Una misura del predomino in situazione di partita

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 16 luglio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Da poche ore, Roger Federer ha battuto Marin Cilic nella finale di Wimbledon, raggiungendo quota 19 Slam. Il suo ottavo titolo a Wimbledon è arrivato nello stesso modo in cui Rafael Nadal aveva vinto per la decima volta il Roland Garros, senza aver perso un set.

Le prestazioni di Federer e Nadal nel 2017 hanno fatto parlare molto di predominio, di cui i set vinti sono però solo uno degli aspetti. Ad esempio, Federer ha giocato cinque tiebreak a Wimbledon vincendoli tutti, e ha costretto un avversario al ritiro. Anche uno degli avversari di Nadal al Roland Garros si è dovuto ritirare, e nelle altre partite Nadal non ha perso più di quattro game a set. Sembrerebbe quindi che il rendimento di Nadal sia stato superiore a quello di Federer.

Confronti come questo segnalano che il tennis necessita di un modo più puntuale di misurare il predominio durante una partita. Quali sono alcune delle possibilità a disposizione?

Oltre a set e game vinti, le palle break convertite sono un indicatore frequentemente utilizzato dai commentatori per evidenziare il predominio di un giocatore. Le palle break sono tra i punti più importanti di una partita e spesso fondamentali per la vittoria finale, quindi è una metrica a cui ha senso riferirsi.

Una misura analoga introdotta da Carl Bialik è l’indice di dominio o Dominance Ratio (DR), equivalente al rapporto tra la percentuale di punti vinti alla risposta da un giocatore e la percentuale di punti vinti alla risposta dall’avversario. A differenza della conversione di palle break, la percentuale di punti vinti alla risposta tiene conto del rendimento alla risposta complessivo, che possiede un’alta correlazione positiva con la conversione di palle break.

Pur sostenendo la validità di entrambi gli indicatori, in tema di misurazione del predominio presentano alcuni inconvenienti. La conversione di palle break non considera i tiebreak – un altro modo in cui i set vengono vinti in partite molto equilibrate – e pone in una situazione di particolare svantaggio giocatori molto forti al servizio e meno alla risposta come John Isner e Ivo Karlovic. Inoltre, in termini percentuali, la conversione di palle break mette insieme dominio ed efficienza (un giocatore o giocatrice può avere il numero più alto di palle break ma può arrivarci con molta inefficienza, come il caso di Jelena Ostapenko contro Francoise Abanda a Wimbledon 2017).

Se da un lato quindi la conversione di palle break ignora forse alcuni dei punti importanti, dall’altro l’indice di dominio ricomprende tutti i punti alla risposta, non considerandone però la differenza di importanza.

Dopo lunghe riflessioni su come unire i punti di forza delle palle break convertite e dell’indice di dominio, ho elaborato l’indice Palle Break Plus o BP+, che misura il predominio di un giocatore attraverso le palle break convertite e il totale ponderato dei mini-break vinti al tiebreak. Al numero così ottenuto viene poi sottratto lo stesso totale ottenuto per l’avversario. Il totale ponderato dei mini-break riflette il fatto che i mini-break all’inizio del tiebreak, quindi prima che i giocatori raggiungano le fasi salienti del tiebreak, hanno approssimativamente metà dell’importanza per la vittoria del tiebreak rispetto a quanto una normale palla break abbia per la vittoria del game.

In un precedente lavoro, ho mostrato come la percentuale relativa di palle break avesse la correlazione più forte con la vittoria della partita (in realtà, è un tipo di legame che richiama da vicino l’attesa pitagorica nel baseball). BP+ fa ancora meglio. Su un campione di partite Slam dal 2011 a oggi, il legame tra Palle Break Plus e la vittoria della partita ha ridotto del 30% la devianza residua nell’adattamento di una regressione logistica rispetto a un modello con le sole palle break.

Predominio dei Fantastici Quattro negli Slam

Una delle applicazioni di BP+ è la misura del predominio delle prestazioni in un determinato torneo. L’immagine 1 rappresenta il rendimento dei Fantastici quattro per tutte le partite giocate negli Slam del 2017, escludendo la finale di Wimbledon (già giocata al momento della traduzione dell’articolo ma non della stesura, n.d.t.).

Analizzando il valore cumulato di BP+ per turno, si nota immediatamente l’incredibile prestazione di Nadal al Roland Garros. Terminata la finale, Nadal aveva un BP+ di 36, vale a dire una media di sei break o mini-break decisivi in più del suo avversario per singola partita, considerando il ritiro di Pablo Carreno Busta nei quarti di finale (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.).

IMMAGINE 1 – Predominio dei Fantastici Quattro negli Slam 2017 in termini di BP+

Sia Novak Djokovic che Andy Murray hanno migliorato il loro rendimento al Roland Garros, rispetto agli Australian Open, ma alla fine sono crollati entrambi. A Wimbledon invece erano in corsa per ottenere un risultato superiore a Parigi, ma sono stati bloccati dagli infortuni.

Federer, il favorito all’inizio di Wimbledon, deve aver preso la decisione giusta evitando di giocare il Roland Garros, ottenendo infatti un valore cumulato di BP+ di 18.5, che corrisponde a 3.7 a partita, leggermente inferiore agli Australian Open dove aveva un BP+ di 4 prima di giocare la finale con Nadal.

Efficienza dei Fantastici Quattro negli Slam

Ho detto prima che una misura dell’efficienza è data dal rapporto tra palle break convertite sul totale a disposizione. Concentrando l’attenzione sui punti più critici della partita, possiamo vedere come si sono comportati i Fantastici Quattro durante gli Slam del 2017.

Nell’immagine 2, si osserva come i giocatori siano spesso al massimo dell’efficienza nella prima settimana, durante la quale il livello di pressione è generalmente inferiore, anche se questo vale di meno sulla terra battuta di Parigi, dove la superficie più lenta può favorire esiti a sorpresa.

IMMAGINE 2 – Efficienza dei Fantastici Quattro negli Slam 2017 in termini di BP+

Di Federer è risaputa la mancanza di efficienza (come ad esempio le quattro palle break convertite su 23 durante la finale degli US Open 2015). Quest’anno però sembra aver invertito la rotta. Agli Australian Open era al pari di Nadal come efficienza, facendo addirittura meglio in cinque partite su sette. La sua efficienza è calata a Wimbledon, fino a un minimo del 32% nel quarto di finale contro Tomas Berdych. Prima della finale agli Australian Open aveva un indice di efficienza del 44%.

BP+ è un nuovo strumento per misurare il predominio di un giocatore, e la frequenza di conversione di BP+ esprime direttamente l’efficienza nei punti più critici. È una statistica che fornisce un’indicazione semplice ma onnicomprensiva dell’imponenza di una vittoria. Per questo mi piace molto. Purtroppo però non può essere ricavata dalle statistiche aggregate di fine partita, perché richiede dati punto su punto che – sebbene disponibili per la maggior parte delle partite del circuito di circa gli ultimi cinque anni – sono più difficili da recuperare per partite meno recenti.

Measuring Match Dominance

I migliori nei momenti chiave fino agli ottavi di finale di Wimbledon 2017

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 9 luglio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Dopo sei giorni di intensa competizione, un’ondata di ritiri e un po’ di lotta con le formiche volanti, si è pronti ad assistere agli ottavi di finale a Wimbledon 2017 – nel tradizionale super lunedì di gioco con le partite di entrambi i tabelloni – e all’ultima settimana che incoronerà i vincitori.

È un buon momento quindi per analizzare il rendimento dei giocatori che sono ancora in corsa per il titolo, valutando le prestazioni fino agli ottavi di finale sulla base del loro punteggio chiave, cioè la somma della media dei punti vinti al servizio e alla risposta nei momenti chiave per i primi tre turni (escludendo le partite terminate con un ritiro).

La differenza di questa valutazione rispetto alla semplice somma dei punti vinti al servizio e alla risposta risiede nell’attribuzione di maggiore valore ai punti più importanti, in modo da dare più risalto al rendimento di un giocatore sui punti critici per la vittoria della partita.

Considerando che ciascun giocatore ha avuto un tabellone con diversi livelli di difficoltà, basarsi sulle statistiche delle partite per una valutazione sarebbe fuorviante, favorendo i giocatori con un percorso più facile. Per questo, tutti i numeri dell’articolo sono corretti per il livello di bravura dell’avversario, in modo da riflettere la differenza di rendimento al servizio e alla risposta rispetto a quello che ci si attenderebbe da un giocatore contro un avversario di media bravura.

I migliori

Grigor Dimitrov è il giocatore più bravo nei momenti chiave, con un punteggio di 131, rappresentato dal pallino blu nell’immagine 1. Sono otto punti in più rispetto al suo punteggio cumulato al servizio e alla risposta quando tutti i punti contano allo stesso modo, rappresentato dal pallino arancione nell’immagine 1 (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.). La differenza suggerisce che Dimitrov abbia ben gestito la pressione, in maniera simile a quanto abbia fatto agli Australian Open 2017, in cui era arrivato in semifinale.

Lo condizione di Dimitrov verrà messa alla prova contro Roger Federer, il suo prossimo avversario. Nessuno dei due ha perso un solo set fino a questo momento. Federer però è arrivato al tiebreak nel primo set delle ultime due partite, pur avendoli poi vinti, e questo dovrebbe dare a Dimitrov la convinzione che – pur in uno stato di forma tra i migliori nelle ultime stagioni – Federer non è intoccabile.

IMMAGINE 1 – Migliori giocatori nei momenti chiave al servizio e alla risposta fino agli ottavi di finale di Wimbledon 2017

Solo un altro giocatore ha raggiunto la seconda settimana con un punteggio chiave superiore a 120, Marin Cilic, l’unico oltre ai Fantastici Quattro agli ottavi di finale ad aver già vinto uno Slam. Cilic sembra dare l’impressione di poter ottenere un altro risultato a sorpresa e, come Dimitrov, è passato abbastanza inosservato. Avrà però una partita più facile sulla carta contro Roberto Bautista Agut, che ha ottenuto un punteggio inferiore ai 110 punti.

Non si sapeva all’inizio del torneo che qualità di gioco avrebbero espresso Novak Djokovic e Andy Murray viste le prestazioni non proprio brillanti durante tutta la stagione. Ma, insieme a Federer e Rafael Nadal, sono arrivati alla seconda settimana, chiudendo il quartetto dei Fantastici Quattro.

Nadal, Djokovic e Federer hanno ottenuto dei rendimenti simili, ciascuno con un punteggio chiave di 117 punti. Andy Murray è il giocatore anomalo, con un punteggio chiave solo di 113 punti. Inoltre, Nadal ha la differenza più grande tra i suoi due punteggi (+6 punti) e Murray ha quella minore (+2 punti).

Milos Raonic e Sam Querrey si posizionano ultimi nella graduatoria, con punteggio chiave inferiore ai 100 punti. Entrambi hanno avuto maggiore difficoltà in risposta, con percentuali chiave minori del 25%, le più basse tra quelle dei giocatori che sono ancora in tabellone.

Le migliori

Come per gli uomini, anche le giocatrici in cima alla graduatoria delle migliori nei momenti chiave non hanno avuto grande risalto. Però, con un punteggio chiave di 127 punti, che la distanzia di cinque punti dalla seconda, Caroline Garcia sta dimostrando sul campo il suo stato di forma.

Garcia non è la favorita per l’ottavo di finale contro Johanna Konta, che invece è considerata una delle favorite del torneo. Eppure il rendimento di Konta nei momenti chiave è stato solo di 100 punti, quindi nella parte bassa della graduatoria tra le giocatrici rimaste. Se Garcia sarà in grado di esprimere lo stessa qualità di gioco, la partita potrebbe essere molto più equilibrata di quanto non si attendano gli allibratori.

IMMAGINE 2 – Migliori giocatrici nei momenti chiave al servizio e alla risposta fino agli ottavi di finale di Wimbledon 2017

Altre due giocatrici che (abbastanza inaspettatamente) stanno giocando a un livello superiore ai 120 punti chiave sono Elina Svitolina e Garbine Muguruza, che è anche l’unica giocatrice tra le prime cinque di questa classifica ad aver vinto uno Slam. I risultati di Muguruza però, dopo la vittoria al Roland Garros 2016, sono stati altalenanti. Svitolina invece si è comportata egregiamente sulla terra battuta quest’anno, ma ha avuto una preparazione sull’erba quasi inesistente, giocando solo il torneo di Birmingham in cui ha perso al secondo turno.

Il quarto posto è occupato da Magdalena Rybarikova, il cui imperioso rientro a Wimbledon da un infortunio rappresenta la vera storia di Cenerentola per Wimbledon 2017, appena sopra al quinto posto di Caroline Wozniacki. Rybarikova ha un’ottima possibilità di continuare il torneo affrontando negli ottavi di finale uno dei nomi più sorprendenti, quello di Petra Martic.

Simona Halep, Jelena Ostapenko e Agnieszka Radwanska ricoprono le ultime tre posizioni. Halep, che dopo la sconfitta in finale a Parigi sembrava essere entrata in depressione, affronterà Victoria Azarenka, una giocatrice ad altissimo potenziale ma ancora in fase di rientro alle competizioni.

Radwanska è uno dei maggiori punti interrogativi del tabellone femminile. Nonostante sia tra le prime 10, dal torneo di Sydney 2017 non è mai riuscita ad andare oltre gli ottavi di finale. Molti suoi tifosi vorrebbero rivedere la varietà e la finezza di Radwanska al suo meglio e vederla invertire la rotta sull’erba, ma l’ultima posizione con un punteggio chiave inferiore a 104 punti e il fatto che sia l’unica giocatrice ad aver avuto un rendimento sotto pressione più basso di quello cumulato, rendono improbabile il passaggio ai quarti di finale.

Sono statistiche che dovrebbero dare idea di chi abbia giocato al più alto livello nei momenti chiave. Tuttavia, uno degli aspetti che rendono il tennis uno sport così unico è che ciascun giocatore ha fatto un percorso diverso avendo affrontato differenti livelli di pressione. Per molti, il vero test inizia oggi.

Wimbledon R16 Leaders

I giocatori migliori al Roland Garros 2017

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato l’11 giugno 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Dopo la sorprendente vittoria di Jelena Ostapenko su Simona Halep per il titolo femminile, c’è grande attesa per la finale maschile del Roland Garros 2017, perché tutti si chiedono se Stanislas Wawrinka sarà in grado di fermare Rafael Nadal e impedirgli la conquista del decimo titolo (Nadal ha poi sconfitto Wawrinka con il punteggio di 6-2 6-3 6-1, n.d.t.).

Nadal è già l’indiscusso Re della Terra Battuta con il record di nove titoli vinti al Roland Garros. E, rispetto a Wawrinka, ha avuto un cammino molto più agevole fino alla finale, non avendo perso nemmeno un set e avvantaggiandosi anche del ritiro di Pablo Carreno Busta nei quarti di finale. Wawrinka invece è arrivato in finale dopo un’estenuante maratona al quinto set con un ritrovato Andy Murray.

Sono tutti elementi che fanno pensare che la probabilità di Wawrinka di una vittoria a sorpresa come quella di Ostapenko sia piuttosto ridotta. Anche se non deve essere sottovalutato il record immacolato di Wawrinka nelle finali Slam che, con tre titoli su altrettanti tentativi, lo rende uno dei giocatori migliori nei momenti chiave delle finali Slam. Questo suggerisce che, con l’avanzare del torneo, Wawrinka sia in grado di alzare il proprio gioco, forse anche stimolato dall’intensità crescente del livello competitivo. Se fosse vero, il pronostico per una vittoria di Wawrinka dovrebbe riflettere maggiore ottimismo.

È possibile trovare evidenza del fatto che Wawrinka sia migliorato turno dopo turno al Roland Garros 2017?

Possiamo farci un’idea esaminando le tendenze sul rendimento al servizio e alla risposta in ciascun turno. L’immagine 1 mostra le prestazioni aggiustate al servizio e alla risposta fino alle semifinali di entrambi i contendenti, che tengono in considerazione la bravura al servizio e alla risposta di ogni avversario affrontato e permettono un confronto omogeneo (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.).

Una delle statistiche più sorprendenti quest’anno è la prestazione al servizio di Nadal, con cui ha ottenuto una media aggiustata di punti vinti del 75.6%. Avesse potuto completare la partita con Carreno Busta, sarebbe al primo posto per il torneo. Si tratta di un numero sconvolgente, considerando che il servizio non è la sua arma migliore e che è conosciuto per essere stato in passato abbastanza prevedibile. Questo cambiamento potrebbe essere un fattore decisivo per la finale.

IMMAGINE 1 – Rendimento al servizio e alla risposta (aggiustato per avversario)

Nadal è in vantaggio anche alla risposta con una media aggiustata del 53.9%. In media Wawrinka è dietro di più di 5 punti percentuali, ma ha fatto vedere una tendenza positiva sulla prestazione alla risposta, forse il segno più evidente della sua progressione partita dopo partita.

Se analizziamo il rendimento nei momenti chiave per avere un’idea più precisa della capacità di gestire la pressione di entrambi i finalisti, i numeri non depongono a favore di Wawrinka. Infatti, in situazioni di momenti chiave al servizio e alla risposta, Wawrinka insegue Nadal con in media uno scarto di diversi punti percentuali. Lo scenario si fa però migliore quando consideriamo che Nadal è stato messo davvero in difficoltà, riuscendo ad andare avanti con così tanta facilità da non figurare nemmeno tra le prime 10 prestazioni migliori nei momenti chiave del Roland Garros 2017.

IMMAGINE 2 – Tendenze nei momenti chiave dei due finalisti

Come Nadal riuscirà a gestire la pressione nel caso Wawrinka dovesse trovare un modo per metterlo alle strette è tutto da scoprire. Wawrinka, d’altro canto, ha dato prova di aumentare la qualità del gioco nei momenti che più contano. Questo non ha evidenza solo nel suo record per le finali Slam, ma anche nel differenziale di rendimento nei momenti chiave al servizio e alla risposta, con una prestazione sotto pressione superiore del +0.6% e del +3.9%. Potremmo quindi assistere a una partita più equilibrata di quella che le quote degli scommettitori ritengono non possa essere.

French Open ATP Leaders

Le giocatrici migliori al Roland Garros 2017

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 10 giugno 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Manca poco alla finale femminile del Roland Garros 2017. Dopo 126 partite, Simona Halep, 25 anni, e Jelena Ostapenko, 20 anni, sono le ultime due giocatrici rimaste in tabellone. Chiunque vinca, sarà campionessa di Parigi per la prima volta e vincerà il suo primo torneo Slam.

Diversi aspetti rendono l’accoppiamento della finale sorprendente. Halep è la testa di serie numero 3, ma c’erano diversi dubbi sulle sue condizioni e sulla sua resistenza alla vigilia del torneo, visto il pesante infortunio alla caviglia subito a Roma solo qualche giorno prima dell’inizio del primo turno. Ostapenko invece non è tra le teste di serie e non ha mai vinto un titolo del circuito maggiore. Ipotizzare che un giovane talento emergente raggiungesse una finale a soli due anni dopo la prima apparizione in un tabellone principale Slam avrebbe richiesto spiccate doti di chiaroveggenza.

Se nel primo giorno di partite al Roland Garros la probabilità di una finale tra queste due giocatrici era piuttosto remota, non c’è dubbio alcuno che abbia richiesto a entrambe qualità e dedizione straordinarie per raggiungere una pietra miliare delle rispettive carriere. In quest’analisi, voglio ripercorrere le migliori prestazioni femminili al Roland Garros con attenzione speciale al rendimento di Halep e Ostapenko.

Giocatrici migliori al servizio e alla risposta

Come mostrato nell’immagine 1 (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.), dal primo turno alle semifinali, il rendimento al servizio vede Halep con una media del 62% di punti vinti e Ostapenko poco dietro con il 61.4%. Alla risposta, la differenza è sempre molto ravvicinata, con Halep in leggero vantaggio con una media del 55.1%, rispetto al 54.6% di Ostapenko. È utile ricordare che è possibile confrontare questi numeri anche di fronte a percorsi differenti delle due giocatrici perché si tratta di valori che tengono in considerazione la bravura al servizio e alla risposta di ogni avversaria affrontata.

IMMAGINE 1 – Rendimento al servizio e alla risposta (aggiustato per avversaria)

È interessante come Halep abbia incrementato la sua prestazione al servizio negli ultimi quattro turni, mentre Ostapenko sia rimasta abbastanza stabile, se si esclude il secondo turno in cui ha sconfitto Monica Puig con un rendimento estremamente efficiente. Per quanto riguarda il gioco alla risposta, durante la prima settimana di competizioni non c’è stata praticamente alcuna differenza. Nelle ultime due partite, Halep ha mostrato del cedimento, e questo potrebbe metterla in difficoltà in finale se la tendenza si mantiene tale.

Come mostrato nelle tabelle, il rendimento cumulato al servizio e alla risposta vede Halep e Ostapenko rispettivamente al secondo e terzo posto per il torneo. Il fatto che nessuna giocatrice sia riuscita a classificarsi nella stessa posizione in entrambe le categorie rende la stabilità della prestazione di Halep e Ostapenko ancora più impressionante.

Per arrivare alla finale, sia Halep che Ostapenko hanno dovuto affrontare avversarie molto combattive. Le ultime due partite di Halep sono andate al terzo set. Ostapenko è andata al set decisivo in quattro delle 6 partite, tra cui il primo turno e gli ultimi tre turni. Inevitabilmente, partite così equilibrate rendono ogni punto più critico e il livello di prestazione sui punti più importanti fondamentale.

Le statistiche sui momenti chiave si concentrano sul rendimento nei punti più importanti. La prestazione al servizio e alla risposta di Halep e Ostapenko in questo senso aggiunge una dimensione interessante a quanto mostrato dalle statistiche complessive per le due giocatrici. Come mostrato dall’immagine 2, sotto pressione al servizio, Halep si è distanziata da Ostapenko, con una media nei momenti chiave del 61.3%, rispetto al 55.5% di Ostapenko. Invece, sotto pressione alla risposta è Ostapenko che ha un vantaggio rispetto a Halep, con una media nei momenti chiave del 52.1% rispetto al 51.6% di Halep.

IMMAGINE 2 – Tendenze nei momenti chiave delle due finaliste

Dall’analisi di ciascuna partita, possiamo osservare che negli ultimi turni Halep ha dominato al servizio nei momenti chiave e Ostapenko ha fatto lo stesso alla risposta. Questo rende la loro partita un confronto tra abilità: se il punteggio sarà equilibrato, non siamo ora in grado di dire chi manterrà il livello migliore al servizio e alla risposta nei momenti chiave.

French Open WTA Leaders

Sui punti più importanti, i colpi si accorciano

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 2 giugno 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nonostante il nome, gli errori non forzati possono avere un lato positivo. In alcune partite, la giusta tattica prevede un gioco più aggressivo e, per colpire più vincenti, la maggior parte delle giocatrici (o giocatori) commette anche più errori. Contro alcuni avversari, aumentare il conto dei non forzati – sempre bilanciato da un incremento nei vincenti o in altri colpi a chiusura favorevole del punto – potrebbe essere l’unico modo per vincere.

La settimana scorsa, ho mostrato che uno dei motivi dell’uscita al primo turno di Angelique Kerber al Roland Garros 2017 è stato il numero inusitato di errori nei momenti più importanti. Come sottolineato da Carl Bialik nel nostro ultimo podcast, non è però tutto qui. Se Kerber infatti avesse giocato in modo più aggressivo nei punti più importanti – una delle possibili cause per l’aumento del numero di errori – anche la sua frequenza di vincenti sarebbe potuta essere più alta. Con un punteggio di 6-2 6-2 in suo sfavore, è difficile pensare che Kerber abbia realizzato più vincenti di non forzati, come infatti non è stato. L’ipotesi di Bialik rimane però valida e vale la pena di sottoporla all’esame numerico.

Per farlo, ricapitoliamo i dati a disposizione: 500 partite di singolare femminile degli ultimi quattro Slam e le partite dei primi quattro turni del Roland Garros 2017. Misurando l’importanza di ciascun punto, siamo in grado di determinare la leva (LEV) media di ogni punto in ogni partita, insieme alla LEV media dei punti che sono terminati con un errore non forzato o con un vincente. Nell’analisi precedente, ho trovato che gli errori non forzati di Kerber nella sua sconfitta al primo turno avevano una LEV media del 5.5%, rispetto a una LEV del 3.8% di tutti gli altri punti. Per lo scopo di questa analisi, utilizziamo la LEV media come parametri di riferimento: la LEV media di 5.5% degli errori non forzati risulta essere maggiore anche della LEV media del 4.1% di tutta la partita.

Per quanto riguarda i vincenti? I 15 vincenti di Kerber sono arrivati su punti con una LEV media del 3.9%, inferiore alla media della partita. Il caso è dunque chiuso: sui punti più importanti, Kerber aveva più probabilità di commettere un errore e meno probabilità di colpire un vincente.

Sull’intero campione, le giocatrici commettono più errori e tirano meno vincenti nei momenti cruciali, ma solo in misura lieve. I punti che terminano con un errore sono circa l’1% più importanti della media (in percentuale e non in termini di punti percentuali, quindi 4.14% invece di 4.1%), mentre i punti che terminano con un vincente sono circa il 2% meno importanti della media. Nei momenti più significativi, le giocatrici aumentano la frequenza dei vincenti circa il 39% delle volte, e migliorano il rapporto vincenti su non forzati circa il 45% delle volte. Questo a dire che si osserva un effetto a livello di circuito sui punti più importanti, ma di ordine piuttosto ridotto.

Naturalmente, la sconfitta di Kerber al primo turno non è indicativa del modo in cui ha giocato, in generale, negli Slam. Nell’articolo della settimana scorsa, ho citato le quattro giocatrici che sono meglio riuscite a ridurre gli errori nei punti più importanti: Kerber, Agnieszka Radwanska, Timea Bacsinszky, e Kiki Bertens. Sia Kerber che Radwanska hanno colpito meno vincenti sui punti importanti, ma Bacsinszky e Bertens hanno trovato la giusta combinazione, colpendo qualche vincente in più all’aumentare della pressione. Tra le giocatrici con più di 10 partite Slam giocate dal Roland Garros 2016, Bacsinszky è l’unica a colpire sui punti più importanti un numero maggiore di vincenti rispetto a non forzati più del 75% delle volte.

Rispetto alle sue colleghe, la tattica di Kerber nei momenti che più contano è incredibilmente passiva. La tabella riepiloga le 21 giocatrici per cui ho a disposizione dati su almeno 13 partite. La colonna “Ind NF” (indice errori non forzati) è simile alla statistica usata in precedenza, e mette a confronto l’importanza media dei punti che terminano con errori con i punti medi: la colonna “Ind V” (indice vincenti) esprime lo stesso rapporto, ma per i punti che terminano con vincenti, e la colonna “In V+NF” si riferisce – si può immaginare – a una combinazione (ponderata) dei due valori, che serve come estrema approssimazione di una tattica aggressiva sui punti importanti, per la quale valori inferiori a 1 indicano un approccio più passivo di quello tipico di una giocatrice e valori superiori a 1 il contrario.

Giocatrice      Partite  Ind NF  Ind V  Ind V+NF   
Kerber          20       0.92    0.85   0.88  
Cornet          13       0.92    0.87   0.94  
Radwanska       17       0.91    0.95   0.95  
Halep           19       0.93    0.94   0.95  
Stosur          13       0.95    0.98   0.96  
Bacsinszky      14       0.89    1.02   0.97  
Svitolina       15       1.02    0.95   0.97  
Pliskova        18       0.97    0.98   0.97  
Wozniacki       14       0.93    1.00   0.97  
Konta           13       1.00    0.97   0.98  
Garcia          14       0.94    1.02   0.98  
Kuznetsova      17       0.96    0.98   0.99  
Muguruza        20       1.02    0.94   0.99  
V. Williams     25       1.00    0.97   0.99  
Vesnina         13       0.96    1.03   0.99  
Pavlyuchenkova  15       1.03    0.99   0.99  
Vandeweghe      13       1.08    0.95   1.01  
Keys            13       1.01    1.02   1.01  
S. Williams     27       0.99    1.05   1.02  
Suarez Navarro  14       1.00    1.14   1.05  
Cibulkova       14       1.11    1.03   1.07

Il valore combinato di Kerber la separa dal resto del gruppo. I suoi colpi a chiusura del punto – sia vincenti che errori, ma specialmente vincenti – si verificano sproporzionatamente sui punti meno importanti, e l’effetto complessivo ha un valore doppio di quello di Alize Cornet, la giocatrice immediatamente dietro Kerber in quanto a passività nei momenti più importanti. Tutte le altre giocatrici ottengono valori così vicini alla neutralità (valore 1), che eviterei di trarre qualsiasi conclusione sulla loro tattica nei punti a maggiore pressione.

Anche quando Kerber vince, ci riesce con un’efficace fase di difesa nei punti chiave. Nelle ultime 20 partite Slam, solo in due occasioni ha colpito vincenti su punti particolarmente importanti (casualmente, una di queste due partite è stata la finale degli US Open 2016). In generale, il suo stile di gioco più passivo funziona e le ha permesso di vincere 16 delle partite considerate. Ma un tennis basato sulla difesa non lascia troppo spazio per errori, metaforicamente e letteralmente. Nonostante fosse una tattica da tempo codificata, una scarsa esecuzione le è costata la sconfitta contro Makarova.

Smaller Swings In Big Moments

I giocatori migliori a Miami nei momenti chiave

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato l’1 aprile 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Dopo le celebrazioni per la vittoria di Roger Federer al Miami Open Masters 2017, è il momento per una retrospettiva delle prestazioni più impressionanti nel secondo Master della stagione. In questa sede, la grandezza di un giocatore viene misurata come capacità di dominare nei momenti chiave durante tutto il torneo.

La misura del predominio nei momenti chiave distingue i punti in cui pressione e importanza sono maggiori rispetto a quelli meno rilevanti, assegnando ai primi un valore più alto, contrariamente alle statistiche ufficiali di una tipica partita in cui i punti hanno tutti lo stesso peso a prescindere che siano il punto del set nel tiebreak o il primo punto della partita. Se però l’obiettivo è quello di determinare con precisione la qualità di una prestazione, è necessario considerare i punti più decisivi in modo differente, esattamente quello che le statistiche sul predominio aspirano a realizzare.

Analizzando le prestazioni cumulative di predominio per tutte le partite di un giocatore fino alle semifinali (e fino alla finale nel caso delle giocatrici), possiamo stilare una classifica per questa speciale categoria. Se un giocatore vincesse in una singola partita tutti i punti a maggiore pressione, otterrebbe un predominio nei momenti chiave del 100%. Nel nostro caso, consideriamo la somma delle percentuali di predominio al servizio, alla risposta e in totale, per tutte le partite giocate. La statistica “predominio complessivo” considera la somma delle percentuali di predominio al servizio e alla risposta, valore che può eccedere il 100% per una singola partita. In questo modo, il predominio complessivo evidenzia le prestazioni di quei giocatori in grado di gestire la pressione sia nei punti al servizio che in quelli alla risposta.

Singolare maschile

Tra i primi 10 giocatori per predominio complessivo, troviamo Fabio Fognini al numero 1, con un totale cumulato di 653.7 punti. Questo pone la sua prestazione complessiva davanti a quella di Rafael Nadal, il giocatore che lo ha poi eliminato in semifinale. A sua volta, Nadal compare davanti agli altri due semifinalisti, Federer e Nick Kyrgios, con più di 50 punti di predominio complessivo. Sia Federer che Kyrgios – che in due partite hanno giocato sei tiebreak e quindi sanno bene cosa voglia dire essere sotto pressione – hanno gestito in modo eccellente i momenti di maggiore pressione a Miami.

La prestazione più sorprendente è senza dubbio quella di Tomas Berdych, che si posiziona al quinto posto tra i giocatori migliori nei momenti chiave. Il modo in cui è arrivata la sconfitta nei quarti di finale contro Federer deve aver fatto soffrire Berdych non poco, ma rimane un risultato migliore di quanto la sua stagione 2016 avrebbe fatto pensare, oltre a dargli fiducia per i tornei sulla terra.

I giocatori possono raggiungere validi livelli di predominio complessivo semplicemente vincendo più partite. Per questo, vale la pena analizzare anche le medie di predominio tra partite, oltre alle somme totali, perché mettono in evidenza solide prestazioni sotto pressione anche se poi non si sono tradotte in vittorie nei turni finali del torneo. Inoltre, eliminiamo le partite a senso unico dal calcolo – perché sono quelle che non danno la possibilità a un giocatore di dimostrare le proprie abilità nei momenti chiave – concentrandosi solo sulle partite molto equilibrate, cioè quelle con molti momenti chiave.

Federer e Kyrgios sono rispettivamente al primo e terzo posto di questa classifica. Sotto pressione, Federer ha mostrato in carriera che esistono fessure in un gioco altrimenti impenetrabile, ma a Miami è rimasto sempre in controllo del suo destino.

È interessante notare il secondo posto di Alexander Zverev, che supera Kyrgios principalmente in virtù del tiebreak da 20 punti vinto nel loro quarto di finale, pur avendo poi perso la partita.

Singolare femminile

Con poco più di 600 punti, Johanna Konta (poi vincitrice del torneo, n.d.t.) si posiziona al primo posto in termini di predominio complessivo. Karolina Pliskova è distaccata di un margine ridotto, pur avendo totalizzato un numero maggiore di punti vinti nei momenti chiave. Caroline Wozniacki è appena dietro Pliskova se si considerano le partite fino alla semifinale, ma il vantaggio psicologico conseguito durante la partita le è stato sufficiente per garantirsi la finale.

Tra le altre giocatrici nei quarti di finale è interessante notare come Lucie Safarova ha ottenuto un punteggio totale nei momenti chiave maggiore di quello di Venus Williams – nonostante Williams abbia superato un turno in più – grazie soprattutto alla sua ottima prestazione alla risposta sui punti chiave.

Le uniche altre due giocatrici che sono arrivate tra le prime 10 senza aver raggiunto i quarti di finale sono state Bethanie Mattek-Sands e Risa Ozaki, entrambe dominanti mentalmente su tutte le altre durante la prima settimana.

Sorprendentemente, analizzando le medie nei momenti chiave di partite chiave, la numero 1 è risultata Ozaki, con una media nei momenti chiave del 106.5% in due partite molto equilibrate. Shelby Rogers ha mostrato forza mentale nella prima settimana arrivando al terzo turno con Angelique Kerber. Anche Kirsten Flipkens, Sara Errani, e Christina McHale hanno avuto prestazioni impressionanti in diverse partite estremamente equilibrate.

Clutch Leaders at 2017 Miami Open

Fare la differenza nei momenti chiave: una misura del predominio di un giocatore

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 17 agosto 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Parafrasando Tolstoj, è nel novero dell’informazione tennistica che non tutti i punti nel tennis sono uguali tra loro e spesso la vittoria – o sconfitta – di una partita dipende da come un giocatore gestisce quelli più importanti. Grazie ad alcuni ace piazzati al momento opportuno o, viceversa, a causa di errori banali, è facile guadagnarsi la fama di giocatore dalla solidità mentale impenetrabile o di giocatore non in grado di reggere la pressione, colui che in gergo televisivo sviluppa il così detto “braccino”.   

A parte le classiche statistiche sulle palle break, che hanno però molte limitazioni, non esiste una valida misura nel tennis della capacità di un giocatore di fare la differenza e dominare nei momenti chiave (clutchness). Se da un lato contare le palle break vinte e perse non è sufficiente, dall’altro il lavoro preparatorio per quantificare il predominio nei momenti chiave di un giocatore è in buona parte già stato svolto.     

Più volte mi sono occupato della probabilità di vittoria (win probability) nel tennis. Per qualsiasi situazione di punteggio durante una partita si è nella posizione di calcolare la possibilità di ciascuno dei due giocatori di ottenere la vittoria finale. Nel 2010, prendendo a prestito dal baseball, ho introdotto il concetto di volatilità (volatility). La volatilità, chiamata anche leva (leverage), misura l’importanza di ciascun punto, intesa come la differenza – in termini di probabilità di vittoria – tra un giocatore che vince o che perde un determinato punto. 

In altre parole, più alta è la leva di un punto, più ha valore vincere quel punto. Definire un punto a leva alta è semplicemente un tecnicismo per chiamarlo punto importante. Per essere considerato capace di fare la differenza nei momenti chiave, un giocatore deve vincere più punti a leva alta di quanti ne vinca a leva bassa. Non serve vincere un numero spropositato di punti a leva alta per essere un ottimo giocatore – e la percentuale di conversione delle palle break di Roger Federer ne è la controprova – ma i punti a leva alta sono sicuramente una componente fondamentale del predominio nei momenti chiave di un giocatore. 

(Non sono l’unico ad aver deciso di affrontare questo specifico argomento. Lo ha fatto anche Stephanie Kovalchik nel suo blog On The T nel dicembre scorso, calcolando statistiche di predominio nei momenti chiave per l’intera stagione ATP 2015.)

Per un’applicazione concreta del concetto di predominio nei momenti chiave, ho calcolato la probabilità di vittoria e la leva (LEV) per ogni punto della semifinale di Wimbledon 2016 tra Federer e Milos Raonic. La LEV del primo punto della partita è del 2.2%. Vincendolo, Raonic potrebbe portare le sue chance di vittoria finale al 50.7%, perdendolo le chance scenderebbero al 48.5%. La leva più alta nela partita è stata di un incredibile 32.8%, quando Federer (per due volte) ha avuto il punto del game sull’1-2 nel quinto set. La leva più bassa è stata solo di 0.03%, quando Ranoic ha servito sul 40-0 sotto di un break nel terzo set. La LEV media della partita è stata di 5.7%, un valore relativamente alto come ci si può aspettare da una partita molto combattuto. 

In media, i 166 punti vinti da Raonic, con una LEV del 5.85%, sono stati leggermente più importanti dei 160 vinti da Federer, con una LEV del 5.62%. Senza un’analisi più approfondita dei dati sulla leva dell’intera partita, non posso dire se si tratti di una differenza veramente significativa. Quello che è evidente però è che alcuni elementi del gioco di Federer sono mancati proprio quando ne aveva più bisogno.

Le statistiche ufficiali di Wimbledon dicono che Federer ha commesso nove errori non forzati, a cui si aggiungono 5 doppi falli su cui torneremo a breve (secondo i dati raccolti dal Match Charting Project sulla partita, Federer ha commesso 15 non forzati). Ci sono stati 180 punti in cui si è scambiato – in cui quindi chi era alla risposta è riuscito a mettere la pallina in gioco – con una LEV media del 6.0%. In confronto, gli errori non forzati di Federer hanno avuto una LEV quasi doppia, pari all’11%! La leva media dei non forzati di Raonic è stata del 6.8%, un valore molto meno degno di nota.

I doppi falli commessi da Federer sono arrivati in un momento ancora più sbagliato. A chi ha guardato la partita verso la fine del quarto set non serve una statistica raffinata per confermalo, ma comunque i cinque doppi falli di Federer hanno avuto una LEV media del 13.7%. Raonic ha commesso 11 doppi falli, ma con una LEV media del 4.0%. Questo significa banalmente che i doppi falli di Raonic hanno avuto un impatto sull’esito della partita minore di quelli di Federer, nonostante fossero più del doppio. 

Anche il colpo per eccellenza di Federer, il dritto, ha avuto meno incisività se lo si valuta in termini di leva. I vincenti di dritto di Federer sono stati 26, in punti con LEV media del 5.1%. Raonic ha colpito 23 vincenti di dritto in punti con LEV media del 7.0%.

Da tutti questi numeri, sembra chiaro che Federer abbia mostrato la sua grandezza in punti che non contavano così tanto.

Il quadro d’insieme

L’analisi di qualche numero riferito a una sola partita non ha molta validità in più rispetto all’affermare che un giocatore ha perso perché non ha vinto i punti più importanti. Anche se i numeri sono sempre utili a dimostrare un teoria, hanno comunque poco peso se non si arricchisce il contesto da cui vengono estrapolati.

Per una maggiore comprensione della prestazione di un giocatore in questa (o in qualsiasi) partita con le statistiche sulla leva, ci sono molte altre domande a cui si dovrebbe poter dare risposta. Ad esempio, il gioco di Federer nei punti a leva alta è caratteristico delle sue partite? Raonic fa doppio fallo più frequentemente sui punti meno importanti? I punti a leva più alta comportano mediamente maggiori risposte messe in campo? Quanto il concetto di leva può spiegare il risultato finale di una partita a punteggio molto ravvicinato? 

Credo che queste domande (e le mille altre che possono venire in mente) siano evidente indicazione di un filone di studi ancora da esplorare. I numeri di cabotaggio inferiore, come la leva media dei punti che si chiudono con un errore non forzato, sembrano riservare maggiori potenzialità. Ad esempio, potrebbe essere che Federer, sui punti a leva più alta, sia meno tentato di ricercare un vincente di dritto.   

Anche se è riduttivo ricavare conclusioni da campioni poco numerosi, queste statistiche permettono di isolare il comportamento dei giocatori nei momenti cruciali. A differenza di alcune delle semplici statistiche su cui gli appassionati di tennis devono fare affidamento, i numeri relativi alla leva possono sostanzialmente migliorare la comprensione delle dinamiche di gioco di ciascun giocatore del circuito, anche durante lo svolgimento della partita.

Measuring the Clutchness of Everything

Quantificare il predominio di un giocatore nei momenti chiave

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 27 dicembre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati 

Ci sono alcuni giocatori di tennis insolitamente bravi ad agguantare la vittoria quando più conta. Questa caratteristica è la quintessenza del giocatore predominante nei momenti chiave (clutch player).

L’idea del giocatore predominante nei momenti chiave è facile da descrivere, e qualche concetto di egemonia atletica sotto massima pressione esiste in ogni sport. Riuscire però a quantificare questo tipo di abilità è molto più complesso, soprattutto nel tennis in cui – per quanto se ne parli anche con cognizione di causa – le possibili soluzioni rimangono ancora piuttosto vaghe.   

Nel passare in rassegna alcuni indicatori proposti per misurare il predominio nei momenti chiave, ho riscontrato che si sono generalmente concentrati su una tipologia di punto specifica (ad esempio le palle break) e su un aspetto specifico del gioco, o il servizio o la risposta. Se da un lato questo approccio riconosce che ci sono alcuni punti più critici all’interno di una partita, dall’altro ha il difetto di tenere in poco conto il fatto che possano esserci circostanze critiche in qualsiasi momento, da cui ricavare informazioni sull’abilità che possiede un giocatore nel gestire la pressione, anche se in quel momento non è massima. E tralasciare elementi di analisi non consente di avere poi un quadro completo.      

Una valutazione integrale del predominio nei momenti chiave dovrebbe ricomprendere tutti i punti giocati in una partita e dare maggiore peso a quelli di massima pressione. In pratica, l’obiettivo è quello di isolare la parte di un punto davvero importante in modo da poter determinare la maggiore probabilità di vittoria di un giocatore quando più conta.   

Sulla base di questo presupposto, si potrebbe utilizzare una statistica come importanza plus-minus o IPM (importance plus-minus), calcolata come:

IPM = ∑Imp × Won − Imp × (1−Won) / (Total Points)

dove Imp sta per l’importanza del punto giocato e Won indica se il punto è stato vinto (Won = 1) o perso (Won = 0). La differenza tra i punti vinti e i punti persi è divisa per il totale dei punti giocati. Ma si possono ipotizzare varianti specifiche per i game di servizio o di risposta o, ancora, è possibile assegnare un peso maggiore a un particolare aspetto del gioco.   

IMMAGINE 1 – Primi 20 giocatori ATP per Importanza Plus-Minus (IPM) complessiva

clutch-ipm_1

Come si determina l’importanza del punto all’interno della IPM? Carl Morris, Professore Emerito di Statistica alla Harvard University, ha proposto una formulazione matematica che definisce l’importanza di un punto come il cambiamento atteso nella probabilità di un giocatore di vincere la partita in caso di conquista o di perdita del punto che si sta giocando. Utilizzando questa definizione, l’importanza assume sempre un numero positivo tra 0 e 1.   

Misurazioni della prestazione di un giocatore nei momenti di massima pressione relative a una tipologia specifica di punto hanno prodotto a volte risultati sorprendenti, come ad esempio trovare giocatori di bassa classifica tra i primi dieci. Mi interessa quindi capire la relazione tra la classifica di un giocatore e la IPM. Utilizzando i dati a disposizione per singolo punto nella stagione ATP 2015, ho calcolato la IPM per tutti i punti, per i punti al servizio e per i punti in risposta.    

L’immagine 1 mostra i primi 20 giocatori nella IPM complessiva, in ordine di grandezza dal giocatore con IPM maggiore a quello con IPM minore (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascuna barra, n.d.t.). In questo caso, la IPM è data dalla differenza in percentuale tra i punti importanti vinti e i punti importanti persi, per ogni 100 punti giocati. Il numero 1 del mondo, Novak Djokovic, è al primo posto con ampio margine, con una IPM di +46.6 nel 2015, rispetto a una IPM di +35.4 del secondo giocatore, cioè Kei Nishikori. Quattordici tra i primi 20 giocatori in termini di IPM sono anche tra i primi 20 nella classifica ATP. Le differenze tra le due classifiche sono molto interessanti. Nishikori è appunto secondo nella IPM mentre solo ottavo nella classifica ATP. Compaiono anche giocatori che al momento sono fuori dai primi 20 del circuito, alcuni già affermati, come Gael Monfils, che però non sono continui e altri, come Nick Kyrgios e Nicolas Mahut, che beneficiano di grandi turni al servizio.

IMMAGINE 2 – Importanza Plus-Minus (IPM) rapportata alla media per i primi 20 giocatori ATP per IPM complessiva

clutch-ipm_2

Per una migliore comprensione della IPM complessiva, possiamo separare i risultati ottenuti nella IPM al servizio e in quella in risposta. Mantenendo lo stesso ordine della IPM complessiva, l’immagine 2 mostra la IPM in risposta (colore verde) e al servizio (colore oro). Siccome la IPM in risposta è negativa per tutti i giocatori, ho rapportato sia la IPM al servizio che quella in risposta alla media dei primi 100 giocatori del mondo, in modo da mostrare le IPM sopra la media. 

Come si può osservare, alcuni giocatori hanno prestazioni simili in situazioni di massima pressione al servizio e in risposta (Nishikori, Roger Federer, Stanislas Wawrinka), altri mostrano maggiore disequilibrio. In questo secondo gruppo troviamo grandi servitori come John Isner e Milos Raonic, che in media giocano meglio i punti importanti al servizio ma sono ben sotto la media in quelli in risposta. Anche se con scarto minore, è interessante notare come Djokovic sia uno dei pochi giocatori più forti alla risposta nei momenti importanti di quanto non lo sia al servizio (sebbene rimanga sopra alla media in entrambi i casi).

Ci sono alcuni fattori limitanti che possono aver motivato alcune delle sorprese della lista. Un primo fattore deriva dal non aver considerato che alcune delle IPM medie si basano su un numero totale di punti minore per i giocatori con meno partite. Questo spiegherebbe perché Rajeev Ram ottiene una IPM altrimenti incomprensibilmente alta: nel 2015 infatti ha giocato solo una manciata di partite nei tornei 250 o superiori. Un secondo fattore deriva dal non aver considerato la forza dell’avversario: un punto critico vinto contro il numero uno del mondo non ha lo stesso peso di un punto critico vinto contro il numero 101 del mondo.    

Nonostante ciò, il fatto che molti dei giocatori tra i più forti del mondo compaiano nella lista conferisce validità alla formulazione matematica della IPM e ne evidenzia il potenziale come parametro per valutare la bravura ed efficacia di un giocatore a livello di singolo punto giocato.

Quantifying Clutch Performance

Le probabilità di chiudere il set al servizio

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 28 settembre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Servire per il set è difficile…almeno così dicono. Come altre note supposizioni nel tennis, anche questa è soggetta al fenomeno cognitivo umano del bias di conferma. Ogni volta che vediamo un giocatore faticare per chiudere il set al servizio, siamo propensi a enfatizzare le insidie che ha dovuto affrontare nel game. Se chiude con facilità, ignoriamo la cosa o, peggio, sottolineiamo come sia riuscito in una tale prodezza.

Le mie analisi sull’argomento, che raccolgono punto per punto i dati di decine di migliaia di partite delle ultime stagioni, mostrano in questo senso una continuità di risultato: se un effetto esiste, è marginale. Per molti giocatori, e per alcuni sostanziali sottoinsiemi di partite, i break in situazioni di punteggio come 5-4, 5-3 e simili sembrano essere meno probabili, nonostante si tratti di game in cui apparentemente si serve sotto maggiore pressione.   

Nelle partite del circuito ATP, un giocatore tiene il servizio quando sta servendo per il set quasi esattamente spesso come negli altri momenti della partita. Per ogni partita del campione, ho calcolato la percentuale con cui un giocatore tiene il servizio durante la partita. Se servire per il set fosse più difficile che servire in altre situazioni, troveremmo che le percentuali “medie” con cui un giocatore tiene il servizio nelle altre situazioni sarebbero più alte della frequenza con cui lo stesso tiene il servizio quando sta servendo per il set.    

Ma non è così. Su più di 20.000 game di battuta per chiudere il set considerati, il giocatore al servizio ha tenuto il servizio solo lo 0.7% delle volte in meno di quanto atteso, una differenza che si manifesta solo una volta su 143 game di servizio. Il risultato è lo stesso anche limitando il campione sulle situazioni di punteggio molto equilibrate come quelle in cui il giocatore al servizio ha un solo break di vantaggio.   

Pochi giocatori si sono distinti in positivo (o in negativo). Andy Murray chiude il set al servizio circa il 6% più spesso di quanto tenga il servizio in media durante la partita, abilità che lo rende uno di quattro giocatori (tra i 99 che ho analizzato con 1000 o più game di servizio) a fare meglio della sua stessa media di più del 5%.

Sul circuito WTA, servire per il set sembra essere un po’ più difficile. In media, una giocatrice chiude il set al servizio il 3.4% meno spesso della sua media di servizi tenuti durante la partita, una differenza che si manifesta circa una volta su 30 game di servizio. Sette di 85 giocatrici analizzate con 1000 game di servizio hanno chiuso il set al servizio almeno il 10% delle volte in meno rispetto al loro standard realizzativo al servizio.

Tra le giocatrici si mette in mostra Maria Sharapova, che chiude il set al servizio il 3% più spesso di quanto tenga il servizio in media durante la partita e chiude il set al servizio quando ha un solo break di vantaggio il 7% più spesso della sua media realizzativa durante la partita. Sharapova è una di 30 giocatrici tra quelle analizzate con a disposizione almeno 100 opportunità per chiudere il set al servizio con un break di vantaggio e l’unica tra queste a eccedere il rendimento atteso al servizio di più del 5%.

Considerata la dimensione del campione – circa 20.000 tentativi di chiudere il set al servizio, di cui quasi 12.000 con un vantaggio di un solo break – questo sembra essere un effetto reale, per quanto ridotto. Sorprendentemente, è nei circuiti minori del tennis femminile che si ottengono risultati diversi. 

Per le partite di tabellone principale nel circuito ITF, ho analizzato altre 30.000 opportunità di chiudere il set con il servizio, nelle quali le giocatrici hanno tenuto il servizio il 2.4% in più delle volte rispetto alla loro media durante la partita. Nei set a punteggio ravvicinato, quelli con un solo break, la differenza è stata ancora superiore: le giocatrici al servizio per il set hanno tenuto il servizio il 3.5% in più degli altri game di servizio.

Se non altro, mi sarei aspettato che giocatrici di tornei del circuito minore subissero maggiormente le conseguenze declamate dalla saggezza popolare tennistica. Se è difficile servire in situazioni di forte pressione ad alti livelli, dovrebbe esserlo ancora di più per giocatori o giocatrici di caratura inferiore (i quali, presumibilmente, hanno meno esperienza o sono meno abituati a trovarsi in queste circostanze). E invece sembra vero il contrario. 

Anche le medie nei circuiti minori del tennis maschile non sistemano definitivamente la questione. Nelle partite del tabellone principale dei Challenger, quando un giocatore serve per il set tiene la battuta l’1.4% in meno rispetto agli altri game di servizio e l’1.8% in meno quando ha il vantaggio aggiuntivo di un break. Nel tabellone principale dei tornei Future, un giocatore ha le stesse percentuali di successo quando serve per il set degli altri turni in battuta, a prescindere dal vantaggio a disposizione. In tutti i campioni analizzati, ci sono solo una manciata di giocatori il cui record è migliore o peggiore del 10% quando servono per il set, e ancor meno che eccedono, in positivo o in negativo, il rendimento atteso anche solo del 5%. 

Maggiore è il dettaglio derivante dalle analisi, più l’evidenza dimostra che game e punti sono, per larga parte, indipendenti, vale a dire che i giocatori hanno all’incirca le stesse prestazioni in qualsiasi situazione di punteggio, non importa più di tanto quale tipo di sequenza di punti o di game l’abbia determinata. Per quanto ci siano ancora molte dinamiche di punteggio da analizzare, se quelle di cui più si discute non generano gli effetti sostanziali che a loro si attribuiscono è ipotizzabile che anche altrove questo non accada.      

Se c’è un fondo di verità in affermazioni che sottolineano la difficoltà di chiudere un set al servizio, forse deriva dal fatto che la pressione è sentita allo stesso modo da entrambi i giocatori. Dopotutto, se un giocatore deve tenere il servizio sul 5-4 per chiudere il set, per chi è in risposta il game rappresenta l’ultima opportunità per salvare il set. È possibile che cali il livello di gioco di entrambi i giocatori, ma servono maggiori analisi per capire come questi punti vengano gestiti.

Per il momento, possiamo concludere che i giocatori, a prescindere dal genere o dal livello, chiudono il set al servizio quasi tanto spesso quanto tengono il servizio sull’1-2 o sul 3-3 in un qualsiasi altra situazione di punteggio.

The Odds of Successfully Serving Out the Set

Il punto critico sul 15-30

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 17 settembre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Quasi tutti i commentatori tv di tennis concordano nel dire che sul 15-30 ci si trova in una situazione di punteggio critica, specialmente nel tennis maschile nel quale strappare il servizio all’avversario è un evento piuttosto raro. Una ragionevole spiegazione di questo è che, da 15-30, se il giocatore al servizio perde uno dei due punti successivi, dovrà fronteggiare una situazione di palla break, in particolare due palle break nel caso in cui perda il primo punto (15-40), una palla break se perde il secondo (30-40). 

Un altro modo per affrontare la questione è quello di utilizzare un modello teorico. Un giocatore che vince il 65% dei punti al servizio (più o meno la media ATP) ha il 62% di probabilità di vincere il game da un punteggio di 15-30. Se vince il punto successivo, andando 30-30, la probabilità di tenere il servizio sale al 78%. Se invece perde il punto successivo, andando 15-40, avrà solo il 33% di probabilità di salvare il game. 

Quale sia la sequenza successiva, le situazioni di punteggio sul 15-30 aprono diversi importanti scenari di valutazione. Così come in precedenza ho analizzato il valore del primo punto di ogni game, esploriamo ora più in dettaglio le situazioni di punteggio sul 15-30, in termini di probabilità di raggiungerlo, di esito del punto successivo e di probabilità di riuscire a tenere il servizio, oltre a vedere quali giocatori sono particolarmente forti, o deboli, in queste circostanze.

Arrivare al punteggio di 15-30

Solitamente, situazioni di punteggio sul 15-30 si presentano circa una volta ogni quattro game, e non lo fanno di più o di meno delle attese. In altre parole, non è particolarmente probabile e non è particolarmente improbabile che un game raggiunga il punteggio di 15-30.

D’altro canto, per alcuni giocatori può essere più probabile o meno probabile ritrovarsi sul 15-30. Stranamente, i giocatori dotati di un grande servizio compaiono a entrambi gli estremi. John Isner è il giocatore che – rispetto alle attese – si trova più spesso a servire sul 15-30, precisamente il 13% delle volte in più di quanto dovrebbe. Considerata l’alta frequenza con cui vince i punti sul proprio servizio, dovrebbe arrivare sul 15-30 solo nel 17% dei game di servizio, contro il 19% delle volte in cui questo effettivamente succede.

L’elenco di giocatori che servono sul 15-30 più spesso di quanto dovrebbero è decisamente eterogeneo. Ho considerato i primi 13 in modo da includere anche un altro giocatore della categoria di Isner, cioè Ivo Karlovic:

Giocatore      Game  GameVA  GameEV  Indice
Isner          3166  537     608     1.13
Sousa          1390  384     432     1.12
Tipsarevic     1984  444     486     1.09
Haas           1645  368     401     1.09
Hewitt         1442  391     425     1.09
Berdych        3947  824     894     1.08
Pospisil       1541  361     390     1.08
Nadal          3209  661     713     1.08
Andujar        1922  563     605     1.08
Kohlschreiber  2948  652     698     1.07
Monfils        2319  547     585     1.07
Kubot          1360  381     405     1.06
Karlovic       1941  299     318     1.06

In questa tabella e nelle successive, “Game” si riferisce al numero di game al servizio nel campione dati di ogni giocatore, con almeno 1000 game al servizio giocati, “Game VA” è il numero atteso di game vinti come predetto dal modello, “Game EV” è il numero di game effettivamente vinti, e “Indice” è il rapporto game vinti/game attesi).

Molti di questi giocatori sono in grado di recuperare da situazioni di punteggio come sul 15-30, anche se arrivarci così spesso è in parte uno svantaggio. Isner ad esempio non solo resta comunque il favorito sul 15-30 – la sua frequenza media del 72% di punti vinti al servizio significa che vincerà il 75% dei game in cui si trova sul 15-30 – ma vince anche l’11% delle volte in più di quanto dovrebbe.     

A vari livelli, questo è vero anche per tutti gli altri giocatori dell’elenco. Joao Sousa non riesce a recuperare da 15-30 con la stessa frequenza con cui ci arriva, ma tiene comunque il game il 4% delle volte in più di quanto dovrebbe. Rafael Nadal, Tomas Berdych e Gael Monfils vincono il servizio dal 15-30 tra il 6 e l’8% delle volte in più di quanto il modello teorico suggerisca. Nel caso di Nadal, è quasi sicuramente collegato alla sua bravura sul lato di campo dei vantaggi, in modo particolare quando si trova a dover salvare palle break.

All’estremo opposto, ci sono giocatori che potremmo definire “forti partenti” (strong starters) in grado di evitare di trovarsi sul 15-30 più spesso delle attese. Anche in questo caso, la rappresentanza è eterogenea:

Giocatore  Game  Game VA  Game Ev  Indice
Brown      1013  249      216      0.87
Hanescu    1181  308      274      0.89
Raonic     3050  514      462      0.90
Sela       1066  297      270      0.91
Gasquet    2897  641      593      0.93
Del Potro  2259  469      438      0.93
Gulbis     2308  534      500      0.94
Anderson   2946  610      571      0.94
Davydenko  1488  412      388      0.94
Mahut      1344  314      297      0.94

Con alcune eccezioni, molti dei giocatori di questo elenco hanno una reputazione di debolezza nei momenti che più contano in una partita (al 12esimo e 13esimo posto troviamo la coppia olandese di giocatori Robin Haase e Igor Sijsling). Questo ha un senso, perché tipicamente in situazioni di basso punteggio la pressione è minore. Un giocatore che vince punti più spesso, ad esempio, sul 15-0 piuttosto che sul 40-30, non diventa certamente famoso per riuscire a fare la differenza quando davvero conta.

Lo stesso tipo di analisi per i giocatori in risposta non è altrettanto interessante. Juan Martin Del Potro, ancora lui, è uno dei giocatori con minori probabilità di raggiungere il 15-30 mentre Isner, per mia stessa sorpresa, è uno tra quelli con maggiori probabilità. Non è possibile individuare un andamento preciso tra i migliori in risposta: Novak Djokovic raggiunge il 15-30 il 2% delle volte in meno delle attese, Nadal l’1% in meno, Andy Murray lo stesso numero di volte e David Ferrer il 3% delle volte in più.

In ultimo, è molto più probabile che i giocatori in risposta non cerchino in tutti i modi di arrivare a una situazione di punteggio di 15-30 se sono già vicini a chiudere il set. Su punteggi di game come 0-4, 0-5 e 1-5, il punteggio arriva sul 15-30 il 10% in meno del solito. All’estremo opposto, due dei game in cui è più frequente una situazione di punteggio di 15-30 sono 5-6 e 6-5, quando si arriva sul 15-30 l’8% in più del solito. 

La grande importanza del punto sul 15-30

Come abbiamo visto, c’è una differenza significativa tra vincere o perdere il punto sul 15-30. Nelle 290 mila partite che ho analizzato per questo articolo, il giocatore che serve o quello che è in risposta non ha un vantaggio specifico sul 15-30. Ci sono però alcuni giocatori che servono meglio di altri.

Da un confronto tra la frequenza di punti ottenuti al servizio sul 15-30 e la tipica frequenza di punti ottenuti al servizio, questo è l’elenco dei primi 11 giocatori, in cui compaiono diversi mancini, non a sorpresa:

Giocatore  Game  Game VA  Game EV  Indice
Young      1298  204      229      1.12
Haase      2134  322      347      1.08
Johnson    1194  181      195      1.08
Paire      1848  313      336      1.08
Verdasco   2571  395      423      1.07
Bellucci   1906  300      321      1.07
Isner      3166  421      449      1.07
Malisse    1125  175      186      1.06
Pospisil   1541  243      258      1.06
Nadal      3209  470      497      1.06
Tomic      2124  328      347      1.06

Compare di nuovo Isner, il quale compensa il fatto di trovarsi sul 15-30 più spesso di quanto dovrebbe.

Questo è l’elenco dei giocatori che vincono il punto sul 15-30 meno spesso di quanto vincano gli altri punti al servizio:

Giocatore      Game  Game VA  Game EV  Indice
Berlocq        1867  303      273      0.90
Montanes       1183  191      173      0.91
Anderson       2946  377      342      0.91
Garcia-Lopez   2356  397      370      0.93
Bautista-Agut  1716  264      247      0.93
Monaco         2326  360      338      0.94
Ebden          1088  186      176      0.94
Dimitrov       2647  360      341      0.95
Gasquet        2897  380      360      0.95
Murray         3416  473      449      0.95

Il confronto delle prestazioni in risposta sul 15-30 è meno interessante. Va notato però che vincere il punto in questa situazione cruciale è correlato, almeno debolmente, con i risultati complessivi di un giocatore: otto dei primi dieci giocatori al mondo del momento (tutti tranne Roger Federer e Milos Raonic) vincono il punto sul 15-30 più spesso delle attese. Djokovic vince il 4% in più delle attese, Nadal e Berdych il 3% in più.    

Anche in questo caso, analizzare l’andamento del game sul 15-30 in funzione del punteggio nel set  è istruttivo. Quando il giocatore al servizio ha un vantaggio consistente nel set, come sul 5-1, 4-0, 3-2 e 3-0, è più probabile che vinca il punto sul 15-30. Quando invece si trova a dover servire molto indietro nel punteggio, come sullo 0-3, 1-4, 0-4, etc. è più probabile che vinca il punto sul 15-30. Per quanto minima, questa è un’evidenza del fatto che vincere un set può essere difficile. 

Vincere il game da 15-30

Per il giocatore al servizio, arrivare sul 15-30 non è esattamente una buona idea. Se confrontata con il modello teorico però, non è una situazione così negativa. Dal 15-30 infatti, il giocatore al servizio vince il 2% più spesso di quanto il modello preveda. Per quanto non sia un effetto sostanziale, è comunque persistente.

Questo è l’elenco dei giocatori che giocano meglio del solito da una situazione di 15-30, vincendo game molto più spesso di quanto il modello preveda:

Giocatore  Game  Game VA  Game EV  Indice
Davydenko  1488  194      228      1.17
Johnson    1194  166      190      1.14
Young      1298  163      185      1.13
Isner      3166  423      470      1.11
Mahut      1344  172      188      1.09
Paire      1848  266      288      1.08
Lacko      1162  164      177      1.08
Nadal      3209  450      484      1.08
Klizan     1534  201      216      1.08
Lopez      2598  341      367      1.07
Berdych    3947  556      597      1.07

Ovviamente, questo elenco comprende molti dei giocatori che già si distinguono per il livello di gioco sul 15-30, inclusi molti mancini. La grande sorpresa è data da Nikolay Davydenko, un giocatore considerato da molti debole nelle situazioni più importanti e tra i primi nomi di giocatori con una reputazione discutibile in situazioni ad alta pressione. Eppure Davydenko, almeno verso la fine della sua carriera, era molto efficace in situazioni di punteggio di questo tipo. 

Nadal invece è l’unico di questo elenco a essere anche ai primi posti tra i giocatori in risposta che giocano sopra la media da 15-30. Nadal supera le attese in quell’aspetto di gioco del 7%, meglio di qualsiasi altro giocatore negli ultimi anni.

Infine, questo è l’elenco dei giocatori al servizio che giocano sotto la media da 15-30:

Giocatore  Game  Game VA  Game EV  Indice
Brown      1013  122      111      0.91
Robredo    2140  289      270      0.93
Dolgopolov 2379  306      288      0.94
Delbonis   1110  157      148      0.94
Monaco     2326  304      289      0.95
Bolelli    1015  132      126      0.96
Mathieu    1083  155      148      0.96
Muller     1332  179      172      0.96
Berlocq    1867  256      246      0.96
Dimitrov   2647  333      320      0.96
Gasquet    2897  352      339      0.96

Conclusioni provvisorie

Sotto certi aspetti, questa è una tematica in cui saggezza popolare tennistica e analisi statistica concordano: il punto da giocare su una situazione di punteggio di 15-30 è molto importante, anche se, inserito nel contesto, non ha più importanza di alcuni dei punti successivi.

Questi numeri mostrano come alcuni giocatori siano meglio di altri in determinati momenti di ogni game. Per alcuni, punti di forza e di debolezza si compensano, per altri, le statistiche possono evidenziare una situazione di particolare pressione che il giocatore non è in grado di reggere.

Per quanto alcuni esempi di ciascun estremo sono significativi, è anche importante ricondurli al giusto contesto. Per il giocatore medio, il punteggio raggiunge il 15-30 in circa un quarto dei game giocati, quindi giocare il 10% meglio o peggio delle attese in queste circostanze ha effetto solo su un game ogni quaranta

L’effetto si somma nel corso di una carriera, ma difficilmente si potranno individuare queste tendenze durante una partita o un anche un intero torneo. Per quanto giocare meglio delle attese sul 15-30 (o su qualsiasi altra categoria di punteggio) sia vantaggioso, raramente i migliori giocatori vi fanno affidamento. Se si gioca così bene come Djokovic, non serve giocare ancora meglio nelle situazioni più importanti. È sufficiente mantenere il livello atteso.

The Pivotal Point of 15-30