Per una migliore comprensione della risposta efficace

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 16 ottobre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Maggiore la profondità della risposta, migliore il risultato, non è così? Almeno, questo è l’elemento portante di molte delle grafiche accattivanti che si vedono durante le telecronache e che indicano la posizione di ogni risposta, spesso suddivise in “corta”, “media” e “profonda” a seconda della zona del campo.

Come principio generale una risposta profonda è sicuramente preferibile a una corta, ma le risposte vincenti non sono esageratamente profonde, perché si possono ottenere angoli più acuti se si mira più vicino alla linea del servizio. Inoltre, ci sono molti altri elementi a complicare la situazione: le risposte lungolinea sono più efficaci di quelle al centro, le risposte alla seconda di servizio sono tendenzialmente migliori rispetto alla prima, e le risposte arrotate generano più punti vinti che le risposte tagliate o solamente appoggiate.

Si vi sembrano considerazioni di puro buon senso, provare a darne quantificazione è un compito alquanto arduo. Includendo tutte queste variabili – prima o seconda di servizio, lato delle parità o dei vantaggi, direzione del servizio, mano dominante del giocatore alla risposta, risposta di dritto o di rovescio, arrotata o tagliata, direzione e profondità della risposta – si arriva a più di 8500 possibili combinazioni. Molte sono inutili (un giocatore destro non colpirà molte risposte tagliate di dritto contro un servizio al centro sul lato delle parità), ma mille altre riflettono scenari plausibili.

Per iniziare, mettiamo da parte tutte le variabili tranne una. Analizzando le più di 600 partite maschili (ora arrivate a 1712, n.d.t.) del Match Charting Project, otteniamo circa 61 mila risposte valide, codificare in una delle nove zone di campo previste, tra cui almeno 2000 per ciascuna zona. L’immagine 1 mostra l’impatto della posizione di ogni risposta in funzione della percentuale di punti vinti dal giocatore al servizio per ciascuna zona di riferimento.

IMMAGINE 1 – Impatto della risposta in funzione della percentuale di punti vinti al servizio

(Con “corta” si intende la risposta che termina dentro al rettangolo del servizio, mentre “media” e “profonda” rappresentano ognuna la metà del campo tra il rettangolo del servizio e la linea di fondo. Le zone a sinistra, al centro e a destra sono approssimazioni del punto in cui la traiettoria della pallina incrocerebbe la linea di fondo, quindi nelle risposte molto angolate la pallina può rimbalzare al centro del campo ma il colpo essere poi classificato come risposta sul lato del dritto o del rovescio.)

Come ci si attendeva, le risposte più profonde favoriscono il giocatore alla risposta e lo stesso fanno le risposte lontane dal centro del campo. Un po’ a sorpresa, le risposte sul lato del dritto del giocatore al servizio (se è un destro) sono marcatamente più efficaci di quelle sul lato del rovescio. Forse, questo dipende dal fatto che i giocatori destri sono più pericolosi alla risposta quando colpiscono dritti incrociati, anche se lo stesso vale per i mancini (seppure non in modo così evidente) quando rispondono da quel lato del campo.

Restringiamo l’analisi per vedere come cambia l’impatto della risposta sulla prima e sulla seconda di servizio. L’immagine 2 mostra la probabilità per il giocatore al servizio di vincere il punto in ognuna delle nove zone quando riceve una risposta sulla prima di servizio.

IMMAGINE 2 – Probabilità di vittoria del punto con risposta alla prima di servizio

Nell’immagine 3, la stessa probabilità è calcolata per la seconda di servizio.

IMMAGINE 3 – Probabilità di vittoria del punto con risposta alla seconda di servizio

Vale la pena sottolineare la portata dell’impatto che una risposta profonda può avere. Moltissimi punti sono vinti da servizi a cui non si riesce a rispondere – anche seconde di servizio – quindi anche mettere solamente la pallina in gioco si avvicina al rendere la vittoria del punto un situazione da quasi il 50% di probabilità.

Una risposta profonda a una seconda di servizio, specialmente nell’angolo, consente al giocatore alla risposta di proseguire lo scambio in una posizione molto vantaggiosa. È buona parte del motivo per cui Novak Djokovic, continuando a rispondere così profondo e angolato, di fatto neutralizza le seconde dei suoi avversari.

L’ultimo grafico illustra con precisione quanto sia importante riuscire a spostare il giocatore al servizio lontano dal centro del campo. Consideriamola una prima mossa tattica, costringere il giocatore al servizio a giocare in difesa anziché dettare lo scambio con il suo secondo colpo. Tra le risposte valide alla seconda di servizio, qualsiasi colpo che rimbalza lontano dal centro del campo – a prescindere da quanto sia profondo – dà al giocatore alla risposta una migliore probabilità di vincere il punto rispetto a una risposta profonda al centro del campo.

Per il momento è tutto. Si tratta solo della punta dell’iceberg, visto che ci sono così tante variabili che incidono sull’efficacia delle diverse risposte al servizio. In definitiva, comprendere la portata della risposta in ciascuna posizione del campo permette di avere un migliore punto di vista sulle potenzialità legate alle varie tipologie di servizio, su quali giocatori sono più invincibili con un certo tipo di risposte e come gestire più efficacemente le varie tipologie di risposta rispetto al comportamento del giocatore al servizio nel cruciale primo colpo in uscita dal servizio.

Toward a Better Understanding of Return Effectiveness

Stabilire l’efficacia delle risposte di rovescio

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 22 ottobre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

I rovesci a una mano possono essere belli da vedere, ma non sempre sono il modo migliore per rispondere a un servizio. Alcuni dei giocatori con i rovesci a una mano più solidi spesso ricorrono a risposte tagliate: Stanislas Wawrinka ad esempio usa il rovescio tagliato il 68% delle volte in risposta alla prima di servizio e il 40% delle volte in risposta alla seconda, mentre le percentuali di Andy Murray sono rispettivamente 41% e 3%.

Con l’ausilio dei dati relativi alle 650 partite di singolare maschile del Match Charting Project (ora arrivate a 1712, n.d.t.), ho analizzato diversi aspetti nelle risposte di rovescio per cercare di comprendere quali compromessi determini l’utilizzo del rovescio a una mano. Visto che le partite del campione considerato non sono integralmente rappresentative del circuito maggiore, i numeri sono approssimati. Considerando però la dimensione e la capillarità dei dati, sono convinto che i risultati siano largamente indicativi del tennis maschile nella sua interezza.

Generalizzando nel modo più ampio, i giocatori con il rovescio a due mani hanno un rendimento alla risposta leggermente superiore, con una simile percentuale di risposte in campo (circa il 56%) ma con una percentuale più alta di punti vinti – il 46.9% rispetto al 45.7% – quando questo accade. Il divario si allarga nello specifico delle risposte di rovescio in campo: il 46.5% dei punti vinti nello scambio contro il 44.7%. Sebbene sui numeri a favore dei giocatori con il rovescio a due mani incida il rendimento di Novak Djokovic alla risposta, storicamente eccezionale, il rovescio a due mani è comunque in vantaggio anche riducendo il peso di Djokovic nel campione o escludendolo del tutto.

Non sorprende quindi che i giocatori, una volta realizzato che il rovescio a due mani è più efficace alla risposta, servano di conseguenza. Ai fini della raccolta dati per il Match Charting Project il servizio è suddiviso in tre zone – al centro, al corpo e all’esterno – che ho classificato come “sul dritto”, “al corpo” e “sul rovescio” in funzione della mano dominante del giocatore alla risposta e se il punto si gioca sul lato delle parità o dei vantaggi. Sebbene non possiamo individuare con esattezza la direzione in cui il giocatore ha mirato servendo al corpo, possiamo in parte dedurre le intenzioni al servizio dai servizi indirizzati agli angoli.

Contro avversari dal rovescio a due mani, i giocatori al servizio hanno servito nell’angolo del rovescio il 44.2% di prime e il 34.8% di seconde. Contro avversari dal rovescio a una mano, hanno servito sempre nell’angolo del rovescio il 47.3% di prime e il 40.9% di seconde. Se si guarda alla domanda da un’altra prospettiva, i rovesci costituiscono il 61.7% delle risposte in gioco da parte di giocatori con rovescio a una mano e il 59% da parte dei giocatori con rovescio a due mani. Vista la tendenza sempre più marcata dei giocatori dal rovescio a una mano a girare intorno al rovescio per colpire di dritto, è probabile che quest’ultimo paragone numerico non dia piena rappresentazione della frequenza con cui i giocatori al servizio cerchino il rovescio a una mano dei loro avversari.

Quando il servizio arriva effettivamente sul lato del rovescio di un giocatore dal rovescio a una mano, spesso la risposta è tagliata. In media (escludendo Roger Federer che ha un’eccessiva ricorrenza nel campione) il rovescio tagliato è usato nel 53.9% di risposte alla prima e nel 32.2% di risposte alla seconda. I giocatori dal rovescio a due mani usano la risposta tagliata sul 20.5% di prime e solo sul 2.5% di seconde.

Per entrambe le tipologie di giocatori, sia contro la prima che contro la seconda di servizio le risposte tagliate sono meno efficaci rispetto a un rovescio piatto o arrotato. Nemmeno questa è una sorpresa, perché colpi difensivi sono spesso scelti in situazioni difensive, quindi la differenza di efficacia è in parte dovuta anche alla differenza nella qualità dei servizi stessi. Considerando quanto più spesso i giocatori dal rovescio a una mano scelgano di rispondere tagliato, conoscere il confronto numerico tra le tipologie di risposta può diventare un fattore determinante.

                      %V. Rovescio   %V. Tagliato   
Tipo di risposta      in gioco       in gioco 
Una mano su Prime     43.3%          37.6% 
Una mano su Seconde   46.0%          44.1% 
                        
Due mani su Prime     46.8%          36.2% 
Due mani su Seconde   48.6%          41.9%

(Anche in questo caso Federer è escluso dalle medie del rovescio a una mano)

Per tre delle quattro categorie in esame c’è una differenza di diversi punti percentuali, rispetto all’esito del punto, tra l’efficacia delle risposte tagliate e delle risposte piatte o arrotate. La sola eccezione – le risposte alla seconda di servizio da parte dei giocatori dal rovescio a una mano – ci ricorda che il rovescio tagliato può essere una proposizione offensiva alla risposta, anche se è raramente utilizzato nel tennis moderno. Alcuni giocatori – tra cui Federer, Feliciano Lopez, Grigor Dimitrov e Bernard Tomic – hanno un rendimento più efficace con risposte tagliate rispetto a risposte piatte o arrotate sia sulla prima che sulla seconda di servizio.

Questi giocatori però rappresentano l’eccezione e, in un mondo teorico in cui la formula “a parità di condizioni” è applicabile, la risposta tagliata è una scelta sub-ottimale. Anche se tutti i giocatori prima o poi devono rispondere tagliato, e molte di quelle risposte sembrano essere dovute alla potenza del servizio, resta il fatto che i giocatori dal rovescio a una mano rispondano tagliato molte più volte dei giocatori dal rovescio a due mani. Inoltre, a parte la sporadica opportunità offensiva, è più probabile che la risposta tagliata consegni il punto al giocatore al servizio.

Per quanto modeste, si tratta di differenze reali. Un giocatore dal rovescio a una mano bravo alla risposta è considerevolmente migliore di un giocatore dal rovescio a due mani non bravo alla risposta. È anche possibile mettere insieme un valido game alla risposta colpendo tagliato nella maggior parte dei casi. Servono ulteriori ricerche per stabilire se il beneficio di altri colpi – come ad esempio gli incredibili vincenti lungolinea a cui ci hanno abituato giocatori come Wawrinka e Richard Gasquet – siano superiori al costo associato in termini di punti persi.

Measuring the Effectiveness of Backhand Returns

Il ruolo pervasivo della fortuna nel tennis

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 25 settembre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Non importa quale sia l’orizzonte di riferimento – da un singolo punto alla classifica di una stagione o anche a un’intera carriera – la fortuna ha un ruolo determinante nel tennis. Ci sono volte in cui fortuna e sfortuna si elidono, come nel caso di due punti vinti da entrambi i giocatori grazie a una deviazione del nastro. Ci sono altre però in cui la fortuna si muove in una sola direzione, premiando gli stessi fortunati giocatori con opportunità che li rendono poi ancora più fortunati.

Di solito, interpretiamo la fortuna come un passaggio temporaneo a possibile spiegazione di un fenomeno isolato. Per comprendere però quanto incida veramente la fortuna è necessario esaminare questi episodi collegandoli tra loro.

Il singolo punto

Solitamente, siamo d’accordo nell’associare l’esito di uno specifico punto alla bravura del giocatore. Occasionalmente però succede qualcosa che fa vincere il punto al giocatore che non lo merita. Gli esempi più ovvi sono le situazioni in cui l’intervento del nastro o un cattivo rimbalzo su una superficie irregolare rendono la pallina imprendibile. Ma ce ne sono altri. 

Anche l’arbitraggio può rappresentare un fattore. Una chiamata sbagliata che non viene modificata dal giudice di sedia può assegnare un punto in modo scorretto. Anche se il giudice di sedia (o il sistema Hawk-Eye) cambia la chiamata iniziale, può accadere di dover rigiocare il punto quando uno dei due giocatori era in totale controllo dello scambio precedente.

Addentrandoci nel territorio dei “colpi fortunati”, possiamo includere le steccate che portano al punto o anche i colpi in mezzo alle gambe che accendono il tifo ma che un giocatore difficilmente riesce a ripetere con successo. Sebbene la demarcazione tra colpi davvero fortunati e colpi a bassa percentuale di realizzazione sia piuttosto incerta, vale la pena ricordare che nelle situazioni più estreme non è il talento l’unico elemento a determinare l’esito di un punto.   

Partite fortunate

Più del 5% delle partite della stagione in corso sono state vinte da un giocatore che non è riuscito a vincere più della metà dei punti giocati. Un altro 25% è stato vinto da un giocatore che non è riuscito a raccogliere più del 53% dei punti, un livello che non garantisce automaticamente la vittoria.

In funzione della vostra opinione sulla capacità di fare la differenza e sul vantaggio psicologico nel tennis, potreste considerare alcuni di questi risultati, o tutti, come non dipendenti dalla fortuna. Se un giocatore converte tutte le opportunità di break e vince nonostante abbia fatto solo il 49% dei punti totali, forse è perché lo merita effettivamente di più. Discorso analogo si può fare per prestazioni molto solide nel tiebreak, che di fatto è un concentrato di punti ad alta leva che possono far sfuggire la vittoria finale al giocatore che ha vinto più punti. 

Quando però il margine è così sottile che uno o due punti chiave possono cambiare il risultato finale – specialmente quando sappiamo che la fortuna è in grado di incidere sul singolo punto – dobbiamo considerare fortunato il risultato di alcune di queste partite molto equilibrate. Non serve decidere quale partita sia stata segnata dalla fortuna e quale non lo sia stata, semplicemente riconoscere che alcune partite non sono vinte dal giocatore migliore, anche usando una definizione piuttosto vaga di “giocatore migliore quel determinato giorno”.

Fortuna di lungo periodo

Forse la manifestazione più evidente di fortuna nel tennis è nel sorteggio del tabellone di ogni torneo. Un giocatore fuori dalle teste di serie potrebbe trovarsi ad affrontare una delle prime teste di serie in una partita quasi impossibile da vincere o, all’opposto, avere un turno estremamente facile con una wild card dalla bassa classifica. Anche le teste di serie possono essere soggette alla fortuna, in funzione di quale giocatore fuori dalle teste di serie viene sorteggiato o di quali teste di serie troveranno nei turni successivi. 

C’è un’altra forma di fortuna di lungo periodo, anch’essa influenzata dalla fortuna nel sorteggio, che potremmo chiamare “sequenziale”. Un giocatore che in una stagione ottiene un record di 20-20 vincendo tutte le partite del primo turno e perdendo tutte quelle del secondo turno non raccoglierà lo stesso numero di punti o premi partita di un giocatore che invece ottiene lo stesso record vincendo solo 10 partite di primo turno, raggiungendo però il terzo turno ogni volta che ci riesce.

Di nuovo, potrebbe non dipendere esclusivamente dalla fortuna – le vittorie di un giocatore di questo tipo sarebbero velocemente etichettate come una striscia vincente – ma, insieme alla fortuna del sorteggio, un giocatore potrebbe semplicemente trovarsi ad affrontare avversari che è in grado di battere in sequenza, anziché avere primi turni facili e secondi turni difficili. 

L’effetto Matteo

Queste diverse forme di fortuna relative al tennis giocato sono tra loro in qualche modo collegate. Il sociologo Robert Merton ha coniato il termine “effetto Matteo” – anche conosciuto come il principio del vantaggio cumulativo – per descrivere quelle situazioni in cui un’entità in possesso di un vantaggio minimo finirà con l’avere un vantaggio molto più ampio, per via di una maggiore facilità di accesso alle risorse messe a disposizione in virtù del vantaggio inizialmente posseduto.

L’effetto Matteo è applicabile a una vasta gamma di fenomeni e ritengo che sia qui istruttivo. Consideriamo il caso di due giocatori separati in classifica da pochissimi punti, un margine che potrebbe dipendere solo da pura fortuna, ad esempio in presenza di vittoria per ritiro dell’avversario prima della partita. Uno dei due giocatori riceve la testa di serie numero 32 in uno Slam, mentre l’altro è fuori dalle teste di serie.

I due giocatori – che ricordiamo sono praticamente indistinguibili – si trovano di fronte a un percorso ben differente. Al primo sono garantite due partite contro avversari fuori dalle teste di serie, il secondo invece giocherà quasi sicuramente contro una testa di serie prima del terzo turno, magari anche una testa di serie di vertice già al primo turno. Quest’ultimo potrebbe avere fortuna, dal tabellone o durante le partite, eliminando lo svantaggio dovuto al non essere tra le teste di serie, ma è più probabile che il primo giocatore (la testa di serie) guadagnerà più punti nel torneo, consolidando una classifica più alta che non si è necessariamente meritato in campo.   

Carriere che si creano e si distruggono

L’effetto Matteo può generare conseguenze anche su più larga scala. I professionisti di oggi hanno iniziato ad allenarsi e gareggiare da giovanissimi, e la maggior parte di loro ha ricevuto una discreta dose di aiuto nella crescita, sia stata in termini di allenatori lungimiranti, di supporto dalla federazione nazionale o da wild card assegnate nei momenti giusti.

È difficile quantificare l’effetto positivo (o negativo) dell’intervento di un buon allenatore a 15 anni, ma le wild card sono un esempio del fenomeno più facilmente comprensibile. Lo sfortunato giocatore fuori dalle teste di serie citato in precedenza almeno è riuscito ad accedere al tabellone principale del torneo. Ma quando la federazione del paese che ospita uno Slam decide a quale promettente prospetto assegnare una wild card, crea le condizioni per un contesto a somma zero: un giocatore riceve un’opportunità enorme (soldi e punti validi per la classifica, anche se perde al primo turno), l’altro non ottiene nulla.

Questo è, in poche parole, il motivo per cui persone come me trascorrono buona parte del loro tempo libero a sfogarsi in merito alle wild card. Il problema non è nell’accesso al tabellone del singolo torneo, ma nella pletora di opportunità che ne consegue. Certo, ci sono volte in cui quelle opportunità non si trasformano in altro – la carriera di Ryan Harrison sembra avviata su quella strada – ma anche in quei casi non si sentono nominare i giocatori che non hanno ricevuto la wild card o quelli che non hanno mai avuto la possibilità di approfittare dei vantaggi cumulativi derivanti dall’aver salito il gradino superiore.    

Perché la fortuna ha tutta questa importanza

A chi segue il tennis con avidità, niente di questo giunge nuovo. È risaputo che ogni giocatore attraversa momenti positivi e negativi, si trova in tabelloni favorevoli e sfavorevoli e ha dovuto affrontare sfide in carriera diverse da quelle degli altri giocatori.

Ma esaminando tutti i differenti tipi di fortuna nel medesimo contesto, spero di riuscire a enfatizzare l’importanza del fattore fortuna nella valutazione di un qualsiasi giocatore in un qualsiasi momento. Non è un caso che i giocatori di media classifica si scambino di posizione così frequentemente. Alcuni sono davvero bravi a mettere insieme strisce vincenti di partite, e gli infortuni hanno il loro ruolo, ma molta della varianza può essere ricondotta alle molteplici manifestazioni della fortuna. Il numero 30 del mondo probabilmente è più forte del numero 50, ma non è scontato che sia così. Non serve essere travolti dalla sfortuna per crollare in classifica, specialmente quando la sfortuna apre le porte a ulteriori circostanze sfortunate.

Anche se molte delle forme di fortuna di cui ho parlato sono in realtà influenzate dal talento e, a titolo di esempio, chi sta giocando meglio in un determinato giorno riesce a fare la differenza nella conversione delle palle break, l’evidenza empirica mostra che significative fluttuazioni in indicatori come la percentuale di tiebreak vinti e la frequenza di palle break convertite sono momentanee, non persistono di anno in anno. Forse non si può propriamente categorizzarla come fortuna ma, proiettando la classifica da qui a un anno, potrebbe dipendere solo da quello.

Se i risultati delle partite, le vittorie dei tornei e le classifiche settimanali sono scolpite nella pietra, il modo in cui i giocatori arrivano a quel successo non è altrettanto chiaro. Faremmo meglio ad accettare quest’incertezza.

The Pervasive Role of Luck in Tennis

Vincenti, errori e disinformazione

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 12 gennaio 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Dei diversi modi in cui generalmente finisce un punto – vincenti, errori forzati e non forzati – qual è il più frequente? È una domanda così semplice che non ne ho mai fatto oggetto di ricerca. A quanto pare, ci hanno pensato altri, lanciandosi in affermazioni – sulla base dei risultati poi ottenuti – di dubbia bontà.

Un amico mi ha inoltrato un link a un video promozionale per un corso di didattica nel quale – dopo lunghe attese – si spiega che a livello professionistico più punti finiscono con un errore forzato di quanti non terminino con un vincente o un errore non forzato. E per questo motivo, prosegue il video, è possibile usare alcune delle stesse tattiche che i professionisti adoperano per costringere l’avversario a un errore forzato. Sembrerebbe infatti che cercare il vincente sia troppo rischioso, tanto quanto lo sia attendere l’errore non forzato.

Da un punto di vista pedagogico, può avere senso promulgare pazienza e infondere atteggiamenti conservativi. Non so nulla di come insegnare a un dilettante a migliorare il proprio gioco e lascio volentieri l’incombenza agli esperti.

Però, l’utilizzo di dati relativi alle partite professionistiche ha suscitato il mio interesse oltre a un’immediata reazione di scetticismo rispetto a quelle conclusioni, sembra basate su partite dei tornei Slam 2012.

Affidandomi al campione che ho ricavato dai dati messi a disposizione da IBM Poinstream per gli Slam degli ultimi anni, ho testato il Roland Garros 2015 e gli US Open 2015, conteggiando vincenti, errori forzati e non forzati sia per le partite maschili che per quelle femminili. La tabella riepiloga quanto trovato.

Campione dati    Vincenti  Non forzati  Forzati  
Roland Garros U  33.8%     32.9%        33.3%  
Roland Garros D  32.7%     37.8%        29.5%  
                                      
US Open U        34.3%     31.6%        34.1%  
US Open D        31.0%     38.0%        30.9%

Su entrambe le superfici, tra gli uomini i punti si distribuiscono abbastanza uniformemente nelle tre categorie. Tra le donne, i vincenti sono più o meno nello stesso numero degli errori forzati (anche se ci sono più vincenti sulla terra battuta) e gli errori non forzati rappresentano la tipologia di colpo più diffusa con cui un punto finisce.

Va riconosciuto però che si tratta di un campione di dati con delle limitazioni, ed è facile immaginare quali. Una buona percentuale di errori forzati infatti arriva dalla risposta al servizio, un aspetto che non sembra pertinente in una conversazione sulla tattica. Siamo in grado di separare gli ace dai vincenti e i doppi falli dagli errori non forzati, ma non gli errori forzati alla risposta dagli errori forzati.

Per fare questo, si può sfruttare l’ingente quantità di dati raccolta con il Match Charting Project, quasi 1500 partite del circuito maggiore equamente divise tra uomini e donne (al momento della traduzione le partite sono complessivamente 3436, n.d.t.). Il campione del Match Charting Project contiene tutto quello che si trova in Pointstream – vincenti, errori forzati e non forzati – e molto, molto di più. Ai fini di quest’analisi, l’elemento chiave aggiuntivo è la lunghezza dello scambio, che permette di distinguere tra errori forzati alla risposta ed errori forzati che sono avvenuti a scambio inoltrato.

Con i dati del Match Charting Project inoltre possiamo eliminare completamente dal contesto le statistiche legate al servizio, come ace, doppi falli ed errori forzati alla risposta, visto che non rientrano nel significato che comunemente si associa alla parola tattica.

La tabella riepiloga la frequenza di ciascun tipo di colpo con cui un punto finisce.

Campione dati  Vincenti  Non forzati  Forzati  
Uomini         32.5%     45.8%        21.7%  
Donne          32.4%     49.4%        18.2%

Senza i servizi ad alterare la composizione, i vincenti mantengono la loro importanza relativa, ma è la distribuzione degli errori a cambiare enormemente. Si osserva ora come nel momento in cui il giocatore alla risposta avvia lo scambio (o riceve un servizio che dovrebbe essere in grado di rimettere in gioco), gli errori non forzati siano più del doppio degli errori forzati (anche restringendo il calcolo alla terra battuta, tutte le frequenze sono inferiori al punto percentuale in più rispetto alla media complessiva).

Gli errori forzati sono la modalità più diffusa con cui finisce un punto in solo 14 delle 728 partite maschili considerate e in solo 4 delle 751 partite femminili. Anche se si sollevano dubbi sulla rappresentatività del campione di partite del Match Charting Project o sulle tendenze all’errore nella codifica dello scambio da parte dei volontari che raccolgono i dati, siamo di fronte a risultati che stabiliscono in modo incontrovertibile che gli errori non forzati siano la modalità più diffusa con cui finisce un punto.

Non so quanto le tattiche e le tendenze di gioco dei professionisti possano essere riproposte tra i dilettanti, quindi è probabile che questi numeri abbiano scarso valore per gli allenatori. Ma se l’intento è quello di basare le proprie tecniche di insegnamento sulle statistiche dei professionisti, sembra ragionevole iniziare dal comprendere i numeri nel modo giusto.

Winners, Errors, and Misinformation

Partita dopo partita, la fatica si accumula?

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 20 ottobre 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Tenere sotto controllo la fatica durante una qualsiasi partita di uno Slam è una sfida. Mi chiedo se questo diventi ancora più impegnativo dopo aver giocato diverse partite.

In un precedente articolo ho affrontato la tematica della fatica nel corso della partita, prendendo spunto da uno studio in cui la diminuzione della velocità per i lanciatori di rilievo nel baseball viene analizzata attraverso modelli di somministrazione-responso tipicamente adottati in medicina per registrare gli effetti della fatica. Un rapido caso studio ha evidenziato come l’utilizzo di un approccio analogo con le velocità al servizio possa essere utile per identificare il declino nella perdita di velocità generato dalla fatica.

In questa circostanza, intendo verificare la progressione della fatica nello svolgimento del torneo. In altre parole, i giocatori diventano più esposti alla fatica all’avanzare dei turni?

Per trovare delle interessanti dinamiche generate dalla fatica, possiamo considerare gli US Open 2017. Le immagini che seguono rappresentano due degli esempi più significativi dall’ultimo Slam della stagione.

Il grafico dell’immagine 1 mostra l’andamento delle velocità al servizio in ciascun turno per la finalista del singolare femminile Madison Keys. Le velocità effettivamente misurate sono rappresentate dai pallini blu, mentre i pallini arancioni indicano le stime arrotondate derivanti dall’utilizzo di un modello di somministrazione-responso con la migliore bontà di adattamento, come descritto nel precedente articolo.

Sulla prima di servizio Kyes non ha mostrato segni di affaticamento fino alla finale, nella quale – a partire dal 50esimo servizio – la velocità è diminuita in misura considerevole. Da quel momento, la prima di servizio è scesa progressivamente al di sotto della media di 165 km/h tenuta da Keys nel corso del torneo.

IMMAGINE 1 – Velocità al servizio in ciascun turno degli US Open 2017 di Keys

Anche se sulla seconda di servizio non si è assistito a un decremento analogo, si è comunque verificata una sorprendente riduzione di velocità dopo il primo turno (in cui Keys ha raggiunto la media più alta di 133 km/h). In finale Keys ha fatto segnare la media più bassa sulla seconda di tutto il suo torneo, pari a 126 km/h.

Prendiamo, come altro esempio, Dominic Thiem, il cui rendimento al servizio è in peculiare contrasto con quello di Keys. Nel suo caso infatti la fatica manifesta gli effetti maggiori sulla seconda di servizio anziché sulla prima. Non solo, ma sono anche effetti che si presentano molto prima nel torneo.

IMMAGINE 2 – Velocità al servizio in ciascun turno degli US Open 2017 di Thiem

Il grafico mostra come, al raggiungimento del quarto e ultimo turno di Thiem agli US Open 2017, la velocità media della seconda di servizio sia complessivamente diminuita rispetto ai turni precedenti, da 150 km/h a 135 km/h. Inoltre, nella partita in cinque set contro Juan Martin Del Potro, la velocità della seconda è scesa in modo esponenziale dal momento in cui Thiem è arrivato a servire per la 140esima volta.

Sebbene in tutte e quattro le quattro partite giocate da Thiem la velocità della prima sia rimasta abbastanza costante durante la singola partita, si è assistito a un calo progressivo nella velocità media tra il primo turno e successivi. Da un media di 178 km/h si è arrivati a una media di 172 km/h nel quarto turno.

Siano dinamiche causate da uno sforzo fisico cumulato, un aumento della pressione psicologica o altri aspetti dell’esperienza di partecipare a un torneo dello Slam, questi due brevi esempi suggeriscono che l’analisi turno per turno delle caratteristiche fisiche del servizio di un giocatore può svelare dettagli che meritano di ricevere ulteriore approfondimento.

Il codice e i dati per quest’analisi sono disponibili qui.

Is Fatigue Cumulative?

La capacità di Novak Djokovic di rendere la seconda di servizio inefficace

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’11 novembre 2013 – Traduzione di Edoardo Salvati

Quando c’è Novak Djokovic dall’altra parte del campo, è meglio mettere dentro più prime di servizio.

Per il 2013, Djokovic è uno dei due giocatori a vincere più del 55% dei punti alla risposta sulla seconda di servizio (l’altro è David Ferrer). Se si considera che vince anche più del 35% dei punti alla risposta sulla prima di servizio, diventa difficile pensare che il giocatore al servizio abbia un effettivo vantaggio. Anzi, quando Djokovic raggiunge quel livello, se il suo avversario inciampa in un momento negativo e serve solo un quarto delle prime di servizio, Djokovic ha una probabilità superiore al 50% di fare il break.

Spesso i telecronisti definiscono la risposta di Djokovic una vera e propria arma, e non a torto. Solo sei giocatori (tra cui lo stesso Djokovic e, inevitabilmente, John Isner) hanno vinto quest’anno lo stesso numero di punti sulla seconda di servizio di quanti Djokovic ne abbia vinti rispondendo alla seconda di servizio.

L’aspetto più impressionante del gioco in risposta di Djokovic è la velocità con cui rende inefficace la seconda di servizio, spesso usando tattiche che, se adottate da giocatori dotati di talento inferiore, sarebbero più appropriate per i punti al servizio. Rispetto agli altri giocatori alla risposta, Djokovic ha più probabilità di vincere uno scambio breve che uno lungo. Mentre ad altri giocatori servono alcuni colpi per controbilanciare il vantaggio assegnato dal servizio, Djokovic raggiunge la massima efficacia nelle fasi iniziali dello scambio sulla risposta.

L’immagine 1 mostra il confronto tra la percentuale di punti vinti da Djokovic in risposta alla seconda di servizio – in funzione della lunghezza dello scambio – di quattro partite di cui ho raccolto dati punto per punto (la semifinale contro Stanislas Wawrinka e la finale contro Rafael Nadal agli US Open 2013; la semifinale contro Wawrinka e il Round Robin contro Juan Martin Del Potro alle Finali di stagione 2013) e la stessa percentuale di altri giocatori tra i primi 10 (a esclusione di Nadal) in 19 partite con dati punto per punto dagli US Open 2013 e dalle Finali di stagione 2013.

IMMAGINE 1 – Percentuale di punti vinti alla risposta da Djokovic e da altri giocatori tra i primi 10 in un campione di partite selezionato

Quando la risposta è in campo, Djokovic vince quasi il 53% dei punti, mente il resto dei giocatori arriva a meno del 44% (si tratta di partite tra i primi 10, quindi le medie sono molto inferiori rispetto ai valori stagionali, che beneficiano di partite contro avversari più deboli). La differenza rimane quasi la stessa anche escludendo gli scambi da due e tre colpi.

Limitando l’analisi agli scambi che arrivano a sei colpi, Djokovic ha comunque un margine sostanziale, circa il 48% contro il 42%. Negli scambi più lunghi di sette colpi, praticamente non c’è differenza.

La risposta di Djokovic è così efficace che se un avversario sbaglia la prima di servizio è come se il punto fosse diventato sul servizio di Djokovic. Gli avversari sono costretti a dover giocare in salita i propri punti di servizio!

Così è stato in particolare nella finale degli US Open 2013 tra Djokovic e Nadal, il quale ha vinto a malapena la metà dei punti sulla seconda di servizio quando Djokovic ha risposto in campo. Nel momento in cui però lo scambio è arrivato almeno a cinque colpi (quindi anche sei o sette, etc) Nadal ha avuto la meglio, vincendo il 60% dei punti. Una volta raggiunti i cinque colpi, il vantaggio di Nadal ha continuato ad aumentare.

Certo, è stato Nadal a vincere quella partita. Non è molto utile trasformare punti alla risposta in punti al servizio avendo di fronte un avversario la cui risposta al servizio è così efficace. Per vincere oggi la finale dell’ultimo torneo dell’anno, Djokovic ha bisogno di fare altro dell’attaccare la seconda di servizio di Nadal. O riesce a farlo con più efficacia di quanto sia riuscito a New York, o deve trovarsi nella posizione di vincere scambi più lunghi alla risposta una volta che l’effetto generato dalla sua bravura alla risposta è svanito (Djokovic ha vinto le Finali di stagione 2013 per 6-3 6-4, con il 50% dei punti vinti alla risposta sulla seconda di Nadal e il 70% dei punti vinti sulla propria seconda di servizio. E ha impedito che gli scambi sulla seconda di Nadal diventassero lunghi, senza nessuno scambio ad aver superato i dieci colpi, vincendo molti più di quelli di media lunghezza rispetto a quanto fatto agli US Open, n.d.t.).

Novak Djokovic and Neutralizing the Second Serve

Nel tennis, cosa significa avere la “mano calda”?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’1 dicembre 2011 – Traduzione di Edoardo Salvati

C’è un argomento molto dibattuto nell’analisi statistica sportiva, quello della “mano calda”, cioè l’abilità di mettere insieme una striscia vincente di risultati. Sono praticamente tutti convinti che esista, che i giocatori (o anche le squadre) siano in grado di accendersi e spegnersi temporaneamente arrivando a giocare ben al di sopra o ben al di sotto del loro vero livello.

Per certi versi, le strisce vincenti sono inevitabili; se si lancia una moneta 100 volte, si avranno delle sequenze di 5 o 10 lanci in cui la maggior parte delle volte esce testa, e non perché all’improvviso la moneta è “migliorata”, ma perché su un orizzonte temporale sufficientemente lungo è naturale che questo accada. Se si guarda un’intera partita di tennis, ci saranno per forza di cose game in cui sembra che un giocatore stia giocando meglio del solito, magari servendo un ace dietro l’altro o mettendo a segno dei vincenti incredibili.

La domanda, quindi, è se un giocatore abbia la mano calda più spesso di quanto non accadrebbe per puro caso. Per fare solo un esempio, ipotizziamo che un giocatore serva degli ace solo nel 10% dei punti al servizio. Se occasionalmente servisse meglio del solito, dovremmo notare che dopo aver servito un ace abbia più probabilità (diciamo 15% o 20%) di servirne un altro. Una prima o una seconda di servizio fuori dovrebbero rendere più probabile un errore nel servizio successivo.

In un paio di articoli recenti – le differenze tra destri e mancini a seconda del lato di campo e la mano calda al contrario sul 30-40 – ho accennato all’idea che il tennis possa essere strutturato in modo da impedire ai giocatori di arrivare ad avere la mano calda.

Una delle tematiche più indagate negli studi sulla mano calda è il tiro libero nel basket, apprezzata per essere il contesto che più si avvicina a replicare perfette condizioni da laboratorio: ogni tiro libero è preso dalla stessa distanza e in assenza di marcatura da parte di un difensore e, ancora meglio, di solito è seguito immediatamente da un secondo tiro libero.

Nel tennis non esiste nulla del genere. La situazione di gioco che sembra somigliare ai tiri liberi del basket è il servizio, specialmente per i giocatori che ne fanno uno strumento predominante. John Isner, Roger Federer e Milos Raonic danno l’impressione di accumulare strisce vincenti al servizio; certamente possono giocare game dopo game e controllare il gioco con servizi vincenti. Ma ad un’analisi ravvicinata, anche il loro esempio diventa più sfumato. Come abbiamo visto, i giocatori rendono meglio al servizio in funzione del lato di campo. Sarebbe come se nel basket un giocatore, dopo un tiro libero, facesse due passi a sinistra e uno in avanti prima di tentare il tiro successivo.

E, ovviamente, c’è un altro giocatore in campo. Se Federer decide per una traiettoria a uscire più lenta del solito nel lato delle parità come servizio vincente sul 15-15, è molto probabile che non userà la stessa tattica sul 30-30 o sul 40-15. Anche se fosse capace di servire 50 servizi di quel tipo perfettamente identici, non lo farebbe mai in una partita. Per avere qualche rilevanza nel tennis professionistico, la mano calda deve possedere un significato ben più ampio che il talento nel giocare un singolo colpo.

A livello più generale, le regole del tennis prevedono l’alternanza in misura maggiore che in molti altri sport. È vero che in altri sport la palla viene data alla squadra che ha subito la segnatura, ma la lunghezza del possesso – o nel baseball la lunghezza di una ripresa – può variare di molto. Nel tennis, si può aggiungere solo un game al proprio punteggio prima di dover lasciare il gioco all’avversario. E anche all’interno di quel game, il giocatore si sposta continuamente dal lato di campo in cui è più forte a quello in cui è meno forte; e lo stesso potrebbe essere per l’avversario.

La mia domanda, aperta a tutti, è questa: se esiste una mano calda nel tennis, dove vi aspettereste di trovarla? Ace consecutivi? Ace solo nel lato delle parità? Servizi vincenti? Scambi corti dopo il servizio? Punti vinti? Punti vinti alla risposta? Game vinti? Prime di servizio in campo? Vincenti a chiusura dello scambio? Minimo numero di errori non forzati? È possibile che nessuno di questi elementi, o invece tutti, possano verificarsi in sequenza ravvicinata, ma quale tra questi verrebbe scelto per farci pensare che un giocatore stia avendo la mano calda?

What Does the “Hot Hand” Mean in Tennis?

Come si comportano destri e mancini al servizio nei due lati del campo

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 4 novembre 2011 – Traduzione di Edoardo Salvati

Dopo aver visto la frequenza di successo dei giocatori al servizio nel lato di campo delle parità e dei vantaggi – in funzione del punteggio nel game – analizziamo ora le tendenze di destri e mancini.

Come ho teorizzato in precedenza, i destri hanno percentuali di punti vinti al servizio più alte sul lato delle parità (64% contro 62.3%), mentre i mancini servono meglio sul lato dei vantaggi (63% contro 62.3%). La differenza per i mancini diventa un po’ più netta (62.8% contro 61.8%) se escludiamo dal campione Rafael Nadal (tutti i numeri che seguono sono indicati in due modi, includendo ed escludendo i valori di Nadal). Anche se Nadal rappresenta un solo giocatore, quasi un terzo dei punti giocati al servizio dai mancini del campione – cioè tutte le partite dei tornei Slam del 2011 considerate da Pointstream – è a lui ascrivibile. Come vedremo, Nadal sembra avere delle tendenze che lo separano dal resto del gruppo dei mancini).

Questo sembrerebbe darei ai mancini un leggero vantaggio strategico; più di tre quarti delle palle break vengono giocate nel lato dei vantaggi, comprese tutte quelle (30-40, 40-AD) che danno la possibilità al giocatore al servizio di tornare in parità. Se i mancini hanno più probabilità di vincere quei punti, si potrebbe pensare che abbiano anche più probabilità di respingere la minaccia. Ovviamente, la si può vedere in entrambi i modi: una debolezza sul lato delle parità potrebbe generare più palle break da dover poi salvare.

Strano a dirsi, ma i mancini non sembrano far leva sul loro vantaggio nella situazione di palla break più frequente, cioè sul 30-40. Sia i destri che i mancini vincono i punti sul 30-40 circa il 6% meno spesso di quanto vincano punti al servizio in generale. La differenza più marcata è sul 40-AD, quando i destri vincono il 10% di punti in meno della loro media e i mancini solo il 3% in meno. Nadal è responsabile per larga parte dello scostamento, probabile testimonianza della sua forza mentale. Senza Nadal, i mancini vincono il 6% di punti in meno della loro media sul 40-AD, comunque ancora superiore a quanto facciano i destri (ricordiamo che è un approccio intrinsecamente parziale. Se il giocatore al servizio raggiunge il 40-AD, è il punteggio stesso a riflettere uno svantaggio. Roger Federer e John Isner non servono spesso sul 40-AD proprio perché il loro servizio è, in modi diversi, così dominante. Fernando Verdasco, Fabio Fognini e qualsiasi avversario di Novak Djokovic servono più spesso sul 30-40 e sul 40-AD, a sottolineare come il campione delle situazioni sul 40-AD sia sproporzionatamente popolato da giocatori che servono a sfavore di probabilità).

C’è ancora molto lavoro da fare su questo tema, ma differenze così ampie tra destri e mancini certamente fanno riflettere.

La tabella riepiloga i numeri di cui si è parlato. La colonna con i numeri tra 0.85 e 1.1 riporta, per ogni casistica di servizio, il confronto tra la prestazione di un giocatore in una specifica situazione di punteggio rispetto alla sua frequenza complessiva. In questo modo si può fare un confronto migliore tra i destri (che vincono il 63.1% dei punti) e i mancini escluso Nadal (che vincono il 62.3% dei punti).

Punteggio   %Vinti Destri       Mancini       No Nadal 
Totale      62.9%  63.1%        62.7%         62.3%          
Lato parità 63.5%  64.0%  1.01  62.3%   0.99  61.8%    0.99   
Lato Vant.  62.3%  62.3%  0.99  63.0%   1.00  62.8%    1.01   

Punteggio   %Vinti Destri       Mancini       No Nadal          
g0-0        63.4%  63.5%  1.01  63.5%   1.01  63.1%    1.01   
g0-15       60.6%  60.8%  0.96  59.5%   0.95  59.5%    0.96   
g0-30       62.0%  62.6%  0.99  59.4%   0.95  60.6%    0.97   
g0-40       54.8%  54.1%  0.86  56.3%   0.90  54.6%    0.88   

g15-0       63.8%  63.7%  1.01  65.3%   1.04  64.8%    1.04   
g15-15      63.4%  63.8%  1.01  59.5%   0.95  59.6%    0.96   
g15-30      60.1%  60.2%  0.95  60.6%   0.97  61.4%    0.99   
g15-40      61.2%  61.5%  0.98  58.2%   0.93  58.3%    0.94   

Punteggio   %Vinti Destri       Mancini       No Nadal          
g30-0       64.9%  65.0%  1.03  64.1%   1.02  63.0%    1.01   
g30-15      62.7%  62.5%  0.99  65.7%   1.05  65.7%    1.05   
g30-30      64.0%  64.3%  1.02  62.5%   1.00  60.9%    0.98   
g30-40      59.3%  59.2%  0.94  58.6%   0.94  59.3%    0.95   

g40-0       67.1%  66.8%  1.06  67.0%   1.07  65.1%    1.05   
g40-15      65.6%  66.0%  1.05  62.5%   1.00  61.6%    0.99   
g40-30      63.7%  63.6%  1.01  67.0%   1.07  65.6%    1.05   
g40-40      61.6%  61.9%  0.98  61.4%   0.98  62.2%    1.00   
g40-AD      57.8%  57.0%  0.90  60.5%   0.97  58.7%    0.94   
gAD-40      62.3%  62.4%  0.99  59.7%   0.95  61.4%    0.99

Righties and Lefties in the Deuce and Ad Courts

L’esito di un punto in funzione del punteggio nel game

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 3 novembre 2011 – Traduzione di Edoardo Salvati

Se i giocatori di tennis fossero degli automi, ognuno di loro avrebbe la stessa probabilità di vincere tutti i punti. Vincere il punto sul punteggio di 40-15 sarebbe probabile quanto vincerlo sul 15-40. Sembra piuttosto scontato pensare che le cose stiano diversamente. Parlerò quindi della differenza tra le due situazioni e del perché esiste.

Per iniziare, analizziamo l’esito di ogni singolo punto delle partite di singolare maschile degli Slam 2011, ordinato nella tabella che segue in funzione del punteggio prima che il punto fosse giocato (spiego meglio in seguito).

Punteggio  Punti  Vinti  %Vinti  RIL  
g0-0       10757   6820   63.4%  1.00  
g0-15       3941   2390   60.6%  0.97  
g0-30       1552    963   62.0%  0.98  
g0-40        591    324   54.8%  0.88 

g15-0       6823   4356   63.8%  1.02  
g15-15      4858   3081   63.4%  1.00  
g15-30      2741   1648   60.1%  0.97  
g15-40      1416    866   61.2%  0.96  

Punteggio  Punti  Vinti  %Vinti  RIL  
g30-0       4355   2826   64.9%  1.02  
g30-15      4609   2890   62.7%  1.01  
g30-30      3366   2155   64.0%  1.01  
g30-40      2080   1234   59.3%  0.95 

g40-0       2824   1895   67.1%  1.08  
g40-15      3819   2507   65.6%  1.03  
g40-30      3466   2209   63.7%  1.02  
g40-40      4556   2806   61.6%  0.97 

g40-AD      1749   1011   57.8%  0.93  
gAD-40      2806   1748   62.3%  1.00  

Punteggio      Punti  Vinti  %Vinti        
Totale         66309  41729   62.9%        
Lato parità    34679  22024   63.5%        
Lato vantaggi  31630  19705   62.3%

Un aspetto che colpisce è che più i giocatori si avvicinano a vincere il game (30-0, 40-0), più è probabile che vincano il punto successivo. Quando invece si trovano di fronte alla situazione di palla break (o stanno per arrivare a doverne salvare una o diverse), hanno meno successo.

Gran parte di questo (e forse tutto questo) è semplicemente attribuibile alla parzialità del campione. Se un giocatore arriva sul 40-0, è probabile che abbia un servizio dominante o che il suo avversario non abbia trovato le misure alla risposta. Uno sproporzionato numero di punti sul 40-0 arrivano da giocatori con un servizio superiore alla media. In modo simile, uno sproporzionato numero di punti sullo 0-40 arrivano da giocatori senza un servizio dominante…o hanno avuto Novak Djokovic alla risposta.

Lato delle parità e dei vantaggi

Un risultato più utile è dato dal fatto che i giocatori vincono più punti nel lato delle parità. Nel campione considerato, il giocatore al servizio ha vinto il 63.5% dei punti nel lato delle parità rispetto al 62.3% nel lato dei vantaggi. Potrebbe essere perché i destri (che rappresentano circa l’85% del campione) sono più efficaci quando servono nella direzione opposta alla mano dominante, ma è un’ipotesi che non ho ancora verificato (se effettivamente i giocatori fanno meglio quando servono nella direzione opposta alla mano dominante, la differenza è ancora più impressionante. Ipotizzando che per destri e mancini la differenza nell’efficacia al servizio sia la medesima, la frequenza di punti vinti servendo nella direzione opposta alla mano dominante – lato delle parità per i destri e dei vantaggi per i mancini – dovrebbe essere circa il 63.8%, mentre la frequenza di punti vinti servendo nella direzione della mano dominante – lato dei vantaggi per i destri e delle parità per i mancini – dovrebbe essere del 62.1%).

Quindi, la differenza di efficacia al servizio sullo 0-0 e sullo 0-15 non è così estrema come può sembrare a prima vista; alcune delle percentuali di punti vinti sullo 0-15 sono dovute alla difficoltà del servire sul lato dei vantaggi. Per questo ho creato la colonna ‘RIL’, che indica come la percentuale di punti vinti su una determinata situazione di punteggio si rapporti alla media dei punti vinti nel lato di campo rilevante.

Se questa differenza si mantiene vera universalmente, andrebbero cambiate anche le tabelle di stima della probabilità di vittoria. Ad esempio, quando il giocatore alla riposta arriva alla palla break – che si verifica più spesso nel lato dei vantaggi, sul 30-40 o sul 40-AD – la sua probabilità di vittoria del game è uno o due punti percentuali più alta di quanto in precedenza stimato. Almeno nel caso abbia di fronte un destro.

C’è ampio spazio di analisi su queste tematiche. Per determinare se i giocatori davvero alzino o abbassino il loro livello di gioco (ad esempio giocando meglio sulle palle break o rallentando sul 40-0), si dovrebbe passare a un’analisi giocatore per giocatore, in modo da ridurre la parzialità generata dalla presenza indistinta di tutti i giocatori nello stesso insieme.

Point Outcomes by Game Score

Misurare la fatica in partita

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 13 ottobre 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

A seguito di un intervento a cui ho assistito al recente New England Symposium on Statistics in Sport (NESSIS) mi sono chiesta se sia possibile valutare la fatica nelle partite di tennis ed, eventualmente, in che modo si riesca a farlo.

Qualche settimana fa ho avuto la fortuna di partecipare alla decima edizione della conferenza NESSIS, in cui esperti di statistiche hanno introdotto riflessioni su un’ampia varietà di temi di ricerca sportiva. Una presentazione mi ha incuriosito più di altre, quella di Kyle Burris – dottorando in statistica alla Duke University – che ha fatto riferimento a un metodo da lui sviluppato per misurare la fatica dei lanciatori di rilievo (relief pitchers) nella Major League Baseball.

L’idea alla base dell’approccio di Burris è quella di intendere la fatica come un fenomeno cumulativo che porta a un graduale declino di prestazioni per via della ripetizione di movimenti che affaticano il fisico. Nell’analogia di Burris – che mi è sembrata davvero interessante – la fatica è paragonata a una medicina che riduce il livello energetico, con la dose rappresentata da un certo tipo di attività competitiva. Naturalmente, è una medicina che nessun atleta desidera prendere, ma l’idea è utile per capire come la relazione tra fatica e prestazione possa evolvere ed essere interpretata da un modello statistico.

Come per i lanciatori di rilievo e le velocità di lancio, ci si aspetta che anche nel tennis un aumento della fatica porti a una diminuzione della velocità del servizio. L’immagine 1 fornisce un’espressione concettuale di come la fatica potrebbe influire sulla velocità del servizio. In questo caso, la “dose” di fatica è misurata dal numero di servizi di un giocatore in un determinato momento della partita.

IMMAGINE 1 – Curva rappresentativa della fatica

Effetti come questi si verificano al massimo livello professionistico?

Pochi giocatori hanno avuto lo stesso numero di problemi noti di condizione fisica e di infortuni nelle fasi iniziali della carriera come Milos Raonic. Questo fa di lui il candidato ideale per mettere alla prova un modello interpretativo della fatica.

Analizzando i dati di Raonic al servizio per le partite giocate negli Australian Open 2017, il quarto turno contro Roberto Bautista Agut ha mostrato di avere una dinamica particolarmente interessante. L’immagine 2 riepiloga le velocità raggiunte da Raonic al servizio (in km/h) e il conteggio dei servizi durante la partita.

IMMAGINE 2 – Velocità raggiunte al servizio da Raonic nel quarto turno degli Australian Open 2017

Possiamo trarre diverse considerazioni da questa tabella. Come primo aspetto, la velocità impressa da Raonic alla prima di servizio appare relativamente stabile, con alcuni valori fuori dalla norma nelle fasi centrali della partita, a mischiare probabilmente le carte. La seconda di servizio invece evidenzia una diminuzione nella velocità che fa riflettere.

Se ci concentriamo solo sulla seconda di servizio, possiamo cercare riprova della fatica individuando un modello tra quelli standard di somministrazione-responso la cui bontà di adattamento sia ben confermata. Sono modelli che tradizionalmente valutano la risposta terapeutica alla somministrazione di un medicinale, e sono nella loro formulazione altamente non-lineari, come ad esempio tra i più conosciuti la distribuzione log-logistica. Vogliamo qui applicare il modello per descrivere le variazioni della velocità all’aumentare del numero di servizi effettuati (la nostra “dose”).

Grazie al pacchetto drc del linguaggio R, ho analizzato con facilità i diversi modelli somministrazione-responso e individuato nel modello log-logistico a quattro parametri quello con la maggiore bontà di adattamento per una risposta continuativa. L’immagine 3 mostra la curva di fatica stimata dal modello, con un evidente riduzione della velocità all’aumentare del numero dei servizi.

IMMAGINE 3 – Modello di fatica per la seconda di servizio di Raonic

Se contenuta, una diminuzione della velocità non rappresenta necessariamente un elemento negativo (specialmente per giocatori dal servizio potente come Raonic). Quando una riduzione nella velocità (vale a dire, l’effetto fatica) diventa preoccupante per il rendimento di un giocatore?

Non esiste una risposta giusta a questa domanda. Una regola generale che ritengo utile è quella di usare come riferimento la differenza tra una tipica prima di servizio e una seconda, sapendo che la variazione di potenza tra queste due tipologie di servizio è indiscutibilmente importante. Per la maggior parte dei giocatori la velocità tra prima e seconda di servizio si riduce di circa il 15%.

L’immagine 4 mostra la “fatica effettiva” per una diminuzione del 5, 10 e 15% nelle velocità iniziali del servizio (la differenza tra prima e seconda) dovuta all’affaticamento di Raonic nella partita di quarto turno. La curva somministrazione-responso indica che il rendimento di Raonic ha raggiunto un livello preoccupante intorno al 104esimo servizio.

IMMAGINE 4 – Fatica effettiva nel quarto turno di Raonic

Questo breve esempio lascia intendere ampio spazio di manovra per future promettenti analisi di modellizzazione della fatica nel tennis, e un’esame delle velocità del servizio è il punto di partenza più naturale.

C’è però una domanda ovvia che emerge da questo ragionamento, e cioè: se la diminuzione della velocità nella seconda di servizio di Raonic è dovuta veramente a un effetto fatica, perché non si osserva la stessa dinamica nella prima di servizio? Credo che una possibile spiegazione sia da ricercare nelle diverse tipologie di servizio che un giocatore può utilizzare per la prima e per la seconda. Potrebbe ad esempio usare un servizio più veloce e piatto per la prima, ma uno con più effetto a uscire per la seconda. Considerando che la meccanica di movimento è molto diversa, differente può essere anche lo sforzo richiesto per servire in quel modo, così da spiegare le variazioni osservate in funzione del numero di servizi effettuati.

Si tratta solo di un’ipotesi, e appunto c’è ancora molto da investigare per meglio comprendere l’effetto fatica nel tennis.

Il codice e i dati per quest’analisi sono disponibili qui.

Measuring Match Fatigue