Previsioni per il singolare femminile degli Australian Open 2018

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 13 gennaio 2018 – Traduzione di Edoardo Salvati

La vittoria a Brisbane e un po’ di fortuna fanno di Elina Svitolina la prima contendente alla vittoria degli Australian Open 2018. Quali sono le altre giocatrici favorite per la vittoria del primo Slam dell’anno?

Con l’assenza di Serena Williams, l’opportunità è ghiotta per le altre stelle del circuito femminile. Ora che il tabellone si è definito, quali sono le giocatrici che ci si aspetta di vedere nei turni conclusivi del torneo?

Come per il tabellone maschile, anche in quest’analisi utilizzerò le valutazioni Elo specifiche per il cemento, corrette per tenere conto degli infortuni, così da ottenere previsioni sul probabile andamento dei turni di singolare femminile nelle prossime due settimane.

Le prime 8

Solo due delle 8 giocatrici che più probabilmente raggiungeranno i quarti di finale hanno già vinto almeno uno Slam – Venus Williams e Jelena Ostapenko – aumentando la probabilità di avere una prima vincitrice Slam. Le tre giocatrici meglio posizionate in questo senso sono Svitolina, Simona Halep e Caroline Wozniacki.

IMMAGINE 1 – Probabilità di approdo ai quarti di finale e di vittoria del torneo per le prime 8 favorite

La probabilità di conquista del titolo per queste tre giocatrici si discosta di pochissimi punti percentuali – una situazione ben diversa da quella in campo maschile dove Roger Federer è il favorito con ampio margine sugli altri giocatori – a conferma del forte equilibrio sul circuito femminile e dell’opportunità per una di queste giocatrici di salire alla ribalta.

La fortuna del tabellone

Potrebbe sorprendere non trovare Halep come prima favorita per il titolo, ma è Svitolina ad avere la meglio grazie a una valutazione Elo più alta a inizio del torneo (2240 punti contro i 2228 di Halep) e a un tabellone più abbordabile.

Analizzando il possibile rendimento della testa di serie più alta di ciascun quarto di finale, troviamo in media un decremento di 5 punti percentuali nel quarto di Halep (per la maggiore difficoltà dovuta alle giocatrici presenti). Di converso il quarto di Svitolina (il numero 3 nell’ordine del tabellone) è il secondo più facile dei quattro.

IMMAGINE 2 – Variazione nella probabilità di semifinale in funzione del quarto di finale di appartenenza

Wozniacki e Ostapenko sono nel quarto di finale più facile, motivo per il quale Wozniacki gode di una probabilità così alta di raggiungere le semifinali. Superare quel turno però sarà molto più complicato.

Migliori partite al primo turno

Due stelle locali, Ashleigh Barty e Samantha Stosur, sono nelle cinque partite di primo turno che potrebbero regalare più emozioni. Si profilano due turni molto duri, anche se è Stosur ad attendersi una partita più difficile contro Monica Puig. Anche le partite tra Kaia Kanepi e Dominika Cibulkova, Varvara Lepchenko e Anastasija Sevastova, Irina Begu e Ekaterina Makarova dovrebbero tenere gli appassionati incollati alla sedia nei primi giorni degli Australian Open.

Giocatore 1   Giocatore 2     V. 1 (%)   V. 2 (%)
Sabalenka     Barty           38.2       61.8
Kanepi        Cibulkova       33.0       67.0
Lepchenko     Sevastova       33.1       66.9
Begu          Makarova        25.5       64.5
Puig          Stosur          49.2       50.8

Il codice e i dati per quest’analisi sono disponibili qui.

Forecasting the Women’s 2018 Australian Open

Presente e futuro degli errori

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 13 gennaio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Quando un errore è forzato? Se, per rispondere alla domanda, si ipotizza di sviluppare un algoritmo, la situazione diventa rapidamente ingestibile. Bisognerebbe tenere conto della posizione del giocatore, della velocità, angolo e rotazione del colpo, della velocità della superficie e forse di qualcos’altro. Ci sono errori chiaramente individuabili come forzati e non forzati, ma molti finiscono in un’ambigua terra di mezzo.

Molte delle statistiche relative agli errori non forzati mostrate durante una telecronaca o di riepilogo alla fine della partita sono conteggiate a mano. Il valutatore riceve delle istruzioni preliminari e prende nota di ogni tipo di errore. Se si dovesse ridurre l’algoritmo umano di conteggio a una sola regola, la sua definizione sarebbe simile a: “Ci si aspetta che un professionista medio sia in grado di non sbagliare quel colpo?”. Ci sono valutatori che limitano il computo degli errori non forzati escludendo errori come le risposte al servizio, i colpi a rete o i tentativi di passante.

Naturalmente, qualsiasi intenzione di raggruppare i colpi sbagliati solo in due categorie sarebbe frutto di eccessiva semplificazione. E non credo che il mio sia un punto di vista estremo. Molti commentatori di tennis danno credito a questa posizione quando spiegano che l’errore non forzato di un giocatore “non la dice tutta”, o un’altra espressione a effetto di questa natura. Ho scritto in passato dei limiti dello spesso citato rapporto tra vincenti ed errori non forzati e della somiglianza tra gli errori non forzati e la giustamente criticata statistica della media difensiva nel baseball.

Si immagini per un momento di avere a disposizione dei dati migliori con cui lavorare – perché ad esempio quelli di Hawk-Eye non sono protetti in cassaforte – e di poter elaborare una metodologia di identificazione degli errori più precisa.

In primo luogo, invece di considerare solo gli errori, è più istruttivo classificare i potenziali colpi in tre categorie: colpi rimessi in gioco, errori (che specificheremo meglio più avanti) e vincenti dell’avversario. In altre parole: sei riuscito a giocare il colpo, l’hai sbagliato o non hai nemmeno visto la pallina? L’errore forzato di un giocatore corrisponde al colpo rimesso in gioco dall’avversario (specialmente se il giocatore è Bernard Tomic e se l’avversario è Andy Murray). Diventa quindi necessario valutare l’intero spettro di possibili esiti di ciascun potenziale colpo.

La chiave per acquisire conoscenza diretta dalle statistiche di tennis è di raffinare il contesto di riferimento con altre informazioni a disposizione, ad esempio confrontare le statistiche di un giocatore con il rendimento di un giocatore medio del circuito, o contrapporle a quelle derivanti dall’ultima partita giocata con caratteristiche simili. Per gli errori la questione non è diversa.

Ecco un facile esempio. Nel sesto game dei sedicesimi di finale contro Darya Kasatkina al torneo di Sydney 2017, Angelique Kerber ha colpito un dritto lungolinea come nella foto:

Grazie al Match Charting Project, siamo in possesso di dati su 350 dritti lungolinea di Kerber, per cui sappiamo che ottiene un vincente il 25% delle volte, mentre la sua avversaria colpisce un errore forzato un altro 9% delle volte. Diciamo che un ulteriore 11% si trasforma in errori non forzati e arriviamo a un profilo di quanto succede abitualmente quando Kerber cerca il lungolinea: 25% vincenti, 20% errori, 55% colpo rimesso in gioco. Si potrebbe approfondire ancora e stabilire che il 55% dei colpi rimessi in gioco consiste in un 30% che determina la conquista del punto da parte di Kerber rispetto a un 25% in cui il punto lo ha perso.

In questo caso, Kasatkina è riuscita ad arrivarci con la racchetta, sbagliando però un colpo che molti valutatori sarebbero d’accordo nel giudicare un errore forzato:

Questa singola occorrenza – un errore forzato di Kasatkina contro un tipo di colpo offensivo molto efficace – non rivela nulla in sé e per sé. Ipotizziamo però di aver tenuto traccia di 100 tentativi di replica a un dritto lungolinea di Kerber da parte di molteplici giocatrici. Potremmo scoprire che Kasatkina concede 35 vincenti su 100, o che Simona Halep concede solo 15 vincenti e rimette in gioco 70 colpi, o ancora che Anastasia Pavlyuchenkova commette un errore 30 volte su 100 tentativi.

La mia tesi è questa: con più statistiche granulari, possiamo inserire gli errori in un contesto concreto. Invece di esprimere un giudizio sulla difficoltà di un determinato colpo (o affidarsi a un valutatore per stabilirlo), è concepibile lasciare che sia un algoritmo a eseguire il lavoro su 100 colpi, per verificare se una giocatrice riesce a raggiungere più colpi della giocatrice media o se sta facendo più errori di quanto non faccia abitualmente.

Il presente e il futuro

Nel precedente esempio, ho omesso molti dettagli importanti. Nel confrontare l’errore di Kasatkina con un centinaio di altri dritti lungolinea di Kerber, non sappiamo se il colpo sia stato più difficile del solito, se sia stato piazzato più accuratamente all’incrocio, se Kasatkina fosse in una posizione di campo migliore di quella di una giocatrice media nella stessa dinamica di gioco o se fosse diversa la velocità della superficie. È probabile che su un centinaio di dritti lungolinea siano parametri che si annullino. Ma nella partita in questione, Kerber ne ha colpiti solo 18. Se, tipicamente, in una partita al meglio dei tre set si raccoglie materiale per qualche centinaio di colpi, con questo tipo di analisi non si riesce ad andare oltre.

In futuro, un ideale algoritmo di classificazione degli errori potrà fare molto di più. Considererà tutte le variabili che ho elencato (e, senza dubbio, altre) e, per ogni colpo, calcolerà la probabilità di differenti esiti. Nel momento di gioco della prima immagine, cioè quando la pallina ha appena abbandonato la racchetta di Kerber, con Kasatkina nella metà di campo più lontana, potremmo stimare una probabilità di vincente del 35%, una di errore del 25% e un 40% di probabilità che venga rimessa in gioco. In funzione del tipo di analisi che stiamo facendo, potremmo calcolare quei numeri per la giocatrice media del circuito o per Kasatkina stessa.

Sono stime con cui potremmo, di fatto, assegnare un “valore” agli errori. Continuando con l’esempio, l’algoritmo prevede solo un 40% di probabilità per Kasatkina di rimettere la pallina in gioco. In confronto, un colpo in uno scambio ha in media il 90% di probabilità di essere rimesso in gioco. Invece di dover catalogare gli errori come “forzati” e “non forzati”, saremmo in grado a nostro piacimento di operare una suddivisione più accurata, come ad esempio raggruppare i potenziali colpi in quintili. Potremmo ad esempio calcolare se Murray riesce a rimettere in gioco più spesso rispetto a Novak Djokovic la maggior parte dei colpi che non hanno replica. Anche se già abbiamo un’idea al riguardo, finché non abbiamo stabilito con precisione in cosa consista il quintile (o quartile o qualsiasi altro) non possiamo nemmeno iniziare a dimostrarla.

Sarebbe un tipo di analisi accattivante anche per quegli appassionati solitamente non interessati alle statistiche aggregate. Pensiamo alla facoltà di un commentatore di isolare uno specifico colpo di Murray e poter dire che avesse solo il 2% di probabilità di rimettere in gioco la pallina in quella situazione. In scambi con continui capovolgimenti di fronte, è un metodo in grado di generare un grafico di probabilità di vittoria per ogni singolo punto, un’immagine capace di comunicare immediatamente quanto abbia dovuto faticare un giocatore per rientrare in uno scambio che sembrava ormai perso.

Fortunatamente, la tecnologia per raggiungere questo livello esiste già. Analisti con accesso a sottoinsiemi di dati Hawk-Eye hanno incominciato a individuare i fattori che incidono su aspetti come la scelta del colpo. Il software “SmartCourts” di Playsight distingue gli errori tra forzati e non forzati quasi in tempo reale, lasciando intendere di far leva su un meccanismo molto più sofisticato ma non visibile, anche se nemmeno gli algoritmi di Intelligenza Artificiale sono esenti da occasionali cantonate. Un’altra possibile strada è di applicare algoritmi di apprendimento automatico a enormi quantità di partite, facendo in modo che siano essi stessi a determinare i migliori fattori predittivi di vincenti, errori e altri esiti di un colpo.

Un giorno gli appassionati di tennis guarderanno con meraviglia alla scarsa conoscenza statistica nello sport del 21° secolo.

The Continuum of Errors

Il numero dei ritiri negli Slam non è preoccupante

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’1 settembre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Ritirandosi sotto 0-6 0-2 nel punteggio e avendo vinto solo 5 dei 37 punti giocati, Vitalia Diatchenko si è dimostrata essere un primo turno degli US Open 2015 ancor meno difficoltoso delle attese per Serena Williams. Naturalmente, il suo ritiro ha alimentato il solito effluvio di domande su come i premi partita dei tornei dello Slam – 39.500 dollari per la giocatrice o giocatore che esce al primo turno – siano un incentivo a presentarsi e incassare l’assegno anche quando non si è nella condizione fisica ideale per giocare.

Diatchenko non è stata l’unica a perdere al primo turno senza aver concluso la partita. Di 32 partite maschili, sei sono finite con un ritiro. Nessuna però è stata così a senso unico, tutti e sei i giocatori infortunati sono stati in campo almeno due set e cinque di loro ne hanno vinto uno.

Per il fatto che fosse un primo turno con la numero 1 del mondo, e visto l’alto numero di ritiri complessivi della giornata, i commentatori di tennis saranno certamente impegnati per qualche giorno a proporre un cambiamento nella regola. Come vedremo però, c’è scarsa evidenza di alcuna tendenza e nessun bisogno di modificare le regole.

Le circostanze dei ritiri negli Slam maschili

Prima dell’ecatombe degli US Open 2015, ci sono stati solo cinque ritiri al primo turno nei tabelloni Slam di quest’anno. Il momentaneo totale di 11 ritiri è perfettamente in linea con la media annuale del periodo 1997-2004 e lo stesso numero dei ritiri al primo turno negli Slam del 1994.

Si è assistito a un lieve incremento nei ritiri al primo turno degli Slam negli ultimi 20 anni. Dal 1995 al 2004, in media dieci giocatori hanno abbandonato il primo turno ogni anno. Dal 2005 al 2014, la media è stata di 12.2, in larga parte a causa dei 19 ritiri al primo turno della precedente stagione.

Si tratta di un aumento degli infortuni e dei ritiri in generale, non un incremento nel numero di giocatori che arrivano agli Slam non in perfette condizioni fisiche. Dal 1995 al 2004, in media 8.5 giocatori si sono ritirati prima o durante la partita dopo il primo turno negli Slam, mentre nel decennio successivo, il numero è salito a 10.8.

I ritiri nei tornei non Slam del circuito hanno avuto identico andamento. Nel periodo 1995-2004, la frequenza dei ritiri è stata di circa l’1.3% e nel decennio successivo è salita a circa l’1.8% (non c’è molta differenza tra i ritiri al primo turno e nei turni successivi per i tornei non Slam).

È la tendenza ad avere infortuni a essere aumentata – esattamente quello che ci si aspetta in uno sport diventato sempre più fisico. Sulla base dei recenti risultati, non dovremmo sorprenderci nel vedere un aumento dei ritiri nelle partite al meglio dei cinque set, visto che molte delle fatalità del primo turno degli US Open 2015 sarebbero sopravvissute a una partita al meglio dei tre set.

I ritiri negli Slam femminili

Nella maggior parte delle stagioni, la frequenza di ritiri al primo turno degli Slam femminili è a malapena la metà di quella in tornei non Slam del circuito.

Negli ultimi dieci anni, poco più dell’1.2% delle giocatrici nel tabellone principale di uno Slam ha abbandonato prematuramente una partita di primo turno. La stessa frequenza per i turni successivi è dell’1.1%, mentre quella nei primi turni di tornei non Slam del circuito è del 2.26%. Diatchenko è stata la quinta giocatrice a ritirarsi in un primo turno Slam quest’anno, per un totale quasi identico alla media di 1.2% data da sei ritiri (non ci sono stati altri ritiri al primo turno dopo quello di Diatchenko nel 2015, n.d.t.)

Un aneddoto, seppur fastidioso, non rappresenta un trend e il fatto che sia avvenuto in una partita di cartello non dovrebbe fargli assumere più importanza del valore associato al singolo elemento di un campione di dati. Anche di fronte al lauto compenso di una sconfitta al primo turno di uno Slam, i giocatori non si presentano al meglio della condizione più spesso di quanto non facciano durante il resto della stagione.

The Unalarming Rate of Grand Slam Retirements

Le giocatrici migliori al servizio e alla risposta nel 2017

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 9 dicembre 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il 2017 è stato un anno molto altalenante per il circuito femminile. Quali sono state le giocatrici che più si sono distinte al servizio e alla risposta durante la stagione secondo le valutazioni Elo?

Dopo aver visto i giocatori migliori al servizio e alla risposta per il 2017, in questo articolo analizziamo i corrispondenti rendimenti per il tennis femminile. Fare un riepilogo di quali giocatrici abbiano ottenuto le prestazioni migliori è, per certi versi, più interessante che in campo maschile, vista l’imprevedibilità che ha caratterizzato la stagione WTA. Le quattro diverse vincitrici Slam sono prova evidente della competitività del campo partecipanti e della difficoltà di arrivare a stabilire delle “migliori”. Sebbene non esistano parametri in grado di risolvere esaustivamente questo aspetto, le valutazioni Elo basate sul singolo punto possiedono il vantaggio di essere il sistema di portata più ampia tra le metodologie attualmente disponibili, con la possibilità di aggiungere un’altra dimensione al dibattito sull’argomento.

Valutazioni massime al servizio e alla risposta

Le valutazioni massime al servizio e alla risposta indicano il livello più alto raggiunto da una giocatrice durante la stagione. L’immagine 1 riepiloga i massimi al servizio e alla risposta per la WTA, tenendo conto di tutti i punti giocati nei tornei del circuito maggiore durante il 2017 (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.). I quattro quadranti di suddivisione del grafico indicano li rendimento di una giocatrice rispetto alla media. Quelle più forti sono nel quadrante superiore destro, con valutazioni al servizio e alla risposta più alte della media del circuito. Le giocatrici più deboli sono invece nel quadrante inferiore sinistro, con valutazioni al di sotto della media in entrambe le categorie.

IMMAGINE 1 – Valutazioni massime al servizio e alla risposta nel 2017 sul circuito maggiore WTA

È Coco Vandeweghe a ottenere il rendimento migliore al servizio (1645), raggiungendo il punto di massimo nel torneo di Stanford (che per il 2018 è alla ricerca di una nuova sede). Tra le prime 10 al servizio, Vandeweghe possiede la valutazione più bassa alla risposta, quasi esattamente in media con il resto del circuito. Di questo gruppo, solo Elina Svitolina e Simona Halep hanno massimi alla riposta maggiori di 1600.

Nel 2017, Alize Cornet è stata il Diego Schwartzman del circuito femminile, con il quinto rendimento assoluto alla risposta. Cornet però ha servito al di sotto della media rispetto alle avversarie.

Diverse giocatrici hanno avuto uno scarso rendimento nel 2017 a causa di infortuni, come è stato per Belinda Bencic e Nicole Gibbs.

Le giocatrici che più si sono migliorate

Se pensiamo alle giocatrici che più hanno alzato il livello di gioco al servizio nella stagione, nessuna batte Venus Williams, che ha raggiunto tre finali, di cui due negli Slam. Pur non avendo vinto titoli, è stata una delle giocatrici più solide lungo tutta la stagione. E la sua valutazione al servizio è una conferma di questo. All’ingresso nella seconda parte dell’anno, Williams aveva una valutazione media al servizio di 1570, di 80 punti maggiore di quella di inizio 2017.

IMMAGINE 2 – Giocatrici che più si sono migliorate al servizio nel 2017

Tre delle prime 10 giocatrici nella classifica di quelle che più sono migliorate partivano a inizio anno da un rendimento già molto alto al servizio, cioè Sloane Stephens, Vandeweghe e Karolina Pliskova. Durante la stagione, sono comunque riuscite a migliorare di più di 50 punti nella prestazione al servizio.

Un segnale positivo per la WTA è anche trovare molte delle giocatrici più giovani a percorrere traiettorie di crescita. Tra le prime 15 che più si sono migliorate ci sono giovanissime come Anett Kontaveit, Elise Mertens, Ashleigh Barty e Jelena Ostapenko.

Anastasija Sevastova, che ha raggiunto i quarti di finale agli US Open 2017, è la giocatrice che più si è migliorata alla risposta, aggiungendo 70 punti alla sua valutazione nel corso dell’anno. Vandeweghe e Stephens sono state a ridosso di Sevastova, a pochi punti di distanza come miglioramento complessivo.

IMMAGINE 3 – Giocatrici che più si sono migliorate alla risposta nel 2017

Halep, Garbine Muguruza e Williams sono le tre giocatrici che più si sono migliorate avendo la valutazione più alta alla risposta a inizio stagione. Sebbene nessuna sia cresciuta alla risposta come abbia fatto al servizio, è comunque impressionante che siano riuscite ad alzare la prestazione su entrambi i fronti da un punto di partenza solido a uno estremamente efficace.

Sono queste le dinamiche che rendono l’attesa degli appassionati per la stagione 2018 ancora più palpitante.

Il codice e i dati per quest’analisi sono disponibili qui.

Best WTA Servers and Returners of 2017

Alla ricerca dello smash migliore – Parte 2 (WTA)

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 28 novembre 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

La Parte 1 di quest’analisi (per il circuito maschile).

Gli smash nel tennis femminile

Le giocatrici moderne colpiscono molti meno smash degli uomini, e vincono il punto con lo smash meno frequentemente. Nonostante queste differenze, il ragionamento illustrato nel caso del tennis maschile si applica parimenti al circuito femminile. 

Nella WTA della decade in corso, gli smash diventano un vincente (o inducono a un errore forzato) il 63% delle volte, e consentono di vincere il punti circa il 75% delle volte. Sono entrambi numeri inferiori rispetto agli equivalenti dell’ATP (rispettivamente il 69% e l’81%), ma non in misura così drammatica. La tabella riepiloga la frequenza di vincenti, errori e punti vinti per smash per le 14 giocatrici con almeno 80 smash nel campione di dati del Match Charting Project.

Giocatrice    V/SM   E/SM   PT/SM  
Jankovic      73%    9%     83%  
Williams      72%    13%    81%  
Graf          61%    9%     81%  
Kuznetsova    70%    10%    79%  
Halep         66%    11%    76%  
Wozniacki     61%    16%    74%  
Pliskova      62%    18%    74%  
Radwanska     54%    13%    74%  
Kerber        57%    15%    72%  
Navratilova   54%    13%    71%  
Niculescu     50%    15%    70%  
Muguruza      63%    19%    70%  
Kvitova       59%    22%    68%  
Vinci         58%    14%    68%

Lo storico punto per punto per le donne è meno rappresentativo di quello degli uomini, quindi è più sicuro ipotizzare che la tendenza nella frequenza di smash vincenti sia più simile nel caso degli uomini che delle donne.

Se fosse veramente così, allora l’era di Steffi Graff somiglia a quella presente, mentre negli anni d’oro di Martina Navratilova si assisteva a molti meno smash vincenti o a punti vinti a seguito di uno smash.

È nella differenza tra le opportunità di smash (pallonetti) e gli smash che il gioco femminile si discosta in maniera netta da quello maschile. Come visto in precedenza, gli uomini gestiscono il 72% delle opportunità di smash con uno smash. Nella WTA attuale, il valore corrispondente equivale a meno della metà, cioè il 35%. I numeri di alcune specifiche giocatrici sembrano quasi troppo estremi per essere veri: in 12 partite del campione, Catherine Bellis ha ricevuto 41 pallonetti e colpito 3 smash; in 29 partite, Jelena Ostapenko ha colpito 10 smash di fronte a 103 opportunità di smash. Una generazione fa, la differenza tra i generi era minima: Graf, Martina Hingis, Arantxa Sanchez Vicario e Monica Seles colpivano lo smash almeno in tre quarti delle opportunità a disposizione. Tra le giocatrici in attività, solo Barbora Strycova supera il 70%.

La tabella elenca i numeri relativi alle opportunità di smash per 17 giocatrici con almeno 150 opportunità di smash nel campione del Match Charting Project. La colonna SM/OSM identifica gli smash per opportunità, la V/OSM i vincenti (e gli errori forzati indotti) per opportunità di smash, la E/OSM gli errori per opportunità e la PT/OMS i punti vinti per opportunità di smash.

Giocatrice      SM/OSM  V/OSM  E/OSM  PT/OSM  
Sharapova       12%     57%    11%    76%  
Williams        55%     58%    18%    72%  
Graf            82%     52%    17%    71%  
Pliskova        47%     52%    16%    70%  
Halep           14%     41%    11%    69%  
Suarez Navarro  25%     33%     9%    69%  
Bouchard        29%     50%    18%    68%  
Azarenka        35%     52%    17%    67%  
Kerber          39%     42%    14%    66%  
Muguruza        43%     51%    18%    66%  
Niculescu       57%     41%    19%    65%  
Kvitova         48%     50%    19%    65%  
Radwanska       44%     42%    18%    65%  
Konta           30%     47%    21%    64%  
Wozniacki       36%     44%    18%    64%  
Svitolina       14%     38%    14%    63%  
Navratilova     67%     42%    26%    58%

È subito chiaro dalla parte alta dell’elenco che quello femminile è un diverso tipo di tennis. Maria Sharapova non sceglie quasi mai di colpire uno smash, ma di fronte a un pallonetto è la migliore del gruppo. Segue Serena Williams, che colpisce quasi più smash di quasi tutte le giocatrici in attività considerate, e quasi possiede la migliore percentuale di realizzazione. Ricordiamo che per gli uomini esiste una modesta correlazione positiva tra smash colpiti per opportunità di smash e punti vinti per opportunità di smash. In questo caso, la relazione è più debole e leggermente negativa.

Visto che la maggior parte delle giocatrici colpisce così pochi smash, utilizzare la Probabilità di Punto Aggiunta (PPA) per valutare la bravura nel colpire lo smash è di poca soddisfazione. Graf era eccezionalmente brava, in linea con la capacità di Tsonga di estrarre valore dallo smash, ma tra le giocatrici in attività, solo Williams e Victoria Azarenka possono vantare uno smash del valore di quasi un punto ogni mille. All’estremo opposto, Monica Niculescu è quasi tanto inefficiente quanto era brava Graf, a suggerire che dovrebbe trovare un modo per gestire più opportunità di smash con il dritto tagliato per cui è famosa.

La tabella riporta lo stesso gruppo di giocatrici (tranne Navratilova, la cui era rende sfalsati confronti in termini di PPA), con la PPA di smash per 100 punti (SM PPA/100) e la PPA delle opportunità di smash per 100 punti (SMO PPA/100).

Giocatrice        SM PPA/100   OSM PPA/100  
Sharapova         0.03         0.21  
Williams          0.09         0.15  
Graf              0.15         0.14  
Pliskova          -0.01        0.09  
Suarez Navarro    0.04         0.08  
Halep             0.00         0.07  
Bouchard          -0.02        0.03  
Azarenka          0.08         0.00  
Kerber            -0.03        -0.02  
Muguruza          -0.07        -0.03  
Kvitova           -0.07        -0.04  
Niculescu         -0.13        -0.06  
Wozniacki         -0.01        -0.07  
Radwanska         -0.02        -0.07  
Konta             -0.12        -0.08  
Svitolina         0.01         -0.09

L’elenco è ordinato sulla base della PPA delle opportunità di smash, che dà indicazione di un aspetto molto più rilevante nel tennis femminile. La bravura di Sharapova nel rispondere al pallonetto la distanzia nettamente dal resto del gruppo, con un valore medio superiore a un punto ogni 500, con Williams e Graf non troppo indietro. La distanza tra queste giocatrici di cui si hanno molti più dati – dallo 0.21 di Sharapova al -0.09 di Elina Svitolina – è piuttosto ridotta rispetto a quanto lo sia negli uomini, ma in presenza di estremi come Sharapova e Del Potro, è difficile trarre conclusioni scolpite nella pietra da un insieme ristretto di giocatori, non importa se espressione dell’élite del tennis.

Considerazioni finali

L’approccio illustrato per quest’analisi, volta a misurare l’impatto dello smash e della bravura nello sfruttare le opportunità di smash, potrebbe essere utilizzato per altre tipologie di colpo. Grazie alla loro semplicità, gli smash sono un buon punto di partenza: molti terminano lo scambio e, anche quando questo non accade, garantiscono di fatto che un giocatore, o una giocatrice, vincerà il punto. Anche se poi gli smash si rivelano un po’ più complessi di quanto non appaia inizialmente, le problematiche che emergono dall’applicare un simile algoritmo a, per esempio, i rovesci e le opportunità di rovescio, sono di risoluzione considerevolmente più difficile. In ogni caso, rimango della convinzione che questo algoritmo rappresenti un punto di partenza promettente per affrontare un giorno analisi estremamente sofisticate.

Measuring the Best Smashes in Tennis

Gli effetti conseguenti all’avere trentadue teste di serie in tabellone

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 28 maggio 2014 – Traduzione di Edoardo Salvati

A metà del 2001, il numero di teste di serie nei tabelloni degli Slam è raddoppiato, passando a trentadue dalle sedici iniziali, una modifica “finalizzata a proteggere le stelle dello sport e soddisfare gli specialisti della terra battuta e dell’erba”.

I giocatori designati per beneficiare di questo cambiamento erano, naturalmente, tutte le teste di serie. Quelle tra le prime sedici non dovevano più preoccuparsi di giocare contro uno dei primi 32 della classifica prima del terzo turno, quelli classificati tra il numero 17 e il 32 avrebbero potuto dover giocare contro uno dei primi 16 al primo turno, rischio azzerato dallo stesso tipo di protezione.

L’esternalità negativa di un sistema a trentadue teste di serie ricade su due gruppi: i giocatori fuori dalle teste di serie, per i quali è più probabile ora giocare contro un giocatore di vertice nei primi turni; e gli spettatori della prima settimana, che vorrebbero vedere partite più avvincenti nei primi turni. Anche se la sconfitta odierna di Serena Williams (al secondo turno del Roland Garros 2014 da parte di Garbine Muguruza, n.d.t.) può essere facilmente usata come contro-argomentazione, i primi due turni di uno Slam sembrano spesso per i più forti partite di riscaldamento contro giocatori inferiori che fungono da vittime sacrificali.

Di contro però, è difficile intuitivamente rendersi conto di quanto ci sia in palio. E potrebbe non essere tutto quello che si crede. Dal 1989 al 2000, le teste di serie del singolare maschile hanno perso 263 volte nei primi due turni di uno Slam. Solo 51 di quelle sconfitte hanno riguardato i primi 32 della classifica. In altre parole, più dell’80% delle vittorie a sorpresa sarebbe comunque avvenuta con un sistema a 32 teste di serie e, presumibilmente, qualcuna delle rimanenti 51 partite sarebbe comunque terminata con un risultato inatteso.

Dal punto di vista delle prime sedici teste di serie, potrebbe non esserci così tanta differenza nell’avere avversari nel secondo gruppo di teste di serie, dalla diciassette alla trentadue, o con una classifica ancora inferiore. Un esempio per tutti: questa settimana Stanislas Wawrinka avrebbe preferito giocare contro diverse teste di serie che dover affrontare Guillermo Garcia Lopez (da cui ha perso al primo turno per 6-4 5-7 6-2 6-0, n.d.t.)

Per le prime 4 del mondo, non c’è stata alcuna differenza. Nei dodici anni precedenti all’introduzione della modifica, hanno raggiunto il terzo turno in 176 tentativi su 190. Nei dodici anni successivi al cambiamento le prime quattro teste di serie, che non rischiavano più di dover giocare contro una giocatrice tra le prime 32 nei primi due turni, hanno raggiunto il terzo turno 178 volte su 191.

A dire il vero, il sistema a 32 teste di serie non ha in genere aiutato le prime sedici teste di serie femminili. Dal 1989 al 2000, le teste di serie hanno raggiunto il terzo turno il 77.6% delle volte, il quarto turno il 63.5% e i quarti di finale il 40.8%. Dal 2002 al 2013, contro avversarie nei primi turni di bassa classifica, le percentuali corrispondenti sono state 78.2%, 60.1% e 37.1%.

È probabile che, almeno in parte, la differenza sia da attribuire all’aumento della competitività del tennis femminile, ma è altrettanto plausibile che il sistema a trentadue teste di serie abbia drasticamente snaturato gli Slam, almeno per i giocatori che sono sempre stati teste di serie. Le prime sedici teste di serie hanno sicuramente tratto beneficio, raggiungendo il terzo e quarto turno e i quarti di finale circa il 10% in più a seguito dell’allargamento, ma anche in questo caso non siamo di fronte a partite radicalmente diverse durante la seconda settimana.

Il vero cambiamento, come si poteva sospettare, si manifesta quando si considerano i rapporti di forza tra le nuove teste di serie (dalla diciassette alla trentadue) e il resto dei partecipanti. Dal 1989 al 2000, nel singolare maschile i giocatori classificati tra il 17esimo e il 32esimo posto hanno raggiunto il terzo turno circa il doppio delle volte (il 35% contro il 17%) rispetto a quelli di classifica inferiore. Tra le donne, le giocatrici classificate tra il 17esimo e il 32esimo posto hanno ottenuto un margine ancora più ampio, 39% contro 15%.

In presenza del sistema a trentadue teste di serie e con la protezione del gruppo dal 17esimo al 32esimo posto, le differenze sono aumentate in modo significativo. Dal 2002 al 2013, i giocatori fuori dalle prime sedici teste di serie hanno raggiunto il terzo turno il 53% delle volte, rispetto al 12% dei giocatori fuori dalle teste di serie. Sul fronte femminile, le giocatrici con testa di serie tra diciassette e trentadue sono arrivate al terzo turno il 49% delle volte, mentre le giocatrici fuori dalle teste di serie si sono fermate al 12%, come per gli uomini.

Questi scostamenti, per quanto importanti, avranno scarso impatto sul divertimento che molti degli appassionati derivano dagli Slam. Il cambiamento di formato significa che Rafael Nadal deve giocare contro un giocatore al 60esimo posto della classifica al secondo turno e uno al 30esimo posto al terzo turno. Quasi sicuramente Nadal vincerà entrambe le partite, e quindi il risultato finale è identico. Il fattore sorpresa in un quarto di finale non cambia se è alimentato dal numero 25 del mondo o dal numero 50.

Tuttavia, il sistema a trentadue teste di serie amplifica la distanza tra gli aventi e i non aventi del tennis. Negli ultimi anni gli Slam hanno sì considerevolmente aumentato i premi partita per tutti i giocatori del tabellone principale – chi perde al primo turno a Parigi comunque guadagna più di 32.000 dollari – ma il giocatore o la giocatrice che raggiunge il terzo turno è in grado di triplicare quella cifra.

Come abbiamo visto, la modifica ha reso più probabile che le trentadue teste di serie raggiungano il terzo turno (portando a casa cifre vicine ai sei zeri) a spese di giocatori con classifica inferiore, senza che questo abbia un effetto rilevante nella composizione dei giocatori in tabellone dal quarto turno in avanti. Inoltre, i punti a disposizione negli Slam determinano la situazione per la quale i giocatori che arrivano al terzo turno hanno più probabilità di rientrare tra le teste di serie al turno successivo, alimentando un analogo flusso ciclico per gli Slam successivi.

Avere trentadue teste di serie anziché sedici non altera sensibilmente il destino dei giocatori di vertice, specialmente in campo femminile. Però, può far calare l’interesse per le prime giornate di gioco, e certamente va a supporto di una fascia arbitraria di giocatori a spese del resto dei partecipanti.

Se l’era a trentadue teste di serie dovesse terminare oggi, gli appassionati di tennis avrebbero pochi motivi per sentirne la mancanza.

The Effect of 32 Seeds

La quasi neutralità del nastro sul servizio

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’8 dicembre 2014 – Traduzione di Edoardo Salvati

Raccogliendo statistiche punto per punto delle partite tra professionisti, mi è parso di aver notato una tendenza dopo i servizi che toccano il nastro. Sembra cioè che i giocatori sbaglino molto più frequentemente la prima di servizio dopo aver preso il nastro o che – quando la ripetizione del servizio è in campo – la battuta sia più debole del solito. 

Con circa 500 partite nel database del Match Charting Project (ora arrivate a 3467, n.d.t.!), tra cui almeno 200 per entrambi i circuiti, ci sono molti dati a disposizione con cui mettere alla prova questa ipotesi.

Per mia stessa sorpresa, non esiste alcuna siffatta dinamica. Anzi, è più probabile che giocatori e giocatrici, ma soprattutto gli uomini, mettano in campo la prima dopo aver preso il nastro. E quando la ripetizione della prima è in campo, la probabilità di vincere il punto è la stessa di una prima diretta, lasciando intendere che il servizio non sia più debole del solito.

Iniziamo con gli uomini. In più di 1100 punti del campione, la prima di servizio ha colpito il nastro. Nel 62.8% delle volte la ripetizione della prima è finita in campo, rispetto al 62% delle volte nei punti in cui la prima non ha toccato il nastro. Quando la prima è entrata, il giocatore al servizio ha vinto il 73.3% dei punti iniziati con un nastro al servizio, rispetto a solo il 70.6% dei punti giocati sulla prima senza il tocco del nastro. 

Quindi, dopo il nastro al servizio, ci sono stati più servizi in campo e un rendimento più alto sulla prima di servizio. Quest’ultimo risultato, con una differenza di 2.7 punti percentuali, è particolarmente impressionante.

Delle tendenze che mi aspettavo di osservare, solo una è supportata dai dati. Considerando che prendere il nastro è una questione di millimetri rispetto a una pallina che finisce in rete, sembra logico aspettarsi che più servizi immediatamente dopo un nastro finiscano in rete. E così accade: il 15.7% dei servizi degli uomini finiscono in rete ma, dopo un nastro, la percentuale diventa del 17%.

Nel caso delle donne, troviamo che l’effetto del dopo nastro è ancora più marcato. Nei punti senza nastro, la prima di servizio è in campo per il 62.8% delle volte. Dopo un nastro sulla prima di servizio, le giocatrici fanno registrare il 65.3% di prime in campo. Considerando che le percentuali sulla prima di servizio sono solitamente confinate in un intervallo relativamente limitato, una differenza di 2.5 punti percentuali è molto significativa.

Analizzando l’esito dei punti giocati sulla prima di servizio, la differenza tra donne e uomini è molto più evidente. Sui punti senza nastro, le giocatrici vincono il 62.8% dei punti con la prima di servizio, mentre dopo un nastro sulla prima, ne vincono solo il 61.8%. Una possibile spiegazione è nell’attitudine più conservativa delle giocatrici dopo aver preso il nastro sulla prima, che le porta a perdere un numero maggiore di quei punti.

Inoltre, le giocatrici sembrano mandare in rete più ripetizioni di prime dopo che la pallina ha toccato il nastro, anche se la differenza non è così marcata come nel caso degli uomini. Sui punti senza nastro, i servizi in rete rappresentano il 16.2% del totale e, dopo il nastro sulla prima, rappresentano il 16.7% della ripetizione della prima di servizio. Tra tutti quelli illustrati, si tratta del numero che più probabilmente non è altro che rumore statistico casuale.

Si scopre che i nastri sul servizio non sono molto indicativi del servizio successivo o del suo esito, e questa non è proprio una sorpresa. Non mi sarei aspettato invece che fosse un po’ più probabile per i professionisti ottenere un rendimento più efficace della media con il servizio successivo al nastro.

The Almost Neutral Let Cord

Il declino nella qualità degli Slam femminili 2017

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 30 settembre 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nel 2016, sono state le vittorie Slam di Angelique Kerber e Garbine Muguruza a sorprendere il tennis femminile. Quest’anno è stata la volta di Jelena Ostapenko e Sloane Stephens come vincitrici inattese del loro primo Slam. È possibile dire se una o più di queste giocatrici abbiano beneficiato di un cammino più facile per le loro vittorie?

Recentemente, ho analizzato la qualità del tabellone degli Slam maschili per il 2017, mostrando come – rispetto al 2016 – vi sia stato un declino generalizzato, a eccezione degli Australian Open, culminato con il minimo degli US Open.

Come sono andate le cose in campo femminile?

La qualità del tabellone degli Slam

Utilizzando la misurazione della qualità di un torneo che ho introdotto in un precedente articolo, possiamo riepilogare la variazione in termini di qualità del tabellone degli Slam nel confronto tra il 2017 e il 2016, come evidenziata dall’immagine 1: valori negativi indicano un declino nella qualità dei tabelloni del 2017 rispetto a quelli del 2016.

IMMAGINE 1 – Qualità del tabellone degli Slam 2017 rispetto agli Slam 2016

Si può notare come tutti gli Slam femminili abbiano perso in qualità dall’anno scorso. A differenza però di quanto accaduto tra gli uomini, in cui i tabelloni si sono progressivamente indeboliti nel corso della stagione, le donne sono partite da valori molto bassi per poi risalire a stagione avanzata. Con un punteggio di -70, gli Australian Open hanno subito il maggiore differenziale negativo nella qualità del tabellone dall’edizione del 2016. Il Roland Garros è stato di poco migliore, con un punteggio di -64. Wimbledon e gli US Open hanno registrato delle differenze più ridotte, anche se l’incremento qualitativo non è stato enorme. Entrambi i tornei erano comunque indietro di più di 45 punti rispetto ai valori del 2016.

Come mai questo andamento così diverso se paragonato a quello degli uomini?

La variazione di qualità nei tabelloni maschili è stata principalmente dovuta al calo di prestazioni di Novak Djokovic e Andy Murray, cui si è aggiunto il ritiro per infortunio di molti giocatori di vertice che non hanno potuto partecipare agli US Open. Anche per la stagione femminile si sono verificate molte assenze di rilievo, la maggior parte delle quali però è arrivata all’inizio dell’anno. Si pensi ad alcune delle giocatrici che, per svariati motivi, non erano nel tabellone principale degli Australian Open 2017: Maria Sharapova, Victoria Azarenka, Petra Kvitova, Ana Ivanovic, Sloane Stephens e Madison Keys. Al Roland Garros, con il rientro di alcune tra queste, è stata la volta di Serena Williams a terminare prematuramente la stagione con l’annuncio della gravidanza.

La qualità dei tabelloni Slam per singolo turno

Analizzando la qualità dei tabelloni Slam per ciascun turno, possiamo verificare l’incidenza sia delle assenze a inizio stagione che del ritiro di Williams prima del Roland Garros.

L’immagine 2 mostra come la divergenza più insolita si sia verificata agli Australian Open 2017, dove il declino nella qualità del tabellone è iniziato dal terzo turno, chiaro riscontro della debolezza al vertice del circuito in quel periodo. Per il resto dell’anno, la maggior parte dello scostamento nella profondità del tabellone si è avuta rispetto alla posizione relativa alla vincitrice attesa.

IMMAGINE 2 – Confronto tra qualità dei tabelloni per gruppo di giocatrici nel singolo turno

Nel 2016, Williams aveva la valutazione Elo più alta per tutte le prove dello Slam, con il punteggio massimo di 2240 e minimo di 2397. Nel 2017, Williams ha confermato agli Australian Open il suo ruolo di campionessa attesa, pur con una valutazione Elo a inizio del torneo leggermente inferiore a quella del 2016 (2371 punti).

A seguito della pausa legata alla sua gravidanza, il valore Elo più alto per una giocatrice all’inizio di uno Slam è stato di 2213. Come tra gli uomini il livello di qualità negli Slam del 2017 era solo l’ombra di quello raggiunto da Djokovic nel 2016, così tra le donne il livello dopo gli Australian Open è stato ben al di sotto di quello di Williams nel 2016.

L’assenza di un giocatore o di una giocatrice che dominano incontrastatamente può in realtà aumentare la profondità di uno Slam. In molti hanno avuto l’impressione che, dopo i primi tre mesi della stagione, le partite femminili negli Slam fossero complessivamente più entusiasmanti di quelle maschili.

Senza una chiara vincitrice a partire dal Roland Garros, sono arrivate le vittorie di due neo-campionesse Slam, Ostapenko e Stephens. Se queste e altre giovani giocatrici continueranno a emergere e vincere sul circuito femminile, potremo guardare al 2017 come un trampolino di lancio.

Il codice e i dati per quest’analisi sono disponibili qui.

Women’s Slam Strength Also Down in 2017

Qual era la probabilità di avere quattro giocatrici americane nelle semifinali degli US Open 2017?

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato l’8 settembre 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Per la prima volta dopo 36 anni, le semifinali del singolare femminile degli US Open 2017 saranno un affare solo americano. Qual era la probabilità di un esito di portata storica come questo?

Se in molti si sono lamentati della monotonia degli incontri di singolare maschile, il tabellone femminile non ha invece disatteso. Tra i momenti più eccitanti, almeno per i tifosi americani, c’è senza dubbio la trasformazione da parte di Madison Keys del secondo match point nell’ultimo dei quarti di finale femminili, che ha assicurato appunto due semifinali tra giocatrici solo degli Stati Uniti, cioè – oltre a Keys – Venus Williams, Sloane Stephens e CoCo Vandeweghe.

Per la prima volta dal 1981 ci saranno solo bandiere americane accanto al nome delle semifinaliste. E con Williams l’unica ad aver già vinto un titolo dello Slam, c’è una buona probabilità di vedere un nuovo nome nell’elenco delle campionesse degli US Open.

Raggiungere questo traguardo a 36 anni di distanza non è frutto del caso. Per poter battere le avversarie di cinque turni di partite in un tabellone a eliminazione diretta con 128 partecipanti, è richiesta la presenza di forti giocatrici americane in ciascun quarto. Sembra quindi che trovare talento americano a ogni livello sia stata la condizione necessaria.

Ventitré giocatrici americane erano iscritte al tabellone principale degli US Open 2017. Nel tennis, uno sport di provenienza sempre più globale, si tratta di una fetta significativa per una singola nazione in uno Slam, anche se questo vale solo a partire dal nuovo millennio.

Infatti, come mostra l’immagine 1, era abbastanza frequente negli anni ’80 avere almeno il 50% del campo partecipanti rappresentato da giocatrici degli Stati Uniti. Da quel momento però la tendenza è precipitata. In molti anni dell’ultima decade, il numero di giocatrici americane nel singolare femminile non è mai stato superiore a 20.

IMMAGINE 1 – Andamento della presenza di giocatrici americane agli US Open

Rispetto al 1981, quando la composizione del tabellone era pesantemente sbilanciata a favore degli Stati Uniti, avere oggi semifinali di sole giocatrici americane è un risultato notevole. Le 23 giocatrici sono poca cosa se paragonate alle 78 del 1981, ma è importante sottolineare che si è di fronte a un valore massimo nella tendenza di crescita delle americane agli US Open dal 2010. È un’altra indicazione della profondità del movimento femminile americano.

Il tabellone femminile degli US Open è di certo speciale per molti motivi. Ma lo è anche da un punto di vista statistico? Quanto sono stati fortunati i tifosi locali a ricevere due semifinali tra giocatrici americane?

Possiamo farci un’idea della probabilità di accadimento di un anno record come gli US Open 2017 simulando gli esiti più probabili del tabellone femminile utilizzando le valutazioni Elo delle giocatrici. Su 100.000 simulazioni, due semifinali tutte americane si sono verificate solo ventisette volte, in altre parole con una probabilità su quattromila. E in quattordici delle ventisette volte, quindi poco più del 50%, le semifinaliste sono state esattamente le quattro giocatrici protagoniste.

I tifosi americani di tennis che si godranno lo spettacolo del fine settimana conclusivo agli US Open hanno due ragioni in più per sentirsi fortunati.

Il codice e i dati per quest’analisi sono disponibili qui.

What Were the Odds of an All-American Women’s SF at the US Open?

Vale la pena perdere una partita per fare le qualificazioni di uno Slam?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 13 gennaio 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nel torneo di Hobart 2016, Naomi Osaka ha perso al secondo turno contro Mona Barthel. Prima della partita, la sua era una posizione scomoda: se avesse vinto, non avrebbe poi potuto giocare le qualificazioni agli Australian Open. Per una giovane giocatrice fuori dalle prime 100, i quarti di finale in un evento del circuito maggiore sono un risultato positivo, ma è presumibile che entrare nel tabellone principale di Melbourne fosse il vero obiettivo della sua trasferta in Australia.

Vista la sconfitta, Osaka potrà giocare le qualificazioni. Se non avesse perso? È questa l’occasione in cui una giocatrice trarrebbe beneficio dal perdere, piuttosto che vincere, una partita?

In altri termini: nella situazione di Osaka, quale incentivo interviene? Se potesse, quale sceglierebbe tra i quarti di finale di un torneo del circuito maggiore e un posto nelle qualificazioni di uno Slam? In parole povere, trovandosi nella circostanza, una giocatrice dovrebbe volutamente perdere?

Analizziamo gli scenari a disposizione. Nello scenario A, Osaka vince il secondo turno di Hobart, raggiunge i quarti di finale con la possibilità di andare oltre, precludendosi però di fatto di giocare gli Australian Open. Nello scenario B, perde al secondo turno, si presenta alle qualificazioni a Melbourne e ha l’opportunità di entrare nel tabellone principale.

Prima di fare i calcoli, provate a indovinare: quale è lo scenario che probabilmente darà a Osaka più punti? E per quanto riguarda i premi partita?

Lo scenario A è più semplice. Raggiungendo i quarti di finale, Osaka prende 30 punti e 2590 dollari addizionali rispetto a una sconfitta al secondo turno. Dovesse proseguire, serve considerare punti e premi attesi, utilizzando l’ammontare di entrambi previsto per ogni turno e raccordandolo alle probabilità di Osaka di raggiungere quel determinato turno.

Stimiamo che Osaka abbia circa il 25% di probabilità di vincere il quarto di finale, aggiungendo altri 50 punti e 5400 dollari. In termini attesi, si tratta di 12.5 punti e 1350 dollari. Se continua nel torneo, le diamo un 25% di probabilità di arrivare in finale, e poi un 15% di probabilità di vincere il titolo.

Mettendo insieme queste varie possibilità, dai punti garantiti del quarto di finale fino allo 0.94% di probabilità di vincere il torneo (25% * 25% * 15%), si ottiene che la “ricompensa” attesa nello scenario A corrisponde a circa 48 punti e poco meno di 4800 dollari.

Lo scenario B ha inizio da un punto ben diverso. Grazie al recente incremento dei premi partita nei tornei dello Slam, a ogni giocatore delle qualificazioni spettano almeno 3150 dollari, una cifra già simile al possibile guadagno atteso di Osaka nel caso fosse andata avanti nel torneo di Hobart. La situazione dei punti però è di tutt’altro tipo, perché chi perde al primo turno delle qualificazioni prende solo 2 punti validi per la classifica della WTA.

Vi risparmio i calcoli dello scenario B, ma ho ipotizzato che Osaka abbia un 70% di probabilità di superare il primo turno di qualificazioni, un 60% per il secondo e un 50% per il terzo, qualificandosi quindi per gli Australian Open. Se vi sembrano probabilità leggermente alte, consideratele una compensazione per la possibilità che Osaka raggiunga il tabellone principale come ripescata o lucky loser (inoltre, si ottiene lo stesso risultato finale diminuendo le probabilità rispettivamente fino al 50%, 45% e 40%, anche se punti e premi partita dello scenario B sono un po’ più bassi).

Una stima delle probabilità così definita si traduce in un’attesa di circa 23 punti classifica e 11.100 dollari. Oltre agli iniziali 3150 dollari, a Osaka non è automaticamente garantita alcuna somma, ma la potenziale ricompensa per l’ingresso nel tabellone principale è enorme, specialmente se raffrontata ai premi partita di Hobart: una sconfitta al primo turno agli Australian Open vale infatti più di una finale persa a Hobart.

E, naturalmente, se dovesse qualificarsi, ha la possibilità di vincere altre partite. Dal 2000, le giocatrici uscite dalle qualificazioni in uno Slam hanno raggiunto il secondo turno il 41% delle volte, il terzo turno il 9%, il quarto turno l’1.8% e i quarti di finale lo 0.3%. Queste probabilità, collegate al 21% di probabilità per Osaka di entrare effettivamente nel tabellone principale, si traducono in ulteriori 7 punti classifica e 2600 dollari di premi partita attesi.

In sintesi, lo scenario B restituisce 30 punti attesi e 13.600 dollari in premi partita attesi.

In questo confronto, l’alternativa Slam è largamente più remunerativa, mentre il torneo del circuito maggiore assegna un numero più alto di punti. Nel lungo periodo, sono punti che avranno un peso economico, perché potrebbero consentire a Osaka l’ingresso diretto in eventi di livello superiore per i quali altrimenti dovrebbe qualificarsi. Probabilmente, però, non è sufficiente a respingere il richiamo che quasi 9000 dollari in più di premi partita immediati esercitano (Osaka ha poi perso al terzo turno degli Australian Open da Victoria Azarenka, guadagnando 130 punti classifica e circa 86.000 dollari in premi partita, n.d.t.).

Spero davvero che nessuna giocatrice, o giocatore, perdano mai una partita volontariamente in modo da riuscire a giocare le qualificazioni di uno Slam. Dovesse accadere, almeno comprenderemo la logica che li spinge a farlo.

Is Grand Slam Qualifying Worth Tanking For?