I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 14 (sulla strategia efficiente al servizio)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 10 giugno 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 13.

Due storie diverse, ma affascinanti in egual misura, sono emerse dal Roland Garros 2016. In campo femminile, la ventiduenne Garbine Muguruza – una stella nascente con una sola precedente apparizione in una finale Slam – ha battuto Serena Williams, conquistando il suo primo Slam in carriera.

Tra gli uomini invece, dopo tre finali perse, Novak Djokovic ha sconfitto Andy Murray per vincere anche lui il suo primo Roland Garros, completando il Grande Slam in carriera e consolidando la sua posizione nel dibattito tra i più grandi di sempre.

Anche se per percorso e contesto le due vittorie sono state molto diverse tra loro – in un caso un gigante del tennis che cerca di imporsi da campione su tutte le superfici, nell’altro una giocatrice che affronta una gigante del tennis che cerca di riscrivere la storia – ambedue i protagonisti hanno dovuto trovare un modo per surclassare due avversari tenaci, e per entrambi dominare al servizio è stato l’elemento chiave. Djokovic ha vinto il 63% dei punti al servizio contro il 51% dei punti vinti da Murray. Muguruza ha vinto un notevole 62% di punti al servizio contro il 57% di Williams.

Sebbene queste statistiche evidenzino che i vincitori del Roland Garros 2016 sono stati più efficaci al servizio, possiamo dire che sono stati anche più efficienti dei loro avversari? E cosa vuol dire esattamente essere “efficiente” al servizio?

Questo è il tema su cui si concentrano Klaassen e Magnus nel Mito 14 di Analyzing Wimbledon.

Mito 14: ”I giocatori hanno una strategia efficiente al servizio”

Prima di affrontare l’argomento, è necessario soffermarsi sul rapporto rischio-rendimento associato al servizio, il quale si traduce concretamente nell’opposizione tra la probabilità che un servizio sia in gioco e la difficoltà che incontra il giocatore in risposta a ribatterlo. Tutti hanno sicuramente assistito al doppio fallo di un giocatore dovuto a quello che si ritiene un eccesso di spinta sulla seconda. Questo è il rapporto rischio-rendimento in azione.

Come un lanciatore nel baseball o un tiratore nel basket, un giocatore di tennis di vertice deve riuscire a trovare il giusto equilibrio tra la difficoltà e il rischio di un colpo in modo da garantirsi le maggiori probabilità di esito positivo. Per trovare il punto d’impatto perfetto, Klaassen e Magnus hanno introdotto la “curva-y”, che descrive la relazione matematica tra la probabilità del giocatore al servizio di vincere un punto quando il servizio è in gioco rispetto al rischio che il servizio non sia valido. In altre parole, la “curva-y” è la rappresentazione del rapporto rischio-rendimento.

L’immagine 1 mostra un esempio ipotetico, nel quale si suppone che i servizi più efficaci siano anche quelli a maggior rischio di fallo.

IMMAGINE 1 – Rapporto rischio-rendimento al servizio

Se la si conoscesse, la “curva-y” sarebbe entusiasmante perché fornirebbe uno strumento utile per trovare la strategia ottimale di un giocatore al servizio. In generale, la strategia ottimale per un giocatore al servizio è quella di giocare per incrementare la probabilità complessiva di vincere un punto. Per vedere come la “curva-y” dell’immagine 1 sia di aiuto nel trovare la strategia ottimale al servizio, il caso più facile da considerare è quello in cui il giocatore al servizio può servire solo la prima. Viene cioè eliminata la seconda di servizio.

In un tennis con un solo servizio a disposizione, la probabilità di vincere un punto può essere espressa da questa probabilità condizionale:

P(Vittoria) = P(Servizio valido) × P(Vittoria | Servizio valido)

La probabilità di vincere un punto al servizio è data dalla probabilità condizionale di vincere il punto dopo aver servito un servizio valido. Queste due componenti descrivono esattamente la “curva-y”.

E’ possibile quindi ridurre il problema al calcolo di un solo parametro (cioè servire un servizio valido), sostituendo la probabilità di vittoria quando un servizio è valido con la “curva-y”. Se si riesce in questo, si tratta poi solo di fare una piccola differenziazione per trovare il livello di rischio che massimizza la probabilità di vincere il punto. Questo ci permetterebbe anche di definire “efficiente” il giocatore al servizio che segue una strategia ottimale.

Matematicamente, se si usa il simbolo “*” per rappresentare la migliore percentuale possibile (ottimale) di punti vinti al servizio, si ottiene:

Efficienza = P(Vittoria) / P(Vittoria)*

Per avere il massimo rendimento dal servizio, qualsiasi giocatore vorrebbe un risultato della formula il più possibile vicino a 1.

Stimare l’efficienza al servizio

Due aspetti rendono complicato lo studio della strategia ottimale al servizio. Da un lato, ci sono due servizi nel tennis. Dall’altro, non sappiamo come si presenti la “curva-y”. Il primo problema si risolve abbastanza velocemente estendendo il caso illustrato in precedenza alla situazione di doppio servizio.

Il secondo problema è più complesso da affrontare. Se volessimo veramente conoscere la “curva-y” di un giocatore al servizio (e ipotizzo che la curva rischio-rendimento di ciascun giocatore abbia una forma leggermente diversa), dovremmo fare un esperimento per raccogliere i dati necessari alla sua costruzione: il giocatore al servizio dovrebbe servire indicando all’avversario, per ogni servizio, le sue intenzioni (“Tiro forte e centrale” o “Tiro esterno con molto effetto”, etc), in modo da accumulare molte osservazioni sulla stessa tipologia di servizio, registrare quanto spesso il servizio è valido e quante volte il punto è stato poi vinto contro quell’avversario.

In assenza di un esperimento di questo tipo, Klaassen e Magnus hanno preso in considerazione un numero di curve ipotetiche utilizzando una distribuzione a legge di potenza. Hanno poi definito la percentuale di punti vinti e la percentuale di prime di servizio valide come un punto, e gli stessi numeri sulle seconde di servizio come un altro punto. In questo modo sono stati in grado di identificare tutti i parametri della curva ad eccezione della forma. Anche se può sembrare un elemento fondamentale, i due autori non considerano la forma così importante per definire l’efficienza di un giocatore, perché la massima probabilità di vincere un punto al servizio non subisce grossi cambiamenti anche in presenza di grandi variazioni nel parametro forma.

Pur con delle riserve, prendiamo per valido l’approccio di Klaassen e Magnus. Cosa hanno trovato?

Utilizzando le medie osservate (sui servizi validi e sui punti vinti al servizio) sulla prima e sulla seconda di servizio, hanno concluso che l’efficienza al servizio sul circuito maschile è del 98.9%, mentre è del 98.0% sul circuito femminile. Da cui hanno tratto che: “C’è un efficienza molto alta, ma non è un’efficienza totale, quindi rigettiamo l’ipotesi”.
Una rivisitazione dell’efficienza al servizio

Se applichiamo la stessa metodologia al tennis moderno, otterremmo la seguente “curva-y” per gli uomini:

Prob (Vittoria | x) = γ0 − γ1 × x3

e una curva simile per le donne,

Prob (Vittoria | x) = γ0 − γ1 × x3.8.

In entrambi i casi, il valore x è la proporzione dei servizi validi, che si pone a complemento del rischio del servizio. Una volta definite le due funzioni, è possibile ottimizzare la probabilità di vincere un punto al servizio per un giocatore o una giocatrice, rispetto alle caratteristiche della loro prima e seconda di servizio. Prendendo come campione tutte le partite giocate dal 2012 al 2014, possiamo confrontare le risultanze di questo metodo di pensiero sulla strategia ottimale di servizio rispetto all’efficienza al servizio dei giocatori di vertice.

L’immagine 2 mostra che l’efficienza media per il circuito maschile è del 98% (nella versione originale è possibile visualizzare i nomi dei singoli giocatori puntando il mouse sui cerchi, n.d.t.). E’ un dato perfettamente in linea con quanto calcolato da Klaassen e Magnus e che porta alla stessa conclusione, per cui la maggior parte dei giocatori è inefficiente al servizio di uno o due punti percentuali sulla prestazione ottimale.

IMMAGINE 2 – Efficienza al servizio nel circuito maschile

L’immagine 3 mostra che l’efficienza media per il circuito femminile basata sulle partite dal 2012 al 2014 è stata del 97%, che, seppur di un punto percentuale, è più bassa di quella maschile da una strategia ottimale al servizio. E’ interessante notare che un estremo è rappresentato da Victoria Azarenka la quale, secondo l’analisi di Klaassen e Magnus, è più lontana dalla sua percentuale ottimale di punti vinti al servizio rispetto ad altre giocatrici. Azarenka ha una percentuale attesa ottimale di punti vinti al servizio del 69.5% (anche più alta di quella di Williams!), mentre la sua percentuale effettiva nel periodo di riferimento è stata solo del 54%. Naturalmente, questo potrebbe voler anche dire che la media “curva-y” non è una buona rappresentazione dell’efficienza al servizio di Azarenka.

IMMAGINE 3 – Efficienza al servizio nel circuito femminile

Riepilogo

Il Mito 14 fornisce spunti di riflessione su come provare a costruire un modello che cerchi di rappresentare la strategia ottimale al servizio. Per quanto i due autori presentino risultati interessanti a dimostrazione del fatto che, generalmente, i giocatori non utilizzino una strategia di servizio ottimale – coerentemente ad esempio con altri studi che suggeriscono come i giocatori siano troppo conservativi sulla seconda di servizio -, rimane un alone di magia sul modo in cui è stata elaborata la curva rischio-rendimento. Se si riuscisse a trovare una stima più diretta della curva rischio-rendimento per i singoli giocatori, sarebbe un passo avanti estremamente significativo per la definizione della strategia ottimale al servizio.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 14

Uno studio sull’avvertimento per violazione temporale

di Nikita Taparia // TheTennisNotebook

Pubblicato il 17 maggio 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Chiunque abbia guardato una partita di Rafael Nadal, ha probabilmente sentito almeno una volta l’arbitro dire: “Avvertimento per violazione temporale, Mr Nadal”. Considerando che Nadal spesso utilizza più dei 25 secondi a disposizione tra un servizio e l’altro (20 secondi nei tornei Slam), non risulta così strano, al punto di essere in realtà un fatto noto.

La questione però è articolata e pone diversi interrogativi. Quando viene comminato l’avvertimento? Nei primi punti del game o in una situazione di punteggio più delicata; nei game iniziali del primo set o nelle fasi finali del set conclusivo? Quali sono gli arbitri che assegnano più avvertimenti? Quanto spesso si verifica negli Slam, nei Masters o negli altri tornei ATP e WTA? Quanto spesso sulle diverse superfici, nei game di servizio o in quelli alla risposta? In seguito a un avvertimento, il giocatore al servizio vince il punto successivo o commette un doppio fallo? Riesce a vincere il game?

Il problema maggiore nel trovare risposte a questa tipologia di domande è la mancanza di dati al riguardo. Di fronte all’ennesimo avvertimento per violazione temporale su una palla break, ho deciso di analizzare il tema più in dettaglio. Ho creato quindi un Form di Google per raccogliere informazioni sulle partite in cui si verificano avvertimenti per violazione temporale e ho estratto tutti i tweet passati su Twitter contenenti la frase ‘Avvertimento per violazione temporale’, decodificandoli al fine di creare un semplice database. Per quanto si tratti di dati incompleti, forniscono in ogni caso una linea guida per giungere a conclusioni preliminari.   

Un caso prova: Nadal

Analizzando i dati estratti da Twitter, emerge un elemento comune, il nome di Nadal. Quando si parla di avvertimento per violazione temporale, ci sono più persone che scrivono tweet su Nadal, fornendo molti dettagli. Tra Twitter e il Form di Google, una volta escluse le sovrapposizioni, ci sono quasi 100 partite degli ultimi 4-5 anni che riguardano Nadal. Di queste, ho selezionato solo le 60 che riportavano una qualche indicazione di punteggio: 28 avevano l’avvertimento per violazione temporale comminato in presenza di una palla break, mentre 6 alla palla per il game/set/partita; 46 di queste partite avevano poi indicazione del punto esatto. Naturalmente, è importante sottolineare che i dati potrebbero contenere imprecisioni, perché è più probabile che le persone facciano riferimento solo alle palle break.

L’immagine 1 illustra la distribuzione degli avvertimenti. La mappa di calore sulla sinistra fornisce una visione prospettica con tutte le combinazioni di punteggio e la frequenza. L’istogramma invece, con un campione così ridotto, è una rappresentazione più puntuale.   

IMMAGINE 1 – Avvertimenti comminati a Nadal per violazione temporale rispetto al punteggio

Tra le 46 partite con indicazione esatta della situazione di punteggio nel game, esiste una parzialità evidente rispetto al momento in cui Nadal riceve l’avvertimento di violazione temporale. Se dovessi fare un’ipotesi, mi attenderei che, con più dati a disposizione, venga corroborata l’assunzione che Nadal riceva un avvertimento nelle situazioni di maggiore pressione di punteggio.    

Un secondo importante filone informativo è quello sull’effettivo computo dei set e del legame con il punteggio nei singoli game. Molte delle partite considerate vengono eliminate perché il punteggio in termini di set non era conosciuto. Rifacendosi alle precedenti combinazioni, si può suddividere il punteggio all’interno di un game in quattro categorie: 1) non letale [15-15], 2) Palle break [30-40], 3) Palle del game [40-30] o 4) Punti che potrebbero portare a palla break [30-30, Parità, 30-40]. L’immagine 2 le illustra, distinguendole attraverso l’utilizzo dei colori. Per convenienza, l’ordine è per numero del set (se conosciuto) e numero del game. 

IMMAGINE 2 – Matrice punteggio game/set al momento della comminazione a Nadal di un avvertimento per violazione temporale

La matrice si legge guardando il numero del game nel momento in cui l’avvertimento è stato comminato e il numero del set (se disponibile). Il colore (nelle colonne) indica il tipo di punteggio all’interno del game rispetto alle quattro categorie identificate. Il punteggio di Nadal nel set è indicato per primo, segue poi quello dell’avversario.    

Come si osserva – sebbene dai tweet sia riuscita a risalire al punteggio dei set – il numero del set non era sempre disponibile. Astraendo per un istante dal numero del set, si può vedere quante volte l’avvertimento sia stato comminato dal sesto game in avanti, 22 volte, e quante prima, 10. Si riesce anche più facilmente a visualizzare il punteggio del game, nella maggior parte dei casi su palle break o su punti che portano alla palla break. L’immagine 3 mostra poi la distribuzione temporale del numero delle partite conosciute estratte da Twitter che fanno parte di questo sottoinsieme.

IMMAGINE 3 – Numero delle partite conosciute per anno

Questi avvertimenti per violazione temporale nelle fasi avanzate della partita possono essere giustificati da molteplici fattori, come ad esempio il fatto che Nadal rallenti nella sua routine di servizio o tra un punto e l’altro nelle fasi conclusive del set. Ciò però non giustifica il momento preciso in cui viene comminato l’avvertimento: perché ne vengono dati così tanti nei passaggi cruciali del game, del set o della partita? Questo è il vero scopo dello studio, far emergere la parzialità a cui facevo riferimento. Come accennato, Twitter stesso si espone a essere parziale per la scelta da parte dei suoi utenti del tipo di informazioni da riportare (sebbene sembri che, nel caso di Nadal, tutti pubblichino tweet sugli avvertimenti, almeno per i tornei più importanti). L’esigenza di raccogliere dati sul maggior numero di partite del circuito maschile e femminile deriva proprio dalla volontà di eliminare qualsiasi forma di scetticismo. Inoltre, ci sono ulteriori aspetti che si potrebbero esplorare, come il lato psicologico dei giocatori (vincono o perdono il punto o il game?), la parzialità dell’arbitro (la tendenza a comminare avvertimenti in determinati momenti della partita), cosa succede negli Slam rispetto agli altri tornei, e molti altri. 

Time Violation Warning Study: Motivation & Preliminary Results

Una proposta per regolamentare il rientro da una squalifica

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 22 marzo 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Dopo aver scontato la squalifica per doping di 15 mesi, Maria Sharapova tornerà al tennis professionistico nel torneo di Stoccarda, che ha inizio il 24 aprile e che le ha garantito un accesso diretto tramite wild card. Da ex numero 1 della classifica e in qualità di giocatrice estremamente conosciuta, non ci si deve sorprendere se ha già ottenuto wild card anche per il Madrid Premier Mandatory e gli Internazionali d’Italia.

Si è naturalmente generato un acceso dibattito. Molte persone vedono nelle wild card una sorta di ricompensa o regalo che risulta inappropriato se conferito a un giocatore o a una giocatrice colti in una violazione così importante. Molti appassionati e colleghi ritengono che, pur avendo scontato una pena severa, Sharapova non meriti questo tipo di vantaggio.

E’ significativo come né la Federazione Internazionale – che gestisce gli esami antidoping e determina le squalifiche – né la WTA – che definisce le linee guida per la partecipazione ai tornei – abbiano voce in capitolo sulla situazione. Ogni torneo deve prendere la sua decisione. Il Roland Garros potrebbe rifiutarsi di invitare Sharapova all’edizione di quest’anno (e Wimbledon potrebbe fare lo stesso), ma qualsiasi altro organizzatore il cui scopo è vendere biglietti e attrarre sponsor vorrebbe averla in tabellone.

In altre parole, con la possibile eccezione di Parigi e Londra, Sharapova potrebbe essere nella condizione di ripartire dalla situazione pre-squalifica, cioè accedere a qualsiasi torneo in cui desidera giocare. L’unico svantaggio è che non riceverà la testa di serie, aspetto che potrebbe rendere il quarto della morte all’Indian Wells Masters appena conclusosi una sezione di tabellone da circolo di tennis. Se gioca bene e non subisce infortuni, è probabile che riesca a risalire la classifica entro la fine della stagione fino alla zona di assegnazione delle teste di serie.

Non è mio interesse approfondire l’eventuale merito di Sharapova nel ricevere le wild card. In generale, non ho particolare simpatia per quelle situazioni in cui i tornei offrono opportunità di guadagno – di soldi e punti per la classifica – a giocatori preferiti, ma è anche vero che la squalifica di Sharapova è stata già molto lunga. Non sembra giusto che debba impiegare mesi a raccimolare punti nei tornei di livello inferiore. Quando Viktor Troicki è stato sospeso per un anno nel 2013, gli sono state garantite solo due wild card in tornei del circuito maggiore, e quindi gli sono serviti sei mesi per ritornare alla sua precedente classifica.

La mia preoccupazione si rivolge invece a tutti i giocatori del circuito come Troicki. Il rientro di Sharapova, al pari di quello di Troicki, saranno in definitiva influenzati dalle decisioni dei singoli tornei: da un lato, Sharapova – da vincitrice di diversi Slam e personaggio pubblico immensamente popolare – potrà partecipare praticamente a tutti i tornei in cui vorrà giocare, dall’altro Troicki è stato costretto a ricominciare quasi dall’inizio. Messa in altri termini: la squalifica di 15 mesi di Sharapova avrà avuto una durata di 15 mesi (esattamente quindici, visto che giocherà il suo primo turno al torneo di Stoccarda il primo giorno successivo al termine della squalifica), mentre la squalifica di 12 mesi ha tenuto Troicki lontano dal suo livello di riferimento per quasi 18 mesi.

La WTA necessita di una regolamentazione che determini con precisione il trattamento che una giocatrice debba attendersi al rientro da una squalifica. Fortunatamente, è già operativo uno strumento che può essere adattato allo scopo, cioè la “classifica speciale” riservata alle giocatrici con infortuni di lunga durata (la regola della “classifica protetta” funziona in modo simile per il circuito ATP): se una giocatrice è inattiva per più di sei mesi, può utilizzare la posizione in classifica prima dell’infortunio per partecipare fino a otto tornei, tra cui fino a due Premier e due Slam. Sia la giocatrice un’icona, sia una sconosciuta, al suo rientro ha comunque un’equa possibilità di risalire la classifica.

Questa è la mia proposta: quando la squalifica di una giocatrice termina, il suo rientro è sottoposto allo stesso trattamento del rientro da un infortunio, con la differenza che per il primo anno non vengono concesse wild card.

In questo caso, Sharapova sarebbe nel tabellone principale di otto tornei, potendo scegliere tra Stoccarda, gli Internazionali d’Italia, il Madrid Premier Mandatory, il Roland Garros, Birmingham, Wimbledon, il Toronto Premier e il Cincinnati Premier. Giocando bene nei primi due mesi dal rientro, avrebbe probabilmente una classifica sufficientemente alta per accedere agli US Open senza aiuto. In questo modo, l’intera faccenda si sgonfierebbe.

Non serve che le specifiche siano perfettamente aderenti al rientro da infortunio. Si può pensare di aggiungere dai due ai quattro tornei con classifica speciale per eventi minori organizzati dalla Federazione Internazionale o per le qualificazioni, nel caso una giocatrice preferisca riaffacciarsi gradualmente al circuito maggiore, dopo aver superato una sorta di periodo di riabilitazione. L’elemento centrale è che le regole sarebbero identiche per qualsiasi giocatrice. Per quanto severa possa essere stata la punizione comminata a Sharapova, non è nulla rispetto all’effetto che una squalifica di 15 mesi ha su un giocatore del circuito meno famoso, come dimostra l’esempio di Troicki.

Che sia o non sia di gradimento, ci saranno altre squalifiche per doping e, a meno che entrambi i circuiti non istituiscano un tipo di trattamento standard, il merito dell’assegnazione di wild card a una determinata giocatrice o giocatore piuttosto che ad altri, al loro rientro, sarà oggetto di continue e più intense controversie. La severità ultima di una squalifica dipenderà sempre da numerosi aspetti, ma la popolarità di un giocatore o di una giocatrice non dovrebbe essere mai tra questi.

Regulations for Returning Rule-Breakers

Gli effetti (e, forse, anche il vantaggio psicologico) di uno scambio lungo

di Jeff Sackmann // TennisAsbtract

Pubblicato il 10 settembre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Uno dei punti più spettacolari del quarto di finale tra Simona Halep e Victoria Azarenka agli US Open 2015 (vinto da Halep con il punteggio di 6-3 4-6 6-4, n.d.t.) è stato uno scambio da 25 colpi all’inizio del terzo set, concluso da Azarenka con un dritto vincente. Si è trattato dello scambio più lungo della partita, che l’ha portata al punto del game per tenere il servizio in apertura di set.

Anche quel punto, come spesso accade per gli scambi molto lunghi, sembrava poter rappresentare una svolta nel vantaggio psicologico sulla partita. Invece, Halep ha rimesso il punteggio in parità con uno scambio da 10 colpi al punto successivo. Se un qualsiasi indizio di vantaggio psicologico fosse stato associato all’esito di questi due punti, era scomparso con la stessa velocità con cui si era manifestato. Sono serviti infatti poi altri otto punti prima che Azarenka chiudesse finalmente il game a proprio favore.

Uno scambio lungo fornisce effettivamente delle indicazioni? Possiede cioè valore predittivo per il punto successivo, o anche per l’intero game? O diventa solo un punto da circoletto rosso che passa in second’ordine nel momento in cui lo scambio è terminato e si riprende a giocare?

Per trovare una risposta, ho consultato gli scambi punto per punto delle circa 1100 partite presenti al momento nel database del Match Charting Project, identificando l’1% dei punti più lunghi – vale a dire 17 o più colpi per le donne, 18 o più colpi per gli uomini – e analizzando cosa succede successivamente, sia in termini di affaticamento che di vantaggio psicologico.

Il punto successivo

Esiste un chiaro effetto causato da uno scambio lungo: il punto successivo, in media, sarà più corto. Lo scambio da 10 colpi della partita tra Halep e Azarenka si è rivelato un’eccezione: in media, nel circuito femminile il punto successivo a uno scambio lungo è di 4.45 colpi, mentre la media complessiva è di 4.85 (in funzione della giocatrice al servizio e se si tratti della prima o seconda di servizio). Per gli uomini la media è 4.03 colpi nel punto successivo, rispetto a una media complessiva di 4.64.

Nel caso delle donne, l’affaticamento diventa un fattore per la giocatrice al servizio. A seguito di uno scambio lungo, le donne mettono la prima di servizio solo il 61.3% delle volte, rispetto a una media del 64.6%. Negli uomini il fattore fatica non si manifesta allo stesso modo: le analoghe percentuali sono 62.3% e 62.2%.

E, per le donne, c’è anche maggiore evidenza di un effetto fatica immediato. Le giocatrici che vincono questi scambi lunghi sono lievemente più forti delle avversarie, vincendo, in media, il 50.7% dei punti. Subito dopo uno scambio lungo però, le stesse giocatrici vincono solo il 49% dei punti. Non ho chiari i motivi. Forse la giocatrice che ha vinto uno scambio lungo ha dovuto profondere più sforzo dell’avversaria, magari mettendo tutte le sue rimanenti energie in un vincente a rimbalzo, o terminando il punto con un paio di colpi atletici a rete.

A ogni modo, non esiste un effetto analogo nel circuito maschili. Dopo aver vinto uno scambio lungo, i giocatori vincono il 51.1% dei punti successivi, rispetto a un 50.8% atteso. O esiste un vantaggio psicologico, seppur molto ridotto, oppure, più probabilmente, è solo un’imprecisione statistica.

Giocatori e giocatrici servono più doppi falli a seguito di uno scambio lungo, anche se l’effetto è molto più marcato per le donne. Subito dopo uno scambio lungo infatti, le donne servono un doppio fallo il 4.7% delle volte, rispetto a una media del 3.3%. Gli uomini invece servono un doppio fallo il 4.5% delle volte rispetto a una frequenza attesa del 4.2%.

Vantaggio psicologico duraturo

Al di là di un lieve effetto sulle modalità del punto successivo, uno scambio lungo è in grado di influenzare l’esito di un game? L’evidenza è a favore di una risposta negativa.

Per ogni scambio lungo, ho verificato se il vincitore del punto è poi riuscito a vincere anche il game, come è stato per Azarenka contro Halep. Inoltre, ho messo insieme il punteggio successivo allo scambio lungo con la frequenza media di punti vinti al servizio dal giocatore in questione per calcolare le probabilità che, a partire dal quel punteggio, colui che avesse vinto il punto finisse per vincere anche il game. Sempre in riferimento alla partita citata, le probabilità di Azarenka di chiudere il game sul vantaggio interno, quindi in una situazione di punteggio AD-40, erano del 77.6%.

Per entrambi i circuiti, non ho riscontrato effetti significativi. Le giocatrici che vincono scambi lunghi hanno poi vinto il 66.2% di quei game, di fronte a una percentuale attesa del 65.7%. I giocatori hanno vinto il 64.4% di quei game, rispetto a una frequenza attesa del 64.1%.

In presenza di un campione molto più dettagliato, questi risultati potrebbero segnalare un vantaggio psicologico, seppur molto ridotto. Ma su poco meno di 1000 scambi lunghi per ciascun circuito, le differenze rappresentano solo pochi game che sono stati vinti dal giocatore o giocatrice che ha vinto lo scambio lungo.

Per il momento, dobbiamo concludere che le conseguenze di uno scambio lungo hanno una durata molto ridotta: a malapena un punto per le donne e forse nemmeno quello per gli uomini. Sono punti che sembrano avere più effetto sugli appassionati che non sui giocatori stessi.

The Effects (and Maybe Even Momentum) of a Long Rally

Nella rivalità con Nadal, il rovescio di Federer è diventato un’arma?

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 17 marzo 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Chi tra gli appassionati di tennis ha pensato che la vittoria di Roger Federer su Rafael Nadal nella finale degli Australian Open 2017 fosse solo attribuibile al caso visto il dominio di Nadal negli scontri diretti, dovrà ricredersi dopo la schiacciante vittoria di Federer negli ottavi di finale all’Indian Wells Masters 2017, che lascia ben sperare i suoi tifosi per la stagione in corso.

Federer ha battuto Nadal in due set in poco più di un’ora, salvando l’unica palla break concessa e trasformando quattro delle cinque a suo favore. La sopravvivenza in quello che è stato definito il quarto della morte è sembrata in realtà una passeggiata per Federer. Lo stesso Nadal ha ammesso di essere stato demolito.

Con due vittorie di fila nel 2017 su un avversario che molto spesso ha avuto la meglio in passato, tutti si chiedono come, all’età di 35 anni, Federer sia riuscito a raggiungere, almeno in questa fase, il punto di svolta nella rivalità con Nadal.

Molti, tra cui Chris Clarey del New York Times e Jeff Sackmann di TennisAbstract, hanno evidenziato nel rovescio di Federer una componente chiave del suo ritrovato successo. In passato, con il rovescio a una mano Federer faticava ad addomesticare l’estrema altezza e rotazione del servizio di Nadal e dei suoi colpi di scambio. Nelle ultime due partite invece, il suo rovescio è stato più un’arma a disposizione che un punto debole.

Uno sguardo alle tendenze nelle loro partite agli Australian Open dal 2012 in avanti può fornire dettagli per rispondere alla domanda. Come mostrato dall’immagine 1, si osserva in primo luogo che la velocità del rovescio di Federer è cresciuta significativamente dal 2012 al 2017, sia nella risposta al servizio, sia nei colpi giocati durante lo scambio (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascun cerchio, n.d.t.). Per la risposta al servizio, la mediana della velocità del rovescio è salita da 102 km/h nel 2012 a 106 km/h nel 2017. Nei colpi di scambio, l’incremento è ancora più marcato, con la mediana della velocità del rovescio che è aumentata, sempre nello stesso periodo, da 111 km/h a 120 km/h.

IMMAGINE 1 – Il rovescio di Federer contro Nadal è diventato più veloce

Inoltre, analizzando l’altezza con cui la pallina supera la rete, si osserva anche un cambiamento nella tipologia del rovescio di Federer. Dagli Australian Open 2012, il rovescio di Federer nella risposta al servizio di Nadal ha superato la rete con altezza decrescente di quasi il 25%, come mostrato dall’immagine 2. Negli scambi invece, il rovescio ha superato la rete a un’altezza inferiore del 15%, sempre per il periodo considerato.

IMMAGINE 2 – Il rovescio di Federer contro Nadal è diventato più piatto

Sono entrambe indicazioni del fatto che Federer abbia colpito il rovescio con più velocità e con minore effetto contro Nadal nel 2017 di quanto abbia fatto nei loro scontri diretti nei precedenti 5 anni. Come ci è riuscito?

Una spiegazione risiede nella volontà di Federer di rinunciare al rovescio difensivo tagliato anticipando l’impatto con la pallina da una posizione in campo più interna. Le statistiche raccolte da TennisAbstract supportano questa conclusione. Se mettiamo a confronto la semifinale degli Australian Open 2014 con gli ottavi di finale all’Indian Wells Masters 2017, osserviamo che la frequenza con cui Federer colpisce il rovescio tagliato si è ridotta del 50%.

I benefici di una strategia così offensiva erano sicuramente già noti a Federer tre anni fa. Sembra solo che ci sia voluto del tempo prima di renderla attuabile. Se questo sia legato all’arrivo di Ivan Ljubicic come allenatore, a una racchetta dal piatto corde più ampio, a una prospettiva più rilassata sulla carriera o ad altri fattori, rimane un argomento aperto a congetture.

In Federer-Nadal Rivalry, Has the Federer Backhand Become a Weapon?

Il fattore campo nel tennis, parte 3 (le conclusioni)

di Chapel Heel // FirstBallIn

Pubblicato il 26 settembre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nella parte 1 di questa serie, ho introdotto i criteri alla base di un’analisi del fattore campo nel tennis. Nella parte 2, ho esaminato i dati a disposizione relativi ai sette paesi selezionati. In quest’ultima parte, metterò insieme i risultati per vedere quali conclusioni si posso trarre.

All in

Iniziamo con un’aggregazione dei dati dei sette paesi oggetto di analisi. Tutte le medie indicate sono soppesate per il numero di partite, a eccezione della percentuale di vittorie attese, che è il risultato di una catena di Markov per la media soppesata dei punti vinti al servizio.

Nonostante il campione sia statisticamente significativo e con numeri che sembrano avere un senso, non c’è indicazione specifica della presenza di un fattore campo. Anzi, la percentuale di vittorie attese suggerisce uno svantaggio legato al fattore campo, seppur minimo.

Come accennato in precedenza, l’unico vero problema è legato alla Gran Bretagna e alla Svizzera, con il dominio numerico di Andy Murray da un lato e di Roger Federer e Stanislas Wawrinka dall’altro in misura tale da rendere i risultati estremamente parziali rispetto alle partite in trasferta, in larga parte perché sono giocatori che hanno giocato poche partite in casa. Sebbene il numero di partite giocate in Gran Bretagna e in Svizzera sia piuttosto ridotto, le percentuali di vittoria così alte di Murray, Federer e Wawrinka – e senza giocatori di rilievo di secondo livello – sono tali da influenzare con decisione il campione numerico. Ad esempio, le partite in trasferta per la Gran Bretagna e la Svizzera sono circa il 10% del campione complessivo.

L’esclusione di Gran Bretagna e Svizzera

Vista la problematica con questi due paesi, sono convinto che i dati della tabella 1 non siano la migliore rappresentazione di un fattore campo. La tabella 2 riporta le stesse informazioni con l’esclusione di Gran Bretagna e Svizzera.

Anche senza Gran Bretagna e Svizzera, rimane più del 90% delle partite complessive e vengono eliminati solo tre giocatori dei primi 100, così da lasciare un campione di dati ancora robusto.

Si osserva un lieve fattore campo percepito nella percentuale di vittorie effettive, che però non è rispecchiato nella percentuale di vittorie attese. Tenendo in considerazione l’incertezza attesa delle percentuali, si può dire che una percentuale di vittorie “realistica” per le partite casalinghe è probabilmente tra il 51.3% e il 53.3% e una percentuale di vittorie “realistica” per le partite in trasferta è probabilmente tra il 49.7% e il 50.7%. Nel migliore dei casi, questo vorrebbe dire un fattore campo del 3.6%, nel peggiore dei casi assomiglierebbe alla percentuale di vittorie attese della tabella, quindi di fatto assenza del fattore campo. Non mi sento di concludere, sulla base di questi numeri, che esista un fattore campo nel tennis, ma, dovesse esserci, sarebbe decisamente minimo.

Quarti di finale, semifinali e finali

La tabella 3 restringe l’analisi alle partite di quarti di finale, semifinali e finali (sempre escludendo Gran Bretagna e Svizzera). Ho eliminato anche la colonna relativa alla classifica dei giocatori perché non aggiunge nuove informazioni.

Premetto che mi aspetto un fattore campo (se presente) più marcato nei primi turni, nei quali la comodità di una sistemazione domestica può aiutare a prendere confidenza con il torneo, e dove la competizione dall’altra parte della rete non è così forte da annullare il fattore campo.

La tabella 3 mostra esattamente l’opposto, cioè sembra esserci un fattore campo nei primi turni di un torneo. (Da notare che l’esclusione di Gran Bretagna e Svizzera in questo caso non ha fatto una grande differenza, visto che sono state eliminate solo 28 partite casalinghe nei primi turni).

Di fronte a una riduzione importante nella dimensione del campione, il fattore campo è ancora significativo? Credo che lo sia. L’intervallo di percentuale di vittorie attese dovrebbe essere tra il 53.5% e il 58.3% per le partite casalinghe e tra il 47.4% e il 49.8% per le partite in trasferta. Nello scenario migliore, questo comporterebbe un fattore campo del 10.9% (che è esagerato) ma, nello scenario peggiore, sarebbe intorno al 3.7%, in linea con la percentuale di vittorie attese.

Ritengo che ci sia un minimo fattore campo nelle partite di quarti di finale, semifinale e finale. Siccome penso che, complessivamente, il fattore campo sia abbastanza neutrale o lievemente positivo, come regola generale sono portato a concludere che non ci sia un fattore campo nei primi turni di un torneo.

Home Court Advantage in Tennis, Pt. 3 (Conclusions)

Il fattore campo nel tennis, parte 2 (l’analisi sui singoli paesi)

di Chapel Heel // FirstBallIn

Pubblicato il 26 settembre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nella parte 1, ho introdotto i criteri definitori dell’analisi sul fattore campo nel tennis, prendendo in considerazione i giocatori di Australia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Svizzera e Stati Uniti. Di seguito, metto in evidenza, per singolo paese, le differenze tra i risultati casalinghi e in trasferta per il periodo tra il 2010 e il 2015.
La percentuale di vittorie attese è qui intesa come la teorica percentuale di vittorie attese in partite al meglio dei 3 set (con tiebreak nel set decisivo) utilizzando i punti vinti al servizio e la catena di Markov.

Australia

L’Australia ha una quantità abbondante di dati in termini di giocatori di qualità (Lleyton Hewitt, Bernard Tomic, Samuel Groth, Nick Kyrgios, Thanasi Kokkinakis e Marinko Matosevic) e di giocatori inferiori (John Patrick Smith, Matthew Ebden, John Millman). I tre tornei considerati sono Brisbane, Sydney e naturalmente gli Australian Open.

A prima vista, sembra esserci un fattore campo per i giocatori australiani di quasi il 3%. Tuttavia, il campione di partite casalinghe non è molto ampio, in parte perché si sta facendo largo una giovane generazione di giocatori (Hewitt si è ritirato, Kokkinakis e Kyrgios non sono professionisti da tempo sufficiente ad aver accumulato molte partite in Australia). Ci si potrebbe aspettare una deviazione standard di circa il 4% sulla percentuale di vittorie delle partite casalinghe e dell’1.8% sulle partite in trasferta, che compenserebbe totalmente il vantaggio percepito. Questo è corroborato dalla percentuale di vittorie attese (per quanto si tratti di percentuali basate su partite al meglio dei tre set, mentre una larga parte del campione è formato da partite degli Australian Open al meglio dei cinque set).

Considerati singolarmente, i dati relativi all’Australia possono non significare molto, ma hanno validità per l’inserimento nel campione complessivo.

Francia

Per la Francia i dati a disposizione sono abbondanti, con molti giocatori tra i primi 100. A differenza dell’Australia però, non ci sono altrettanti giocatori nel livello immediatamente inferiore. I sei tornei considerati sono Metz, Marsiglia, Montpellier, Nizza, il Masters di Parigi e naturalmente il Roland Garros.

Con un numero molto maggiore di dati a livello di singolo punto a disposizione, il fattore campo percepito si riduce in modo deciso, rimanendo sempre caratterizzato da incertezza. Anche in questo caso, il risultato sembra essere corroborato dalla percentuale di vittorie attese. Non è sorprendente, visto che la Francia beneficia di giocatori di grande talento ed è ragionevole che riescano a ottenere risultati costanti a prescindere dal paese in cui si gioca.

Germania

Il campione relativo alla Germania comprende giocatori di talento come Tommy Haas, Philipp Kohlschreiber, Florian Mayer e Benjamin Becker, oltre un ampio numero di giocatori inferiori (come ad esempio, Daniel Brands, Julian Reister, Peter Gojowczyk). I quattro tornei considerati sono Halle, Stoccarda, Monaco e Amburgo.

Il fattore campo in questo caso è decisamente evidente, e superiore all’incertezza inerente alla dimensione del campione. Anche la percentuale di vittorie attese mostra la presenza del fattore campo.

Gran Bretagna

Sono stato molto combattuto sull’inclusione nel gruppo della Gran Bretagna. Nelle considerazioni a favore, ci sono cinque tornei che si giocano in Gran Bretagna (il Queen’s Club, Eastbourne, Nottingham, le Finali di stagione a Londra e naturalmente Wimbledon) e una rappresentanza significativa a livello di circuito maggiore. A sfavore pesa però il fatto che la significatività dei giocatori è legata esclusivamente ai risultati ottenuti da un singolo giocatore, Andy Murray, piuttosto che a diversi giocatori di qualità. Non esiste praticamente nessun altro giocatore che giochi tornei ATP una settimana dopo l’altra, come nel caso di Murray. Inoltre, un numero sproporzionato di tornei è giocato su erba, aspetto che potrebbe rendere parziale l’analisi tra partite in casa e in trasferta. Ho deciso comunque di inserire la Gran Bretagna per poi verificare se anche uno dei fattori a sfavore alterasse i risultati in maniera eccessiva.

E così è stato. In primo luogo, c’è un problema di dimensionamento del campione, con poche partite casalinghe e poco più della metà delle partite in trasferta dell’Australia. Inoltre, circa la metà delle partite casalinghe arrivano da giocatori che non siano Murray che significa, come temuto, che un solo giocatore domina il campione.

La problematica più macroscopica è data dalla percentuale di vittorie in trasferta, che è inopinatamente alta. Se la percentuale di vittorie casalinghe, la classifica media del giocatore delle Gran Bretagna e la classifica media dell’avversario sono ragionevolmente in linea con quelle di australiani, francesi e tedeschi, i risultati relativi alle partite in trasferta si leggono Murray, Murray e ancora Murray, che ha giocato moltissime partite in più in trasferta rispetto alle casalinghe e ne ha vinte la maggior parte. Senza poi citare l’enorme pressione su Murray in ogni partita casalinga, sulle cui spalle poggiano le aspettative del movimento tennistico britannico.

Tornerò sull’inclusione-esclusione della Gran Bretagna nella parte 3.

Spagna

Come la Francia, anche la Spagna ha una pletora di giocatori davvero forti. La differenza ovviamente si chiama Rafael Nadal, uno dei più grandi di sempre, oltre a una presenza costante, di uno degli altri, tra i primi 5. Però, visti i molti giocatori di valore, non sono solo Nadal e David Ferrer ha dominare le statistiche. Inoltre, ci sono solo tre tornei, Madrid, Barcellona e Valencia (la cui ultima edizione è stata nel 2015, n.d.t.).

I numeri evidenziano una presenza minima di fattore campo, anche se il risultato potrebbe essere negativamente influenzato dalla deviazione standard. Potrebbe esserci anche un effetto terra rossa, per quanto va detto che in quasi tutti i paesi considerati le partite casalinghe sono dominate da una superficie (a eccezione della Francia).

Svizzera

Un altro caso problematico. Come la Gran Bretagna, il campione di dati per la Svizzera è dominato da due giocatori principali, che è comunque una situazione migliore della prerogativa di un solo giocatore. Di converso però tutti i tornei che si giocano in Svizzera hanno importanza relativa, e sia Roger Federer che Stanislaw Wawrinka non hanno giocato così tante partite casalinghe.

Questo non è un campione estremamente rappresentativo. Ci sono solo 68 partite casalinghe, più della metà delle quali sono di Federer e Wawrinka. E poi c’è un numero di partite in trasferta enormemente superiore, quasi 12 volte maggiore, principalmente per la bravura di Federer e Wawrinka ad arrivare alle fasi conclusive dei tornei in tutto il mondo. I due dominano questi numeri allo stesso modo in cui Murray rappresenta quelli della Gran Bretagna, e il vantaggio delle partite in trasferta è simile.

Tornerò sull’inclusione-esclusione della Svizzera nella parte 3.

Stati Uniti

Gli Stati Uniti non hanno un giocatore dominante, ma John Isner e Mardy Fish (ritiratosi nel 2015, n.d.t.) erano regolarmente tra i primi 20, e c’è una ampia rappresentanza di giocatori appena inferiori. Ancora più importante, ci sono 14 tornei nel campione, il più abbondante di tutti i paesi.

Considerato il grande numero di partite, la presenza del fattore campo è accertata senza che dipenda troppo dall’elemento fortuito. Da notare inoltre che i giocatori americani hanno più partite in casa che in trasferta, in parte perché ci sono molti tornei negli Stati Uniti, e in parte a riprova della supposizione che gli americani non riescono a raggiungere le fasi finali dei tornei quando giocano all’estero.

Nella parte 3, metterò insieme i risultati per vedere quali conclusioni si possono trarre.

Home Court Advantage in Tennis, Pt. 2 (Country Data)

Il fattore campo nel tennis, parte 1 (le premesse)

di Chapel Heel // FirstBallIn

Pubblicato il 26 settembre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Esiste una metodologia, non troppo complicata, per determinare la presenza del fattore campo nel tennis, cioè quell’ipotetico vantaggio che deriva dal giocare una partita “in casa”?

Per rispondere a questa domanda, come punto di partenza mi è sembrato abbastanza naturale confrontare i risultati di un giocatore in territorio “amico” rispetto a quelli ottenuti in partite “fuori casa”, all’interno di uno specifico orizzonte temporale.

Ho definito i seguenti criteri di selezione:

  • periodo di riferimento dal 2010 al 2015;
  • esclusione dei Challenger, che esulano dal mio interesse e che determinano grosse oscillazioni. Sulle partite di qualificazione ritorno in seguito;
  • esclusione della Coppa Davis, perché credo che non ci siano dubbi sul fattore campo, al punto da rendere l’analisi parziale;
  • esclusione del torneo olimpico, perché favorirebbe eccessivamente la Gran Bretagna visto che Londra 2012 è l’unica edizione delle Olimpiadi estive per il periodo preso a riferimento;
  • non inclusione dei ritiri pre-partita (walkover);
  • nelle partite casalinghe, esclusione delle partite in cui l’avversario è dello stesso paese, visto che non esisterebbe in quel caso un vantaggio evidente;
  • inclusione di un paese nel conteggio delle partite casalinghe solo se ospita almeno 3 tornei del circuito maggiore, in modo da avere abbastanza dati a disposizione;
  • inclusione di un paese nel conteggio delle partite casalinghe solo se è rappresentato da un numero significativo di giocatori nel circuito maggiore, in modo da avere abbastanza dati a disposizione. 

Rispetto agli ultimi due criteri, ho ridotto il campione a sette paesi: Australia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Svizzera e Stati Uniti. La Cina soddisfa il criterio dei tornei ATP, ma ritengo che non abbia una valida rappresentanza di giocatori sul circuito maggiore. L’Italia invece ha una rappresentanza di giocatori degna di nota, ma ospita solo un torneo ATP. 

Come discusso in seguito, la presenza di Gran Bretagna e Svizzera è opinabile. Se da un lato soddisfano sono paesi che soddisfano gli ultimi due criteri, dall’altro i risultati sono dominati dai giocatori tra i primi 5 che non hanno giocato molte partite casalinghe. Per il momento ho comunque deciso di includerle. 

In ultimo, avevo inizialmente compreso anche le partite di qualificazione, ma solo per il periodo dal 2010 al 2014 vista l’assenza di dati per il 2015 da TennisAbstract, la mia fonte informativa. Tuttavia, ho deciso poi di escluderle completamente per due ragioni:

  • avrebbero costituito circa il 43% del campione di partite, presumibilmente perché i giocatori di classifica inferiore giocano molti più turni di qualificazione in casa rispetto alle partite del tabellone principale e, generalmente, un paese ha più giocatori che devono qualificarsi di quanti poi accedano effettivamente al tabellone principale. Volevo evitare quindi che le partite di qualificazione avessero una posizione dominante nel campione;
  • i dati relativi alle qualificazioni mostrano uno svantaggio considerevole nelle partite casalinghe che contraddice del tutto i dati relativi al tabellone principale. Nelle partite di qualificazione, i giocatori di casa dei sette paesi considerati hanno una percentuale di vittorie del 41.3% contro giocatori di altre nazioni. Nelle partite in trasferta contro tutti i giocatori, la percentuale di vittorie sale al 53.4%. E si tratta di percentuali piuttosto stabili. Nel campione considerato, le partite casalinghe sono 2023 e quelle in trasferta 5293. Inoltre, il rapporto era abbastanza simile per tutti i sette paesi considerati. 

Nella parte 2 approfondirò l’analisi per ciascun paese con dati relativi ai giocatori delle sette nazioni considerate.

Home Court Advantage in Tennis, Pt. 1 (The Setup)

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 13 (sulla seconda di servizio come misura della bravura)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 4 giugno 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 12.

Le magliette zebrate e le partite consecutive senza il giorno di riposo non sono state le sole stranezze del Roland Garros 2016. La pioggia incessante si è abbattuta come una catastrofe sul programma, aumentando la pressione a cui i giocatori sono normalmente sottoposti durante uno dei quattro tornei più importanti della stagione (e alcuni non hanno esitato a dare voce alla loro disapprovazione). In conseguenza, le capacità di adattamento e resistenza sono risultate più importanti per l’avanzamento del turno di quanto già non succeda in condizioni di regolare svolgimento.

Va però detto che, anche una volta azzerata la variabile meteorologica, il dibattito per individuare le caratteristiche più significative necessarie a diventare un campione rimane sempre molto acceso. Nel mito di oggi, Klaassen e Magnus provano a dare un’interpretazione, seppur parziale, della vicenda, mettendo a confronto la bravura dei giocatori nella prima e nella seconda di servizio.

Mito 13: “Il livello di bravura di un giocatore o di una giocatrice è definito dalla sua seconda di servizio”

Questa definizione del Mito 13 è un altro modo per dire che la seconda di servizio è una misura più accurata della bravura di un giocatore o di una giocatrice rispetto a quanto lo sia la prima di servizio. Chiaramente, la seconda di servizio rappresenta una situazione di maggiore vulnerabilità, aspetto che potrebbe suggerire che i giocatori in grado di vincere più punti con la seconda di servizio siano generalmente anche quelli che vincono più partite in assoluto. Di converso, i giocatori con un’alta percentuale di buone prime di servizio possono non dover essere altrettanto, o meno, efficaci quando devono servire la seconda. Quindi, prendere una posizione di difesa nei confronti del Mito 13 non è immediatamente ovvio. 

E’ frustrante notare che, quando Klaassen e Magnus hanno affrontato la questione in Analyzing Wimbledon, la risposta dei diversi metodi applicati non è stata univoca. La differenza risiede nel modo in cui i due autori determinano la bravura dei giocatori. Quando è la classifica a essere utilizzata, si osserva una corrispondenza maggiore tra le prestazioni con la prima di servizio che con la seconda di servizio. Tuttavia, quando si mette in correlazione la prima e la seconda di servizio con la differenza di classifica dei giocatori, si ottiene una corrispondenza di verso opposto per gli uomini – vale a dire che le seconde di servizio differiscono in misura maggiore della differenza di classifica fra i giocatori considerati di quanto non lo facciano le prime di servizio – mentre non risultano differenze fra le correlazioni tra prima e seconda di servizio con la classifica nel caso delle donne. Va ricordato che si tratta sempre di partite relative solo a Wimbledon. 

Una rivisitazione del Mito 13 per il circuito maschile

In presenza di risultati divergenti, Klaassen e Magnus si fermano e concludono che non ci sono prove sufficienti per stabilire la superiorità o l’inferiorità della seconda di servizio come misura della bravura di un giocatore. Diventa quindi uno di quei temi per i quali molto dipende dal modo in cui effettivamente viene misurata la bravura. 

Come altre volte in passato, quando si tratta di determinare la bravura, la mia preferenza è per il sistema di valutazione Elo rispetto alle classifiche ufficiali, poiché Elo è più accurato nell’assegnare ai giocatori il giusto merito per vittorie importanti nella stessa maniera in cui li penalizza per sconfitte sorprendenti. Se il Mito 13 è corretto, dovremmo attenderci una correlazione più forte tra la differenza nelle valutazione Elo e i punti ottenuti con la seconda di servizio rispetto ai punti ottenuti con la prima di servizio. Cosa indicano i dati relativi alle partite del circuito maschile e del circuito femminile degli ultimi 5 anni?

L’immagine 1 riassume le differenze tra la valutazione Elo di un giocatore (asse delle Y) e la percentuale di punti vinti con la prima e con la seconda di servizio. I due riquadri superiori mostrano la relazione per tutte le partite nel periodo tra il 2010 e il 2015, mentre i riquadri inferiori si riferiscono solamente alle partite di Wimbledon, così da rendere il confronto con l’analisi di Klaassen e Magnus più omogeneo. Riguardo a tutte le partite, si osserva una correlazione positiva con la differenza di bravura dei giocatori – secondo la valutazione Elo – per entrambi i servizi, ma esiste una correlazione leggermente più forte con la prima di servizio. Difatti, la correlazione con la prima di servizio è 0.35 (intervallo di confidenza al 95% = 0.33-0.37) rispetto alla correlazione con la seconda di servizio pari a 0.31 (intervallo di confidenza al 95% = 0.29-0.34).

La prima di servizio dunque sembra avere una minima superiorità sulla seconda di servizio come indicatore di bravura, contrariamente a quanto affermato dal Mito 13.

IMMAGINE 1 – Valutazioni Elo per il circuito maschile e prima e seconda di servizio

Per il torneo di Wimbledon però la situazione è diversa. Entrambi i servizi sembrano possedere la medesima relazione statistica, la prima di servizio con una correlazione dello 0.36 (intervallo di confidenza al 95% = 0.29-0.43) e la seconda dello 0.39 (intervallo di confidenza al 95% = 0.32-0.45). Ci sono anche segnali che sull’erba la seconda di servizio sia più importante della prima, in linea con quanto trovato da Klaassen e Magnus.   

Una rivisitazione del Mito 13 per il circuito femminile

Cosa si può dire per il tennis femminile nel quale solitamente la prima di servizio è meno dominante? Utilizzando la stessa metodologia basata sulle valutazioni Elo, è ancora più evidente che la prima di servizio è un indicatore di bravura più forte per tutte le partite. L’immagine 2 mostra una correlazione con la prima di servizio dello 0.35 (intervallo di confidenza al 95% = 0.32-0.37) rispetto a una dello 0.26 per la seconda di servizio (intervallo di confidenza al 95% = 0.24-0.28).

IMMAGINE 2 – Valutazioni Elo per il circuito femminile e prima e seconda di servizio

A differenza del circuito maschile, nel caso delle donne questa relazione rimane fondamentalmente identica a Wimbledon. I risultati suggeriscono quindi che, complessivamente, la prima di servizio è in genere l’aspetto più importante per distinguere tra i professionisti il livello di bravura dei giocatori, ma la seconda di servizio acquisisce maggiore importanza quando la superficie è veloce ed è diffusa un’alta qualità nella prima di servizio.

Queste rimangono però considerazioni teoriche in un torneo come il Roland Garros 2016, nel quale è più probabile che i vincitori emergano tra quei giocatori capaci di resistere allo sforzo di partite in giorni consecutivi e di non lasciarsi intimidire dalle condizioni pesanti del campo e delle palline.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 13

Il rovescio di Federer

di Rick Nashtag // AgainIAmRightInMyAnalysis

Pubblicato il 10 febbraio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

La saggezza popolare tennistica attribuisce a Roger Federer un punto di debolezza – sempre che così lo si possa definire – nel rovescio a una mano. Questo aspetto viene enfatizzato dal gioco di Rafael Nadal, il quale, sempre secondo la medesima saggezza popolare, insiste con il suo dritto fortemente carico di effetto sul lato del rovescio di Federer. Il dritto di Nadal che sposta Federer fuori dal campo costringendolo a ribattere con un scomodo rovescio a rimbalzo colpito al di sopra della spalla è una combinazione che normalmente genera a Federer molti grattacapi.

Alla vigilia della finale degli Australian Open 2017, uno dei punti chiave risiedeva nella capacità di Federer di gestire la diagonale dritto – rovescio che Nadal avrebbe impostato.

Come è noto, Federer ha vinto il torneo. E’ un risultato che certamente non mi aspettavo, ma sul quale, in questa occasione, avevo riposto maggiori speranze per diversi motivi. In primo luogo, la convinzione che la superficie non solo fosse più veloce, ma smorzasse anche il rimbalzo della pallina (mitigando di fatto l’incredibile effetto imposto da Nadal ai suoi colpi). In secondo luogo,è solo la seconda volta che Federer gioca contro Nadal da quando, a partire dal 2014, ha utilizzato un piatto corde più ampio. Anche se Nadal ha vinto la semifinale degli Australian Open 2014, Federer aveva da poco iniziato a giocare con quella racchetta con regolarità nel torneo. Penso quindi che sia difficile trarre conclusioni da quella partita, ritengo invece che questi due fattori abbiano riequilibrato le probabilità di vittoria della finale 2017, dal 60% a favore di Nadal.

Ero quindi curioso di vedere come Federer sarebbe riuscito a utilizzare il suo rovescio contro Nadal, su quel tipo di campo e con quel tipo di racchetta, e mi sembra di poter dire che abbia ottenuto ottimi risultati. Al di là del 18esimo Slam, molti aspetti emergono dalla finale, tra cui appunto come Federer abbia sfruttato il rovescio non solo per difendere ma per un gioco di attacco sia in diagonale che in lungolinea. Diversi video su YouTube mostrano i suoi rovesci vincenti della partita.

Purtroppo non ci sono dati disponibili per verificare quanto il rimbalzo della pallina possa aver modificato il punto d’impatto del rovescio di Federer. Per quanto ne sappia, nonostante sia convinto che quel tipo di informazione esista – durante la partita ESPN ha mostrato una grafica sull’altezza del punto di contatto di Federer almeno una volta – non è appunto resa pubblica.

Tuttavia, ci sono altre statistiche a misurazione dell’efficacia del rovescio di Federer, in particolare l’indice Potenza del Rovescio creato da Jeff Sackmann di TennisAbstract, con cui ha verificato che Federer ha raccolto il massimo dal rovescio contro Nadal, con ampio margine rispetto alle altre partite che hanno giocato in uno Slam.

Jon Wertheim di Sports Illustrated, un giornalista e commentatore di tennis che in genere apprezzo, si è espresso nella sua rubrica Mailbag con parole che mi hanno fatto riflettere: “[..] Ha giocato un tennis di attacco, notate il numero ridotto di colpi tagliati [..]”. Wertheim non fa esplicita menzione al rovescio tagliato, ma credo si stesse riferendo proprio a quel colpo. Ho avuto la stessa impressione guardando la partita, cioè quanto spesso Federer sembra aver colpito il rovescio piatto o in top-spin rispetto al rovescio tagliato.

E’ andata così? Ho sempre pensato che “avere l’impressione” è un pessimo condizionamento negli sport. Federer ha usato il rovescio con più aggressività (come mostrato dalla percentuale di rovesci tagliati rispetto ai rovesci totali)? E conta davvero saperlo, cioè giocare meno di attacco – quindi un rovescio tagliato invece che uno piatto o in top-spin – lo rende più vulnerabile contro Nadal?

Tra le migliaia di partite presenti nel database del Match Charting Project, ci sono 11 delle 12 partite di Slam tra Nadal e Federer (successivamente alla stesura dell’articolo, è stata inserita anche l’ultima mancante, la semifinale del Roland Garros 2005. Si è lasciato inalterato il testo originale per mantenere la correttezza dei successivi riferimenti numerici, n.d.t). La tabella riepiloga ciascuna partita con evidenza di alcuni numeri chiave sul rovescio.

E’ utile anche sottolineare alcuni rapporti numerici più in dettaglio.

Il grafico mostra il numero totale di colpi a rimbalzo di Federer e il numero dei rovesci a rimbalzo. L’indicazione dei punti è solo per evidenziare le 3 vittorie di Federer in queste partite. Emerge una regolare e intuitivamente ovvia tendenza, cioè al crescere del numero totale di colpi a rimbalzo, anche i rovesci a rimbalzo aumentano. Se lo si analizza in termini percentuali, come nel grafico successivo, non si osserva una relazione diretta tra le vittorie di Federer (rappresentate dalle barre di colore nero) e la percentuale dei colpi a rimbalzo che sono stati dei rovesci. La più bassa percentuale di rovesci a rimbalzo che Federer ha giocato è della finale del Roland Garros 2008, in cui ha vinto in tutto 4 game. Al contrario, nella vittoria agli Australian Open 2017 la percentuale è stata la terza più bassa. Non vedo quindi una tendenza ovvia.

Analizziamo ora il numero dei rovesci tagliati rispetto al numero complessivo dei rovesci a rimbalzo. Quello che colpisce è che Federer è diventato più regolare nel numero totale di rovesci tagliati con il passare degli anni. Mentre il numero totale di rovesci aumenta e diminuisce (a seconda della lunghezza della partita naturalmente), più o meno dal 2012 sembra che Federer abbia fatto uno sforzo aggiuntivo per usare meno colpi tagliati e colpire più piatto o top-spin sul rovescio. Mi chiedo se ad un’analisi più approfondita delle partite di Federer la tendenza è uniforme (e mi aspetto che lo sia) e se ci sia un evidente momento di svolta (come ad esempio la collaborazione con Stefan Edberg).

Colpire con meno taglio è importante nella strategia di Federer per battere Nadal negli Slam? Non in modo evidente, basta prendere la vittoria a Wimbledon 2006 che ha il secondo più alto numero di colpi tagliati ma uno dei più bassi per rovesci colpiti. In percentuale, come mostrato nel grafico successivo, quella vittoria a Wimbledon 2006 è uno dei picchi: quasi il 40% dei rovesci a rimbalzo giocati da Federer in quella partita erano colpi tagliati. Una simile “alta” percentuale si è verificata anche nella vittoria a Wimbledon 2007. Tornando velocemente alla finale di Melbourne, la strategia più aggressiva di Federer sul rovescio, vale a dire colpire meno rovesci tagliati possibili, rappresenta nuovamente un picco, ma per le ragioni opposte.

Si può dire che l’impressione di Wertheim (e anche la mia) è probabilmente vera, Federer è stato più aggressivo con il rovescio durante gli Australian Open 2017, come mostra la riluttanza nell’uso del rovescio tagliato. La scelta di un determinato colpo è influenzata da molteplici fattori che esulano dalla strategia complessiva di un giocatore, non ultimo nel caso di Federer in reazione a come Nadal stava giocando (dove stava indirizzando i suoi colpi, con quanta profondità, quanto esterni, etc). Ma nel corso della loro lunga rivalità, Federer sembra essersi convinto a non desistere dal giocare di rovescio contro Nadal.

Ad oggi, la storia delle partite Slam tra questi due giocatori fornisce scarsa indicazione in merito alla possibilità che la tattica di Federer abbia contribuito attivamente alla vittoria. Per essere più chiari, sarebbe riduttivo affidare l’esito di una partita di tennis a una singola motivazione, e ancora più riduttivo assegnare un valore assoluto a queste statistiche, visto che si tratta di un campione ridotto di partite suddivise in un decennio. Il divertimento nel fare l’analisi l’ha resa comunque meritevole di essere condivisa.

Federer’s Backhand