Il temuto svantaggio al cambio di campo nel tiebreak

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 16 ottobre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Alcune espressioni di saggezza popolare tennistica riescono a essere allo stesso tempo assolutamente ovvie e chiaramente sbagliate. Agli opinionisti è sufficiente un dato di fatto (è meglio vincere più punti) e una piccola aggiunta di vantaggio psicologico percepito per generare un risultato che può risultare nefasto.    

Un esempio pertinente è il cambio di campo durante il tiebreak. Nello scenario tipico, succede una cosa simile: sotto 2-3 nel tiebreak, chi serve concede un minibreak e si ritrova sul 2-4 al cambio di campo, momento nel quale il telecronista si esprime con: “Non c’è di peggio che andare al cambio di campo sotto di uno o più minibreak”.

Anche se raramente viene data una spiegazione completa del pensiero, l’implicazione è che perdere esattamente quel punto – andare quindi da 2-3 a 2-4 – è in qualche modo un risultato peggiore del solito in presenza dell’imminente cambio di campo. Come la convinzione che il settimo game del set sia particolarmente significativo, anche questa è entrata nei canoni informativi senza essere stata messa alla prova.

Iniziamo dalla parte dell’affermazione assolutamente ovvia. Certo, è meglio cambiare campo sul 3-3 che sul 2-4. Nel tiebreak ogni punto è cruciale. Queste sono le percentuali di vincita di un tiebreak in vari scenari di punteggio al cambio campo, basate su un modello teorico e utilizzando un campione di giocatori con il 65% di punti vinti al servizio:

Punteggio  p(Vittoria)  
1*-5       5.4%  
2*-4       21.5%  
3*-3       50.0%  
4*-2       78.5%  
5*-1       94.6%

La conclusione è facile: un giocatore vuole vincere quel sesto punto a tutti i costi (o, almeno, molti dei punti che precedono il sesto punto). Se rimane qualche dubbio, mettiamo gli scenari precedenti a confronto con quelli dopo 8 punti:

Punteggio  p(Vittoria)  
2*-6       2.6%  
3*-5       17.6%  
4*-4       50.0%  
5*-3       82.4%  
6*-2       97.4%

Con il rischio di accanirsi sull’ovvietà, quando il punteggio è molto equilibrato, a tiebreak inoltrato i punti diventano più importanti. Il punto sul 4-4 ha più significato del punto sul 3-3, che ha più significato del punto sul 2-2 e così via. Se i giocatori cambiassero campo dopo 8 punti invece che dopo 6 punti, probabilmente attribuiremmo un potere magico anche a quella situazione di punteggio. 

Risultati pratici

Fin qui, ho solamente illustrato le risultanze del modello riguardo le probabilità di vittoria in diversi punteggi del tiebreak. Se gli opinionisti hanno ragione, dovremmo osservare una differenza tra le probabilità teoriche di vincere il tiebreak da 2-4 e il numero di volte in cui i giocatori effettivamente vincono il tiebreak da quel punteggio. Il modello prevede che un giocatore dovrebbe vincere il 21.5% dei tiebreak dal 2*-4; stando alla saggezza popolare tennistica, dovremmo trovare che un giocatore vince ancor meno tiebreak quando cerca di recuperare da quel tipo di svantaggio.   

Analizzando i più di 20.000 tiebreak del campione a disposizione, è vero esattamente l’opposto. Arrivare al cambio di campo sul 2-4 è decisamente peggio che arrivarci sul 3-3, ma non è peggio di quanto il modello preveda, in realtà è leggermente meglio.

Per quantificare l’effetto, ho calcolato la probabilità di vittoria del tiebreak da parte del giocatore che serve immediatamente dopo il cambio di campo, in funzione dei punti al servizio vinti da ciascun giocatore durante la partita e al modello che ho citato precedentemente. Aggregando previsioni e risultati osservati in ogni tiebreak, possiamo mettere a confronto teoria e pratica. 

In questo sottoinsieme di tiebreak, un giocatore che serve sul 2-4 dovrebbe poi vincere il tiebreak il 20.9% delle volte. Nella realtà, i giocatori vincono il tiebreak il 22% delle volte, una differenza piccola ma importante. Per il giocatore in risposta, la differenza è ancora più ampia. Il modello prevede infatti che i giocatori vincano dal 2-4 il 19.9% delle volte, mentre nella realtà vincono il 22.1% di quei tiebreak. 

In altre parole, dopo sei punti, il giocatore che ne ha vinti di più è nettamente favorito, ma se esiste una forma di vantaggio psicologico, cioè se uno o l’altro giocatore ha più che un vantaggio rispetto a quanto il semplice punteggio suggerisca, è il giocatore che insegue ad approfittarne.    

Naturalmente, lo stesso effetto si presenta dopo otto punti. Al servizio sul 3-5 i giocatori del campione hanno il 16.3% di probabilità (teoriche) di vincere il tiebreak, ma lo vincono il 19% delle volte. In risposta sul 3-5 la probabilità sulla carta è il 17.2%, ma vincono il tiebreak il 19.5% delle volte.

Non c’è nulla di speciale sul primo cambio di campo nel tiebreak, e probabilmente non ci sono altri punti nel tiebreak più cruciali di quanto il modello teorico evidenzi. Invece, la scoperta sta nel fatto che i giocatori sfavoriti hanno una probabilità di recuperare leggermente migliore di quanto preveda il modello. Il mio sospetto è che si assista a un contestuale irrigidimento nei colpi del giocatore che è al comando e una maggiore facilità di palla da parte di chi insegue, un aspetto della saggezza popolare tennistica meritevole di ricevere molta più attenzione dell’idea di un punteggio magico dopo i primi sei punti del tiebreak.

The Dreaded Deficit at the Tiebreak Change of Ends

Chi serve per primo nel tiebreak è avvantaggiato?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 14 ottobre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Con la loro alternanza di servizi e di cambi di campo, i tiebreak sono così equilibrati da dare l’impressione di essere la modalità più giusta per concludere un set. Per quanto ne sappia, non c’è un orientamento di saggezza popolare tennistica diffuso che assegni una qualsiasi forma di vantaggio al giocatore che serve per primo (o per secondo) nel tiebreak.

Facciamo una verifica. In un campione di più di 5200 tiebreak nel circuito maggiore dell’ATP, chi serve per primo ha poi vinto il tiebreak il 50.8% delle volte. Utilizzando il numero dei punti al servizio vinti da ciascun giocatore in una partita per determinare la probabilità che chi serve per primo nel tiebreak vinca poi il set, si ottiene che quel giocatore avrebbe dovuto vincere solo il 48.8% delle volte.

Due punti percentuali sono una differenza minima, ma in questo caso di grande importanza. E si mantiene tale in tutto il triennio (2013-15) maggiormente rappresentato nel campione, non subendo variazioni in funzione del set. Anche se possono esserci parzialità nei risultati dei tiebreak nel primo set, visto che i giocatori con un servizio migliore spesso scelgono di servire per primi e viceversa i giocatori con un servizio meno efficace di iniziare in risposta, in ogni set chi serve per primo è favorito, e servire per primo ha un impatto maggiore nel terzo set che nel set iniziale.   

Però questo effetto, almeno nella sua portata, è confinato ai risultati del circuito maggiore maschile. Un’analisi di 2500 recenti tiebreak nelle partite WTA evidenzia che la giocatrice che serve per prima ha vinto il 49.7% dei tiebreak, rispetto al 49.4% delle attese. Le partite del circuito minore femminile ITF e dei Future maschili restituiscono risultati simili. Lo stesso algoritmo su 6200 tiebreak dei tornei Challenger aggiunge confusione al tema: in questo caso, il giocatore che serve per primo ha vinto il 48.1% dei tiebreak, mentre avrebbe dovuto vincerne il 48.7%.

Un scoperta fortuita di quest’analisi arriva dal fatto che, per entrambi i generi e a diversi livelli, chi serve per primo nel tiebreak è, in media, il giocatore più debole. A prima vista, questo può sembrare irrealistico, perché si considera il tiebreak come game decisivo quando i due giocatori stanno esprimendo la stessa efficacia di gioco. E siccome l’effetto persiste per il secondo e il terzo set come nel primo, questo risultato non è influenzato da quale giocatore sceglie di servire per primo.

Questo risultato può essere però in parte spiegato da un’altra scoperta accidentale di una mia recente ricerca. Nel tentativo di stabilire se sia particolarmente difficile chiudere il set al servizio, ho calcolato le probabilità di tenere il servizio in ogni turno del set, rispetto alla frequenza con cui i giocatori avrebbero dovuto tenere il servizio. In molti game in cui il giocatore ha tenuto il servizio, compresi quelli con in gioco il set, non ci sono grandi differenze tra la frequenza con cui il servizio è stato effettivamente tenuto e la frequenza attesa per la medesima occorrenza.

Ho trovato invece alcuni effetti che sono in questo caso rilevanti. In generale, è più difficile tenere il servizio servendo per secondi, in punteggi come 3-4, 4-5 e 5-6, che servendo per primi, in punteggi come 3-3, 4-4 e 5-5. Ad esempio, nelle partite ATP analizzate, un giocatore tiene il servizio sul 4-4 esattamente con la stessa frequenza cui ci si attende che lo faccia in funzione dei punti vinti al servizio durante la partita. Ma sul 4-5, le prestazioni scendono all’1.4% sotto le attese. Nelle partite WTA analizzate, mentre le giocatrici hanno prestazioni peggiori sul 5-5 dell’1.4%, fanno molto peggio sul 5-6, vincendo il 5.2% in meno di quanto dovrebbero.

In altre parole, a parità di livello di gioco, se due giocatori tengono il servizio per diversi dei primi game del set, chi serve per secondo è anche quello che più probabilmente subisce il break e perde il set. Ma, se nessun giocatore perde il servizio (o se il numero di break per parte è uguale), chi serve per secondo è probabile che sia leggermente più bravo.

Questo spiega perché, almeno in parte, il secondo a servire è sulla carta favorito all’inizio del tiebreak. Quello che non tiene in considerazione però è che, per le partite del circuito ATP, i giocatori che servono per primi neutralizzano questo svantaggio vincendo più della metà dei tiebreak. Su questo, non ho ancora trovato una valida risposta.

Does Serving First in a Tiebreak Give You an Edge?

La fortuna del tiebreak

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 18 ottobre 2012 – Traduzione di Edoardo Salvati

In un precedente articolo ho illustrato una metodologia per distinguere “giocare bene nei tiebreak” da “giocare bene a tennis”. Nella maggior parte dei casi, i giocatori più bravi vincono più tiebreak, ma alcuni giocatori riescono a vincere più tiebreak di quanti, complessivamente, la loro bravura suggerirebbe.

Ci si trova allora di fronte a domande di questo tipo: perché quei giocatori vincono più tiebreak delle attese? Ci riescono sempre? Dipende dal loro stile di gioco? Possiedono stregonerie da tiebreak? E’ possibile scrivere almeno due paragrafi di un articolo sul tiebreak evitando di parlare di John Isner?

Faccio ora due ipotesi, che approfondirò poi singolarmente:

  1. I giocatori che vincono più tiebreak delle attese ci riescono perché il loro stile di gioco si adatta perfettamente al tiebreak, che significa a grandi linee che hanno un ottimo servizio.
  2. I giocatori che vincono più tiebreak delle attese ci riescono perché sono implicitamente bravi nei tiebreak, sia per saper fare la differenza nei momenti chiave, sia per sangue freddo, sia per generare timore reverenziale negli avversari. 

L’ipotesi in cui il vantaggio è dato dal servizio

Qualche giorno fa ho scritto che i miei numeri sembrano indicare di peggiori percentuali al servizio (meno ace, meno punti vinti) nei tiebreak rispetto ai game o set che li precedono. Se le percentuali di ogni giocatore peggiorano allo stesso modo, dovremmo aspettarci che ciascuno di essi vinca il numero di tiebreak per lui atteso. 

E’ molto più facile però che per alcuni giocatori le percentuali al servizio nel tiebreak non peggiorino, anzi, possano migliorare. Se così accade, quei giocatori giocano meglio della media e vincono più tiebreak di quelli attesi.

Va anche considerato che per alcuni giocatori un lieve peggioramento delle percentuali al servizio non ha di fatto grande importanza. Nel match della settimana scorsa tra Isner e Kevin Anderson, Isner ha vinto il 79% dei punti al servizio e Anderson il 77%. Almeno un servizio su cinque è stato un ace e molti di più sono stati i servizi vincenti. Se entrambi i giocatori avessero servito con maggiore cautela nel tiebreak, ce ne saremmo davvero accorti? Quando Fernando Verdasco inizia a giocare con più cautela, è impossibile non accorgersene, e quindi più facile vincere un tiebreak contro di lui. Forse non è così per servitori del calibro di Isner.   

Sono tutte considerazioni affascinanti (specialmente per me, visto che le ho pensate e ci ho creduto per diverse ore…), ma i numeri non le supportano. Non esiste una statistica affidabile che evidenzi una dipendenza diretta tra un servizio bomba e superare le attese nei tiebreak. Per fare qualche esempio: Isner è un mostro del tiebreak, probabilmente il migliore giocatore di tiebreak della sua generazione. Anche Pete Sampras e Roger Federer sono tra i migliori di sempre. Sotto la media però troviamo giocatori come Ivo Karlovic, Sam Querrey, Marc Rosset e Robin Soderling, tutti giocatori appunto dotati di un gran servizio.

Proviamo a vedere la seconda ipotesi.

L’ipotesi in cui il vantaggio è dato da componenti implicite

Se esistessero delle componenti mentali implicite che consentono ad alcuni giocatori di vincere più tiebreak di quanto altrimenti farebbero, sarebbe impossibile sottoporle alla controprova numerica: banalmente, se ciò fosse possibile, smetterebbero di essere implicite.

Ma se alcuni giocatori possiedono stregonerie da tiebreak, probabilmente continuano a praticare la loro magia per più di una singola stagione. Ad esempio, quando Novak Djokovic ha vinto un impressionante 19% e 17% di tiebreak in più delle attese nel 2006 e 2007, avremmo dovuto pensare che è più bravo degli altri nei tiebreak e quindi prevedere una simile eccellenza per il 2008. Poi però nel 2008, 2009 e 2010, Djokovic ha a malapena superato la media, vincendo il 2 o 3% di tiebreak in più delle attese. A questo punto potremmo fare una nuova previsione per Djokovic per i prossimi anni: vincere qualche tiebreak in più delle attese. Nel 2011 ovviamente Djokovic ha vinto il 10% dei tiebreak in meno delle attese. Al momento nel 2012 è al 9% sotto la media.

A volte queste oscillazioni possono essere spiegate dal livello di fiducia nel proprio gioco. Più spesso, sono assolutamente casuali. Se da un lato pochi giocatori (Isner e Federer tra questi) mantengono eccellenza ogni anno, la grande maggioranza degli altri sembra muoversi in modo casuale. La correlazione da un anno all’altro per l’insieme di giocatori con almeno 15 tiebreak giocati per due anni di fila (dal 1991 a oggi) è praticamente zero (anche con parametri meno restrittivi, è comunque un valore appena sopra allo zero).

Se davvero una bravura implicita nei tiebreak fosse diffusa tra i giocatori, ce ne sarebbe traccia in termini di correlazione da un anno all’altro. E’ possibile che ci siano dei giocatori in possesso di stregonerie da tiebreak, ma per lo scopo di questo tipo di analisi, quando si parla di livello di gioco nei tiebreak superiore alla media è più preciso ipotizzare che il record di un giocatore in una stagione abbia scarsa attinenza con i risultati che lo stesso potrà ottenere l’anno successivo. 

Un spiraglio di luce

Ci si sente frustrati dopo un po’ perché si pensa che debba esserci una spiegazione a un livello eccellente di gioco nel tiebreak. Esiste in realtà una semplice statistica che, in misura ridotta, ne dà evidenza: il numero di tiebreak giocati. In altre parole, i giocatori che giocano più tiebreak generalmente sono anche quelli che superano le attese nei tiebreak stessi.

Il legame che viene in mente per primo (dopo la bravura al servizio, che però abbiamo già escluso) è l’allenamento. Maggiore è il numero dei tiebreak giocati in condizioni di partita, più un giocatore diventa bravo a giocarli. Isner, Federer, Sampras, si trovano a fine set sul 6-6 più spesso quasi di qualsiasi altro giocatore e i loro record nei tiebreak sono infatti tra i migliori.

Naturalmente, il rapporto di causa-effetto è bi-direzionale. Forse il livello di fiducia nel proprio gioco al tiebreak permette a un giocatore di affrontarlo con maggiore sicurezza. Mentre Djokovic e Andy Murray potrebbero cercare di ottenere un break in situazioni di punteggio come 5-4 o 6-5 per chiudere il set, per Isner va bene anche arrivare al tiebreak e giocarselo.   

L’effetto è marginale (r < 0.2) e non è in grado di spiegare la varianza da un anno all’altro che si osserva nella prestazione, migliore o peggiore, di un giocatore al tiebreak. Ma è già qualcosa.

Le conseguenze della fortuna nei tiebreak

E se giocare meglio, o peggio, delle attese nei tiebreak fosse solo, in ultimo, questione di fortuna? O, più genericamente inteso (e con maggiore prudenza), se la fortuna ci dicesse poco o nulla sulla probabilità di giocare bene, o male, i tiebreak futuri? 

Per prima cosa, ci sarebbero conseguenze significative sulla possibilità di fare previsioni. Se i risultati ottenuti nei tiebreak in un anno non sono indicazione dei risultati ottenibili nei tiebreak dell’anno successivo, i giocatori con oscillazioni estreme positive o negative nella loro prestazione in una stagione, in quella successiva possono attendersi di regredire verso la media. Non è chiaro come questo si traduca nella pratica, ma se si tolgono a Feliciano Lopez i cinque tiebreak vinti in più delle attese nel 2011, resta un giocatore che probabilmente non è classificato tra i primi 20. Ci si attende cioè che Lopez scenda di classifica se non vince più così tanti tiebreak.

In termini più concreti, questi risultati potrebbero essere di beneficio per il livello di fiducia di quei giocatori con un record nei tiebreak mediocre. Se ti chiami Andreas Seppi, un giocatore che ha un record negativo nei tiebreak in carriera (alla data di traduzione, 155-171, pari al 48% dei tiebreak vinti, n.d.t.), e se ti trovi sul punteggio di 6-6 contro, ad esempio, Karlovic, sei legittimato a più dubbi del dovuto. Ma se sei al corrente che il tuo record negativo nei tiebreak è solo vagamente correlato alle tue capacità e che il record di Karlovic non è così impressionante come sembri, potresti avere un approccio diverso. Proprio Seppi nel periodo 2006-2011 ha ottenuto risultati inferiori alle attese nei tiebreak, ma quest’anno ne ha vinti più delle attese, compresi uno contro Djokovic e contro Isner.   

C’è molto altro lavoro da fare su questo tema, mettere in discussione un paio di ipotesi consolidate nell’immaginario collettivo certamente non risolve la questione. Ma se abbiamo imparato davvero qualcosa è che i tiebreak non sono quello che sembrano. I giocatori che si pensa siano dei maestri hanno in realtà spesso dei risultati modesti. E, per quanto il buon senso possa indurre a crederlo, sul tiebreak influiscono molti più fattori dell’avere a disposizione un ottimo servizio.

The Luck of the Tiebreak

Chi eccelle davvero nei tiebreak?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 17 ottobre 2012 – Traduzione di Edoardo Salvati

Non ho mai ben capito la fissazione che alcuni fan e commentatori tv sembrano avere per la percentuale di vittorie nei tiebreak. Va da sé, vincere i tiebreak è una cosa positiva, ma appare altrettanto ovvio che il motivo principale di questo è perché si è bravi a giocare a tennis! Per quanto alcuni giocatori possano ottenere risultati migliori di altri nei tiebreak, la percentuale di vittorie in questo specifico momento della partita fornisce più che altro una generica indicazione sulle qualità tennistiche di un giocatore.   

Mi spiego meglio: Roger Federer ha degli ottimi risultati nei tiebreak perché è molto forte nel servizio e alla risposta, cioè le stesse abilità che gli permettono di vincere così tanto, a prescindere dal numero di set da lui giocati che finiscono al tiebreak.

Ma se ignoriamo la percentuale di vittorie nei tiebreak, cosa ci rimane? Si può essere indotti a pensare che alcuni giocatori abbiano un talento speciale – avere sangue freddo, possedere un servizio solido ed efficace – che li porti a eccedere le attese (expectations) nei tiebreak. 

La parola chiave in questo caso è “attese”. Considerando cosa può fare Federer su un campo da tennis, ci si attende da lui che vinca la maggior parte dei tiebreak (ad esempio, in due degli ultimi tre tiebreak che ha giocato il suo avversario era Stanislas Wawrinka, che dovrebbe generalmente battere a prescindere dalla situazione di punteggio). Ma potremmo rimanere delusi dalle nostre stesse convinzioni se prendiamo il record di partite vinte-perse di Federer, cerchiamo di stimare quanti tiebreak avrebbe dovuto vincere e poi confrontiamo “avrebbe dovuto vincere” con “ha effettivamente vinto”.

Tiebreak attesi

Data la percentuale di punti vinti al servizio e in risposta da un giocatore in una determinata partita, con l’aiuto di potenti strumenti di calcolo…riusciamo a stimare la sua probabilità di vittoria al tiebreak, nell’ipotesi che il livello di gioco sia rimasto inalterato per tutta la partita.   

Se due giocatori esprimono lo stesso livello di gioco, ci si dovrebbe attendere che ciascuno vinca 0.5 tiebreak. Riferito a una singola partita questo dato ovviamente non ha molto senso, ma durante un’intera stagione si può notare come dei 53 tiebreak giocati da John Isner l’algoritmo si attende che ne vinca 29. Isner ne ha vinti in realtà 38, superando le attese (almeno, sul numero grezzo) più di qualunque altro giocatore del circuito quest’anno. 

Questo ci permette di ottenere due statistiche che offrono una descrizione più accurata delle prestazioni di un giocatore nei tiebreak rispetto a “tiebreak vinti” e “percentuale di vittorie nei tiebreak”. Il numero grezzo, cioè la differenza tra i tiebreak effettivamente vinti e i tiebreak attesi vinti, ci dice quanti set in più un giocatore ha vinto grazie al livello espresso nel tiebreak. Chiamiamo questo primo indice TBOE, TieBreaks Over Expectations (tiebreaks sopra le attese). Un indicatore simile a questo si ottiene dividendo il TBOE per il numero di tiebreak, e ci permette di confrontare le prestazioni dei vari giocatori a prescindere da quanti tiebreak hanno giocato. Chiamiamo questo secondo indice TBOR, TieBreak Outperformance Rate (frequenza di sovraperformance nel tiebreak).

Come detto, nel 2012 Isner è il re del TBOE, con buone prestazioni nei tiebreak e giocandone molti più di qualsiasi altro giocatore del circuito. Ci sono però 3 giocatori – Steve Darcis, Andy Murray e Jurgen Melzer – che hanno fatto meglio in termini di TBOR, superando le attese a una frequenza maggiore di quanto abbia fatto Isner. In particolare, il risultato di Darcis è notevole, avendo vinto ad oggi 16 dei 19 tiebreak giocati, nonostante le sue prestazioni al servizio e in risposta suggeriscono che avrebbe dovuto vincerne solo 10.    

La tabella riporta la classifica in data odierna per la stagione 2012 in corso dei giocatori che hanno giocato almeno 15 tiebreak, ordinati per TBOR.

Giocatore       Tbreak  TbVinti TbAttesi TBOE  TBOR
Darcis          19      16      9.8      6.2   0.33
Melzer          17      12      8.3      3.7   0.22
Murray          24      17      12.1     4.9   0.20
Isner           53      38      28.5     9.5   0.18
Haas            16      11      8.4      2.6   0.16
Anderson        32      19      15.3     3.7   0.12
Tipsarevic      32      21      17.4     3.6   0.11
Ferrer          30      20      17.1     2.9   0.10
Andujar         18      11      9.3      1.7   0.10
Benneteau       20      12      10.3     1.7   0.08
Stepanek        18      11      9.7      1.3   0.07
Querrey         28      16      14.2     1.8   0.06
Roddick         21      12      10.7     1.3   0.06
Nieminen        20      11      9.8      1.2   0.06
Mathieu         15      8       7.2      0.8   0.06
Seppi           23      13      11.8     1.2   0.05
Chardy          17      9       8.1      0.9   0.05
Kohlschreiber   38      22      20.6     1.4   0.04
Istomin         28      15      14.1     0.9   0.03
Raonic          45      26      24.6     1.4   0.03
Federer         28      18      17.3     0.7   0.03
Tsonga          31      18      17.3     0.7   0.02
Baghdatis       22      12      11.5     0.5   0.02
Muller          28      14      13.4     0.6   0.02
Y. Lu           16      8       7.7      0.3   0.02
Rochus          17      7       6.7      0.3   0.02
Karlovic        28      14      13.6     0.4   0.01
Mahut           17      9       8.8      0.2   0.01
Harrison        19      9       8.8      0.2   0.01
Monaco          18      10      10.2    -0.2  -0.01
Del Potro       35      20      20.5    -0.5  -0.01
Kubot           18      8       8.4     -0.4  -0.02
Troicki         18      9       9.5     -0.5  -0.03
Berdych         28      15      15.7    -0.7  -0.03
Verdasco        21      10      10.6    -0.6  -0.03
Tomic           15      7       7.5     -0.5  -0.03
Bellucci        17      8       8.7     -0.7  -0.04
Malisse         19      9       9.7     -0.7  -0.04
Paire           24      11      12.2    -1.2  -0.05
Youzhny         20      10      11.0    -1.0  -0.05
Nishikori       16      8       8.8     -0.8  -0.05
Dimitrov        18      9       10.0    -1.0  -0.06
Dolgopolov      22      10      11.4    -1.4  -0.06
Stakhovsky      28      12      13.8    -1.8  -0.07
Falla           15      6       7.1     -1.1  -0.07
Cilic           25      11      12.9    -1.9  -0.08
Ramos           28      11      13.1    -2.1  -0.08
Roger Vasselin  15      6       7.3     -1.3  -0.09
Djokovic        25      14      16.3    -2.3  -0.09
Almagro         35      16      19.4    -3.4  -0.10
Andreev         19      8       10.0    -2.0  -0.10
Fish            16      8       9.8     -1.8  -0.11
Rosol           17      5       7.1     -2.1  -0.12
Simon           21      8       10.8    -2.8  -0.13
Lopez           34      13      17.6    -4.6  -0.13
Gasquet         18      8       10.5    -2.5  -0.14
Wawrinka        27      10      14.0    -4.0  -0.15

Who Actually Excels in Tiebreaks?

Cosa conta nei tiebreak?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 16 ottobre 2012 – Traduzione di Edoardo Salvati

Giocatori e appassionati sembrano riservare particolare riguardo ai tiebreak, come se fossero un momento della partita nel quale siano richieste delle abilità speciali, diverse da quelle utili in altre situazioni. Il tema è spesso oggetto di articoli sul sito dell’ATP. I giocatori si trovano d’accordo sul fatto che un buon servizio e una buona risposta possono fare la differenza. Serve evidentemente un’analisi più approfondita.

Questa è la mia idea. I tiebreak sono situazioni ad alta pressione, e la pressione può causare problemi a qualsiasi aspetto del gioco di un giocatore. Ma, in generale, dovrebbe avere maggiori conseguenze su alcune parti rispetto ad altre. Si potrebbe pensare al servizio ad esempio: da un lato, servire è un tipo di gesto fisico e mentale abbastanza automatizzato; dall’altro, nel tiebreak c’è più tempo per pensare prima di ogni servizio, e pensare sotto pressione può diventare pericoloso. Per districarsi, vale la pena introdurre qualche dato.      

Negli ultimi 8 Slam maschili sono stati giocati 388 tiebreak. Per ciascuno, ho confrontato la percentuale di punti al servizio vinti da ogni giocatore durante i primi 12 game del set con la percentuale di punti al servizio vinti durante il tiebreak. Se i giocatori fossero delle macchine, potrebbe esserci una differenza tra il set e il tiebreak in una qualsiasi delle partite considerate, ma, in generale, i numeri dovrebbero rimanere identici.

Tuttavia, i giocatori non sono macchine. E, infatti, nei tiebreak i giocatori vincono più punti alla risposta delle attese. Per quanto non enorme, la differenza si nota: circa un punto in risposta in più delle attese ogni 3 partite.

Quindi, i tiebreak sono diversi dai set che li precedono o perché alcuni giocatori non sono più in grado di mantenere le stesse percentuali al servizio, oppure perché altri giocatori riescono a migliorare sensibilmente il loro gioco in risposta.

Analizzando i singoli Slam otteniamo una prima spiegazione. La differenza tra la percentuale di punti vinti al servizio nei set e nei tiebreak è più o meno la stessa per gli Australian Open, gli US Open e Wimbledon, ma è inferiore di più della metà al Roland Garros. Sembra dunque che le superfici più veloci diano al giocatore in risposta un vantaggio durante il tiebreak. E’ più probabile però che, sulle superfici più veloci, i giocatori al servizio riescano meno facilmente a tenere il vantaggio derivante dalla battuta. Sulla terra, questo vantaggio non è così rilevante.

Nella mia ipotesi iniziale ho fatto riferimento al ruolo esercitato dalla pressione, e i numeri suggeriscono che i giocatori la subiscono maggiormente quando sono al servizio rispetto al turno in risposta. E’ anche possibile che i giocatori al servizio facciano più fatica a entrare nel ritmo della battuta quando devono servire solo due battute alla volta. Un’ulteriore possibilità è che i giocatori in risposta riescano a concedere meno ace nel tiebreak: in questo modo, a parità di livello di servizio e di potenzialità alla risposta, più punti vengono ottenuti contro il servizio.

Che dipenda da servizi più timidi o da risposte più aggressive, ci sono sicuramente meno ace nei tiebreak. Nei 388 tiebreak analizzati, ci sono stati 83 ace in meno di quelli attesi se i giocatori al servizio avessero mantenuto le stesse percentuali dei primi 12 game. Vista la relativa rarità di ace, è una diminuzione più sorprendente di quella genericamente riconducibile alle percentuali di punti vinti al servizio.

Naturalmente, quest’analisi non mette fine al dibattito. Ma per i giocatori che aspirano a essere maestri del tiebreak, sicuramente fornisce qualche indicazione più utile di “diventa più bravo a giocare”. Piuttosto che rimanere della convinzione che nei tiebreak si decide tutto con il servizio, è più importante accorgersi che i giocatori in risposta hanno un vantaggio, seppur minimo. I giocatori al servizio possono migliorare semplicemente tenendo alla larga la pressione (facile a dirsi, no?) e servire con le stesse percentuali mostrate durante il set. I giocatori in risposta possono cercare di essere più aggressivi sapendo che, in generale, chi è al servizio non lo sarà allo stesso modo.

In fondo, un buon servizio può essere la chiave che fa vincere i tiebreak, ma solo se è efficace come in tutti gli altri turni di battuta.

What Matters in Tiebreaks?