Slam?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 13 gennaio 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nel torneo di Hobart 2016, Naomi Osaka ha perso al secondo turno contro Mona Barthel. Prima della partita, la sua era una posizione scomoda: se avesse vinto, non avrebbe poi potuto giocare le qualificazioni agli Australian Open. Per una giovane giocatrice fuori dalle prime 100, i quarti di finale in un evento del circuito maggiore sono un risultato positivo, ma è presumibile che entrare nel tabellone principale di Melbourne fosse il vero obiettivo della sua trasferta in Australia.

Vista la sconfitta, Osaka potrà giocare le qualificazioni. Se non avesse perso? È questa l’occasione in cui una giocatrice trarrebbe beneficio dal perdere, piuttosto che vincere, una partita?

In altri termini: nella situazione di Osaka, quale incentivo interviene? Se potesse, quale sceglierebbe tra i quarti di finale di un torneo del circuito maggiore e un posto nelle qualificazioni di uno Slam? In parole povere, trovandosi nella circostanza, una giocatrice dovrebbe volutamente perdere?

Analizziamo gli scenari a disposizione. Nello scenario A, Osaka vince il secondo turno di Hobart, raggiunge i quarti di finale con la possibilità di andare oltre, precludendosi però di fatto di giocare gli Australian Open. Nello scenario B, perde al secondo turno, si presenta alle qualificazioni a Melbourne e ha l’opportunità di entrare nel tabellone principale.

Prima di fare i calcoli, provate a indovinare: quale è lo scenario che probabilmente darà a Osaka più punti? E per quanto riguarda i premi partita?

Lo scenario A è più semplice. Raggiungendo i quarti di finale, Osaka prende 30 punti e 2590 dollari addizionali rispetto a una sconfitta al secondo turno. Dovesse proseguire, serve considerare punti e premi attesi, utilizzando l’ammontare di entrambi previsto per ogni turno e raccordandolo alle probabilità di Osaka di raggiungere quel determinato turno.

Stimiamo che Osaka abbia circa il 25% di probabilità di vincere il quarto di finale, aggiungendo altri 50 punti e 5400 dollari. In termini attesi, si tratta di 12.5 punti e 1350 dollari. Se continua nel torneo, le diamo un 25% di probabilità di arrivare in finale, e poi un 15% di probabilità di vincere il titolo.

Mettendo insieme queste varie possibilità, dai punti garantiti del quarto di finale fino allo 0.94% di probabilità di vincere il torneo (25% * 25% * 15%), si ottiene che la “ricompensa” attesa nello scenario A corrisponde a circa 48 punti e poco meno di 4800 dollari.

Lo scenario B ha inizio da un punto ben diverso. Grazie al recente incremento dei premi partita nei tornei dello Slam, a ogni giocatore delle qualificazioni spettano almeno 3150 dollari, una cifra già simile al possibile guadagno atteso di Osaka nel caso fosse andata avanti nel torneo di Hobart. La situazione dei punti però è di tutt’altro tipo, perché chi perde al primo turno delle qualificazioni prende solo 2 punti validi per la classifica della WTA.

Vi risparmio i calcoli dello scenario B, ma ho ipotizzato che Osaka abbia un 70% di probabilità di superare il primo turno di qualificazioni, un 60% per il secondo e un 50% per il terzo, qualificandosi quindi per gli Australian Open. Se vi sembrano probabilità leggermente alte, consideratele una compensazione per la possibilità che Osaka raggiunga il tabellone principale come ripescata o lucky loser (inoltre, si ottiene lo stesso risultato finale diminuendo le probabilità rispettivamente fino al 50%, 45% e 40%, anche se punti e premi partita dello scenario B sono un po’ più bassi).

Una stima delle probabilità così definita si traduce in un’attesa di circa 23 punti classifica e 11.100 dollari. Oltre agli iniziali 3150 dollari, a Osaka non è automaticamente garantita alcuna somma, ma la potenziale ricompensa per l’ingresso nel tabellone principale è enorme, specialmente se raffrontata ai premi partita di Hobart: una sconfitta al primo turno agli Australian Open vale infatti più di una finale persa a Hobart.

E, naturalmente, se dovesse qualificarsi, ha la possibilità di vincere altre partite. Dal 2000, le giocatrici uscite dalle qualificazioni in uno Slam hanno raggiunto il secondo turno il 41% delle volte, il terzo turno il 9%, il quarto turno l’1.8% e i quarti di finale lo 0.3%. Queste probabilità, collegate al 21% di probabilità per Osaka di entrare effettivamente nel tabellone principale, si traducono in ulteriori 7 punti classifica e 2600 dollari di premi partita attesi.

In sintesi, lo scenario B restituisce 30 punti attesi e 13.600 dollari in premi partita attesi.

In questo confronto, l’alternativa Slam è largamente più remunerativa, mentre il torneo del circuito maggiore assegna un numero più alto di punti. Nel lungo periodo, sono punti che avranno un peso economico, perché potrebbero consentire a Osaka l’ingresso diretto in eventi di livello superiore per i quali altrimenti dovrebbe qualificarsi. Probabilmente, però, non è sufficiente a respingere il richiamo che quasi 9000 dollari in più di premi partita immediati esercitano (Osaka ha poi perso al terzo turno degli Australian Open da Victoria Azarenka, guadagnando 130 punti classifica e circa 86.000 dollari in premi partita, n.d.t.).

Spero davvero che nessuna giocatrice, o giocatore, perdano mai una partita volontariamente in modo da riuscire a giocare le qualificazioni di uno Slam. Dovesse accadere, almeno comprenderemo la logica che li spinge a farlo.

Is Grand Slam Qualifying Worth Tanking For?

Perché Serena Williams non è in nessun modo la numero 700 della classifica maschile

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 27 giugno 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Mentre i professionisti ultimavano la loro preparazione nei vari tornei sull’erba per l’inizio imminente di Wimbledon 2017, John McEnroe, vincitore di sette Slam e commentatore televisivo, alimentava la polemica con una recente intervista a NPR, in cui inspiegabilmente attaccava Serena Williams, vincitrice di 23 Slam, sostenendo che, se partecipasse al circuito maschile, la sua classifica sarebbe intorno alla posizione 700, cioè quella di un giocatore di Future.

Le parole di McEnroe prolungano una sequenza di comportamenti sciovinisti da parte di alcune figure ben conosciute tra cui l’ex giocatore Ilie Nastase e l’ex giocatore e direttore dell’Indian Wells Masters Raymond Moore. Il fatto che a esprimersi in questi termini sia stato uno dei commentatori più famosi è un triste richiamo alla strada che ancora deve percorrere il tennis per eliminare la discriminazione sessuale, nonostante in questo senso sia considerato uno degli sport più paritari.

Se possibile, più frustrante è una realtà in cui molti appassionati sosterranno probabilmente le affermazioni di McEnroe, per quanto infondate e prive di logica possano essere. Quindi, sebbene la maggior parte delle persone desideri che la “Battaglia dei Sessi” sia e rimanga un fantasma del passato, la posizione di McEnroe ha riacceso il dibattito e necessita di una reazione.

Il punto di vista di McEnroe è basato sul presupposto che la fisicità del tennis maschile è talmente superiore a quella del tennis femminile che nemmeno la giocatrice indiscutibilmente più forte di tutti i tempi sarebbe in grado di ottenere risultati di rilievo sul circuito maschile.

Esiste giustificazione a questa convinzione?

L’aspetto più ovvio da verificare è il servizio, perché non solo è il colpo più importante del tennis, ma è anche quello in cui le differenze fisiche tra uomini e donne sono evidenti in maggior misura. Se molte giocatrici hanno colpi a rimbalzo con velocità simile o a volte superiore a quella dei giocatori, la potenza sul servizio è generalmente inferiore del 15% rispetto a quella di giocatori di equivalente livello di classifica.

Serena però è su un pianeta a parte. L’immagine 1 mostra il raffronto tra la velocità del suo servizio agli Australian Open nel periodo tra il 2013 e il 2017 con la velocità del servizio dei giocatori di primo turno per gli stessi anni, che rappresentano i primi 100 della classifica (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.). Sulla prima di servizio, gli uomini hanno una velocità media di 180 km/h, contro una media per Serena di 170 km/h, quindi solo il 5% in meno del tipico giocatore nei primi 100.

IMMAGINE 1 – Raffronto tra la velocità del servizio di Serena Williams e dei giocatori di primo turno agli Australian Open nel periodo 2013-2017

Inoltre, il 90% dell’intervallo di Serena al servizio si sovrappone a quello dei primi 100 giocatori. Questo ci dice che raramente un suo servizio non sarebbe competitivo rispetto a quello dei migliori giocatori del mondo.

Si potrebbe correttamente obiettare che la velocità è solo uno degli elementi di un servizio efficace. Il posizionamento della pallina è altrettanto fondamentale.

Grazie al Game Insight Group di Tennis Australia, la federazione australiana di tennis, abbiamo creato un dizionario di colpi definiti da parametri come velocità, punto del campo e forma, partendo da una base dati di anni di attività di tracciatura. È un dizionario che fornisce una descrizione precisa dei colpi distintivi del tennis professionistico. La modalità applicativa tra le più interessanti è quella con cui si elabora un profilo dello stile di gioco dal “vocabolario di colpi” del giocatore, in funzione della frequenza con cui appunto utilizza ogni tipo di colpo.

Si può anche vedere quanto spesso una giocatrice usi la tipologia di colpi del tennis maschile e determinare in questo modo la somiglianza del suo stile con quello di qualsiasi giocatore tenendo conto delle dettagliate caratteristiche fisiche dei suoi colpi.

Che indicazioni fornisce questo metodo relativamente alla somiglianza dello stile sulla prima di servizio di Serena rispetto a quella dei giocatori di vertice?

L’immagine 2 mostra raggruppamenti di stili di servizio tra giocatori di vertice. Più ravvicinati sono due giocatori nel diagramma e più in profondità si trovano nella sezione che li separa, maggiore la somiglianza nel loro stile di gioco. Si nota ad esempio che Roger Federer, Novak Djokovic e Stanislas Wawrinka appartengono tutti allo stesso raggruppamento di stile.

IMMAGINE 2 – Tipologia di stile sulla prima di servizio

In questo contesto, interessa conoscere la posizione di Serena. Una giocatrice non in grado di competere con questi giocatori si troverebbe all’estremità superiore del grafico ancora di più di quanto non lo sia, diciamo, Dudi Sela. Serena però è esattamente al centro di un raggruppamento che include Andreas Seppi e Richard Gasquet, entrambi giocatori entrati nei primi 20. Questa è la confutazione più convincente delle parole di McEnroe. Lontana dall’essere una giocatrice da numero 700 della classifica maschile, Serena ha la potenza e lo stile di servizio al pari di quelli di un giocatore tra i primi 30.

Questi numeri dimostrano in maniera soddisfacente che la posizione di McEnroe è priva di fondamento. Aspetto il giorno in cui non sarà più necessario dover respingere al mittente accuse di questo tipo. Nessuno oserebbe mettere in discussione la carriera di Federer perché probabilmente non riesce a schiacciare in faccia a LeBron James. Se il tennis maschile viene giudicato sui suoi meriti, lo stesso deve accadere con quello femminile.

Why Serena Williams Isn’t the 700th Player By Any Measure