Il tennis del futuro sarà dominato dai giocatori più alti?

di Wiley Schubert Reed

Pubblicato il 16 febbraio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nel tabellone del Memphis Open 2017 sono presenti tre dei giocatori più alti che abbiano mai giocato a tennis a livello professionistico: John Isner con 208 cm, Ivo Karlovic con 211 cm e Reilly Opelka, anche lui con 211 cm. Sebbene si facciano notare per la loro altezza, non sono gli unici giganti del tennis. Sempre nel Memphis Open troviamo Dustin Brown con 196 cm, Sam Querrey con 198 cm e Kevin Anderson con 203 cm. (Brown si è ritirato per infortunio, Anderson ha perso al primo turno, Opelka, Querrey e Karlovic al secondo turno, Isner nei quarti di finale. Il torneo è stato vinto da Ryan Harrison, giocatore alto 185 cm, n.d.t.).

I giocatori e le giocatrici di oggi sono più alti dei quelli di 25 anni fa, e questo è indubbio. Nel circuito maschile il passaggio è avvenuto da diverso tempo, e ormai anche tra le giocatrici di vertice si è assistito a una simile dinamica. Ma nonostante gli allarmismi sulla presenza di giganti imbattibili tra gli uomini, i giocatori “semplicemente” alti hanno mantenuto uno stretto controllo sulle vittorie di partite e tornei.

Il motivo principale? L’elegante simmetria che definisce il tennis. I giocatori più alti hanno un vantaggio al servizio, ma questa è solo una faccia della medaglia. Alla risposta, essere altissimi è uno svantaggio, almeno per gli uomini. C’è però un gruppo di giocatori promettenti che ha mostrato di possedere qualità interessanti oltre al servizio. Se uno tra i più di questi ha intenzione di sfidare giocatori del calibro di Novak Djokovic e Andy Murray, dovrà farlo acquisendo analoghe abilità anche alla risposta.

Quantificare i centimetri aggiuntivi di altezza a beneficio di un giocatore è un’operazione complicata. Ad esempio, analizzando i primi 100 professionisti sembra che ci sia un predominio assoluto dei giocatori alti. La mediana dei primi 100 è più alta di circa 2 cm rispetto al 1990, e anche tra le prime 100 donne l’altezza media è aumentata di 3.8 cm [1]. Anche il numero dei giocatori altissimi tra i primi 100 è cresciuto:

                                   1990    Agosto 2016  
Primi 100 ATP    Altezza mediana   183 cm  185 cm  
                   Almeno 196 cm   3%      16%  
Prime 100 WTA    Altezza mediana   170 cm  173.8 cm  
                   Almeno 183 cm   8%      9%

L’altezza è chiaramente un vantaggio competitivo, visto che i giovani più alti riescono a risalire la classifica più velocemente dei giocatori più bassi di età comparabile. Per ogni anno tra il 2000 e il 2009, tra i primi 100 giocatori juniores i giocatori più alti (almeno 196 cm per gli uomini e almeno 183 cm per le donne) [3] normalmente hanno raggiunto una posizione di metà classifica. E fanno poi meglio quando diventano professionisti: dopo 4 anni, in media hanno raggiunto una classifica maggiore di 127 posizioni rispetto ai giocatori più bassi e di circa 113 posizioni rispetto alle giocatrici più basse.

IMMAGINE 1 – Classifica da professionisti negli anni (2000-2009) per i primi 100 giocatori juniores rispetto all’altezza

IMMAGINE 2 – Classifica da professioniste negli anni (2000-2009) per le prime 100 giocatrici juniores rispetto all’altezza

Questo a dire che sono i giocatori juniores molto alti a possedere le migliori opportunità per una solida carriera da professionisti. E’ un vantaggio che resta valido anche tra i primi 100 professionisti? I giocatori più alti sono anche quelli con la classifica più alta?

Nel circuito femminile accade esattamente questo. Dal 1985 al 2016, la mediana delle prime 10 giocatrici era maggiore di 3.04 cm rispetto alla mediana delle giocatrici tra la posizione 11 e la 100. Le giocatrici più alte vincono un numero di titoli sproporzionato, con quelle di almeno 183 cm che raccolgono il 15% dei tornei Slam, rappresentando solo il 6.6% delle prime 100 giocatrici nello stesso periodo di riferimento. Molte di quelle vittorie sono venute per mano di Lindsay Davenport, Venus Williams e Maria Sharapova. Vincendo il Roland Garros 2016, Garbine Muguruza è diventata l’ultima campionessa Slam più alta di 183 cm [4].

Nel circuito maschile il discorso è ben diverso però. Dal 1985 al 2016, l’altezza mediana dei primi 10 e dei giocatori tra la posizione 11 e la 100 era la stessa, 185 cm. Negli stessi 32 anni, solo 3 titoli Slam (il 2.4%) sono stati vinti da giocatori alti almeno 196 cm (uno a testa tra Richard Krajicek, Juan Martin Del Potro e Marin Cilic), rappresentando solo il 7.7% dei primi 100 nel periodo preso in considerazione. In sintesi, le giocatrici più alte stanno ottenendo risultati eccezionali, i giocatori più alti risultati sotto la media.

Perché i giocatori più alti hanno, complessivamente, collezionato così pochi successi? Una delle ragioni principali è la neutralizzazione del vantaggio al servizio con lo svantaggio alla risposta. Confrontando tutti i punti giocati dai primi 100 dal 2011, ho trovato che se da un lato i giocatori alti almeno 196 cm hanno un chiaro vantaggio al servizio e uno svantaggio alla risposta, dall’altro la loro altezza non sembra avere un impatto significativo sui punti complessivamente vinti:

Altezza        P.ti vinti Serv. P.ti vinti Risp. Tot P.ti vinti  
Almeno 196 cm  66.8%            35.7%            51.2%  
185 - 193 cm   64.5%            37.8%            51.1%  
183 cm o meno  62.3%            39.1%            51.1%

I giocatori più alti servono meglio per due motivi. Il primo è che la loro altezza gli permette di servire con un angolo più acuto, modificando le geometrie del campo. Un angolo più acuto permette un margine di errore più ampio per superare la rete facendo comunque rimbalzare la pallina dentro al rettangolo o sulla linea di servizio. Inoltre, un angolo più acuto comporta un rimbalzo più alto della pallina una volta toccato il terreno, fuori dalla naturale zona d’impatto del giocatore alla risposta [5].

Tralasciando l’eventuale rotazione imposta alla pallina, affinché un giocatore di 183 cm serva a 193 km/h con lo stesso angolo di un giocatore di 196 cm, dovrebbe posizionarsi all’interno del campo a più di 90 cm dalla linea di fondo.

Il secondo motivo è che la maggiore lunghezza del braccio del giocatore al servizio gli permette di battere la pallina più velocemente. Per gli appassionati di fisica, il momento meccanico (in questo caso l’intensità della forza impartita alla pallina) è direttamente proporzionale al raggio del braccio della forza (in questo caso il braccio del giocatore e la racchetta). All’aumentare del raggio (la lunghezza del braccio) aumenta anche il momento meccanico. Non esiste alcun modo per i giocatori più bassi di replicare questo vantaggio. Anderson (203 cm), al momento numero 74 del mondo e uno dei giocatori più alti di sempre a essere entrati tra i primi 10, mi ha detto: “Sostengo sempre che sarebbe più facile per me spostarmi in campo come Djokovic che per Djokovic servire come servo io”.

Si potrebbe pensare che l’altezza sia un vantaggio anche alla risposta, visto che un’apertura alare maggiore offre una maggiore estensione per raggiungere la pallina. A 18 anni, Opelka è gia alto 211 cm come Karlovic, il giocatore più alto del circuito professionistico. Opelka, che Brad Gilbert, commentatore per ESPN, ha affermato che sarà senz’altro il giocatore fisicamente più imponente di sempre, mi ha detto che la sua altezza gli consente di usufruire di una leva maggiore: “la mia estensione è molto più lunga di quella di un normale giocatore, quindi riesco ad aggiungere quasi 6 cm di copertura del campo, che nel tennis è una differenza importante”.

Tuttavia, sia Gilbert che Justin Gimelstob, commentatore per Tennis Channel, sono convinti che i giocatori alti facciano fatica alla risposta perché il loro centro di gravità più in alto ne ostacola lo spostamento. Gilbert sostiene che se un giocatore molto alto è in grado di imparare a spostarsi come i giocatori semplicemente alti che da tempo dominano il tennis, Djokovic e Murray (191 cm), Roger Federer e Rafael Nadal (185 cm), diventa difficile da contrastare: “se sei alto 198 cm e sei capace di muoverti come loro, con quell’altezza non hai problemi a dominare”. E’ interessante notare anche che Gilbert ha evidenziato come alcune tra le migliori giocatrici in risposta – Victoria Azarenka (183 cm) e Maria Sharapova (188 cm) – sono anche tra le più alte [6]. Carl Bialik di FiveThirtyEight ha chiesto a tre giocatrici americane – Julia Boserup (180 cm), Jennifer Brady (178 cm) e Sachia Vickery (163 cm), perché pensano che le giocatrici più alte non abbiano uno svantaggio alla risposta. Hanno citato due motivi principali: 1) il servizio femminile che, in media, è più lento e con meno rotazione di quello maschile e che quindi concede più tempo a disposizione per compensare qualsiasi difficoltà di spostamento; 2) le dimensioni del campo, che sono le stesse di quelle degli uomini, ma un’altezza che è sopra la media per le donne e nella media per gli uomini è un’altezza funzionale alla risposta, a prescindere se si è donne o uomini.

“Nel circuito femminile, non esistono giocatrici alte quasi 211 o 213 cm” ha commentato Brady. Per quanto la sua altezza sia superiore alla media delle giocatrici, Brady ha aggiunto: “non sono alta quanto Opelka”.

Un altra ragione che potrebbe spiegare la difficoltà alla risposta di giocatori dell’altezza di Opelka è la maggiore attenzione in allenamento a migliorare il servizio, elemento che enfatizza un’orientamento già molto marcato verso questo aspetto del loro tennis. Durante un’intervista che membri dello staff di PR e Marketing dell’ATP hanno condotto per mio conto al torneo di Bucarest 2016 in aprile, Karlovic, il giocatore più alto del circuito con 211 cm [7] ha detto che “l’altezza è un aiuto al servizio e quindi c’è la tendenza a concentrarsi ancora di più nei game al servizio” e che “i giocatori più bassi, non essendo altrettanto forti al servizio, si allenano di più alla risposta”.

Un’analisi della carriera di tutti i giocatori in attività alti almeno 196 cm che sono riusciti, anche solo una volta, a terminare l’anno tra i primi 100 dà evidenza di questo concetto. Nei primi 8 anni di permanenza nel circuito [8], la percentuale di punti vinti al servizio è cresciuta di 6 punti percentuali, mentre la percentuale di punti vinti alla risposta è cresciuta solamente di 1.5 punti percentuali. A confronto, Djokovic ha stabilmente incrementato la percentuale di punti vinti alla risposta passando dal 36.7% del 2005 al 43.9% del 2016.

Quando giocatori molto alti riescono a ottenere risultati di rilievo, di solito è per merito di una solida prestazione alla risposta: Del Potro e Cilic, entrambi alti 198 cm, hanno vinto rispettivamente gli US Open 2009 e 2014 migliorando decisamente quell’aspetto del gioco. Agli US Open 2009, Del Potro ha vinto il 44% dei punti alla risposta, rispetto al 40% fatto registrare durante l’intero anno, US Open compresi. Agli US Open 2014, Cilic ha vinto il 41% dei punti alla risposta, rispetto al 38% di quell’anno. E la loro prestazione alla risposta non è migliorata contro avversari di second’ordine, ma rispetto agli stessi avversari affrontati in carriera di circa la stessa variazione positiva, se rapportata all’intera stagione.

“C’è un diverso tipo di pressione quando dall’altra parte della rete c’è un giocatore dal grande servizio, che ti sta aggredendo sia al servizio che alla risposta” ha commentato Gimelstob, aggiungendo “è quello che ha fatto Cilic quando ha vinto gli US Open. Lo stesso accade giocando contro Del Potro, per il modo così preciso con cui colpisce la pallina ma ovviamente anche per il servizio”. Per fare un raffronto, se Del Potro e Cilic avessero risposto su quei livelli durante la stagione 2016, entrambi sarebbero stati tra i sette migliori giocatori alla risposta, insieme a Djokovic, Nadal, Murray, David Goffin (180 cm) e David Ferrer (175 cm). Nessuno dei due però è riuscito a replicare una finale Slam, Del Potro alle prese con diversi infortuni e Cilic con una forma discontinua.

Per i giocatori più alti, una buona prestazione alla risposta è la differenza che passa tra entrare nei primi 50 ed entrare nei primi 10. In media, i giocatori in attività alti almeno 196 cm che hanno terminato l’anno tra i primi 10 hanno vinto il 67.7% dei punti al servizio in quell’anno, mentre quelli con classifica tra l’11 e il 50 hanno vinto, in media, il 68.1% dei punti al servizio. Una differenza quindi di soli 0.4 punti percentuali. La differenza di prestazione sui punti alla risposta tra l’affacciarsi ai primi 50 ed entrare tra i primi 10 è molto più netta: i giocatori alti che entrano tra i primi 10 vincono punti alla risposta con un frequenza superiore di circa 4 punti percentuali dei giocatori tra l’11 e il 50.

IMMAGINE 3 – % di punti vinti al servizio (PVS) e alla risposta (PVR) per i giocatori in attività alti almeno 196 cm che sono entrati in posizioni di classifica di vertice

Un giocatore di almeno 196 cm e dal servizio affidabile che riesce a vincere con continuità più del 38% dei punti alla risposta ha possibilità molto concrete di entrare nei primi 10. Tomas Berdych e Del Potro ci sono riusciti, e anche Milos Raonic si sta avvicinando a quella soglia, ragione per la quale ha raggiunto la sua prima finale Slam a Wimbledon 2016. Oggi sono diversi i giocatori che sembrano poter vincere almeno il 38% dei punti alla risposta. Sia Alexander Zverev (18esimo in classifica) che Karen Khachanov (48esimo) sono alti 198 cm ed entrambi hanno vinto circa il 38% dei punti alla risposta nel 2016, ed entrambi devono ancora compiere 20 anni. Khachanov ha colpito sia Gilbert che Karlovic, Gilbert ha detto che “si muove in maniera incredibile per essere alto 198 cm”.

Anche altri giganti si sono distinti recentemente. Jiri Vesely, che ha 23 anni ed è alto 198 cm, ha battuto Djokovic a Monte Carlo lo scorso anno e vinto circa il 36% dei punti alla risposta nel 2016. Opelka ha raggiunto la sua prima semifinale nel circuito professionistico ad Atlanta. La maggior parte delle prime 10 teste di serie a Wimbledon 2016 ha perso da giocatori di almeno 196 cm. Del Potro ha vinto l’argento a Rio battendo, tra gli altri, Djokovic e Nadal.

Arrivare però al primo o secondo posto della classifica mondiale, anche partendo da una classifica nei primi 10, è tutta un’altra questione. Un giocatore più alto è in grado di sviluppare le capacità necessarie a spostamenti fluidi come i giocatori di vertice più bassi e vincere più di uno Slam? Nel basket è successo, ad esempio. “Nel tennis non c’è ancora stato un giocatore alto 198 o 201 o 203 cm in grado di muoversi come un giocatore NBA” ha detto Gilbert, “se ne arriva uno, allora siamo di fronte a un possibile vincitore di diversi Slam”. Anderson è d’accordo nel dire che l’altezza non è da ostacolo agli spostamenti come si ritene che sia: “Lebron James è alto 203 cm. Se è in grado di muoversi bene come una persona alta 178 cm, la sua corporatura diventa un vantaggio, perché a quel punto non ci sono più limiti”.

Opelka, che si è qualificato per il suo primo tabellone Slam agli Australian Open 2017 costringendo Goffin (11esimo in classifica) al quinto set, sta concentrando le sue energie al lavoro in allenamento sul gioco in risposta: “ho dedicato moltissimo tempo alla mia risposta. Le ripetute che eseguo in palestra si concentrano sul movimento esplosivo”. Opelka aggiunge che i giocatori di basket “si muovono meglio dei giocatori di tennis e sono più esplosivi grazie alla loro incredibile massa muscolare, che però non andrebbe bene per il tennis. Non so come riuscirebbero a giocare per quattro o cinque ore di fila con tutta quella massa muscolare”. Se si mette James sull’Ashe Stadium agli US Open nella calura estrema del pomeriggio “è difficile dire come se la caverebbe”.

Zverev, che ha 19 anni ed è alto 198 cm, è d’accordo nel dire che i giocatori alti devono affrontare sfide diverse rispetto a quelle degli altri giocatori: “gli spostamenti sono molto più complessi e penso che anche rafforzare la muscolatura sia più complicato”. Le persone con cui ho parlato però sono convinte che sia Opelka che Zverev potrebbero raggiungere il vertice in pochi anni. “Zverev potrebbe arrivare al numero 1 del mondo” dice Gilbert, “serve bene, risponde bene e si muove bene in campo”. Di Opelka, Gilbert dice: “al momento ha un servizio poderoso. Se riesce a migliorare negli spostamenti o sul gioco alla risposta, potrebbe arrivare davvero in alto”.

Se i giocatori più alti siano in grado di acquisire la capacità di giocare alla risposta con la stessa continuità di Djokovic o Murray rimane un interrogativo aperto. Possedere un servizio potente però è un passo importante per iniziare a sfidarli sul loro terreno. Come dice Opelka “ogni centimetro è importante”.

Note:

[1] Secondo i dati sull’altezza recuperati dai siti dell’ATP e della WTA e dalle pagine Wikipedia dei giocatori. In assenza dell’altezza di alcune giocatrici, ho considerato solo quelle per cui sono riuscito a trovare l’altezza. L’altezza è quasi sempre indicata in centimetri, qualche volta anche in pollici. Per essere sicuro di includere solo i giocatori veramente alti, il rapporto di conversione utilizzato è 196 cm = 6 piedi e 5 pollici per gli uomini e 183 cm = 6 piedi per le donne. Alcuni giocatori più bassi di un centimetro potrebbero rientrare nel campione degli altissimi, ma si tratta comunque di un’approssimazione, considerando che l’altezza è una variabile continua ma viene indicata con arrotondamento per eccesso o per difetto al centimetro/pollice più vicino. E, in ogni caso, spesso i giocatori stessi comunicano le proprie misure in modo inesatto.

[2] Per alcuni anni i dati a disposizione sui migliori giocatori juniores, che ho ricevuto via email dalla Federazione Internazionale (per il 2002 e il 2003) e ho trovato sul sito (per il periodo 2004-2009) comprendevano solo le posizioni fino alla 90 invece che alla 100.

[3] Ho calcolato questi limiti di inclusione considerando l’altezza dei giocatori più alti di tutti i loro colleghi tranne il 14% degli attuali primi 100, che equivale a prendere in esame i giocatori sopra all’85esimo percentile in altezza, un’approssimazione di massima per il 14% dei giocatori più alti del circuito.

[4] Per la WTA l’altezza ufficiale di Muguruza è 182 cm, cioè appena sotto il limite di inclusione nel campione considerato, per quanto sul sito della WTA la sua altezza sia 183 cm.

[5] Nell’esempio si fa riferimento a un servizio centrale a 193 km/h che superi la rete nel punto più basso – senza angolo sinistra-destra, considerando l’effetto della forza di gravità ma tralasciando la rotazione impressa alla pallina – e che colpisca la linea del servizio.

[6] La WTA non rende facilmente disponibili le statistiche al servizio e alla risposta per poter effettuare un confronto tra le giocatrici altissime e le loro avversarie, come è stato fatto per gli uomini.

[7] Sebbene le statistiche ufficiali sull’altezza non siano sempre esatte.

[8] Ho utilizzato un riferimento temporale di otto anni nel tentativo di bilanciare l’esigenza di ricomprendere il maggior numero di giocatori senza accorciarne eccessivamente la fase di crescita e miglioramento del loro tennis.

Are Taller Players the Future of Tennis?

Come è stata vinta la finale degli Australian Open 2017

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 15 gennaio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Se siete rimasti sopraffatti dalla finale degli Australian Open 2017 tra Roger Federer e Rafael Nadal, la loro 35esima partita, come me ne rivivrete le emozioni anche nei giorni successivi. All’inizio del torneo, Federer aveva solo il 3% di probabilità di vittoria, mentre Nadal era ancora più sfavorito con solo l’1.5%. Entrambi quindi sono riusciti ad andare contro un pronostico per il quale non sarebbero dovuti arrivare in finale e segnare uno dei momenti più importanti della storia del tennis.

Per gli appassionati che seguono i due campioni dalla loro prima partita nel 2004, l’ennesimo confronto secondo le classiche dinamiche avrebbe potuto essere deludente. Di rientro da una stagione di infortuni, Federer e Nadal hanno giocato una partita allo stesso tempo frammentata e brillante. E in presenza di due giocatori che conoscono ormai a memoria i rispettivi stili di gioco ma capaci di mostrare ancora enorme passione per il tennis, ogni nuova partita in un torneo dello Slam è in qualche modo più speciale della precedente.

Nonostante il pesante record negativo di Federer nei confronti di Nadal (11 sconfitte su 23 partite, 0 vittorie su 3 agli Australian Open), la partita è apparsa molto combattuta. E’ sembrato che per ogni set ci fossero diversi momenti di alternanza nel vantaggio psicologico sull’avversario e in più di un’occasione ho pensato che Federer non fosse in grado di rimontare.

L’andamento altalenante della partita mi ha incuriosito nell’indagare le probabilità di vittoria rispetto a ciascun punto della finale. Se analizziamo le probabilità di Federer nel corso della partita, che tipo di risposte otteniamo su quanto la finale sia stata una battaglia di statistiche? O su quanto miracolosa sia stata poi la vittoria di Federer?

All’inizio della partita le probabilità di vittoria erano simili (con il sistema Elo che dava Federer leggermente favorito). Come mostrato nell’immagine 1, il primo e il terzo set hanno avuto identico andamento, con circa il 50% di probabilità di vittoria a testa e con un aumento delle probabilità a favore di Federer negli ultimi game del set (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascun punto, n.d.t.). Anche il secondo e il quarto set hanno avuto andamento simmetrico, ma in senso opposto, con Nadal cioè che ha ribaltato quanto costruito da Federer nel set precedente.

IMMAGINE 1 – Tabella delle probabilità di vittoria di Federer per la finale degli Australian Open 2017

L’andamento dei primi quattro set riflette quanto osservato da guardando la partita. In molte occasioni è sembrato di rivivere un deja vu, con Federer in grado di ottenere un buon margine per poi sembrare smarrire il controllo della partita, specialmente al servizio.

Quali sono stati quindi i punti più importanti per l’andamento della partita nei primi quattro set?

Nel set 1, il settimo game è stato quello chiave. Federer ha aumentato le sue probabilità di vittoria in misura maggiore quanto è andato 15-30 sul servizio di Nadal e ha creato la prima opportunità di break vincendo il punto successivo. Entrambi i punti hanno fatto crescere le probabilità di vittoria di Federer di 10 punti percentuali. E la sua immediata conversione della palla break è ha dato l’impressione che non ci sarebbero stati costosi passaggi a vuoto come nella finale degli US Open 2015.

Il set 2 ha ribaltato il duro lavoro fatto da Federer nel set 1 dopo appena 4 game. Alla fine del quarto game, con Nadal avanti di due break, le probabilità di vittoria di Federer erano scese al 50%. Sebbene il break in suo favore nel quinto game gli ha permesso di recuperare qualche punto percentuale, la sconfitta nel set 2 ha riallineato le probabilità di vittoria all’inizio del set 3.

Il primo game del set 3 è stato uno dei più lunghi. Federer ha fatto vedere di non aver abbandonato la partita quando ha salvato 3 palle break nei 14 punti di durata del game. E’ interessante notare che Nadal ha dovuto fare la stessa cosa nel quarto game per evitare di subire un secondo break nelle fasi iniziali del set. Tuttavia, a quel punto Federer era già salito sopra il 75% di probabilità di vittoria e continuava a mostrare lo stesso atteggiamento di fiducia avuto nel set 1.

Il set 4 ha riportato la partita indietro nel tempo. In vantaggio due set a uno, Federer ha subito un passaggio a vuoto ed è stato il primo a subire il break, nel quarto gioco, dal quale non si è ripreso. Nadal ha avuto poca pressione al servizio e ha chiuso il set. All’inizio del quinto game del set 5, la partita sembrava per Federer ormai compromessa.

Il set 5

Dopo un’altra interruzione medica tra il set 4 e il set 5 che ha generato qualche polemica, Federer ha ripreso il gioco subendo il break nel primo game. Con Nadal che come al solito sembrava possedere energie per giocare altri cinque set, in pochi avrebbero potuto immaginare che questo sarebbe stato il set da montagne russe della partita. Con le sue probabilità di vittoria ridotte al 25%, Federer è riuscito a creare 3 palle break nel secondo game che non ha però poi convertito.

IMMAGINE 2 – Tabella delle probabilità di vittoria per Federer nel set 5 della finale degli Australian Open 2017

Nonostante le opportunità mancate, che devono aver pesato come un macigno, con un efficiente game di servizio Federer ha recuperato la speranza di poter fare affidamento sulla sua forma e volontà per compiere il miracolo. Ha di nuovo ottenuto un palla break nel successivo game di servizio di Nadal, il quarto game del set. Ancora una volta Nadal ha negato a Federer l’opportunità. Ma Federer ha risposto tenendo Nadal a freno e chiudendo facilmente il servizio nel game successivo.

Solo nel sesto game Federer è finalmente riuscito a sfruttare l’opportunità di fare il break tra le tante che aveva sino a quel momento creato. Federer si è trovato in una buona situazione di punteggio sul 30-40, ma con un vincente di dritto Nadal ha ristabilito la parità che si è protratta per diversi punti e che più volte in precedenza si era conclusa con la vittoria del game da parte di Nadal. Sebbene ci si aspettasse che Nadal sfruttasse la debolezza del rovescio di Federer, è stato proprio un brillante vincente di rovescio che ha dato a Federer la seconda palla break e la prima di sei – ottenute nel set 5 – che è riuscito a convertire.

Dopo un altro solido game di servizio da parte di Federer, il settimo game del set, è stato lui a mettere pressione, aspetto intuibile dalla profondità dei colpi a rimbalzo di Nadal. Più infatti Federer si avvicinava al finale di partita, più si accorciavano i colpi di Nadal. Sfruttando però le sue infinite qualità difensive, Nadal è riuscito a salvare quattro delle cinque palle break offerte a Federer, subendo il break solo quando Federer lo ha costretto a due errori di dritto consecutivi.

Stranamente, è stato il sistema Hawk Eye ad assumere un ruolo di primo piano nell’ultimo game della partita. Ci sono state 3 chiamate che sono arrivate tutte sui match point. Due sono andate a favore di Federer, compresa la chiamata finale sul vincente di dritto di Federer che era più una preghiera di Nadal che un colpo effettivamente a rischio di essere fuori. E’ stato un finale imprevisto di una serata in cui la 17esima testa di serie ha ottenuto il suo Slam numero 18 nella sua 100esima partita agli Australian Open. E’ stata una pietra miliare per Federer che i suoi tifosi ricorderanno per anni con emozione.

How the 2017 Australian Open Men’s Final Was Won

Il rovescio di Federer che ha finalmente battuto Nadal

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 30 gennaio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

La prima partita tra Roger Federer e Rafael Nadal risale al 2004, mentre la prima finale Slam a due anni più tardi (Roland Garros 2006). Gli scontri diretti sono da tempo a favore di Nadal che, alla vigilia della finale degli Australian Open 2017, conduceva 23-11, di cui 9-2 nei tornei Slam. Normalmente, le capacità difensive di Nadal hanno sopraffatto quelle offensive di Federer, ma nella battaglia al quinto set a Melbourne è stato Federer a emergere vincitore. Il topspin caratteristico di Nadal è stato meno esplosivo del solito, e la tattica estremamente aggressiva di Federer ha beneficiato della superficie più veloce generando diverse opportunità nel quinto set.

In passato, il topspin di Nadal ha creato parecchi problemi al rovescio a una mano di Federer, uno dei colpi più belli del circuito ma non tra i più efficaci. Nella semifinale del 2014 vinta da Nadal in 3 set – l’ultimo precedente tra i due agli Australian Open – Nadal ha colpito 89 dritti incrociati sul rovescio di Federer, tre quarti delle volte (66) in punti che ha poi vinto. Nella finale di quest’anno, ha colpito 122 dritti incrociati, meno della metà in punti che ha poi vinto. La tattica di Nadal è stata quindi simile, ma ne è emerso sconfitto.

Il rovescio di Federer invece è stato insolitamente efficace, specialmente se paragonato alle altre partite contro Nadal. Non è stato l’unico aspetto positivo del gioco ma, come vedremo, ha dato un contribuito decisivo.

Un indice che ho creato chiamato Potenza del Rovescio (Backhand Potency o BHP) è in grado di illustrare quanto meglio Federer abbia colpito il suo rovescio a una mano. Il BHP approssima il numero dei punti il cui risultato è influenzato dal rovescio: per calcolarlo, si somma un punto per un vincente o per un errore forzato dell’avversario, si sottrae un punto per un errore non forzato, si somma mezzo punto per un rovescio che ha portato a un vincente o a un errore dell’avversario nel colpo successivo, e si sottrae mezzo punto per un rovescio che ha portato a un vincente dell’avversario. Si divide il totale per il numero complessivo di rovesci, si moltiplica per 100* e il risultato misura l’effetto netto del rovescio di ciascun giocatore. Utilizzando i dati su ciascun colpo da più di 1400 partite di singolare maschile del Match Charting Project, è possibile calcolare il BHP per molti dei giocatori all’attivo e per le stelle del passato.

*In media, in una partita di singolare maschile ogni giocatore colpisce 125 rovesci (escludendo quelli tagliati). Federer e Nadal ne hanno colpiti più di 200 a testa nei cinque set della finale.

Secondo l’indice BHP, il rovescio di Federer è ininfluente: +0.2 punti ogni 100 rovesci. Federer vince la maggior parte dei punti con il servizio e il dritto; un BHP ininfluente indica che, mentre il rovescio non sta creando problemi all’avversario, non sta nemmeno producendo conseguenze negative per Federer stesso. Il BHP di Nadal è +1.7 punti ogni 100 rovesci, leggermente inferiore al +2.6 di Andy Murray e al +2.5 di Novak Djokovic. Tra i giocatori di vertice del momento, Kei Nishikori ha il BHP migliore con +3.6: per fare un raffronto con il passato, Andre Agassi aveva un incredibile +5.0. All’estremo opposto, Marin Cilic ha un BHP di -2.9, Milos Raonic di -3.7 e Jack Sock di -6.6. Fortunatamente, non serve colpire molti rovesci per essere tra i più forti nel doppio, come Sock ha dimostrato recentemente.

Il BHP indica il livello di eccellenza raggiunto da Federer con il rovescio nella finale degli Australian Open 2017: è salito infatti a +7.8 punti ogni 100 rovesci, un risultato mai ottenuto contro Nadal nelle precedenti partite. Questo è l’elenco dei BPH di Federer per ogni partita contro Nadal negli Slam:

Partita                BHP di Federer  
2006 Roland Garros     -11.2  
2006 Wimbledon*        -3.4  
2007 Roland Garros     -0.7  
2007 Wimbledon*        -1.0  
2008 Roland Garros     -10.1  
2008 Wimbledon         -0.8  
2009 Australian Open    0.0  
2011 Roland Garros     -3.7  
2012 Australian Open   -0.2  
2014 Australian Open   -9.9  
2017 Australian Open*  +7.8 

* partita vinta da Federer

Il +7.8 ogni 100 colpi della finale si traduce in un vantaggio di +17 rispetto ai 219 rovesci colpiti da Federer. Una unità di BHP equivale a circa due terzi di un punto di una partita, visto che il BHP può assegnare fino a 1.5 punti per i due colpi che preparano e poi finiscono un punto. Quindi un BHP di +17 corrisponde a circa 11 punti, esattamente la differenza tra Federer e Nadal nella finale.

Questa prestazione si discosta notevolmente rispetto a quanto ottenuto da Nadal contro il rovescio di Federer in passato: in media, Nadal ha abbassato il BHP di Federer a -1.9, poco meno dell’effetto che Nadal normalmente ottiene rispetto ai suoi avversari, cioè una riduzione di -1.7 punti. Nelle 25 partite tra i due presenti nel database del Match Charting Project, Federer ha ottenuto un BHP positivo solo 5 volte e, prima della finale in Australia, nessuna di queste in una partita di uno Slam.

La tendenza di lungo periodo suggerisce che, in un eventuale futura partita tra Federer e Nadal, la contesa tra dritto in topspin di Nadal e rovescio di Federer tornerà alla normalità. L’unica precedente volta in cui Federer ha avuto un BHP di +5 punti o superiore contro Nadal, alle Finali di stagione 2007, nella partita successiva ha poi ottenuto un BHP di -10.1, al Roland Garros 2008. E non ha registrato un BHP positivo fino al 2010, a distanza di 6 partite.

Che sia stata un’eccezione, la compattezza del rovescio di Federer durante la finale ha cambiato la storia. Utilizzando l’approssimazione fornita dal BHP, se Federer fosse rimasto sul livello ininfluente del suo rovescio, Nadal avrebbe vinto il 52% dei 289 punti giocati – esattamente la sua media contro Federer – invece del 48% di quelli effettivamente vinti. La lunga rivalità ha portato entrambi i giocatori a migliorare il proprio tennis per più di un decennio e, almeno per un giorno, Federer finalmente ha trovato il modo di colmare il divario contro il giocatore che più di tutti lo ha messo in difficoltà.

The Federer Backhand That Finally Beat Nadal

Tutti i colori di una finale

Quando la fortuna coincide con un passaggio di storia del tennis, è doveroso condividerne le sensazioni, anche se per una volta non hanno nulla di statistico. 

Assistere alla finale di uno Slam è un atto di fede. C’è l’incoscienza, al momento dell’acquisto del biglietto, propria di un investimento ad alto rischio: la certezza sui nomi dei finalisti infatti arriva solo nei due giorni precedenti alla partita, quando ormai è troppo tardi per garantirsi un posto se non si è in possesso di ingenti risorse economiche. C’è la speranza che ad arrivare al termine di un processo di selezione a cui si candidano le 128 persone più preparate del pianeta in quella specifica attività siano due professionisti di comprovata esperienza, che diano vita a uno spettacolo di cui si parlerà negli annali della disciplina. Ma, soprattutto, c’è il desiderio che uno di quei due atleti sia il campione che ammiri, che vorresti fosse tuo amico per poterlo chiamare al telefono ogni volta che ti gira, con cui hai condiviso infinite gioie e sofferenze, trionfi e tragedie della simmetria di uno sport a somma zero, dove la vittoria dell’uno significa la sconfitta dell’altro.

Da questo punto di vista, la finale di singolare maschile degli Australian Open 2017 ha assunto i contorni di un miracolo. La prematura uscita di Andy Murray e Novak Djokovic, i favoriti della vigilia, ha lasciato spazio alla progressione dei due giocatori che più di tutti nell’ultima decade hanno trasformato il tennis in uno dei grandi movimenti politeistici moderni, Roger Federer e Rafael Nadal. Entrambi in rientro da infortuni e in una condizione da verificare sul campo, sono riusciti a risalire la corrente estraendo magia da un cilindro che ora contiene, complessivamente, lo spropositato numero di 32 titoli dello Slam. Come sempre accade quando due stelle di questa magnitudo collidono, la partita ha rilasciato energia compatibile con una fissione nucleare. Cinque set di estasi e agonia assolute, grida e sussulti, esultanza e disperazione, empatia e abbracci tra sconosciuti; un confronto che è stato, concedendosi una citazione musicale, “fulmine, torpedine, miccia, scintillante bellezza, fosforo, fantasia, molecole d’acciaio, pistone, rabbia, guerra lampo e poesia”. Una conclusione che nessuno riteneva possibile ma che in tantissimi, non solo tra i presenti, desideravano: la vittoria di Federer, arrivata con quei secondi di sospensione (per la verifica della moviola) che hanno preceduto l’esplosione collettiva di incredulità, e coincidente con la centesima partita disputata da Federer agli Australian Open. Un traguardo che, nel sistema metrico decimale, è da sempre associato a un elevato grado di completezza.

Gli aspetti tecnici di questa partita verranno analizzati per molto tempo, in tutte le lingue e a tutte le latitudini. Personalmente, il ricordo della notte di Melbourne rimarrà incandescente per il caleidoscopio di stimolazioni che nessuna diretta televisiva sarà mai in grado di replicare. All’ingresso della Rod Laver Arena, una struttura che pur ospitando circa 15 mila persone riesce a trasmettere l’intimità del circolo di tennis dietro casa, è la vista il senso a essere maggiormente sollecitato da una mole di informazioni difficile da gestire. La luce che entra dal grande tetto aperto dello stadio è quella gialla, calda e soffusa del tramonto, che lascia spazio nel corso della serata all’abbaglio dei riflettori. Persa l’intensità e la pienezza del mezzogiorno, è una luce che accarezza la retina e fa da contrasto all’azzurro limpido del cielo. E’ un teatro di forma ellissoidale la Rod Laver Arena: l’alternanza del verde e del grigio dei seggiolini, non ancora completamente occupati dai loro proprietari, richiama le tonalità della ricca vegetazione australiana mentre viene investita dai frequenti acquazzoni tropicali del nord.

Gli spalti circondano il vero protagonista del torneo, il campo centrale. Questa chiazza di cemento blu nasconde alle telecamere le sue enormi dimensioni, che devono garantire ai giocatori la libertà di movimento per quegli impossibili recuperi in spaccata che tolgono letteralmente il fiato. Solo il campo centrale degli US Open compete per grandezza con quello di Melbourne ma, essendo gli Australian Open all’avanguardia dell’innovazione tennistica, la Rod Laver Arena è l’unica al mondo interamente circondata da monitor, che sono neri e alti e avvolgenti, la frontiera evolutiva per tutti i fanatici di tecnologia home video.

Come sempre, sono le persone ad aggiungere i colori più vividi alla fotografia. Coordinare la realizzazione di uno dei quattro tornei più importanti dell’anno – in cui, come anche ricordano i giocatori nei ringraziamenti del loro discorso di premiazione, intervengono in centinaia tra organizzatori e volontari – richiede lo stesso livello di maniacale attenzione che mostrano i documentari di National Geographic sulle portaerei americane in rotta nel Pacifico. Anche qui ogni ruolo è contraddistinto da un colore specifico. I primi a entrare sono i raccattapalle, in maglia verde. Durante la partita la loro interazione con i giocatori è scandita da movimenti di precisione militare: il lancio millimetrico della pallina per il servizio, l’apertura del palmo della mano a indicare la disponibilità delle palline, la consegna dell’asciugamano aperto alla conclusione di un punto, la corsa di rientro alla propria postazione. La sincronia è fondamentale per non alterare la concentrazione dei giocatori, perché il lavoro del raccattapalle raggiunge la perfezione quando passa inosservato.

Seguono i giudici, con la maglia blu che si mimetizza con il campo. Il loro ingresso precede di poco quello dei giocatori, le cui variazioni cromatiche invece sono dettate dagli sponsor tecnici, che non aspettano altro di introdurre combinazioni ardimentose in linea con l’incedere informale degli australiani: l’arancione fosforescente delle scarpe di Federer e Nadal (entrambi con lo stesso sponsor) fluttuava nel blu del campo come un pesce della Grande Barriera Corallina.

E poi, il colore del pubblico pagante: è un cliché, ma senza gli appassionati non ci sarebbe lo spettacolo, giocare a tennis sarebbe solamente un passatempo quasi privo di ragione. C’era quindi il rosso delle bandiere svizzere, il giallo di quelle spagnole e l’intero spettro di possibili incroci che la pelle umana può assumere. Questa è la forza di un torneo che si definisce “lo Slam felice”, unire razze, culture e passioni provenienti da tutto il mondo, e fonderle in un microcosmo rappresentativo dell’Australia, da sempre uno tra i paesi in cima ai sogni di evasione di chiunque.

Ma il colore più bello di tutti è stato quello degli occhi lucidi di Federer, seduto sulla panchina appena dopo aver compiuto l’ennesima impresa fuori da possibili definizioni. Anche lui, forse, per una volta incredulo di fronte all’infinito della sua carriera, senza una siepe a escludere lo sguardo dell’ultimo orizzonte, ma con il muro dei suoi tifosi in pieno delirio celebrativo. Il marrone nitido di occhi che hanno vissuto e regalato emozioni che non si trovano da altra parte.

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 7 (sul doppio fallo)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 19 aprile 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 6.

Con l’uscita di Novak Djokovic al secondo turno e quella di Roger Federer nei quarti di finale, il Monte Carlo Masters 2016 ha riservato una finale a sorpresa tra Rafael Nadal e Gael Monfils, che hanno comunque disputato una partita emozionante. I primi due set sono stati estremamente combattuti, con un punteggio alternato di 7-5 a seguito di diversi lunghi scambi in più di due ore di gioco, prima della vittoria di Nadal nel terzo set.

Il punteggio era così ravvicinato nei primi due set che ogni scambio ha avuto più importanza del solito. La minima distrazione rischiava di essere decisiva e lo stesso livello espresso dai giocatori rendeva estreme le conseguenze dei doppi falli nei momenti chiave. Alla fine del secondo set, Monfils aveva perso 5 punti al servizio per altrettanti doppi falli commessi e Nadal 4. Alcuni di quei doppi falli avevano concesso il break all’avversario, e quello più pesante di Monfils aveva permesso a Nadal di vincere il primo set. Nonostante questo, Monfils aveva comunque mantenuto la concentrazione per recuperare e vincere il secondo.

Non sempre i doppi falli rivestono la stessa importanza come nella finale del Monte Carlo Masters, ma continuano a fornire una chiave di lettura molto interessante del lato psicologico di un giocatore. Ad esempio, di fronte a una seconda di servizio, un giocatore decide di rischiare cercando la linea o di essere più conservativo? O spedisce la pallina in rete perché non riesce a reggere la tensione?

Anche se non è possibile conoscere le intenzioni di un giocatore al servizio prima della battuta e nemmeno se, in uno specifico doppio fallo, la decisione era quella di rischiare con una seconda più aggressiva o se semplicemente è arrivato un errore per la tensione, sappiamo di certo che un giocatore non ha alcuna intenzione di concedere un punto gratuito all’avversario. Questo rende la frequenza con cui viene commesso un doppio fallo la misura minima dell’errore decisionale di un giocatore.

Mito 7: “La probabilità di un doppio fallo è la stessa tra singolare maschile e singolare femminile”

Nel Mito 7 del classico della letteratura statistica sul tennis Analyzing Wimbledon di Klaassen e Magnus, gli autori si sono chiesti se la frequenza dei doppi falli sia la stessa tra uomini e donne. Come visto nell’analisi del Mito 6 sulla percentuale dei servizi validi, Klaassen e Magnus sono arrivati alla conclusione, per loro degna di nota, che uomini e donne – almeno rispetto alle prestazioni al servizio a Wimbledon – hanno avuto una frequenza di doppi falli di circa il 5.5%.

Hanno anche osservato che la frequenza di doppi falli tra gli uomini è diminuita tra il 1990 e il 2010, mentre la frequenza tra le donne sembra essere rimasta stabile. Questo rende più complicato trarre una conclusione definitiva sulla vicinanza della frequenza di doppi falli tra uomini e donne, perché suggerisce che la risposta vari in funzione dell’orientamento dell’analisi.

Come illustrato nell’immagine 1, potendo usufruire di un campione di dati che include tutte le partite del circuito maschile e femminile tra il 2006 e il 2014, ho analizzato nuovamente la tematica e trovato una differenza molto più marcata nella frequenza di doppi falli tra uomini e donne. Sul cemento e sulla terra, la probabilità che un punto al servizio diventi un doppio fallo è stata di circa il 5% per le donne ma solamente vicina al 3% per gli uomini. Una recente analisi del Game Insight Group di Tennis Australia, la federazione australiana di tennis, ha evidenziato una simile dinamica durante le edizioni degli Australian Open tra il 2012 e il 2014, nelle quali le giocatrici hanno avuto una frequenza di doppi falli sui punti al servizio quasi doppia rispetto a quella degli uomini.
La tendenza appare relativamente stabile, tranne per le partite sull’erba, dove i doppi falli sono in diminuzione per il circuito femminile, avvicinandosi alla frequenza registrata dagli uomini.

IMMAGINE 1 – Frequenza dei doppi falli

Nonostante l’analisi evidenzi la presenza di cambiamenti sostanziali avvenuti dal periodo di riferimento per lo studio di Klaassen e Magnus, rimangono ancora questioni aperte. Si potrebbe essere tentati, ad esempio, di concludere che i giocatori di vertice hanno una migliore precisione al servizio. E’ un’ipotesi valida, ma sarebbe una conclusione prematura senza aver prima analizzato non solo la frequenza dei doppi falli per ciascun circuito, ma anche quando viene commesso un doppio fallo.

Sappiamo infatti che non tutti i punti in una partita hanno la stessa importanza. In alcune circostanze il giocatore al servizio potrebbe derivare un vantaggio strategico da una situazione di punteggio favorevole e rischiare una seconda di servizio più aggressiva. Anche se un giocatore commette doppio fallo, comunque potrebbe sempre adottare una strategia vincente mettendo pressione all’avversario con il servizio. Precedenti analisi hanno mostrato che probabilmente i giocatori al servizio sono eccessivamente cauti sulla seconda. Può essere, quindi, che una frequenza leggermente più alta di doppi falli non sia del tutto negativa se il doppio fallo riguarda punti privi di una vera conseguenza. E forse il quesito a cui dovremmo dare risposta non è semplicemente se i doppi falli sono più frequenti tra le donne, ma se è più frequente un doppio fallo alla Monfils, con il quale il set si conclude a favore dell’avversario.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 7

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 6 (sulla validità del servizio)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 9 aprile 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 5.

Le dichiarazioni marcatamente sessiste rilasciate da Raymond Moore durante l’Indian Wells Masters 2016 – che lo hanno poi costretto a dare le dimissioni da direttore del torneo – hanno portato alla ribalta il problema della disparità tra sessi nel tennis con maggiore intensità rispetto alla diplomazia caratteristica di simili momenti istituzionali. Giocatori del passato e del presente hanno prontamente espresso la loro opinione sulla faccenda, seguiti dal solito rimpallo di accuse tra ATP e WTA.

In questo contesto, non sono riuscita a trattenere un moto di imbarazzo di fronte al Mito 6 del classico della letteratura statistica sul tennis Analyzing Wimbledon di Klaassen e Magnus, quello per cui la probabilità che un servizio sia valido è la stessa tra singolare maschile e singolare femminile. Al giorno d’oggi, quando moltissimi dei paragoni tra uomini e donne nel tennis sono un implicito tentativo di ricerca della superiorità di una versione sull’altra e viceversa, qualsiasi specifico raffronto basato sulla diversità di sesso rischia di annoiare oltremodo.

Un confronto però supportato da statistiche concrete permette di comprendere con più precisione quali siano gli elementi in comune tra tennis maschile e femminile e quali siano invece le differenze. Il Mito 6 di Klaassen e Magnus si inserisce nella logica di genuino interesse scientifico per la questione, ed è il motivo per cui ritengo valida una rivisitazione dei risultati da loro ottenuti.

Mito 6: “La probabilità che un servizio sia valido è la stessa tra singolare maschile e singolare femminile”

Con i dati delle partite di singolare tra il 1992 e il 1995 a Wimbledon, Klaassen e Magnus hanno trovato che le donne tendono a mettere più prime di servizio in campo (il 60.8% contro il 59.4% degli uomini) e hanno sostanzialmente la stessa efficacia degli uomini sulle seconde di servizio (l’86.0% contro l’86.4% degli uomini). Considerando che una seconda di servizio non valida comporta automaticamente il doppio fallo, quest’ultima statistica indica anche quanto differisca la probabilità di doppio fallo sulla seconda di servizio tra i due circuiti. Grazie a uno studio accurato sulle prestazioni al servizio a Wimbledon, Klaassen e Magnus concludono che, rispetto a una seconda di servizio, la probabilità di fare doppio fallo è statisticamente identica tra tennis professionistico maschile e femminile, nelle partite singolari.

Il Mito 6 analizza anche la probabilità di fare doppio fallo su un punto al servizio, un aspetto leggermente diverso dalla probabilità di doppio fallo sulla seconda di servizio. Infatti, la probabilità di doppio fallo su un punto al servizio genericamente inteso deve tenere in considerazione quanto spesso un giocatore si trovi a servire la seconda: un’alta percentuale di prime di servizio e/o una bassa percentuale di doppio fallo sulle seconde di servizio potrebbero diminuire la probabilità di fare doppio fallo su un punto al servizio quando il giocatore si appresta a servire.

Klaassen e Magnus non riscontrano differenze sostanziali nella probabilità di doppio fallo su un punto al servizio e descrivono questo risultato come ‘un fatto notevole, che richiede ulteriore indagine’. In assenza di una spiegazione esplicita da parte dei due autori sul perché questo fatto sia degno di attenzione, si può ipotizzare che si aspettassero di osservare una differenza più marcata tra i due circuiti sulla frequenza di doppi falli.

Una rivisitazione del Mito 6

Di fronte ai profondi cambiamenti nell’attrezzatura, nella tenuta fisica dei giocatori e negli stili di gioco rispetto agli anni ’90, ero curiosa di vedere se la frequenza sull’erba di una prima e seconda di servizio valide all’inizio degli anni ’90 potesse avere riscontro anche nel tennis attuale e anche su altre superfici. Utilizzando le statistiche di Tennis Abstract, ho messo insieme le percentuali sulla prima e seconda di servizio di tutte le partite dei primi 100 giocatori del mondo tra il 2006 e il 2014 (il periodo con maggiore completezza di dati sia per l’ATP che per la WTA).

L’immagine 1 mostra la percentuale nella prima di servizio per tipologia di superficie e circuito. La frequenza di una prima di servizio valida è rimasta relativamente stabile sulla terra e sul cemento per entrambi i circuiti, ma le medie si discostano per superficie, con entrambi i circuiti che registrano la percentuale più alta sull’erba e quella più bassa sul cemento. Le differenze non sono importanti (in realtà un punto percentuale al massimo) ma comunque presenti. Negli anni più recenti, le donne hanno avuto un punto percentuale in più sulle prime palle, in percentuale, rispetto agli uomini sulla terra e sul cemento. Le differenze sull’erba sono meno evidenti, specialmente dal 2010 in avanti.

IMMAGINE 1 – Prima di servizio valida

Sull’erba, complessivamente, il circuito femminile ha avuto una percentuale di prime di servizio valide del 63.8%, contro il 63.2% degli uomini. Rispetto ai risultati di Klaassen e Magnus dei primi anni ’90, i due circuiti presentano un’efficienza (intesa come capacità di controllo) con la prima di servizio sempre più ravvicinata.

Relativamente alla percentuale sulla seconda di servizio, la situazione è molto diversa. Il livello di esecuzione è in generale molto elevato, come ci si può attendere da un colpo solitamente conservativo. Se per la prima le percentuali erano intorno al 61-63%, la seconda di servizio si attesta intorno all’86-87% per la WTA e il 91-92% per l’ATP. La terra è la superficie in cui entrambi i circuiti raggiungono la maggiore efficacia, quindi il minor numero di doppi falli. Complessivamente, gli uomini hanno avuto una percentuale sulla seconda di servizio superiore di circa 5 punti percentuali. Il vantaggio è rimasto stabile sulla terra e sul cemento, ma sembra in riduzione sull’erba.

IMMAGINE 2 – Seconda di servizio valida

Rispetto ai primi anni ’90, l’efficienza al servizio, specialmente sulla seconda, presenta dinamiche di altro livello. E’ aumentata la capacità di controllo, ma sono cresciute anche le differenze tra circuiti. E’ difficile evidenziare una singola causa di queste differenze, visto che sono molteplici i fattori che determinano la semplice statistica ‘valida’ o ‘non valida’, tra cui la tecnologia delle racchette, le tipologie di servizio (con effetto, kick, etc.), la propensione a rischiare, etc. Queste analisi confermano però che, nei dibatti tra generi nel tennis, è più sicuro commentare con “è complicato”.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 6

La fortuna del tabellone – Australian Open 2017

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 15 gennaio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un aspetto interessante del tennis è il percorso univoco che separa ogni testa di serie del torneo dalla vittoria finale. Nel momento della premiazione, quando il vincitore solleva il trofeo, difficilmente pensiamo al ruolo che la fortuna può aver avuto: ma è giusto ignorarla? E qual è effettivamente il ruolo rivestito dalla fortuna?

I tabelloni degli Australian Open 2017 hanno certamente alimentato il dibattito sulla sorte dei giocatori rispetto alla bontà del sorteggio. Tuttavia, questo genere di conversazioni sono solitamente trainate dall’istinto, che sappiamo peccare di incoerenza rispetto a quanto un’analisi oggettiva sia in grado di mostrare. Stabilire l’esito più probabile di 7 turni in un tabellone di 128 giocatori è un calcolo piuttosto impegnativo per chiunque, ma offre anche la possibilità di elaborare qualche numero.

Per valutare il ruolo della fortuna per le prime 4 teste di serie, abbiamo applicato i modelli predittivi del Game Insight Group di Tennis Australia – la federazione australiana di tennis – ai tabelloni del singolare, iniziando con il tabellone effettivo e simulando molti tra gli esiti più probabili in funzione dell’attuale livello di bravura dei giocatori presenti. Successivamente, abbiamo invertito la posizione delle prime 2 teste di serie e generato la stessa simulazione che, da un punto di vista matematico, equivale a domandarsi come sarebbe il tabellone se Andy Murray fosse nel quarto di Novak Djokovic al suo posto e viceversa. Per valutare invece il ruolo della fortuna per le teste di serie 3 e 4, abbiamo iniziato dal tabellone effettivo e scambiato le posizioni solamente di quelle due teste di serie.

Le prime 4 teste di serie del tabellone maschile

L’immagine 1 mostra in che misura ci attendiamo che la fortuna sia determinante per il vincitore del singolare maschile (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sulle barre, n.d.t.). Se Djokovic avesse avuto il quarto di Murray, abbiamo stimato che le sue probabilità di vittoria sarebbero diminuite del 4%. Djokovic sarebbe comunque rimasto il favorito assoluto a prescindere dal tabellone, ma certamente può ringraziare la fortuna per l’aiuto aggiuntivo che ha ricevuto quest’anno.

IMMAGINE 1 – La fortuna del tabellone maschile per le prime 4 teste di serie

Di fronte a questi risultati, il primo pensiero è stato di associare la sfortuna di Murray alla presenza di Roger Federer nello stesso quarto. E’ davvero così?

La tabella seguente mostra le probabilità di Murray per ogni possibile risultato rispetto al tabellone effettivo, e tra parentesi la variazione delle stesse se Murray avesse avuto il tabellone di Djokovic. Una variazione positiva si associa con una maggiore probabilità di sconfitta in quel turno e, di conseguenza, con il fatto che l’avversario che più probabilmente dovrà affrontare sarà anche più bravo. Una variazione negativa sia associa a minori difficoltà di superamento del turno.
Il maggiore ostacolo per Murray è chiaramente il quarto di finale, in cui potrebbe dover giocare contro Federer anche se, analizzando i dati a disposizione, è Kei Nishikori con le maggiori probabilità di raggiungere quel quarto di finale. Se così fosse, battere Nishikori sarebbe più difficile dell’eventuale quarto di finale di Djokovic, quello con Dominic Thiem.

Gli ostacoli maggiori per le teste di serie 3 e 4 si presentano al quarto turno, dove Stanislas Wawrinka dovrà probabilmente affrontare Nick Kygrios, sempre un avversario difficile, visti anche i rapporti non proprio idilliaci tra i due dentro e fuori dal campo. Certamente un quarto turno che Milos Raonic può essere contento di non dover giocare.

Giocat.  1T     2T     3T     4T     QF      SF     F      V
Djokovic 3.04   1.33   4.83   7.21   5.23    8.61   18.34  51.41
         (-2.1) (0.7)  (-2.8) (-0.5) (9.7)   (0.1)  (-1.4) (-3.5)

Murray   1.43   3.31   3.44   11.18  21.49   10.2   24.41  24.54
         (-3.5) (-1.3) (-3.9) (-0.1) (-13.3) (0.7)  (3.2)  (3.9)

Raonic   16.27  17.04  13.87  14.5   14.72   17.44  3.65   2.51
         (-2.0) (-3.0) (-3.6) (7.4)  (1.0)   (-1.2) (2.2)  (-0.1)

Wawrinka 14.8   15.86  11.86  22.26  14.7    14.55  4.22   1.75
         (3.9)  (3.3)  (2.8)  (-7.3) (-0.8)  (-0.7) (-0.9) (-0.2)

Le prime 4 teste di serie del tabellone femminile

Analizzando il tabellone femminile, troviamo che anche la numero 1 Angelique Kerber ha beneficiato della parte di tabellone relativamente più abbordabile. Se il sorteggio avesse invertito tra Kerber e la numero 2 Serena Williams, abbiamo stimato che le possibilità di Williams sarebbero salite dal 35% al 38%.

Se per il tabellone maschile le differenze erano in gran parte attribuibili a uno specifico turno, per il tabellone femminile delle prime due teste di serie sia il secondo turno che il quarto di finale di Williams contribuiscono a rendere il suo percorso molto più complicato, dovendo molto probabilmente affrontare Lucie Safarova al secondo turno e Johanna Konta nei quarti di finale.

IMMAGINE 2 – La fortuna del tabellone femminile per le prime 4 teste di serie

I quarti di Simona Halep e Agnieszka Radwanska sono quelli con la maggiore varietà. Halep ha un possibile quarto turno difficile con Venus Williams, ma poi eviterebbe una possibile semifinale con Serena Williams. Radwanska invece dovrebbe avere un quarto turno gestibile, probabilmente contro Elina Vesnina, ma dovrebbe poi vincere in sequenza quasi certamente contro Karolina Pliskova e Serena Williams per avere anche una possibilità alla vittoria del torneo.

Giocat.   1T     2T     3T     4T     QF     SF     F      V
Williams  9.41   7.52   4.64   8.13   13.56  11.36  10.75  34.36
          (-1.1) (-4.1) (2.2)  (-0.5) (-3.8) (2.8)  (1.2)  (3.2)

Kerber    16.62  5.6    11.14  12     13.46  14.9   13.38  12-9
          (0.7)  (7.4)  (-3.4) (0.03) (2.6)  (-3.6) (-2.1) (-1.6)

Halep     9.48   8.26   14.91  16.57  16.87  13.21  11.14  9.56
          (4.4)  (0.3)  (-2.0) (-5.1) (0.7)  (6.69) (-4.4) (-0.2)

Radwanska 17.05  9.36   14.15  11.59  16.92  17.67  6.04   7.22
          (-6.5) (0.2)  (0.9)  (6.0)  (1.1)  (-5.8) (3.6)  (0.3)

AO 2017 Luck of the Draw

L’impegno – Australian Open Series

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 7 gennaio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

L’undicesimo articolo dell’Australian Open Series.

In questo inizio di anno molti dei migliori giocatori del mondo hanno ripreso il tennis competitivo. Tra quelli su cui gli appassionati hanno grandi aspettative c’è senz’altro Andy Murray, recentemente nominato cavaliere del Regno Unito. Con una stagione memorabile nel 2016, Murray ha raggiunto un traguardo che sembrava impossibile, cioè diventare numero 1 del mondo a spese di Novak Djokovic.

E’ servita una combinazione di eventi affinché riuscisse a superare Djokovic. Molti commentatori e giocatori però attribuiscono la sostanza del successo di Murray all’impegno e all’intensità con cui ha affrontato le partite e gli allenamenti.

L’impegno – il duro lavoro – è un termine spesso oggetto di discussione, e ci sono molte convinzioni sull’identità dei giocatori che non si risparmiano e su quella dei giocatori che invece cercano di ridurre lo sforzo al minimo. Eppure non esiste un indicatore numerico o una metodologia di misurazione dell’impegno nel tennis che sia uniformemente applicabile. Questo rende difficile andare oltre le ipotesi e capire nel dettaglio quanta parte rivesta l’impegno per la carriera di un giocatore.

Insieme ai ricercatori del Game Insight Group di Tennis Australia, la federazione australiana di tennis, abbiamo sviluppato una statistica sull’impegno. Sappiamo bene che l’impegno in una partita è molto più della distanza percorsa in campo. Riguarda infatti anche la velocità e la direzione degli spostamenti, e il numero e l’intensità dei cambi di direzione. Ad esempio, a parità di movimento, spostarsi lateralmente richiede più sforzo di un avanzamento. Inoltre, a parità di durata, cambiare direzione dopo uno sprint di due secondi richiede più energia di una corsa senza interruzioni. Sono tutti fattori che un’affidabile statistica sull’impegno deve tenere in considerazione.

Con i dati raccolti sullo spostamento in campo dei giocatori, siamo in grado di quantificare velocità, direzione e distanza percorsa con un solo numero che misuri, in unità di joule, l’impegno totale profuso in uno scambio. L’immagine 1 mostra l’impegno medio per colpo e l’impegno medio per punto, rispetto a tutti i colpi di uno scambio (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascuna bolla, n.d.t.). Sulla base delle partite giocate nelle ultime tre edizioni degli Australian Open, dal 2014 al 2016, Murray ha totalizzato l’indice d’impegno più alto, con in media 350 joule spesi per singolo colpo. Considerando che è anche tra i giocatori con gli scambi più lunghi, ha registrato una delle tre medie più alte di joule per scambio (valore che è condizionato dall’indice di impegno del giocatore e dal numero di colpi giocati in un tipico scambio), insieme a David Ferrer e Gilles Simon.

Anche l’intensità di Rafael Nadal lo classifica tra i primi 10, mentre Djokovic e Roger Federer non sono molto dietro, sebbene sia Djokovic ad avere la più alta media d’impegno per scambio dei tre.

IMMAGINE 1 – Indice d’impegno per il tennis maschile, Australian Open 2014-16

Quali sono i giocatori con minore impegno per colpo? Tra i giocatori della parte bassa della classifica ci sono quelli che fanno ampio affidamento sul servizio, come Nicolas Almagro, Ivo Karlovic e John Isner. Curiosamente, un giocatore dal grande servizio come Milos Raonic ha un indice d’impegno per colpo relativamente alto se paragonato a giocatori simili. Sarà interessante vedere come questa distinzione nello stile di gioco di Raonic lo aiuterà nella continuazione della sua carriera.

Per il tennis femminile, gli indici d’impegno sono generalmente più ridotti, in gran parte a causa di un peso corporeo inferiore. Ai recenti Australian Open, tra le giocatrici con un maggiore indice d’impegno troviamo Caroline Wozniacki, Carla Suarez Navarro e Agnieszka Radwanska. Simona Halep e Angelique Kerber sono più in basso nella classifica di impegno per colpo, ma hanno entrambe un alto impegno totale per scambio, con medie superiori ai 1200 joule.

Come per gli uomini, anche tra le giocatrici che limitano al minimo l’indice d’impegno troviamo quelle dotate di un grande servizio, Serena Williams e Petra Kvitova ad esempio. Come accade per la potenza dei loro colpi al rimbalzo, è probabile che siano più selettive anche nella scelta sulla quantità d’impegno negli spostamenti.

IMMAGINE 2 – Indice d’impegno per il tennis femminile, Australian Open 2014-16

Rimangono in ogni caso alcuni elementi che contribuiscono all’impegno e che non siamo ancora in grado di misurare, tra cui il movimento della parte superiore del corpo e l’energia necessaria per eseguire il colpo. Se riuscissimo a farlo, è probabile che giocatori come Nadal salirebbero in graduatoria. Per il momento, dall’analisi dei dati sul movimento in campo possiamo interpretare l’impegno dei giocatori in modo più sistematico. Abbiamo già trovato risultati interessanti, come il fatto che, in termini di sforzo degli spostamenti in campo, l’etica lavorativa di Murray lo distingue da molti dei giocatori di vertice.

AO Leaderboard— Work

La distanza percorsa dalle donne – Australian Open Series

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 30 dicembre 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il decimo articolo dell’Australian Open Series.

In precedenza, ho analizzato la dinamiche legate alla distanza percorsa in una partita e durante un punto per il tennis maschile. Le statistiche raccolte ed elaborate dal Game Insight Group di Tennis Australia, la federazione australiana di tennis, mostrano che durante gli Australian Open i giocatori percorrono dalle 2 alle 3 miglia a partita (dai 3.2 ai circa 5 km), e i grandi servitori tendono a limitare i propri spostamenti in misura maggiore rispetto a tutti gli altri giocatori.

Cosa si può dire per il tennis femminile? Qual è la distanza tipicamente percorsa, e quali sono le giocatrici che fanno più strada in campo?

Nelle ultime tre edizioni degli Australian Open, dal 2014 al 2016, la distanza tipica percorsa da una giocatrice in una partita è stata tra 0.5 miglia e 1 miglio (tra gli 0.8 e gli 1.6 km), la metà di quanto percorso dagli uomini. Questo non dovrebbe rappresentare una sorpresa considerando che il format del tennis femminile è al meglio dei 3 set, che porta il numero complessivo di punti giocati a essere circa il 60% di quelli di una tipica partita maschile al meglio dei 5 set.

Non si trovano giocatrici con caratteristiche di percorrenza come quelle viste per Gilles Simon, cioè un giocatore con diverse partite maratona nelle edizioni considerate. C’è però un gruppo di partite con le distanze minori registrate che riguardano Serena Williams, come mostrato nell’immagine 1 (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascun punto o bolla, n.d.t.). Limitando al minimo la durata delle partite e il numero di colpi per scambio, Williams è in grado di evitare di percorrere grandi distanze in campo.

IMMAGINE 1 – Distanza percorsa in una partita per il tennis femminile, Australian Open 2014-16

Nell’esame della distanza media percorsa per punto – finalizzato a determinare le dinamiche di percorrenza nel tennis maschile – è emerso che l’intervallo di valori si attesta tra un minimo di 25 piedi, o 7.62 metri (John Isner), a circa 40 piedi, o 12 metri (come nel caso di Andy Murray e Simon). Le medie delle giocatrici rientrano nello stesso intervallo: tra le giocatrici che percorrono le distanze maggiori durante un punto troviamo Agnieszka Radwanska e Caroline Wozniacki con 38-40 piedi (11.5-12 metri) percorsi, come illustrato nell’immagine 2.

Come riscontrato per gli uomini, le giocatrici dalla grande potenza (specialmente al servizio), tra cui Karolina Pliskova e Williams, limitano al minimo la distanza percorsa. Medie di 20-21 piedi, 6-6.4 metri, suggeriscono che alcune giocatrici riescono a controllare i loro spostamenti in campo con efficenza anche superiore rispetto ai giocatori dalla stazza imponente.

IMMAGINE 2 – Distanza percorsa per punto per il tennis femminile, Australian Open 2014-16

AO Leaderboard— Women’s Distances

La distanza percorsa dagli uomini – Australian Open Series

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 24 dicembre 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il nono articolo dell’Australian Open Series.

Durante la telecronaca di un partita di tennis è possibile vedere, occasionalmente, indicazioni sulla distanza percorsa dai giocatori. Raramente però vengono fornite statistiche aggregate per torneo o per stagione, numeri che invece sarebbero utili per capire quali valori rappresentino la norma e quali l’eccezione per il massimo livello espressivo di tennis.

Con l’aiuto dei dati raccolti e analizzati dal Game Insight Group di Tennis Australia, la federazione australiana di tennis, siamo in grado di elaborare con maggiore precisione lo sforzo fisico richiesto dal tennis professionistico. In questo articolo si analizza la distanza percorsa nelle partite di singolare maschile delle ultime tre edizioni degli Australian Open, dal 2014 al 2016.

Qual è la distanza tipica percorsa da un giocatore durante una partita? L’immagine 1 mostra la distanza complessivamente percorsa nelle più recenti partite degli Australian Open. Ogni punto rappresenta la distanza percorsa da uno specifico giocatore in una specifica partita (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascun punto o bolla, n.d.t.). Per il tennis maschile, nella maggior parte delle partite un giocatore può attendersi di percorrere tra 1 e 2 miglia, quindi tra 1.6 e 3.2 km. Però, nelle partite al meglio dei 5 set, è possibile che un giocatore arrivi a percorrere fino a 3 miglia, quasi 5 km.

E’ interessante notare come Gilles Simon, il cui tennis è caratterizzato da movimenti fluidi e leggeri, negli ultimi anni sia l’unico giocatore, tra quelli nel grafico, ad avere due partite sopra le 3 miglia: una lunga partita di 4 set persa contro David Ferrer nel 2015 (con il punteggio di 2-6 5-7 7-5 6-7, n.d.t.) e un’epica partita di 5 set con cui ha rischiato di eliminare Novak Djokovic nel 2016 (terminata con il punteggio di 3-6 7-6 4-6 6-4 3-6, n.d.t.).

Per l’intero periodo di riferimento, le caratteristiche della distanza percorsa e la sua correlazione con i punti giocati sono rimaste piuttosto stabili. Nel 2014 si sono però verificate delle anomalie, con un gruppo di punti che rappresentano le minori distanze percorse tra tutti i dati disponibili.
Molte di queste partite sono state primi e secondi turni in cui i giocatori hanno probabilmente subito le temperature estreme della prima settimana degli Australian Open 2014. In quell’anno, ad esempio, ci sono stati più ritiri del solito, tra cui quello di Bernard Tomic nella partita contro Rafael Nadal e quelli di Andrey Golubev contro Stanislas Wawrinka, due delle partite ai margini nel grafico dell’immagine 1.

IMMAGINE 1 – Distanza percorsa in una partita per il tennis maschile, Australian Open 2014-16

In una partita dal punteggio ravvicinato, qualsiasi giocatore può trovarsi a dover percorrere lunghe distanze. Quali sono invece i giocatori che hanno fatto della lunga percorrenza il loro stile di gioco? Per una risposta, guardiamo alla distanza media percorsa in un punto, come mostrato nell’immagine 2. In cima all’elenco troviamo diversi giocatori noti per guadagnarsi i punti con il sudore, tra cui Andy Murray, Ferrer e il maratoneta Simon. In media, questi giocatori percorrono 38 o più piedi, cioè 11.6 metri, a punto. Djokovic e Nadal sono appena sotto con una distanza media per punto rispettivamente di 35 piedi, o 10.7 metri, e 34 piedi, o 10.4 metri.

Nella parte bassa della classifica troviamo alcuni dei giocatori dal grande servizio. Nick Kyrgios e Milos Raonic preferiscono tenere i punti brevi e limitare al minimo gli spostamenti. In un tipico punto, entrambi percorrono 25 piedi, o 7.62 metri. Samuel Groth e John Isner portano questo stile di gioco su valori estremi, percorrendo in media poco sopra i 20 piedi a punto, 6 metri.

IMMAGINE 2 – Distanza percorsa per punto per il tennis maschile, Australian Open 2014-16

Per lo stesso giocatore, ho inserito le differenze massime percorse in un punto in modo da mostrare la grande estensione dell’intervallo tra valori di normale percorrenza e il limite più alto di quanto ci si potrebbe attendere da un determinato giocatore. Anche per i giocatori come Isner dover percorrere 250 o più piedi in un punto, 76 o più metri, non sarebbe impossibile. Quindi, anche i giocatori con uno stile che minimizza gli spostamenti sono in grado di ricorrere alla propria resistenza per quel raro punto di lunghezza epica che potrebbero giocare in una partita.

Il prossimo articolo analizza le distanze percorse nel tennis femminile, alla ricerca delle giocatrici con stili simili a quelli di Simon e Isner.

AO Leaderboard— Men’s Distances