Gli effetti (e, forse, anche il vantaggio psicologico) di uno scambio lungo

di Jeff Sackmann // TennisAsbtract

Pubblicato il 10 settembre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Uno dei punti più spettacolari del quarto di finale tra Simona Halep e Victoria Azarenka agli US Open 2015 (vinto da Halep con il punteggio di 6-3 4-6 6-4, n.d.t.) è stato uno scambio da 25 colpi all’inizio del terzo set, concluso da Azarenka con un dritto vincente. Si è trattato dello scambio più lungo della partita, che l’ha portata al punto del game per tenere il servizio in apertura di set.

Anche quel punto, come spesso accade per gli scambi molto lunghi, sembrava poter rappresentare una svolta nel vantaggio psicologico sulla partita. Invece, Halep ha rimesso il punteggio in parità con uno scambio da 10 colpi al punto successivo. Se un qualsiasi indizio di vantaggio psicologico fosse stato associato all’esito di questi due punti, era scomparso con la stessa velocità con cui si era manifestato. Sono serviti infatti poi altri otto punti prima che Azarenka chiudesse finalmente il game a proprio favore.

Uno scambio lungo fornisce effettivamente delle indicazioni? Possiede cioè valore predittivo per il punto successivo, o anche per l’intero game? O diventa solo un punto da circoletto rosso che passa in second’ordine nel momento in cui lo scambio è terminato e si riprende a giocare?

Per trovare una risposta, ho consultato gli scambi punto per punto delle circa 1100 partite presenti al momento nel database del Match Charting Project, identificando l’1% dei punti più lunghi – vale a dire 17 o più colpi per le donne, 18 o più colpi per gli uomini – e analizzando cosa succede successivamente, sia in termini di affaticamento che di vantaggio psicologico.

Il punto successivo

Esiste un chiaro effetto causato da uno scambio lungo: il punto successivo, in media, sarà più corto. Lo scambio da 10 colpi della partita tra Halep e Azarenka si è rivelato un’eccezione: in media, nel circuito femminile il punto successivo a uno scambio lungo è di 4.45 colpi, mentre la media complessiva è di 4.85 (in funzione della giocatrice al servizio e se si tratti della prima o seconda di servizio). Per gli uomini la media è 4.03 colpi nel punto successivo, rispetto a una media complessiva di 4.64.

Nel caso delle donne, l’affaticamento diventa un fattore per la giocatrice al servizio. A seguito di uno scambio lungo, le donne mettono la prima di servizio solo il 61.3% delle volte, rispetto a una media del 64.6%. Negli uomini il fattore fatica non si manifesta allo stesso modo: le analoghe percentuali sono 62.3% e 62.2%.

E, per le donne, c’è anche maggiore evidenza di un effetto fatica immediato. Le giocatrici che vincono questi scambi lunghi sono lievemente più forti delle avversarie, vincendo, in media, il 50.7% dei punti. Subito dopo uno scambio lungo però, le stesse giocatrici vincono solo il 49% dei punti. Non ho chiari i motivi. Forse la giocatrice che ha vinto uno scambio lungo ha dovuto profondere più sforzo dell’avversaria, magari mettendo tutte le sue rimanenti energie in un vincente a rimbalzo, o terminando il punto con un paio di colpi atletici a rete.

A ogni modo, non esiste un effetto analogo nel circuito maschili. Dopo aver vinto uno scambio lungo, i giocatori vincono il 51.1% dei punti successivi, rispetto a un 50.8% atteso. O esiste un vantaggio psicologico, seppur molto ridotto, oppure, più probabilmente, è solo un’imprecisione statistica.

Giocatori e giocatrici servono più doppi falli a seguito di uno scambio lungo, anche se l’effetto è molto più marcato per le donne. Subito dopo uno scambio lungo infatti, le donne servono un doppio fallo il 4.7% delle volte, rispetto a una media del 3.3%. Gli uomini invece servono un doppio fallo il 4.5% delle volte rispetto a una frequenza attesa del 4.2%.

Vantaggio psicologico duraturo

Al di là di un lieve effetto sulle modalità del punto successivo, uno scambio lungo è in grado di influenzare l’esito di un game? L’evidenza è a favore di una risposta negativa.

Per ogni scambio lungo, ho verificato se il vincitore del punto è poi riuscito a vincere anche il game, come è stato per Azarenka contro Halep. Inoltre, ho messo insieme il punteggio successivo allo scambio lungo con la frequenza media di punti vinti al servizio dal giocatore in questione per calcolare le probabilità che, a partire dal quel punteggio, colui che avesse vinto il punto finisse per vincere anche il game. Sempre in riferimento alla partita citata, le probabilità di Azarenka di chiudere il game sul vantaggio interno, quindi in una situazione di punteggio AD-40, erano del 77.6%.

Per entrambi i circuiti, non ho riscontrato effetti significativi. Le giocatrici che vincono scambi lunghi hanno poi vinto il 66.2% di quei game, di fronte a una percentuale attesa del 65.7%. I giocatori hanno vinto il 64.4% di quei game, rispetto a una frequenza attesa del 64.1%.

In presenza di un campione molto più dettagliato, questi risultati potrebbero segnalare un vantaggio psicologico, seppur molto ridotto. Ma su poco meno di 1000 scambi lunghi per ciascun circuito, le differenze rappresentano solo pochi game che sono stati vinti dal giocatore o giocatrice che ha vinto lo scambio lungo.

Per il momento, dobbiamo concludere che le conseguenze di uno scambio lungo hanno una durata molto ridotta: a malapena un punto per le donne e forse nemmeno quello per gli uomini. Sono punti che sembrano avere più effetto sugli appassionati che non sui giocatori stessi.

The Effects (and Maybe Even Momentum) of a Long Rally

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 13 (sulla seconda di servizio come misura della bravura)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 4 giugno 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 12.

Le magliette zebrate e le partite consecutive senza il giorno di riposo non sono state le sole stranezze del Roland Garros 2016. La pioggia incessante si è abbattuta come una catastrofe sul programma, aumentando la pressione a cui i giocatori sono normalmente sottoposti durante uno dei quattro tornei più importanti della stagione (e alcuni non hanno esitato a dare voce alla loro disapprovazione). In conseguenza, le capacità di adattamento e resistenza sono risultate più importanti per l’avanzamento del turno di quanto già non succeda in condizioni di regolare svolgimento.

Va però detto che, anche una volta azzerata la variabile meteorologica, il dibattito per individuare le caratteristiche più significative necessarie a diventare un campione rimane sempre molto acceso. Nel mito di oggi, Klaassen e Magnus provano a dare un’interpretazione, seppur parziale, della vicenda, mettendo a confronto la bravura dei giocatori nella prima e nella seconda di servizio.

Mito 13: “Il livello di bravura di un giocatore o di una giocatrice è definito dalla sua seconda di servizio”

Questa definizione del Mito 13 è un altro modo per dire che la seconda di servizio è una misura più accurata della bravura di un giocatore o di una giocatrice rispetto a quanto lo sia la prima di servizio. Chiaramente, la seconda di servizio rappresenta una situazione di maggiore vulnerabilità, aspetto che potrebbe suggerire che i giocatori in grado di vincere più punti con la seconda di servizio siano generalmente anche quelli che vincono più partite in assoluto. Di converso, i giocatori con un’alta percentuale di buone prime di servizio possono non dover essere altrettanto, o meno, efficaci quando devono servire la seconda. Quindi, prendere una posizione di difesa nei confronti del Mito 13 non è immediatamente ovvio. 

E’ frustrante notare che, quando Klaassen e Magnus hanno affrontato la questione in Analyzing Wimbledon, la risposta dei diversi metodi applicati non è stata univoca. La differenza risiede nel modo in cui i due autori determinano la bravura dei giocatori. Quando è la classifica a essere utilizzata, si osserva una corrispondenza maggiore tra le prestazioni con la prima di servizio che con la seconda di servizio. Tuttavia, quando si mette in correlazione la prima e la seconda di servizio con la differenza di classifica dei giocatori, si ottiene una corrispondenza di verso opposto per gli uomini – vale a dire che le seconde di servizio differiscono in misura maggiore della differenza di classifica fra i giocatori considerati di quanto non lo facciano le prime di servizio – mentre non risultano differenze fra le correlazioni tra prima e seconda di servizio con la classifica nel caso delle donne. Va ricordato che si tratta sempre di partite relative solo a Wimbledon. 

Una rivisitazione del Mito 13 per il circuito maschile

In presenza di risultati divergenti, Klaassen e Magnus si fermano e concludono che non ci sono prove sufficienti per stabilire la superiorità o l’inferiorità della seconda di servizio come misura della bravura di un giocatore. Diventa quindi uno di quei temi per i quali molto dipende dal modo in cui effettivamente viene misurata la bravura. 

Come altre volte in passato, quando si tratta di determinare la bravura, la mia preferenza è per il sistema di valutazione Elo rispetto alle classifiche ufficiali, poiché Elo è più accurato nell’assegnare ai giocatori il giusto merito per vittorie importanti nella stessa maniera in cui li penalizza per sconfitte sorprendenti. Se il Mito 13 è corretto, dovremmo attenderci una correlazione più forte tra la differenza nelle valutazione Elo e i punti ottenuti con la seconda di servizio rispetto ai punti ottenuti con la prima di servizio. Cosa indicano i dati relativi alle partite del circuito maschile e del circuito femminile degli ultimi 5 anni?

L’immagine 1 riassume le differenze tra la valutazione Elo di un giocatore (asse delle Y) e la percentuale di punti vinti con la prima e con la seconda di servizio. I due riquadri superiori mostrano la relazione per tutte le partite nel periodo tra il 2010 e il 2015, mentre i riquadri inferiori si riferiscono solamente alle partite di Wimbledon, così da rendere il confronto con l’analisi di Klaassen e Magnus più omogeneo. Riguardo a tutte le partite, si osserva una correlazione positiva con la differenza di bravura dei giocatori – secondo la valutazione Elo – per entrambi i servizi, ma esiste una correlazione leggermente più forte con la prima di servizio. Difatti, la correlazione con la prima di servizio è 0.35 (intervallo di confidenza al 95% = 0.33-0.37) rispetto alla correlazione con la seconda di servizio pari a 0.31 (intervallo di confidenza al 95% = 0.29-0.34).

La prima di servizio dunque sembra avere una minima superiorità sulla seconda di servizio come indicatore di bravura, contrariamente a quanto affermato dal Mito 13.

IMMAGINE 1 – Valutazioni Elo per il circuito maschile e prima e seconda di servizio

Per il torneo di Wimbledon però la situazione è diversa. Entrambi i servizi sembrano possedere la medesima relazione statistica, la prima di servizio con una correlazione dello 0.36 (intervallo di confidenza al 95% = 0.29-0.43) e la seconda dello 0.39 (intervallo di confidenza al 95% = 0.32-0.45). Ci sono anche segnali che sull’erba la seconda di servizio sia più importante della prima, in linea con quanto trovato da Klaassen e Magnus.   

Una rivisitazione del Mito 13 per il circuito femminile

Cosa si può dire per il tennis femminile nel quale solitamente la prima di servizio è meno dominante? Utilizzando la stessa metodologia basata sulle valutazioni Elo, è ancora più evidente che la prima di servizio è un indicatore di bravura più forte per tutte le partite. L’immagine 2 mostra una correlazione con la prima di servizio dello 0.35 (intervallo di confidenza al 95% = 0.32-0.37) rispetto a una dello 0.26 per la seconda di servizio (intervallo di confidenza al 95% = 0.24-0.28).

IMMAGINE 2 – Valutazioni Elo per il circuito femminile e prima e seconda di servizio

A differenza del circuito maschile, nel caso delle donne questa relazione rimane fondamentalmente identica a Wimbledon. I risultati suggeriscono quindi che, complessivamente, la prima di servizio è in genere l’aspetto più importante per distinguere tra i professionisti il livello di bravura dei giocatori, ma la seconda di servizio acquisisce maggiore importanza quando la superficie è veloce ed è diffusa un’alta qualità nella prima di servizio.

Queste rimangono però considerazioni teoriche in un torneo come il Roland Garros 2016, nel quale è più probabile che i vincitori emergano tra quei giocatori capaci di resistere allo sforzo di partite in giorni consecutivi e di non lasciarsi intimidire dalle condizioni pesanti del campo e delle palline.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 13

Sotto pressione, il servizio di Nadal è più prevedibile

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 28 gennaio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Rafael Nadal si è qualificato per la finale di singolare maschile degli Australian Open 2017 battendo Grigor Dimitrov in una incredibile partita di cinque set che è durata più di quattro ore. Dei molti spunti offerti dalla partita, quello che più mi ha colpito (anche in ottica di finale) è stato il servizio di Nadal.

Uno degli aspetti del gioco di Nadal che più mi sembra essere migliorato all’inizio del 2017 è appunto il servizio. Durante questa edizione degli Australian Open, Nadal ha servito e vinto punti con la prima intorno, o oltre, al 75%, cioè quanto fatto da John Isner e Ivo Karlovic. Il merito di questi risultati non è nella maggiore velocità o accuratezza del servizio, ma nella sua imprevedibilità. Per molto tempo, gli avversari di Nadal sapevano che avrebbe servito sul rovescio (in presenza di un destrimane) la maggior parte delle volte. Quest’anno non è stato così.

Nonostante però l’acquisita varietà, è risaputo che il gioco di Nadal può andare in crisi sotto pressione. Durante la telecronaca della semifinale, Jim Courier ha fatto un commento molto interessante quando ha detto che Nadal era ritornato a traiettorie di servizio più prevedibili dopo aver perso il secondo set. Era giusta l’osservazione di Courier?

IMMAGINE 1 – Preferenza di Nadal a servire la prima sul rovescio dell’avversario

Nelle precedenti edizioni degli Australian Open si osserva che la frequenza con cui Nadal ha servito seguendo la sua preferenza per il rovescio dell’avversario (servizio esterno sul lato dei vantaggi e servizio al centro sul lato della parità) è stata generalmente di 3 volte superiore, come mostrato nell’immagine 1 (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sui cerchi, n.d.t.). Tuttavia, in partite combattute al meglio dei 5 set, la prevedibilità di questa scelta è aumentata drammaticamente.

Quest’anno, la prevedibilità di Nadal, fino alla semifinale, è stata contenuta, rendendo il suo servizio molto più efficace. Nella semifinale però, la sua strategia è diventata vulnerabile sotto pressione, come suggerito da Courier. Dopo aver perso il secondo set, Nadal si è rifugiato nella sicurezza delle sue abitudini, preferendo servire al centro, sul lato dalla parità, 5 volte più frequentemente. Nel quarto e nel quinto set è stato meno prevedibile sul lato della parità, ma più prevedibile su quello dei vantaggi.

Nadal is More Predictable on Serve Under Pressure

La qualità dei colpi nella semifinale degli Australian Open tra Federer e Wawrinka

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 27 gennaio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

La prima semifinale degli Australian Open 2017 si è giocata alla Rod Laver Arena nel Giorno dell’Australia e, alla fine del secondo set, la partita sembrava avviata verso una rapida conclusione. Il primo break nel quarto gioco del terzo set da parte di Stanislas Wawrinka ha però cambiato lo scenario.

Se il vantaggio psicologico della partita era nettamente a favore di Roger Federer nelle fasi iniziali, a partire dal terzo set entrambi i campioni avrebbero potuto prendere in mano la partita. Federer ha poi vinto al quinto set dopo aver perso il terzo e il quarto. Cosa si può dire della qualità dei colpi?

Utilizzando una statistica sulla qualità dei colpi di cui ho introdotto in un precedente articolo, possiamo analizzare la prestazione di Federer e Wawrinka in ciascun set per ognuno dei colpi principali del tennis: il servizio, il dritto e il rovescio.

L’immagine 1 mostra la qualità dei colpi suddivisa per set, con il valore di 100 punti che indica che il colpo medio ha ottenuto lo stesso livello di qualità del più alto osservato negli ultimi cinque anni agli Australian Open (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.). Si osserva come il risultato del set è dipeso in larga misura dalla qualità del servizio, con Wawrinka che ha mantenuto un punteggio alto, e quindi un livello qualitativo alto, fino al quarto set per poi scendere nel quinto. E’ probabile che l’atteggiamento offensivo di Wawrinka nel servire molte delle seconde come se fossero delle prime abbia influito sull’andamento, con il maggiore rischio che ha pagato nel terzo e nel quarto set, ma non nel quinto. Federer invece ha faticato al servizio nei set che ha perso, il terzo e il quarto.

IMMAGINE 1 – La qualità dei colpi nella semifinale tra Federer e Wawrinka

Molti appassionati probabilmente aspettavano con eccitazione la sfida tra due dei rovesci a una mano più belli del circuito. Anche se spesso si attribuisce a Wawrinka una superiorità in questo colpo, durante la semifinale è stato Federer a mostrare una qualità complessivamente maggiore. Penso che questo sia in larga parte spiegabile con il tipo di scelta del colpo da parte di entrambi, con Federer che ha giocato più rovesci di attacco e a rete e Wawrinka rovesci più difensivi.

In termini di dominio del colpo, il dritto è stato più altalenante. Nel primo, secondo e quinto set – cioè i set vinti da Federer – il livello qualitativo è stato simile, mentre nel quarto, vinto da Wawrinka, il suo dritto è stato superiore.

Per quanto nessuno dei due giocatori abbia giocato al meglio in tutti i set, la qualità del loro gioco ha toccato punti di pregiata fattura. Federer è stato il più costante e questo è il motivo principale che gli ha permesso di raggiungere la 28esima finale di Slam.

Shot Quality Review of the Federer Wawrinka AO2017 Semifinal

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 9 (sul ruolo delle statistiche e del caso fortuito)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato l’1 maggio 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 8.

Dopo aver vinto il primo set per 6-4 nella semifinale del torneo di Monaco 2016, sembrava che Alexander Zverev fosse in grado di impedire a Dominic Thiem di vincere la sua 29esima partita di singolare della stagione. Ma, con un capovolgimento repentino di fronte, Thiem ha conquistato il secondo set per 6-2 e chiuso 6-3 al terzo raggiungendo la finale, persa poi da Philipp Kohlschreiber in 3 set molto equilibrati.

In presenza di un andamento altalenante nel punteggio, è naturale ricercare delle spiegazioni. Il giocatore che ha perso il vantaggio sembra all’improvviso essere meno convinto, più incline a commettere errori o semplicemente a corto di energie. E’ più difficile accettare che sia il caso ad aver determinato l’inversione di rotta; che perdere il secondo set dopo aver vinto il primo non voglia dire che la bravura di un giocatore è cambiata di colpo ma che probabilmente ha avuto più fortuna nel primo set.

E’ interessante notare come il ruolo del caso fortuito sia più facilmente accettato in altri contesti, mentre in circostanze come quelle appena descritte passi in secondo piano. Ad esempio, si è propensi a pensare che assegnare la vittoria di una partita al giocatore che per primo ha vinto 10 punti sia una pessima idea. Il motivo? Su un numero così ridotto di punti, anche un giocatore mediocre potrebbe infilare una striscia vincente e chiudere la partita. Servono cioè molti più punti per fare in modo che la bravura di un giocatore abbia la meglio sul caso fortuito.

Mito 9: “Le statistiche di riepilogo forniscono un’idea precisa sulla prestazione di un giocatore”

Questo ci porta a introdurre il Mito 9 dei 22 miti affrontati in Analyzing Wimbledon di Klaassen e Magnus, che riguarda le statistiche standard di riepilogo di una partita e il loro potere informativo sulla bravura di un giocatore. Nello specifico, i due autori si concentrano sul punteggio di ogni set e sulle indicazioni che se ne possono ricavare sulla prestazione di un giocatore.

Evidentemente, un giocatore che ha vinto meno game in un set probabilmente ha vinto anche una percentuale minore di punti al servizio rispetto all’avversario. Riprendendo l’esempio iniziale, Zverev ha vinto il 59% dei punti al servizio nel primo set contro il 53% di Thiem, ma solo il 52% nel secondo set contro il 65% di Thiem. Non dovrebbe essere quindi una sorpresa che Zverev abbia vinto il primo set lasciando poi il secondo a Thiem.

Non ci si chiede però che tipo di informazioni sulla prestazione effettiva di un giocatore si possano ricavare dalla distribuzione dei game, ma ciò che la distribuzione dei game è in grado di dirci sulla bravura di un giocatore, che non si può mai veramente rilevare. I modelli matematici applicati al tennis considerano ciascun giocatore al servizio come se il suo orologio interno sia regolato sulla sua probabilità di vincere un punto al servizio contro uno specifico avversario. Quando Klaassen e Magnus si riferiscono alla “prestazione di un giocatore”, sono interessati alla regolazione di quell’orologio interno. Nel caso di Zverev contro Thiem, era effettivamente regolato al 59%? O al 53%? O ad altro ancora?

L’aspetto più difficile da comprendere è quello per cui, anche se un giocatore è regolato su una determinata percentuale, rimangono comunque molte combinazioni possibili di punti vinti, game vinti, etc. Un modo per affrontare la questione è considerare la tipica distribuzione di game in un set mantenendo costante la reale percentuale di punti vinti al servizio da ogni giocatore. La mappa di calore dell’immagine 1 mostra l’intervallo della distribuzione di game per molteplici combinazioni di percentuale al servizio, intervallo dato dalla differenza tra il 10% dello scarto maggiore di punteggio su 10.000 simulazioni di set e il 10% dello scarto minore. Se una simulazione di tre set ha riportato un punteggio di 6-2 1-6 3-6, lo scarto di game è +4, -5 e -3, con lo scarto maggiore rappresentato da 5 e lo scarto minore da 3.

IMMAGINE 1

Nell’intervallo 50-70% il solo caso fortuito genererebbe molteplici situazioni di punteggio, perché in quest’area della mappa l’intervallo 90% ha uno scarto di game di +4. Zverev e Thiem erano nell’intervallo 50-60% con uno scarto ancora più alto di +6, che indica che un’inversione nel punteggio da un set all’altro non sarebbe stato un evento così anomalo. E, ancora più significativo, non avrebbe voluto necessariamente dire che l’uno o l’altro stavano giocando ben al di sopra, o al di sotto, della loro bravura.

Ciò non toglie che alcuni giocatori possano effettivamente scendere in campo a corrente alternata. Un veloce esempio arriva proprio dall’altra semifinale del torneo di Monaco 2016, con Fabio Fognini (sconfitto da Kohlschreiber per 6-1 6-4) che si candida ad archetipo di giocatore mutevole. In generale, però, questi giocatori rappresentano un’eccezione e si tende a sottostimare il ruolo del caso fortuito come unico vero responsabile di molti dei repentini capovolgimenti di fronte.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 9

La precisione delle previsioni del sistema Elo e la velocità della superficie

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 10 febbraio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Con solo 2 delle prime 8 teste di serie nei quarti di finale degli Australian Open 2017, il primo Slam dell’anno si rivelato un’ecatombe per molti dei modelli predittivi. Anche il sistema di previsioni Elo, uno dei più accurati a disposizione nel tennis, non avrebbe potuto anticipare le condizioni insolite riscontrate quest’anno a Melbourne.

O, forse, avrebbe potuto?

Sappiamo che uno di fattori determinanti per le numerose vittorie a sorpresa è stata una percentuale al servizio più alta del solito. Analizzando il numero di punti vinti in media al servizio per torneo, si può notare negli anni una tendenza incrementale, diffusa tra tutte le superfici. Sul cemento, ad esempio, la percentuale al servizio è aumentata di 3 punti percentuali nell’arco di 20 anni. Quale sia stato l’effetto più rilevante tra superficie, palline o attrezzatura, gli Australian Open 2017 hanno rappresentato un estremo, anche rispetto alle tendenze riscontrate sul circuito.        

IMMAGINE 1 – Tendenze nella frequenza di servizi in campo per l’ATP nel periodo 1991 – 2016

Perché un cambiamento nel vantaggio al servizio dovrebbe influire sull’efficacia predittiva?

Ci sono diverse ragioni per le quali ci si può aspettare che le valutazioni predittive varino, per un determinato torneo, in funzione del livello complessivo di vantaggio al servizio. E’ possibile che percentuali al servizio sistematicamente migliori riflettano condizioni di gioco, come la velocità della superficie, o uno stile prevalente – scambi corti rispetto a scambi lunghi – che diano maggiori benefici ad alcuni giocatori piuttosto che ad altri.  Ci si chiede se i metodi predittivi classici che ignorano questi fattori dovrebbero invece considerarli.

Possiamo farci un’idea sulla risposta a questo interrogativo cercando di capire se l’errore predittivo è legato alla abilità complessiva al servizio di un giocatore.

Il grafico dell’immagine 2 riporta il valore, su base annua, della radice dell’errore quadratico medio (RMSE) nelle previsioni Elo di ciascun giocatore rispetto al punteggio-z del servizio per l’anno di riferimento (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascuna bolla, n.d.t.). Il punteggio-z misura, nell’anno in questione, la prestazione al servizio del giocatore rispetto a un giocatore medio del circuito in unità di deviazione standard, con i valori più negativi che si riferiscono ai giocatori meno bravi al servizio e, viceversa, con i valori più positivi per i giocatori più bravi al servizio.

Analizzando tutte le partite del circuito ATP dal 1991 al 2016, troviamo alcune evidenti strutture nella relazione tra errore e servizio. L’RSME tende ad avere il valore più basso, ma anche il più variabile, per i giocatori con il servizio peggiore. Per i giocatori con un servizio medio o appena sopra la media la frequenza di errore aumenta ma la varianza si riduce. All’estremo opposto, dove si trovano giocatori come Ivo Karlovic, l’errore tende a diminuire di nuovo.   

IMMAGINE 2 – Errore predittivo e abilità al servizio

Che indicazioni si possono trarre dalla forma sigmoidale della curva? Un primo aspetto è che sembra suggerire che l’accuratezza abbia un costo, visto che i giocatori servono con percentuali più vicine alla media. I diversi colori rappresentano il vantaggio del servizio per lo specifico torneo. Vista la rilevante sovrapposizione di colori, la forma suggerisce anche che la relazione errore-abilità non subisce una grande variazione da un evento all’altro, cioè, quando si parla di dinamiche di errore, ha più importanza il livello di abilità al servizio del giocatore rispetto al campo in cui si gioca, anche se la particolare superficie di un torneo potrebbe influire sulla bravura al servizio di un giocatore in un momento specifico della stagione.

Per verificare se l’errore tende ad assumere un particolare verso, si può analizzare l’errore medio. Il grafico dell’immagine 3 mostra la media delle probabilità di vittoria di un giocatore rispetto alle vittorie effettive raggruppata per giocatore e per anno, come nel grafico precedente. Una differenza positiva suggerisce che il sistema Elo tende a previsioni più ottimistiche. Si nota che, nell’arco di tutti i punteggi-z, l’errore è più positivo che negativo, quindi Elo tende ad attribuire maggiore fiducia nelle prestazioni di un giocatore rispetto a quelle effettivamente poi conseguite.    

IMMAGINE 3 – Verso medio di errore nelle previsioni Elo in funzione del vantaggio al servizio

E’ interessante notare che il verso dell’errore sembra cambiare in funzione delle percentuali al servizio di un determinato torneo. Mentre l’andamento medio evidenziato in grigio è tipico di molti tornei con frequenza di 0.64 (vale a dire, in media, il 64% di servizi in campo), i tornei sopra a questo livello tendono ad avere una correlazione negativa così che la parzialità si avvicina a zero per i giocatori dal servizio migliore nei tornei con una frequenza di servizi in campo complessivamente più alta. 

C’è ancora molto da fare per comprendere le cause che determinano queste dinamiche di errore. Almeno per il momento l’analisi suggerisce che ridurre l’errore per i giocatori dal servizio medio potrebbe essere una strategia importante per migliorare le capacità predittive nel tennis. 

Elo Prediction Accuracy and Court Pace

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 8 (sul break e contro-break)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 24 aprile 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 7.

Nel quarto di finale del torneo di Barcellona 2016 vinto da Rafael Nadal su Fabio Fognini con il punteggio di 6-2 7-6, ci sono stati 8 break in totale, 4 per ogni set. Si è anche assistito per due volte a una delle occorrenze più frustranti relative ai break, cioè la situazione di break e contro-break. La prima si è presentata nel quinto game del primo set, quando Fognini ha strappato il servizio a Nadal conquistando anche il suo primo game della partita. La seconda è avvenuta nel secondo set, quando Fognini ancora una volta ha ottenuto il break dopo aver perso il game di apertura in cui era al servizio.

Quello del break e contro-break è un evento raro. E quando capita genera un moto di fastidio perché porta a chiedersi come sia potuto succedere. Se la norma infatti è tenere il servizio, due break consecutivi rappresentano lo scenario con minori probabilità di accadimento. I dubbi aumentano nel pensare che un giocatore che ha appena ottenuto un break, riuscendo quindi nell’inaspettato, possa perdere questa posizione di vantaggio cedendo immediatamente il proprio servizio.

Come è possibile immaginarsi, le perplessità associate alla sequenza di break e contro-break hanno dato vita alle più svariate teorie sulla psicologia dei giocatori di tennis di elite. L’interpretazione più diffusa è quella per cui il break spinge il giocatore che lo ha ottenuto a rilassarsi mentalmente e il giocatore che lo ha subìto a entrare in modalità da combattimento per recuperare lo svantaggio. Quale sia la logica alla base, l’aspetto più significativo di questa idea è di ipotizzare che break e contro-break siano più frequenti di quanto previsto dalla distribuzione casuale delle probabilità.

Esiste però evidenza del fatto che tenere il servizio appena dopo averlo strappato all’avversario sia meno probabile che tenerlo dopo che l’avversario ha vinto il proprio game di servizio?
Questa domanda introduce il Mito 8 dei 22 miti sul tennis di Klaassen e Magnus.

Mito 8: “Dopo aver ottenuto il break, le probabilità di subire il contro-break aumentano”

Nel testare questa ipotesi, Klaassen e Magnus hanno inizialmente analizzato la frequenza di punti vinti al servizio nei game dopo aver ottenuto il break e in quelli in assenza di break nel game precedente. La scelta di focalizzarsi sui punti vinti piuttosto che sui game vinti è singolare, visto che si sta parlando della probabilità di vincere un game al servizio. Tuttavia, hanno considerato quale sia la probabilità implicita di vincere un game sulla base della percentuale di punti vinti.

Utilizzando questa metodologia e con i dati delle partite di Wimbledon degli anni ’90, hanno trovato che la probabilità implicita di tenere il servizio è in realtà maggiore di 3.3 punti percentuali dopo aver ottenuto il break per gli uomini e di 5.7 punti percentuali per le donne. Esattamente l’opposto di quanto predetto dalla teoria del break e contro-break.

La ragione sta nel fatto che, senza introdurre misure correttive relative alla bravura dei giocatori, il verificarsi di un break è un evento altamente correlato con la capacità di tenere il servizio del giocatore che ha ottenuto il break. Per questo, il semplice confronto non è sufficiente.

Klaassen e Magnus hanno ovviato a questa parzialità di selezione in un paio di modi. Un approccio ha messo a confronto i giocatori sulla base della loro testa di serie (testa di serie contro testa di serie, non testa di serie contro non testa di serie, etc) per trovare che non esiste un effetto break/contro-break per giocatori nella stessa categoria di testa di serie. Hanno utilizzato anche il loro modello baseline a livello di singolo punto – che comprende la classifica del giocatore, l’importanza del punto e il risultato del punto precedente – per testare l’incidenza del break nell’ultimo game giocato sulla probabilità di vincere un punto al servizio. Ripetiamo, è un’analisi a livello di singolo punto. Questa volta hanno trovato un effetto negativo per le donne, che sarebbe in linea con il mito, ma nessun effetto per gli uomini.

Una rivisitazione del fenomeno break/contro-break

Le differenze riscontrate nelle conclusioni di ciascuna analisi evidenziano le difficoltà associate al Mito 8. Anziché analizzare un numero più rappresentativo di partite per i giocatori attuali, credo sia più remunerativo studiare direttamente le risultanze dei game piuttosto che dei singoli punti. Come dimostrato dai due autori, qualsiasi rivisitazione di questo argomento deve necessariamente tenere in considerazione la parzialità di selezione generata dal verificarsi di un break al servizio.

Nella prima analisi, ho considerato più di 10 mila partite della stagione 2015 per l’ATP e la WTA e analizzato la relazione tra tenere il servizio a seguito del break e tenerlo in assenza di break. In queste analisi, la bravura dei giocatori nella partita viene corretta considerando la differenza di classifica come un effetto fisso e casuale (effetto casuale significa semplicemente che è permesso al modo in cui la differenza di classifica incide sul tenere un servizio di essere specifica per il giocatore che è al servizio).

L’immagine 1 mostra le percentuali con cui giocatori e giocatrici tengono il servizio dopo aver ottenuto il break (colore oro) e in assenza di break (colore blu; nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascuna barra, n.d.t.). Considerando l’inclusione del fattore bravura, si possono interpretare queste analisi come le percentuali con cui viene tenuto il servizio da un giocatore contro un avversario dello stesso livello. Troviamo per entrambi i circuiti un punto percentuale di differenza, che suggerisce che tenere il servizio sia più probabile dopo aver ottenuto il break che in assenza di break. E questo ci dovrebbe indurre a confutare la teoria del break e contro-break, secondo la quale appunto tenere il servizio dovrebbe essere meno frequente dopo che un giocatore ha ottenuto il break.

IMMAGINE 1 – Frequenza con cui si tiene il servizio in partite della stagione 2015 con e senza il break nell’ultimo game giocato

Siamo certi di aver tenuto nella giusta considerazione la bravura di un giocatore (la classifica dopotutto non è una misura perfetta della bravura di un giocatore)? Potrebbe essere rimasta, nei numeri, una parzialità nella selezione?

Come metodo alternativo per introdurre la bravura al servizio e alla risposta degli avversari senza cercare di interrogarsi con ipotesi varie su quale possa essere il modo migliore per valutare la bravura di un giocatore, ho proceduto con un’analisi comparativa di corrispondenza, prendendo cioè ogni game successivo a un break del campione di partite del 2015 e associandolo con un game della stessa partita che non è stato successivo a un break al servizio. Questa è una modalità diretta per gestire non solo la bravura di un giocatore in generale ma la bravura dello stesso in una specifica partita.

L’immagine 2 mostra il raffronto tra i servizi tenuti per l’analisi comparativa di corrispondenza. In questa circostanza, la differenza rimane per quanto riguarda gli uomini, perché la percentuale con cui il servizio viene tenuto dopo il break è maggiore di circa un punto rispetto all’assenza di break. Tuttavia, per le donne l’effetto non solo svanisce, ma ci sono indicazioni opposte, cioè che tenere il servizio è leggermente meno probabile (0.5 punti percentuali) dopo il break che in assenza di break.

Anche se non riportato nel grafico, ho verificato se questi risultati cambiassero in funzione della superficie o del fatto di includere i break nell’ultimo game di un set, ma non sembra che questi fattori abbiano avuto un impatto significativo nelle analisi effettivamente mostrate.

IMMAGINE 2 – Frequenza con cui si tiene il servizio per gruppo specifico di partite in partite della stagione 2015 con e senza il break nell’ultimo game giocato

Differenze del giocatore specifico

E’ importante ricordare che queste sono tendenze medie, che potrebbero o non potrebbero essere rappresentative delle dinamiche associate a un particolare giocatore. Due giocatori che hanno fatto notizia durante la stagione della terra – Kei Nishikori e Angelique Kerber – illustrano proprio questo aspetto. Nel 2015, Nishikori ha vinto l’87% dei game dopo aver ottenuto il break, mentre ne ha vinti l’89% quando il suo avversario ha tenuto il servizio nel game precedente. Nishikori quindi sembra andare in direzione opposta rispetto alla tendenza del circuito maschile e più vicino alla teoria del break e contro-break che ha avviato queste analisi.

Angelique Kerber ha vinto il 72% dei game dopo aver ottenuto il break e il 75% di quelli in assenza del break. In questo caso, Kerber è più in linea con la tendenza del circuito femminile come emerge dall’analisi comparativa di corrispondenza, anche se l’effetto break e contro-break è più grande in valore.

Riepilogo

Qualsiasi analisi su situazioni di break e contro-break si espone a essere influenzata da una parzialità di selezione, perché i giocatori più forti hanno più probabilità di ottenere il break. Data la difficoltà di sapere se si è riusciti a tenere nella giusta considerazione la bravura di un giocatore, raggiungere una conclusione definitiva è compito improbo. Le differenze riscontrate per il circuito femminile, come mostrate in precedenza, indicano che i risultati sono influenzati dal metodo utilizzato, anche quando si cerca di tenere conto della bravura.

Sia la regressione che l’analisi comparativa di corrispondenza hanno ottenuto gli stessi risultati per il circuito maschile e sembrerebbero prevedere un effetto psicologico opposto rispetto a quello normalmente previsto dalle teorie sul break e contro-break, poiché i giocatori tengono il servizio più facilmente dopo aver ottenuto il break. I risultati per il circuito femminile sembrano meno affidabili, per quanto tenderei a favorire l’analisi comparativa di corrispondenza, che non si poggia sulla classifica come misura della bravura di un giocatore.

Nonostante il permanere di queste incertezze, possiamo concludere che in media gli effetti sono minimi, con una differenza di un punto percentuale che emerge dal confronto dei metodi di analisi. Questo significa che in media gli effetti riscontrati non sono molto utili a farci conoscere il comportamento più probabile per il singolo giocatore. E ogni affermazione sulla psicologia dei giocatori d’elite che viene trattata come verità rivelata è probabilmente sbagliata.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 8

Il tennis del futuro sarà dominato dai giocatori più alti?

di Wiley Schubert Reed

Pubblicato il 16 febbraio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nel tabellone del Memphis Open 2017 sono presenti tre dei giocatori più alti che abbiano mai giocato a tennis a livello professionistico: John Isner con 208 cm, Ivo Karlovic con 211 cm e Reilly Opelka, anche lui con 211 cm. Sebbene si facciano notare per la loro altezza, non sono gli unici giganti del tennis. Sempre nel Memphis Open troviamo Dustin Brown con 196 cm, Sam Querrey con 198 cm e Kevin Anderson con 203 cm. (Brown si è ritirato per infortunio, Anderson ha perso al primo turno, Opelka, Querrey e Karlovic al secondo turno, Isner nei quarti di finale. Il torneo è stato vinto da Ryan Harrison, giocatore alto 185 cm, n.d.t.).

I giocatori e le giocatrici di oggi sono più alti dei quelli di 25 anni fa, e questo è indubbio. Nel circuito maschile il passaggio è avvenuto da diverso tempo, e ormai anche tra le giocatrici di vertice si è assistito a una simile dinamica. Ma nonostante gli allarmismi sulla presenza di giganti imbattibili tra gli uomini, i giocatori “semplicemente” alti hanno mantenuto uno stretto controllo sulle vittorie di partite e tornei.

Il motivo principale? L’elegante simmetria che definisce il tennis. I giocatori più alti hanno un vantaggio al servizio, ma questa è solo una faccia della medaglia. Alla risposta, essere altissimi è uno svantaggio, almeno per gli uomini. C’è però un gruppo di giocatori promettenti che ha mostrato di possedere qualità interessanti oltre al servizio. Se uno tra i più di questi ha intenzione di sfidare giocatori del calibro di Novak Djokovic e Andy Murray, dovrà farlo acquisendo analoghe abilità anche alla risposta.

Quantificare i centimetri aggiuntivi di altezza a beneficio di un giocatore è un’operazione complicata. Ad esempio, analizzando i primi 100 professionisti sembra che ci sia un predominio assoluto dei giocatori alti. La mediana dei primi 100 è più alta di circa 2 cm rispetto al 1990, e anche tra le prime 100 donne l’altezza media è aumentata di 3.8 cm [1]. Anche il numero dei giocatori altissimi tra i primi 100 è cresciuto:

                                   1990    Agosto 2016  
Primi 100 ATP    Altezza mediana   183 cm  185 cm  
                   Almeno 196 cm   3%      16%  
Prime 100 WTA    Altezza mediana   170 cm  173.8 cm  
                   Almeno 183 cm   8%      9%

L’altezza è chiaramente un vantaggio competitivo, visto che i giovani più alti riescono a risalire la classifica più velocemente dei giocatori più bassi di età comparabile. Per ogni anno tra il 2000 e il 2009, tra i primi 100 giocatori juniores i giocatori più alti (almeno 196 cm per gli uomini e almeno 183 cm per le donne) [3] normalmente hanno raggiunto una posizione di metà classifica. E fanno poi meglio quando diventano professionisti: dopo 4 anni, in media hanno raggiunto una classifica maggiore di 127 posizioni rispetto ai giocatori più bassi e di circa 113 posizioni rispetto alle giocatrici più basse.

IMMAGINE 1 – Classifica da professionisti negli anni (2000-2009) per i primi 100 giocatori juniores rispetto all’altezza

IMMAGINE 2 – Classifica da professioniste negli anni (2000-2009) per le prime 100 giocatrici juniores rispetto all’altezza

Questo a dire che sono i giocatori juniores molto alti a possedere le migliori opportunità per una solida carriera da professionisti. E’ un vantaggio che resta valido anche tra i primi 100 professionisti? I giocatori più alti sono anche quelli con la classifica più alta?

Nel circuito femminile accade esattamente questo. Dal 1985 al 2016, la mediana delle prime 10 giocatrici era maggiore di 3.04 cm rispetto alla mediana delle giocatrici tra la posizione 11 e la 100. Le giocatrici più alte vincono un numero di titoli sproporzionato, con quelle di almeno 183 cm che raccolgono il 15% dei tornei Slam, rappresentando solo il 6.6% delle prime 100 giocatrici nello stesso periodo di riferimento. Molte di quelle vittorie sono venute per mano di Lindsay Davenport, Venus Williams e Maria Sharapova. Vincendo il Roland Garros 2016, Garbine Muguruza è diventata l’ultima campionessa Slam più alta di 183 cm [4].

Nel circuito maschile il discorso è ben diverso però. Dal 1985 al 2016, l’altezza mediana dei primi 10 e dei giocatori tra la posizione 11 e la 100 era la stessa, 185 cm. Negli stessi 32 anni, solo 3 titoli Slam (il 2.4%) sono stati vinti da giocatori alti almeno 196 cm (uno a testa tra Richard Krajicek, Juan Martin Del Potro e Marin Cilic), rappresentando solo il 7.7% dei primi 100 nel periodo preso in considerazione. In sintesi, le giocatrici più alte stanno ottenendo risultati eccezionali, i giocatori più alti risultati sotto la media.

Perché i giocatori più alti hanno, complessivamente, collezionato così pochi successi? Una delle ragioni principali è la neutralizzazione del vantaggio al servizio con lo svantaggio alla risposta. Confrontando tutti i punti giocati dai primi 100 dal 2011, ho trovato che se da un lato i giocatori alti almeno 196 cm hanno un chiaro vantaggio al servizio e uno svantaggio alla risposta, dall’altro la loro altezza non sembra avere un impatto significativo sui punti complessivamente vinti:

Altezza        P.ti vinti Serv. P.ti vinti Risp. Tot P.ti vinti  
Almeno 196 cm  66.8%            35.7%            51.2%  
185 - 193 cm   64.5%            37.8%            51.1%  
183 cm o meno  62.3%            39.1%            51.1%

I giocatori più alti servono meglio per due motivi. Il primo è che la loro altezza gli permette di servire con un angolo più acuto, modificando le geometrie del campo. Un angolo più acuto permette un margine di errore più ampio per superare la rete facendo comunque rimbalzare la pallina dentro al rettangolo o sulla linea di servizio. Inoltre, un angolo più acuto comporta un rimbalzo più alto della pallina una volta toccato il terreno, fuori dalla naturale zona d’impatto del giocatore alla risposta [5].

Tralasciando l’eventuale rotazione imposta alla pallina, affinché un giocatore di 183 cm serva a 193 km/h con lo stesso angolo di un giocatore di 196 cm, dovrebbe posizionarsi all’interno del campo a più di 90 cm dalla linea di fondo.

Il secondo motivo è che la maggiore lunghezza del braccio del giocatore al servizio gli permette di battere la pallina più velocemente. Per gli appassionati di fisica, il momento meccanico (in questo caso l’intensità della forza impartita alla pallina) è direttamente proporzionale al raggio del braccio della forza (in questo caso il braccio del giocatore e la racchetta). All’aumentare del raggio (la lunghezza del braccio) aumenta anche il momento meccanico. Non esiste alcun modo per i giocatori più bassi di replicare questo vantaggio. Anderson (203 cm), al momento numero 74 del mondo e uno dei giocatori più alti di sempre a essere entrati tra i primi 10, mi ha detto: “Sostengo sempre che sarebbe più facile per me spostarmi in campo come Djokovic che per Djokovic servire come servo io”.

Si potrebbe pensare che l’altezza sia un vantaggio anche alla risposta, visto che un’apertura alare maggiore offre una maggiore estensione per raggiungere la pallina. A 18 anni, Opelka è gia alto 211 cm come Karlovic, il giocatore più alto del circuito professionistico. Opelka, che Brad Gilbert, commentatore per ESPN, ha affermato che sarà senz’altro il giocatore fisicamente più imponente di sempre, mi ha detto che la sua altezza gli consente di usufruire di una leva maggiore: “la mia estensione è molto più lunga di quella di un normale giocatore, quindi riesco ad aggiungere quasi 6 cm di copertura del campo, che nel tennis è una differenza importante”.

Tuttavia, sia Gilbert che Justin Gimelstob, commentatore per Tennis Channel, sono convinti che i giocatori alti facciano fatica alla risposta perché il loro centro di gravità più in alto ne ostacola lo spostamento. Gilbert sostiene che se un giocatore molto alto è in grado di imparare a spostarsi come i giocatori semplicemente alti che da tempo dominano il tennis, Djokovic e Murray (191 cm), Roger Federer e Rafael Nadal (185 cm), diventa difficile da contrastare: “se sei alto 198 cm e sei capace di muoverti come loro, con quell’altezza non hai problemi a dominare”. E’ interessante notare anche che Gilbert ha evidenziato come alcune tra le migliori giocatrici in risposta – Victoria Azarenka (183 cm) e Maria Sharapova (188 cm) – sono anche tra le più alte [6]. Carl Bialik di FiveThirtyEight ha chiesto a tre giocatrici americane – Julia Boserup (180 cm), Jennifer Brady (178 cm) e Sachia Vickery (163 cm), perché pensano che le giocatrici più alte non abbiano uno svantaggio alla risposta. Hanno citato due motivi principali: 1) il servizio femminile che, in media, è più lento e con meno rotazione di quello maschile e che quindi concede più tempo a disposizione per compensare qualsiasi difficoltà di spostamento; 2) le dimensioni del campo, che sono le stesse di quelle degli uomini, ma un’altezza che è sopra la media per le donne e nella media per gli uomini è un’altezza funzionale alla risposta, a prescindere se si è donne o uomini.

“Nel circuito femminile, non esistono giocatrici alte quasi 211 o 213 cm” ha commentato Brady. Per quanto la sua altezza sia superiore alla media delle giocatrici, Brady ha aggiunto: “non sono alta quanto Opelka”.

Un altra ragione che potrebbe spiegare la difficoltà alla risposta di giocatori dell’altezza di Opelka è la maggiore attenzione in allenamento a migliorare il servizio, elemento che enfatizza un’orientamento già molto marcato verso questo aspetto del loro tennis. Durante un’intervista che membri dello staff di PR e Marketing dell’ATP hanno condotto per mio conto al torneo di Bucarest 2016 in aprile, Karlovic, il giocatore più alto del circuito con 211 cm [7] ha detto che “l’altezza è un aiuto al servizio e quindi c’è la tendenza a concentrarsi ancora di più nei game al servizio” e che “i giocatori più bassi, non essendo altrettanto forti al servizio, si allenano di più alla risposta”.

Un’analisi della carriera di tutti i giocatori in attività alti almeno 196 cm che sono riusciti, anche solo una volta, a terminare l’anno tra i primi 100 dà evidenza di questo concetto. Nei primi 8 anni di permanenza nel circuito [8], la percentuale di punti vinti al servizio è cresciuta di 6 punti percentuali, mentre la percentuale di punti vinti alla risposta è cresciuta solamente di 1.5 punti percentuali. A confronto, Djokovic ha stabilmente incrementato la percentuale di punti vinti alla risposta passando dal 36.7% del 2005 al 43.9% del 2016.

Quando giocatori molto alti riescono a ottenere risultati di rilievo, di solito è per merito di una solida prestazione alla risposta: Del Potro e Cilic, entrambi alti 198 cm, hanno vinto rispettivamente gli US Open 2009 e 2014 migliorando decisamente quell’aspetto del gioco. Agli US Open 2009, Del Potro ha vinto il 44% dei punti alla risposta, rispetto al 40% fatto registrare durante l’intero anno, US Open compresi. Agli US Open 2014, Cilic ha vinto il 41% dei punti alla risposta, rispetto al 38% di quell’anno. E la loro prestazione alla risposta non è migliorata contro avversari di second’ordine, ma rispetto agli stessi avversari affrontati in carriera di circa la stessa variazione positiva, se rapportata all’intera stagione.

“C’è un diverso tipo di pressione quando dall’altra parte della rete c’è un giocatore dal grande servizio, che ti sta aggredendo sia al servizio che alla risposta” ha commentato Gimelstob, aggiungendo “è quello che ha fatto Cilic quando ha vinto gli US Open. Lo stesso accade giocando contro Del Potro, per il modo così preciso con cui colpisce la pallina ma ovviamente anche per il servizio”. Per fare un raffronto, se Del Potro e Cilic avessero risposto su quei livelli durante la stagione 2016, entrambi sarebbero stati tra i sette migliori giocatori alla risposta, insieme a Djokovic, Nadal, Murray, David Goffin (180 cm) e David Ferrer (175 cm). Nessuno dei due però è riuscito a replicare una finale Slam, Del Potro alle prese con diversi infortuni e Cilic con una forma discontinua.

Per i giocatori più alti, una buona prestazione alla risposta è la differenza che passa tra entrare nei primi 50 ed entrare nei primi 10. In media, i giocatori in attività alti almeno 196 cm che hanno terminato l’anno tra i primi 10 hanno vinto il 67.7% dei punti al servizio in quell’anno, mentre quelli con classifica tra l’11 e il 50 hanno vinto, in media, il 68.1% dei punti al servizio. Una differenza quindi di soli 0.4 punti percentuali. La differenza di prestazione sui punti alla risposta tra l’affacciarsi ai primi 50 ed entrare tra i primi 10 è molto più netta: i giocatori alti che entrano tra i primi 10 vincono punti alla risposta con un frequenza superiore di circa 4 punti percentuali dei giocatori tra l’11 e il 50.

IMMAGINE 3 – % di punti vinti al servizio (PVS) e alla risposta (PVR) per i giocatori in attività alti almeno 196 cm che sono entrati in posizioni di classifica di vertice

Un giocatore di almeno 196 cm e dal servizio affidabile che riesce a vincere con continuità più del 38% dei punti alla risposta ha possibilità molto concrete di entrare nei primi 10. Tomas Berdych e Del Potro ci sono riusciti, e anche Milos Raonic si sta avvicinando a quella soglia, ragione per la quale ha raggiunto la sua prima finale Slam a Wimbledon 2016. Oggi sono diversi i giocatori che sembrano poter vincere almeno il 38% dei punti alla risposta. Sia Alexander Zverev (18esimo in classifica) che Karen Khachanov (48esimo) sono alti 198 cm ed entrambi hanno vinto circa il 38% dei punti alla risposta nel 2016, ed entrambi devono ancora compiere 20 anni. Khachanov ha colpito sia Gilbert che Karlovic, Gilbert ha detto che “si muove in maniera incredibile per essere alto 198 cm”.

Anche altri giganti si sono distinti recentemente. Jiri Vesely, che ha 23 anni ed è alto 198 cm, ha battuto Djokovic a Monte Carlo lo scorso anno e vinto circa il 36% dei punti alla risposta nel 2016. Opelka ha raggiunto la sua prima semifinale nel circuito professionistico ad Atlanta. La maggior parte delle prime 10 teste di serie a Wimbledon 2016 ha perso da giocatori di almeno 196 cm. Del Potro ha vinto l’argento a Rio battendo, tra gli altri, Djokovic e Nadal.

Arrivare però al primo o secondo posto della classifica mondiale, anche partendo da una classifica nei primi 10, è tutta un’altra questione. Un giocatore più alto è in grado di sviluppare le capacità necessarie a spostamenti fluidi come i giocatori di vertice più bassi e vincere più di uno Slam? Nel basket è successo, ad esempio. “Nel tennis non c’è ancora stato un giocatore alto 198 o 201 o 203 cm in grado di muoversi come un giocatore NBA” ha detto Gilbert, “se ne arriva uno, allora siamo di fronte a un possibile vincitore di diversi Slam”. Anderson è d’accordo nel dire che l’altezza non è da ostacolo agli spostamenti come si ritene che sia: “Lebron James è alto 203 cm. Se è in grado di muoversi bene come una persona alta 178 cm, la sua corporatura diventa un vantaggio, perché a quel punto non ci sono più limiti”.

Opelka, che si è qualificato per il suo primo tabellone Slam agli Australian Open 2017 costringendo Goffin (11esimo in classifica) al quinto set, sta concentrando le sue energie al lavoro in allenamento sul gioco in risposta: “ho dedicato moltissimo tempo alla mia risposta. Le ripetute che eseguo in palestra si concentrano sul movimento esplosivo”. Opelka aggiunge che i giocatori di basket “si muovono meglio dei giocatori di tennis e sono più esplosivi grazie alla loro incredibile massa muscolare, che però non andrebbe bene per il tennis. Non so come riuscirebbero a giocare per quattro o cinque ore di fila con tutta quella massa muscolare”. Se si mette James sull’Ashe Stadium agli US Open nella calura estrema del pomeriggio “è difficile dire come se la caverebbe”.

Zverev, che ha 19 anni ed è alto 198 cm, è d’accordo nel dire che i giocatori alti devono affrontare sfide diverse rispetto a quelle degli altri giocatori: “gli spostamenti sono molto più complessi e penso che anche rafforzare la muscolatura sia più complicato”. Le persone con cui ho parlato però sono convinte che sia Opelka che Zverev potrebbero raggiungere il vertice in pochi anni. “Zverev potrebbe arrivare al numero 1 del mondo” dice Gilbert, “serve bene, risponde bene e si muove bene in campo”. Di Opelka, Gilbert dice: “al momento ha un servizio poderoso. Se riesce a migliorare negli spostamenti o sul gioco alla risposta, potrebbe arrivare davvero in alto”.

Se i giocatori più alti siano in grado di acquisire la capacità di giocare alla risposta con la stessa continuità di Djokovic o Murray rimane un interrogativo aperto. Possedere un servizio potente però è un passo importante per iniziare a sfidarli sul loro terreno. Come dice Opelka “ogni centimetro è importante”.

Note:

[1] Secondo i dati sull’altezza recuperati dai siti dell’ATP e della WTA e dalle pagine Wikipedia dei giocatori. In assenza dell’altezza di alcune giocatrici, ho considerato solo quelle per cui sono riuscito a trovare l’altezza. L’altezza è quasi sempre indicata in centimetri, qualche volta anche in pollici. Per essere sicuro di includere solo i giocatori veramente alti, il rapporto di conversione utilizzato è 196 cm = 6 piedi e 5 pollici per gli uomini e 183 cm = 6 piedi per le donne. Alcuni giocatori più bassi di un centimetro potrebbero rientrare nel campione degli altissimi, ma si tratta comunque di un’approssimazione, considerando che l’altezza è una variabile continua ma viene indicata con arrotondamento per eccesso o per difetto al centimetro/pollice più vicino. E, in ogni caso, spesso i giocatori stessi comunicano le proprie misure in modo inesatto.

[2] Per alcuni anni i dati a disposizione sui migliori giocatori juniores, che ho ricevuto via email dalla Federazione Internazionale (per il 2002 e il 2003) e ho trovato sul sito (per il periodo 2004-2009) comprendevano solo le posizioni fino alla 90 invece che alla 100.

[3] Ho calcolato questi limiti di inclusione considerando l’altezza dei giocatori più alti di tutti i loro colleghi tranne il 14% degli attuali primi 100, che equivale a prendere in esame i giocatori sopra all’85esimo percentile in altezza, un’approssimazione di massima per il 14% dei giocatori più alti del circuito.

[4] Per la WTA l’altezza ufficiale di Muguruza è 182 cm, cioè appena sotto il limite di inclusione nel campione considerato, per quanto sul sito della WTA la sua altezza sia 183 cm.

[5] Nell’esempio si fa riferimento a un servizio centrale a 193 km/h che superi la rete nel punto più basso – senza angolo sinistra-destra, considerando l’effetto della forza di gravità ma tralasciando la rotazione impressa alla pallina – e che colpisca la linea del servizio.

[6] La WTA non rende facilmente disponibili le statistiche al servizio e alla risposta per poter effettuare un confronto tra le giocatrici altissime e le loro avversarie, come è stato fatto per gli uomini.

[7] Sebbene le statistiche ufficiali sull’altezza non siano sempre esatte.

[8] Ho utilizzato un riferimento temporale di otto anni nel tentativo di bilanciare l’esigenza di ricomprendere il maggior numero di giocatori senza accorciarne eccessivamente la fase di crescita e miglioramento del loro tennis.

Are Taller Players the Future of Tennis?

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 7 (sul doppio fallo)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 19 aprile 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 6.

Con l’uscita di Novak Djokovic al secondo turno e quella di Roger Federer nei quarti di finale, il Monte Carlo Masters 2016 ha riservato una finale a sorpresa tra Rafael Nadal e Gael Monfils, che hanno comunque disputato una partita emozionante. I primi due set sono stati estremamente combattuti, con un punteggio alternato di 7-5 a seguito di diversi lunghi scambi in più di due ore di gioco, prima della vittoria di Nadal nel terzo set.

Il punteggio era così ravvicinato nei primi due set che ogni scambio ha avuto più importanza del solito. La minima distrazione rischiava di essere decisiva e lo stesso livello espresso dai giocatori rendeva estreme le conseguenze dei doppi falli nei momenti chiave. Alla fine del secondo set, Monfils aveva perso 5 punti al servizio per altrettanti doppi falli commessi e Nadal 4. Alcuni di quei doppi falli avevano concesso il break all’avversario, e quello più pesante di Monfils aveva permesso a Nadal di vincere il primo set. Nonostante questo, Monfils aveva comunque mantenuto la concentrazione per recuperare e vincere il secondo.

Non sempre i doppi falli rivestono la stessa importanza come nella finale del Monte Carlo Masters, ma continuano a fornire una chiave di lettura molto interessante del lato psicologico di un giocatore. Ad esempio, di fronte a una seconda di servizio, un giocatore decide di rischiare cercando la linea o di essere più conservativo? O spedisce la pallina in rete perché non riesce a reggere la tensione?

Anche se non è possibile conoscere le intenzioni di un giocatore al servizio prima della battuta e nemmeno se, in uno specifico doppio fallo, la decisione era quella di rischiare con una seconda più aggressiva o se semplicemente è arrivato un errore per la tensione, sappiamo di certo che un giocatore non ha alcuna intenzione di concedere un punto gratuito all’avversario. Questo rende la frequenza con cui viene commesso un doppio fallo la misura minima dell’errore decisionale di un giocatore.

Mito 7: “La probabilità di un doppio fallo è la stessa tra singolare maschile e singolare femminile”

Nel Mito 7 del classico della letteratura statistica sul tennis Analyzing Wimbledon di Klaassen e Magnus, gli autori si sono chiesti se la frequenza dei doppi falli sia la stessa tra uomini e donne. Come visto nell’analisi del Mito 6 sulla percentuale dei servizi validi, Klaassen e Magnus sono arrivati alla conclusione, per loro degna di nota, che uomini e donne – almeno rispetto alle prestazioni al servizio a Wimbledon – hanno avuto una frequenza di doppi falli di circa il 5.5%.

Hanno anche osservato che la frequenza di doppi falli tra gli uomini è diminuita tra il 1990 e il 2010, mentre la frequenza tra le donne sembra essere rimasta stabile. Questo rende più complicato trarre una conclusione definitiva sulla vicinanza della frequenza di doppi falli tra uomini e donne, perché suggerisce che la risposta vari in funzione dell’orientamento dell’analisi.

Come illustrato nell’immagine 1, potendo usufruire di un campione di dati che include tutte le partite del circuito maschile e femminile tra il 2006 e il 2014, ho analizzato nuovamente la tematica e trovato una differenza molto più marcata nella frequenza di doppi falli tra uomini e donne. Sul cemento e sulla terra, la probabilità che un punto al servizio diventi un doppio fallo è stata di circa il 5% per le donne ma solamente vicina al 3% per gli uomini. Una recente analisi del Game Insight Group di Tennis Australia, la federazione australiana di tennis, ha evidenziato una simile dinamica durante le edizioni degli Australian Open tra il 2012 e il 2014, nelle quali le giocatrici hanno avuto una frequenza di doppi falli sui punti al servizio quasi doppia rispetto a quella degli uomini.
La tendenza appare relativamente stabile, tranne per le partite sull’erba, dove i doppi falli sono in diminuzione per il circuito femminile, avvicinandosi alla frequenza registrata dagli uomini.

IMMAGINE 1 – Frequenza dei doppi falli

Nonostante l’analisi evidenzi la presenza di cambiamenti sostanziali avvenuti dal periodo di riferimento per lo studio di Klaassen e Magnus, rimangono ancora questioni aperte. Si potrebbe essere tentati, ad esempio, di concludere che i giocatori di vertice hanno una migliore precisione al servizio. E’ un’ipotesi valida, ma sarebbe una conclusione prematura senza aver prima analizzato non solo la frequenza dei doppi falli per ciascun circuito, ma anche quando viene commesso un doppio fallo.

Sappiamo infatti che non tutti i punti in una partita hanno la stessa importanza. In alcune circostanze il giocatore al servizio potrebbe derivare un vantaggio strategico da una situazione di punteggio favorevole e rischiare una seconda di servizio più aggressiva. Anche se un giocatore commette doppio fallo, comunque potrebbe sempre adottare una strategia vincente mettendo pressione all’avversario con il servizio. Precedenti analisi hanno mostrato che probabilmente i giocatori al servizio sono eccessivamente cauti sulla seconda. Può essere, quindi, che una frequenza leggermente più alta di doppi falli non sia del tutto negativa se il doppio fallo riguarda punti privi di una vera conseguenza. E forse il quesito a cui dovremmo dare risposta non è semplicemente se i doppi falli sono più frequenti tra le donne, ma se è più frequente un doppio fallo alla Monfils, con il quale il set si conclude a favore dell’avversario.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 7

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 6 (sulla validità del servizio)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 9 aprile 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 5.

Le dichiarazioni marcatamente sessiste rilasciate da Raymond Moore durante l’Indian Wells Masters 2016 – che lo hanno poi costretto a dare le dimissioni da direttore del torneo – hanno portato alla ribalta il problema della disparità tra sessi nel tennis con maggiore intensità rispetto alla diplomazia caratteristica di simili momenti istituzionali. Giocatori del passato e del presente hanno prontamente espresso la loro opinione sulla faccenda, seguiti dal solito rimpallo di accuse tra ATP e WTA.

In questo contesto, non sono riuscita a trattenere un moto di imbarazzo di fronte al Mito 6 del classico della letteratura statistica sul tennis Analyzing Wimbledon di Klaassen e Magnus, quello per cui la probabilità che un servizio sia valido è la stessa tra singolare maschile e singolare femminile. Al giorno d’oggi, quando moltissimi dei paragoni tra uomini e donne nel tennis sono un implicito tentativo di ricerca della superiorità di una versione sull’altra e viceversa, qualsiasi specifico raffronto basato sulla diversità di sesso rischia di annoiare oltremodo.

Un confronto però supportato da statistiche concrete permette di comprendere con più precisione quali siano gli elementi in comune tra tennis maschile e femminile e quali siano invece le differenze. Il Mito 6 di Klaassen e Magnus si inserisce nella logica di genuino interesse scientifico per la questione, ed è il motivo per cui ritengo valida una rivisitazione dei risultati da loro ottenuti.

Mito 6: “La probabilità che un servizio sia valido è la stessa tra singolare maschile e singolare femminile”

Con i dati delle partite di singolare tra il 1992 e il 1995 a Wimbledon, Klaassen e Magnus hanno trovato che le donne tendono a mettere più prime di servizio in campo (il 60.8% contro il 59.4% degli uomini) e hanno sostanzialmente la stessa efficacia degli uomini sulle seconde di servizio (l’86.0% contro l’86.4% degli uomini). Considerando che una seconda di servizio non valida comporta automaticamente il doppio fallo, quest’ultima statistica indica anche quanto differisca la probabilità di doppio fallo sulla seconda di servizio tra i due circuiti. Grazie a uno studio accurato sulle prestazioni al servizio a Wimbledon, Klaassen e Magnus concludono che, rispetto a una seconda di servizio, la probabilità di fare doppio fallo è statisticamente identica tra tennis professionistico maschile e femminile, nelle partite singolari.

Il Mito 6 analizza anche la probabilità di fare doppio fallo su un punto al servizio, un aspetto leggermente diverso dalla probabilità di doppio fallo sulla seconda di servizio. Infatti, la probabilità di doppio fallo su un punto al servizio genericamente inteso deve tenere in considerazione quanto spesso un giocatore si trovi a servire la seconda: un’alta percentuale di prime di servizio e/o una bassa percentuale di doppio fallo sulle seconde di servizio potrebbero diminuire la probabilità di fare doppio fallo su un punto al servizio quando il giocatore si appresta a servire.

Klaassen e Magnus non riscontrano differenze sostanziali nella probabilità di doppio fallo su un punto al servizio e descrivono questo risultato come ‘un fatto notevole, che richiede ulteriore indagine’. In assenza di una spiegazione esplicita da parte dei due autori sul perché questo fatto sia degno di attenzione, si può ipotizzare che si aspettassero di osservare una differenza più marcata tra i due circuiti sulla frequenza di doppi falli.

Una rivisitazione del Mito 6

Di fronte ai profondi cambiamenti nell’attrezzatura, nella tenuta fisica dei giocatori e negli stili di gioco rispetto agli anni ’90, ero curiosa di vedere se la frequenza sull’erba di una prima e seconda di servizio valide all’inizio degli anni ’90 potesse avere riscontro anche nel tennis attuale e anche su altre superfici. Utilizzando le statistiche di Tennis Abstract, ho messo insieme le percentuali sulla prima e seconda di servizio di tutte le partite dei primi 100 giocatori del mondo tra il 2006 e il 2014 (il periodo con maggiore completezza di dati sia per l’ATP che per la WTA).

L’immagine 1 mostra la percentuale nella prima di servizio per tipologia di superficie e circuito. La frequenza di una prima di servizio valida è rimasta relativamente stabile sulla terra e sul cemento per entrambi i circuiti, ma le medie si discostano per superficie, con entrambi i circuiti che registrano la percentuale più alta sull’erba e quella più bassa sul cemento. Le differenze non sono importanti (in realtà un punto percentuale al massimo) ma comunque presenti. Negli anni più recenti, le donne hanno avuto un punto percentuale in più sulle prime palle, in percentuale, rispetto agli uomini sulla terra e sul cemento. Le differenze sull’erba sono meno evidenti, specialmente dal 2010 in avanti.

IMMAGINE 1 – Prima di servizio valida

Sull’erba, complessivamente, il circuito femminile ha avuto una percentuale di prime di servizio valide del 63.8%, contro il 63.2% degli uomini. Rispetto ai risultati di Klaassen e Magnus dei primi anni ’90, i due circuiti presentano un’efficienza (intesa come capacità di controllo) con la prima di servizio sempre più ravvicinata.

Relativamente alla percentuale sulla seconda di servizio, la situazione è molto diversa. Il livello di esecuzione è in generale molto elevato, come ci si può attendere da un colpo solitamente conservativo. Se per la prima le percentuali erano intorno al 61-63%, la seconda di servizio si attesta intorno all’86-87% per la WTA e il 91-92% per l’ATP. La terra è la superficie in cui entrambi i circuiti raggiungono la maggiore efficacia, quindi il minor numero di doppi falli. Complessivamente, gli uomini hanno avuto una percentuale sulla seconda di servizio superiore di circa 5 punti percentuali. Il vantaggio è rimasto stabile sulla terra e sul cemento, ma sembra in riduzione sull’erba.

IMMAGINE 2 – Seconda di servizio valida

Rispetto ai primi anni ’90, l’efficienza al servizio, specialmente sulla seconda, presenta dinamiche di altro livello. E’ aumentata la capacità di controllo, ma sono cresciute anche le differenze tra circuiti. E’ difficile evidenziare una singola causa di queste differenze, visto che sono molteplici i fattori che determinano la semplice statistica ‘valida’ o ‘non valida’, tra cui la tecnologia delle racchette, le tipologie di servizio (con effetto, kick, etc.), la propensione a rischiare, etc. Queste analisi confermano però che, nei dibatti tra generi nel tennis, è più sicuro commentare con “è complicato”.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 6