Quanto conta l’altezza nel tennis maschile?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 4 settembre 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

L’altezza conta, ovviamente. In media, i giocatori più alti sono in grado di servire con più velocità e con maggiore efficacia dei giocatori più bassi. E, solitamente, i giocatori più bassi riescono a ottenere risultati sul circuito ATP grazie a un gioco in risposta migliore e a una maggiore abilità negli spostamenti rispetto ai colleghi più alti. La saggezza popolare tennistica considera l’altezza un vantaggio, ma fino a un certo punto. Qualche centimetro sopra a 1,83 metri (6 piedi o 6’0”) – tra 185 cm (6’1”) e 191 cm (6’3”) – va bene, molto oltre quell’intervallo diventa troppo. Nella storia della classifica ufficiale, nessun giocatore più alto di 193 cm (6’4”, Marat Safin) è diventato numero 1.

La sorprendente presenza di Diego Schwartzman, alto 170 cm (5’7”), nei quarti di finale degli US Open 2017 ha portato il tema alla ribalta, anche se esperti e tifosi ne parlano in continuazione. È l’argomento ideale per una semplice analisi statistica eppure, come succede spesso nel tennis, sono proprio questo tipo di ricerche a non figurare nelle conversazioni. Cerchiamo di porvi rimedio.

Quando dico semplice, è quello che davvero intendo. Tutti sanno che i giocatori più alti servono un numero maggiore di ace dei più bassi. Ma quanti di più? Che forza possiede il legame tra l’altezza e, ad esempio, i punti vinti sulla prima di servizio? In questo articolo mostrerò la relazione tra l’altezza e nove diverse statistiche, dal record complessivo di partite vinte a numeri specifici per il servizio e la risposta.

Per definire il campione da esaminare, ho considerato – nel periodo tra il 1998 e il 2017 – le stagioni di quei giocatori con 25 anni di età e almeno 30 partite giocate nel circuito maggiore (ho preso solo una stagione per giocatore in modo da evitare che i giocatori migliori dalle carriere più lunghe avessero una rappresentazione eccessiva). Si ottengono così 156 stagioni-giocatore, da Hicham Arazi e Greg Rusedski nel 1998 a Schwartzman e Jack Sock nel 2017. Non ci sono molti giocatori agli estremi, quindi ho messo insieme tutti i giocatori non più alti di 173 cm (5’8”) e poi, in un altro gruppo, tutti i giocatori alti almeno 196 cm (6’5”). Ho fatto la stessa cosa anche per i giocatori alti 178 cm (5’10”) con quelli alti 175 cm (5’9”), visto che solo quattro giocatori alti 178 cm figuravano nel campione.

In questo modo si hanno nove “gruppi di altezza”: uno per ogni 2.5 cm circa (1 piede) tra 170 cm e 196 cm, tranne appunto l’altezza di 178 cm (il sito ufficiale dell’ATP indica l’altezza di un giocatore in metri, ma il database deve possederla anche in piedi, perché a ogni altezza in centimetri corrisponde un numero intero espresso in piedi: nessun giocatore ad esempio è indicato con un’altezza di 174 cm o 5’8.5”). L’altezza di alcuni giocatori è certamente superiore a quella effettiva, come spesso accade tra atleti e in determinate organizzazioni (come le franchigie della NBA ad esempio, n.d.t.), ma dobbiamo arrangiarci con le informazioni disponibili, nell’ipotesi che siano divergenze tra loro abbastanza coerenti.

Iniziamo con le partite vinte, il più basilare indicatore di successo nel tennis. In questo caso è ragionevole evidenziare l’esistenza di una relazione forte, anche se il gruppo di giocatori alti 185 cm è efficace quasi quanto l’insieme dei più alti. In ognuno dei grafici che seguono, l’altezza è riportata sull’asse delle ascisse in centimetri, da 173 cm (il gruppo con al massimo quell’altezza) a 196 cm (il gruppo con quell’altezza minima).

Esiste una relazione simile, anche se leggermente più debole, a livello di singolo punto. Considerando che una variazione ridotta nel numero di punti si traduce in una grande differenza nel numero di partite vinte (nel caso più estremo, vincere il 55% dei punti porta a quasi il 100% la probabilità di vincere la partita), non siamo di fronte a una sorpresa. A livello di intera partita, la correlazione è r^2= 0.38, mentre a livello di singolo punto, come rappresentato dal grafico, r^2 = 0.27.

(Il motivo per cui tutte le medie sono sopra al 50% risiede nel fatto che il campione è limitato a quelle stagioni-giocatore con almeno 30 partite, un buon numero delle quali è contro avversari che non giocano regolarmente sul circuito maggiore, e i giocatori che invece lo fanno – vale a dire quelli inseriti nel campione – ne vincono una parte considerevole.)

Statistiche relative al servizio

Le nostre supposizioni vengono confermate. I giocatori più alti sono più efficaci al servizio, con un divario enorme, che va dal 60% dei punti vinti al servizio per i giocatori più bassi fino a circa il 70% per il più alti.

Per quanto questa relazione sia forte (r^2 = 0.81), la relazione tra altezza e frequenza di ace è ancora più forte, pari a r^2 = 0.83.

Gli ace però non rappresentano l’immagine completa, perché la statistica con la correlazione più forte rispetto all’altezza è il numero di punti vinti con la prima di servizio (r^2 = 0.92), come mostrato dal grafico.

È a questo punto che le cose iniziano a farsi interessanti. Quasi ogni piede, o 2.5 cm circa, aggiuntivo di altezza rende un giocatore più efficace sulla prima di servizio, ma gli avversari riescono a gestire con molta più facilità la seconda di servizio dei giocatori alti. Rimane una modesta correlazione con l’altezza (r^2 = 0.18), ma è la più debole tra tutte le statistiche introdotte in quest’analisi.

Essere alti è un vantaggio, come è facile rendersene conto quando John Isner serve quasi con noncuranza un ace sulla seconda lontano dalla possibile risposta dello sfortunato avversario. A eccezione del gruppo dei più alti, non ci sono vantaggi significativi sulla seconda di servizio. Giocatori alti 193 cm vincono lo stesso numero di punti sulla seconda di servizio di giocatori alti 175 cm. Questo non significa che la seconda di servizio dei giocatori più bassi sia necessariamente della stessa qualità di quelli più alti – anzi, probabilmente non lo è – ma solo che i giocatori più bassi possiedono generalmente altre capacità su cui fare affidamento nei punti giocati sulla seconda di servizio, che normalmente hanno una durata più lunga. Per la finalità di questa ricerca, non è così importante sapere come i giocatori più bassi riescano a cancellare il vantaggio dettato dall’altezza dei loro avversari nella risposta alla seconda di servizio, ma solo che siano chiaramente in grado di farlo.

Statistiche relative alla risposta

Non ci sarebbe di cui parlare su questo argomento – e allo stesso modo David Ferrer non riceverebbe molto probabilmente un posto nella Hall of Fame – se la relazione inversa tra altezza e efficacia alla risposta non fosse quasi altrettanto forte di quella positiva tra altezza e bravura al servizio. La parola chiave in questo caso è “quasi”. La relazione tra altezza e totale dei punti vinti alla risposta è forte (r^2 = 0.74) quasi quanto quella tra altezza e totale dei punti vinti al servizio, ma non così tanto.

Schwartzman sta cercando di fare più di quanto gli spetti per mantenere il lato sinistro della curva sui valori mostrati dal grafico: è allo stesso tempo il più basso tra i primi 50 del mondo e il migliore alla risposta. Sui punti giocati sulla prima di servizio però, c’è uno sforzo massimo che anche il giocatore alla risposta può produrre: i più bassi conservano si un vantaggio, ma è meno consistente. La relazione è leggermente più debole, pari a r^2 = 0.63.

Ne consegue quindi che la relazione tra altezza e punti vinti alla risposta sulla seconda di servizio deve essere più forte, pari a r^2 = 0.77.

Il grafici relativi ai punti complessivamente vinti alla risposta e ai punti vinti alla risposta sulla prima di servizio evidenziano con estrema chiarezza il divario negativo che i giocatori più alti subiscono dal resto del gruppo. I grafici in realtà esaltano la differenza più del dovuto, perché ho inserito nello stesso gruppo i giocatori alti a partire da 196 cm (fino a 210 cm o 6’11”), e gli Isner del tennis (208 cm o 6’10”) sono significativamente meno efficaci di giocatori come Marin Cilic (198 cm o 6’6”). Tuttavia, troviamo molte conferme della saggezza popolare tennistica per cui un altezza tra i 188 cm (6’2”) e i 190 cm permette ai giocatori di rimanere efficaci in entrambi gli aspetti del gioco, di fronte allo svantaggio legato a un aumento dell’altezza, anche lieve.

Una nota in merito alla parzialità nella selezione del campione

È facile lasciarsi andare ad affermazioni del tipo: “I giocatori più bassi sono migliori nel gioco alla risposta”. Quello che si vuole in realtà dire è: “Dei giocatori stabilmente attivi nel circuito maggiore, quelli più bassi sono più bravi alla risposta.” E devono esserlo, perché è quasi impossibile per loro servire con la stessa efficacia dei giocatori di vertice. Se sono riusciti a entrare tra i primi 50, devono aver sviluppato un gioco alla risposta di altissimo livello. Più è basso un giocatore, più è probabile che questo sia vero.

Lo stesso ragionamento diventa però sostanzialmente più debole se scendiamo di un paio di pioli nella scala delle capacità tennistiche. Nel tennis giocato a livello universitario (americano), è comunque ancora un vantaggio essere alti – come Isner può testimoniare – ma un giocatore dell’altezza di Benjamin Becker, 178 cm, può servire con la stessa precisione di quasi tutti gli avversari che incontrerà nei tornei di quella fascia.

Un’altra nota in merito alla parzialità nella selezione del campione

La scelta di utilizzare la stagione relativa al venticinquesimo anno di ogni giocatore potrebbe sottostimare il talento sia dei giocatori bassi che di quelli alti. È possibile infatti che determinati stili di gioco portino a raggiungere il picco del proprio tennis prima o dopo quella data, a voler dire che i giocatori più alti potrebbero essere migliori a 25 anni mentre i giocatori più bassi potrebbero essere superiori a 28 anni. Esistono evidenze a supporto di entrambe le tesi, quindi ritengo che non sia una problematica così rilevante, ma è certamente degna di ulteriore approfondimento.

Per un’ulteriore lettura, recentemente Wiley Schubert Reed su TennisAbstract si è domandato se il tennis del futuro sarà dominato dai giocatori più alti.

How Much Does Height Matter in Men’s Tennis?

Kevin Anderson sta diventando un giocatore d’élite? – Gemme degli US Open

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 9 settembre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il quarto articolo della serie Gemme degli US Open.

Con la vittoria da sfavorito su Andy Murray al quarto turno degli US Open 2015, Kevin Anderson ha raggiunto il primo quarto di finale in un torneo Slam. All’età di 29 anni, otterrà un nuovo primato di classifica personale e, con un po’ di collaborazione dai giocatori rimasti in tabellone, potrebbe con un’altra vittoria entrare per la prima volta nei primi 10 del mondo (Anderson ha poi perso da Stanislas Wawrinka con il punteggio di 6-4 6-4 6-0, n.d.t).

Da diversi anni Anderson è una presenza fissa nei primi 20, ma questo ulteriore passaggio arriva un po’ a sorpresa. Nonostante l’aumento dell’età media complessiva del circuito e l’affermazione di Wawrinka come vincitore di più Slam, resta ancora difficile immaginare che un giocatore verso i trent’anni possa fare un salto in avanti in carriera di questa proporzione.

Per di più con un gioco che dipende dal servizio come quello di Anderson. Con un rovescio eccellente, non è un giocatore mono-dimensionale come John Isner, Ivo Karlovic e forse anche Milos Raonic. Nonostante questo è più facile associarlo a quel tipo di giocatori che a giocatori più orientati al gioco da fondo.

Nel tennis moderno, in assenza di un solido gioco alla risposta è molto difficile raggiungere posizioni di vertice. I tiebreak sono troppo simili a una lotteria per potervi fare affidamento nel lungo termine. Come ho scritto qualche mese fa a proposito di Nick Kyrgios, quasi nessun giocatore ha concluso la stagione tra i primi 10 vincendo meno del 37% dei punti alla risposta. Anderson ci è riuscito solo una volta, nel 2010. All’inizio degli US Open 2015, la sua percentuale era solamente del 34.2%.

Fino a questo momento della stagione 2015, l’unico giocatore tra i primi 10 con una frequenza inferiore di punti vinti alla risposta è Raonic, al 30.2%. Raonic è storicamente un’anomalia e, con il diminuire della percentuale di vittoria dei tiebreak da un quasi record del 75% lo scorso anno a un più tipico 51% quest’anno, il suo posto tra i primi 10 è in pericolo. In altre parole, il solo giocatore dal servizio robotico tra i primi 10 deve fare pesante affidamento sulla fortuna – o su un talento fuori dal comune, forse unico nei momenti chiave – per rimanere tra l’élite dello sport.

Anderson è un giocatore più completo di Raonic e riesce a vincere più punti alla risposta. È però ancora molto indietro al successivo peggior giocatore alla risposta tra i primi 10, cioè Wawrinka con il 36.7%. I 2.5 punti percentuali tra Anderson e Wawrinka rappresentano un divario importante, quasi un quinto dell’intero intervallo tra i migliori e i peggiori giocatori alla risposta del circuito.

Meno è efficace il gioco alla risposta, maggiore l’affidamento di un giocatore sul tiebreak per la vittoria del set, e questa è una delle spiegazioni del successo di Anderson nel 2015. Il 62% nei tiebreak (26 vinti e 16 persi) è, finora, la migliore percentuale della sua carriera, considerevolmente più alta della sua media del 54%. Di nuovo, sembra una differenza marginale, ma sottraendo tre o quattro tiebreak da quelli vinti non è più in finale al Queen’s Club o in procinto di giocare un quarto di finale a New York.

Sono davvero pochi i giocatori che sono stati capaci di rimanere tra i primi 10 per un tempo degno di nota affidandosi così massicciamente ai tiebreak vinti. Un’altra statistica utile per valutare questo aspetto è data dalla percentuale di set vinti al tiebreak sui set vinti in totale. All’inizio degli US Open 2015, appena sopra il 25% dei set vinti da Anderson è arrivato da vittorie al tiebreak. Dal 1991, solo quattro volte un giocatore ha tenuto una frequenza così alta e terminato poi la stagione tra i primi 10: Raonic nel 2014, Andy Roddick nel 2007 e 2009, Greg Rusedksi nel 1998.

Anzi, tra il 1991 e il 2004, solo 17 volte un giocatore è arrivato tra i primi 10 a fine stagione con un valore di questa percentuale superiore al 20%. Roddick è responsabile per cinque delle 17 volte e, quasi tutti a eccezione di Roddick all’apice, erano giocatori che si sono classificati fuori dai primi 5. Nell’ultima decade, si è verificato solo due volte, le stagioni di Wawrinka e Raonic nel 2014.

L’elemento positivo nel profilo statistico stagionale di Anderson è il miglioramento significativo della prima di servizio. Nel 2015 la frequenza di ace è sopra il 18%, rispetto al 2014 (e a una media in carriera) del 14%. La percentuale di punti vinti con la prima è salita al 78.8% dal 75.4% della scorsa stagione e da una media in carriera del 75.8%.

Si tratta di un grande passo avanti per Anderson e motivo per il quale è uno tra soli cinque giocatori sul circuito (insieme a Isner, Karlovic, Roger Federer e Novak Djokovic) a vincere più del 69% dei punti al servizio nel 2015. Per molti aspetti, le statistiche di Anderson sono simili a quelle di Feliciano Lopez – un altro giocatore che a lungo si è avvicinato a varcare la soglia dei primi 10 – il quale però non ha mai raggiunto il 68% dei punti vinti al servizio per un’intera stagione.

Fosse Anderson in grado di sostenere questo nuovo livello di efficienza al servizio, continuerà – come minimo – a beneficiare di un successo addizionale nei tiebreak. Una percentuale di tiebreak vinti maggiore del 54% mostrato in carriera da Anderson (sebbene probabilmente inferiore al 62% del 2015) lo manterrà tra i primi 15. Anche per i migliori al servizio però, i tiebreak sono spesso poco più di un lancio della monetina, e i giocatori non entrano tra i primi del mondo facendo affidamento al lancio della monetina.

Come testimoniato dal suo quarto di finale agli US Open 2015, Anderson si sta muovendo nella giusta direzione. È facile vederlo in un percorso che possa fargli terminare la stagione tra i primi 10. Per fare però il passo successivo sulla falsariga di un giocatore come Wawrinka, avrà bisogno di iniziare a servire come Andy Roddick all’apice o – forse ancora più difficile – migliorare decisamente il gioco alla risposta (Anderson finirà il 2015 al 12esimo posto, entrando per la prima volta a ottobre nei primi 10, al decimo posto. Il 2016 è stato un anno più complicato, terminato al 67esimo posto. Ha però nuovamente raggiunto i quarti di finale agli US Open 2017, con la possibilità di andare avanti nel torneo e migliorare il 32esimo posto della sua classifica attuale, n.d.t.).

Is Kevin Anderson Developing Into an Elite Player?

L’incidenza della velocità del servizio – Gemme degli US Open

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 12 ottobre 2011 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il terzo articolo della serie Gemme degli US Open.

A parità di condizioni, è preferibile servire più forte. Importa davvero quanto più forte?

È una domanda più complessa di quanto sembri, e non posso ancora dire di avere una risposta. Nel frattempo però condivido i risultati di qualche analisi numerica.

Nelle partite degli US Open 2011 tracciate da Pointstream, ci sono stati più di 9000 punti sulla prima di servizio. Il giocatore al servizio ha vinto quasi esattamente il 70% di quei punti. Circa l’11% sono stati ace e un altro 24% servizi vincenti.

Per verificare l’incidenza della velocità del servizio, ho analizzato quattro esiti: gli ace, i servizi vincenti, gli scambi brevi (al massimo tre colpi) e i punti vinti. Non stupisce che i valori di ciascuna delle tipologie siano più alti sui servizi più veloci. 

La tabella riepiloga ogni valore per diverse velocità di servizio. Il risultato che mi colpisce è la variazione minima nei punti vinti al servizio tra l’intervallo di velocità 153-159 km/h (95-99 mph) e quello 185-192 km/h (115-119 mph). Il modesto aumento o, in altre parole, la sorprendente efficacia dell’intervallo 153-167 km/h (95-104 mph), può derivare da servizi esterni strategici, o da un gioco di scambio migliore dei giocatori che servono a velocità inferiori.   

Come ho detto, rimane ancora molto studio da fare, identificare l’incidenza di servizi più veloci in funzione del singolo giocatore, analizzare le differenze tra lato della parità e dei vantaggi (per destri e per mancini) e i risultati per diverse direzioni di servizio.

The Effect of Serve Speed

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 19 (sui campioni veri e i punti che contano)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 16 luglio 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 18.

Tra le partite memorabili e gli spunti narrativi di Wimbledon 2016 non c’è stata l’attesa semifinale tra Novak Djokovic e Roger Federer, dopo la sconfitta di Djokovic al terzo turno contro Sam Querrey. Dovremmo attendere gli US Open 2016 per vedere se Federer può ancora mettere alla prova Djokovic nel palcoscenico di uno Slam (circostanza che poi non si è più verificata, a seguito del ritiro per infortunio per il resto del 2016 di Federer, la sconfitta di Djokovic al secondo turno degli Australian Open 2017, la decisione di Federer di non giocare il Roland Garros 2017 e il ritiro di Djokovic nei quarti di finale di Wimbledon 2017, che mette anche in dubbio la sua presenza agli US Open 2017, n.d.t.).

Chiunque abbia interesse nelle analisi numeriche, vorrebbe rivedere una rivincita della finale degli US Open 2015, che, negli ultimi anni, ha rappresentato una delle partite statisticamente più insolite delle fasi conclusive di uno Slam. Molti ricorderanno che Federer ha perso in quattro set e che la sua trasformazione delle palle break è stata deficitaria (4 su 23). Ma sanno anche che Federer ha in effetti vinto una percentuale più alta di punti totali al servizio e alla risposta?

IMMAGINE 1 – Riepilogo statistico della finale degli US Open 2015

Come mostrato nell’immagine 1, si tratta di differenze ridotte, poco meno di un punto percentuale per ogni categoria (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.). Serve però come prova che le semplici medie nel tennis troppo spesso nascondono una realtà più articolata. La finale degli US Open 2015 è un esempio lampante delle statistiche standard che non riescono a dare evidenza dell’importanza legata a specifici punti. Federer e Djokovic non hanno avuto la stessa efficacia su tutti i punti, comportandosi in modo (a volte anche molto) diverso sui punti più importanti rispetto a quelli meno importanti. Sono esattamente queste le situazioni in cui le statistiche convenzionali possono essere ingannevoli.

La finale degli US Open 2015 rimane nella memoria come una partita in cui Federer sorprendentemente è sembrato lasciarsi influenzare dalla pressione dei punti più significativi. Guardando la partita, molti suoi tifosi devono aver pensato che fosse poco usuale da parte di Federer. Ci si attende infatti che i grandi campioni siano sempre in grado di affrontare i momenti più delicati meglio degli altri giocatori. È davvero così? È uno dei tratti distintivi di un campione?

La domanda introduce l’approfondimento del Mito 19 di Analyzing Wimbledon di Klaassen e Magnus.

Mito 19: “ I veri campioni vincono i punti più importanti”

Alcune delle precedenti rivisitazioni dei miti di Klaassen e Magnus hanno già evidenziato sotto molteplici aspetti (ad esempio il Mito 17) come i giocatori abbiano un rendimento diverso nei punti a maggior pressione. La (abbastanza) nuova argomentazione in merito qui presentata da i due autori è quella secondo la quale i giocatori migliori hanno prestazioni superiori nelle situazioni critiche anche perché i giocatori peggiori fanno peggio. Per questo, sostengono, i campioni vengono definiti tali grazie alla stabilità del loro rendimento, quando invece gli altri giocatori tendono a subire la pressione e commettere più errori.

Se Klaassen e Magnus hanno ragione, dovremmo aspettarci di osservare un impatto minimo dei punti importanti per quei giocatori con il rendimento complessivo più alto al servizio e alla risposta. Come mostrato nell’immagine 2, ho usato un modello misto per stimare la variazione della bravura di un giocatore al servizio e alla risposta in presenza di palle break, sulla base di alcuni anni di partite degli Slam. Sul servizio (asse delle ascisse), i giocatori cercano di evitare un possibile break; alla risposta (asse delle ordinate), cercano di strappare il servizio all’avversario. Valori negativi in entrambe le direzioni indicano una diminuzione di prestazione sulle palle break rispetto a tutti gli altri punti.

I colori del grafico raggruppano i giocatori in funzione della media dei punti vinti al servizio e alla risposta, sommandoli in modo da avere un livello complessivo di “abilità alla vittoria”. I giocatori più forti sono rappresentati in verde. Si nota una grande varianza relativamente all’incidenza sul servizio. Rafael Nadal, Kei Nishikori e Tommy Robredo riescono a essere molto più efficaci nelle situazioni di palle break rispetto ad altri punti al servizio, mentre l’efficacia di Djokovic, Federer e Andy Murray al servizio rimane virtualmente invariata in presenza di una palla break da salvare. Una caratteristica condivisa dai giocatori di vertice è la capacità di essere più efficaci alla risposta di fronte alla possibilità di fare un break.

IMMAGINE 2 – Incidenza delle situazioni di palle break per partite Slam del circuito maschile nel periodo 2012-2016

Troviamo la stessa varianza nel gruppo dei giocatori più deboli (in blu) e un effetto ancora più negativo al servizio. Rispetto alle conclusioni di Klaassen e Magnus, sono i giocatori di medio livello a subire l’effetto minore in situazioni di palle break.

Per quanto riguarda il circuito femminile, l’immagine 3 mostra una dinamica molto più marcata nell’incidenza delle palle break rispetto a quanto avviene tra i giocatori. Si osserva infatti che la bravura complessiva di una giocatrice nel vincere punti è quasi perfettamente correlata con la gestione delle opportunità di palle break nel game alla risposta. Le giocatrici migliori sono quelle che subiscono più negativamente la situazione, le giocatrici meno forti sono quelle più positivamente influenzate. Questo risultato contro-intuitivo potrebbe essere spiegato dalla difficoltà che incontra il modello utilizzato nel dissociare la bravura di una giocatrice nel gioco da fondo dall’incidenza delle palle break.

IMMAGINE 3 – Incidenza delle situazioni di palle break per partite Slam del circuito femminile nel periodo 2012-2016

L’attenzione sulle opportunità di break relega però in secondo piano altre situazioni di punteggio che possono essere critiche per l’esito di un set, come i punti nel tiebreak o il punto sul 30-30 nelle fasi finali del set. Per uno sguardo più completo della bravura di un giocatore e l’effetto dei “punti importanti”, ho replicato l’analisi precedente secondo la definizione di importanza del punto fornita da Carl Morris.

Quando è l’importanza di tutti i punti a essere considerata, osserviamo dinamiche molto più simili a quanto emerso per le giocatrici sulle palle break. I giocatori di vertice tendono ad alzare il livello di gioco nei punti al servizio più importanti ma hanno un rendimento al di sotto della loro bravura nei punti alla risposta più critici.

IMMAGINE 4 – Incidenza delle situazioni di punti importanti per partite Slam del circuito maschile nel periodo 2012-2016

Il circuito femminile presenta più variabilità rispetto all’importanza di tutti i punti. Come mostrato nell’immagine 4, le giocatrici migliori comunque tendono ad avere un rendimento alla risposta inferiore alla loro media. Serena Williams rappresenta però un’interessante eccezione. Si trova infatti al centro della nuvola di punti come giocatrice di vertice che subisce in misura minore situazioni di punti importanti.

IMMAGINE 5 – Incidenza delle situazioni di punti importanti per partite Slam del circuito femminile nel periodo 2012-2016

Riepilogo

Nella rivisitazione del Mito 19, ho analizzato la correlazione tra il comportamento di un giocatore al servizio e alla risposta in situazioni pressanti di punteggio e la sua capacità complessiva di vincere punti. Le analisi hanno mostrato che i giocatori migliori sono anche alcuni tra quelli che più si lasciano condizionare da situazioni ad alta pressione. Lo scenario cambia però in funzione del modo in cui i “punti importanti” sono definiti.

Perché assistiamo a profonde differenze tra palle break e punti importanti? La spiegazione sta nel fatto che non tutte le palle break sono necessariamente così importanti. Indietro di due set, probabilmente un giocatore non nutre molte speranze di ribaltare il risultato salvando un’altra palla break. Di contro, nonostante siano spesso tra i punti più importanti di una partita, i punti del tiebreak non sono considerati nelle analisi sulle palle break. È per questo che non ci si può aspettare che le due definizioni di “punti importanti” diano risultati coerenti.

Klaassen e Magnus hanno usato la classifica per definire un “campione vero”, nella mia analisi invece ho scelto la capacità di vincere punti. Sebbene si ottengano con entrambe risultati interessanti, nessuna è particolarmente efficace nel caratterizzare un campione. Quindi, l’ultima parola su questo argomento resta ancora da scrivere.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 19

Servire per primi nei set maratona

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’1 agosto 2012 – Traduzione di Edoardo Salvati

Quando Jo Wilfried Tsonga ha finalmente battuto Milos Raonic nel secondo turno del torneo olimpico di Londra 2012 con il punteggio di 6-3 3-6 25-23, lo ha fatto con un break che ha concluso la partita. La saggezza popolare tennistica suggerisce che accade spesso così. Chiunque serva per primo in un set molto lungo sembra avere un vantaggio. C’è meno pressione a tenere il servizio sul 7-7 (o sul 47-47) rispetto a doverlo fare sul 7-8.

Tsonga ha vinto sfruttando una palla break che ha chiuso la partita; John Isner ha vinto il suo set del 70-68 strappando il servizio a Nicolas Mahut; e quando Roger Federer e Andy Roddick sono andati sul 14-14 nella finale di Wimbledon 2009, Federer ha tenuto il servizio portandosi sul 15-14 per poi fare il break e vincere la partita. Siamo di fronte a una tendenza?

Sembra proprio però che queste tre illustri partite abbiano tratto in inganno. Sulla base dei dati disponibili, seppur limitati, il giocatore che serve per primo nelle maratone al quinto set ha un vantaggio ridotto o addirittura nullo (le maratone al terzo set sono un evento così raro da poter essere tranquillamente ignorate: le Olimpiadi sono l’unico torneo in cui il format è al meglio dei tre set senza tiebreak nel set decisivo).

Non sappiamo chi abbia servito per primo in ogni maratona al quinto set della storia del tennis, ma è un’informazione a cui possiamo risalire per alcune partite. Nelle poche statistiche che l’ATP possiede per la maggior parte delle partite fino al 1991 è indicato il numero di game al servizio. Quando è un numero identico per entrambi i giocatori, siamo bloccati al punto di partenza. Quando un giocatore ha più game al servizio del suo avversario, deve aver servito nel primo game della partita e nell’ultimo. Considerando che i set maratona devono contenere un numero pari di game, possiamo sapere chi ha servito per primo nell’ultimo set.

Otteniamo così un insieme di 138 partite nelle quali il quinto set è terminato con il punteggio di almeno 8-6 e delle quali conosciamo i giocatori che hanno servito per primi nell’ultimo set. Di questi, il giocatore che ha servito per primo sullo 0-0 e poi sull’1-1, 6-6 e così via, ha vinto la partita 67 volte (il 48.6%): in termini di probabilità siamo in presenza del classico lancio della monetina.

Se escludiamo il fattore pressione, è un risultato che ha perfettamente senso. Se due giocatori sono arrivati sul 6-6 al quinto set, significa che stanno giocando su un identico livello qualitativo. Solo nel momento in cui consideriamo la pressione associata a servire per rimanere nella partita, iniziamo a sospettare che uno dei due, ma non l’altro, non sarà prima o poi in grado di tenere il proprio servizio.

Possiamo ricercare situazioni simili su un insieme più grande di partite. Consideriamo quelle al quinto set che si sono concluse per 7-5. Non possiedono lo stesso prestigio delle partite andate avanti ad oltranza, ma, pur nel loro “piccolo”, sono altrettanto epiche. Sappiamo chi ha servito per primo in 86 di queste partite delle quali il primo a servire ne ha vinte solo 38 (il 44.2%). Non rappresenta esattamente prova che il giocatore che serve per primo abbia uno svantaggio, ma fa dubitare della saggezza popolare.

Se vogliamo avere almeno 200 partite, dobbiamo allargare la definizione di “epico”. In questo caso i tiebreak non rilevano, visto che stiamo analizzando circostanze in cui un giocatore ha subito il break sotto pressione. Possiamo però usare le partite al meglio dei tre set terminate 7-5 nel set decisivo.

Con molte più partite di questo tipo, il nostro insieme è ora decisamente più grande: conosciamo infatti chi ha servito per primo in 753 partite del circuito maggiore che sono terminate 7-5 al terzo. Di queste, il giocatore che ha servito per primo ha ottenuto un record di 412 vittorie e 341 sconfitte, vincendo cioè circa il 55% delle volte.

Se si desidera evidenza del fatto che la saggezza convenzionale abbia ragione, eccola trovata. Se una partita raggiunge il 5-5 nel set decisivo e termina poi con un break, esiste una probabilità cumulata del 53% che vinca il primo giocatore al servizio.

Ma con un insieme di dati ridotto, è impossibile arrivare alla stessa conclusione relativamente alle partite al meglio dei cinque set nel momento in cui entrano nell’appena noto territorio che si estende dal 6-6 in avanti.

Serving First in Marathon Sets

Le giocatrici migliori sull’erba al servizio e alla risposta

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 3 luglio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

L’analisi sui giocatori migliori.

È Johanna Konta la giocatrice migliore sull’erba al servizio e alla risposta prima dell’inizio di Wimbledon 2017.

Una delle storie di maggiore interesse nella stagione sull’erba è stato il rientro di Konta che, dopo risultati non entusiasmanti sulla terra, è stata capace di recuperare sulla sua superficie preferita, raggiungendo la finale a Nottingham e la semifinale a Eastbourne. La sua solidità la posiziona al primo posto per rendimento al servizio e alla risposta, dando alla favorita di casa la sicurezza necessaria per affrontare il tabellone di Wimbledon.

Servizio

Durante le partite sull’erba, Konta ha mantenuto una media corretta (per la bravura dell’avversaria) di punti vinti al servizio del 64% su tre diversi tornei. La sua continuità sull’erba l’ha distanziata dalle altre giocatrici dell’elenco, come mostrato dall’immagine 1 (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.).

Konta è la testa di serie numero 6 a Wimbledon, la seconda più alta nel quarto di Simona Halep. Se da un lato Konta ha avuto un’intensa stagione sull’erba, dall’altro Halep ha giocato un solo torneo dopo la finale persa al Roland Garros, a Eastbourne dove ha raggiunto i quarti di finale sconfitta da Caroline Wozniacki. Questo è senza dubbio un elemento favorevole per la rincorsa all’eventuale primo Slam in carriera per Konta. Anche se le sue possibilità sembrano aver subito una battuta d’arresto per l’infortunio alla colonna e la successiva operazione che le hanno impedito di giocare la semifinale a Eastbourne.

IMMAGINE 1 – Migliori giocatrici sull’erba al servizio pre Wimbledon 2017

Possiamo riporre grandi aspettative anche su Kristina Mladenovic, che è nelle prime tre posizioni per servizio e risposta sull’erba. Mladenovic è la testa di serie numero 12 a Wimbledon, nel quarto di Karolina Pliskova.

Anche Ashleigh Barty è tra le migliori come rendimento al servizio e alla risposta. Però Barty ha il tabellone più sfortunato delle tre, visto che dovrà battere la testa di serie numero 4 Elina Svitolina al primo turno solo per rimanere nel torneo. Barty è una lottatrice e le deve essere riconosciuta una possibilità se è in grado di esprimere gli stessi numeri sull’erba che ha fatto vedere fino a questo momento.

Risposta

Alcune delle altre giocatrici da seguire a Wimbledon sono tra quelle con la miglior risposta sull’erba. Troviamo Lesia Tsurenko, Anastasija Sevastova e Tsvetana Pironkova, tutte con una risposta al servizio corretta di almeno il 45%, in linea con l’efficienza dimostrata da Konta.

IMMAGINE 2 – Migliori giocatori sull’erba alla risposta pre Wimbledon 2017

In particolare, Pironkova ha una media impressionante del 50% alla risposta. Se riesce a mantenere questo livello anche in un palcoscenico molto più intimidatorio come Wimbledon, va considerata la mina vagante del tabellone femminile.

Non si possono non citare anche Victoria Azarenka e Petra Kvitova, per le quali la stagione 2017 è ripartita da poco. Sfortunatamente, entrambe sono finite nel quarto di Halep, e questo vuol dire che solo una delle tre avrà la possibilità di raggiungere la semifinale.

Con solo una partita vinta in un torneo dal suo rientro, Azarenka è il maggiore punto interrogativo delle tre. Kvitova ha sminuito le sue possibilità a Wimbledon, ma la vittoria in finale a Birmingham su Barty dovrebbe aver dato speranze ai suoi fan. Pur avendo giocato solo un torneo sull’erba quest’anno, Kvitova è tra le prime trenta migliori sull’erba al servizio e alla risposta.

Con giocatrici come Konta, Azarenka, Kvitova, Halep, Elena Vesnina e un’emergente Donna Vekic nell’ultimo quarto del tabellone, nessuno ha idea di chi sopravviverà a questo “gruppo della morte”. Certamente, sarà la sezione su cui puntare gli occhi nella prima settimana di Wimbledon.

Women’s Serve and Return Grass Leaders

I giocatori migliori sull’erba al servizio e alla risposta

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 3 luglio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Questa settimana ha inizio Wimbledon, il più prestigioso torneo di tennis del mondo, ospitato nel placido quartiere londinese conosciuto anche con la famosa sigla SW19.

Definito il tabellone e con i primi turni che prendono il via oggi, molti appassionati si stanno chiedendo chi sia nello stato migliore di forma e con le maggiori speranze di un ottimo risultato. In questo articolo, analizzo la stagione sull’erba che ha preceduto Wimbledon per definire i primi dieci giocatori con il miglior rendimento al servizio e alla risposta.

Servizio

Con la finale a Stoccarda e il titolo al Queen’s Club, la fiducia di Feliciano Lopez – testa di serie numero 19 a Wimbledon – deve essere massima. Nel rendimento cumulato al servizio, corretto per la bravura dell’avversario, Lopez si posiziona al primo posto, con una media di punti vinti su dieci partite giocate del 74.9%, come mostrato nell’immagine 1 (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.).

Lopez è nel quarto della testa di serie numero 2 Novak Djokovic, rendendo il percorso di Djokovic verso i quarti di finale certamente molto più complicato.

IMMAGINE 1 – Migliori giocatori sull’erba al servizio pre Wimbledon 2017

In questa speciale classifica Marin Cilic è terzo. È interessante notare che Cilic, con l’80%, ha la più alta media corretta di rendimento, anche se non ha mostrato la stessa continuità al servizio di Lopez o di Daniil Medvedev, al secondo posto.

Cilic è la seconda testa di serie più alta nel quarto di Rafael Nadal a Wimbledon, e, dovesse Nadal raggiungere i quarti di finale, potrebbe rappresentare per lui un test di livello. Nadal ha scelto di non giocare tornei sull’erba e potrebbe quindi avere una prima settimana tra le più impegnative di quelle dei giocatori di vertice.

I fratelli Alexander Zverev e Mischa Zverev sono rispettivamente al quinto e sesto posto tra i migliori al servizio, entrambi con una media corretta del 71%. Anche Roger Federer è nel club di quelli che hanno superato il 70%, con una media corretta del 73%, anche se la sconfitta nella sua prima partita sull’erba contro Tommy Haas a Stoccarda fa scendere la sua valutazione complessiva all’undicesimo posto, quindi fuori dai primi dieci. Tuttavia, il controllo mostrato da Federer nella finale di Halle è stata manifestazione del ritorno alla sua consueta forma sull’erba.

Federer è la testa di serie numero 3 a Wimbledon, dalla parte opposta del tabellone rispetto a Nadal, il giocatore che sembra non riesca a evitare nel 2017. Federer però potrebbe dover affrontare Djokovic in semifinale per una nuova finale Slam con Nadal quest’anno.

Risposta

Gli stessi giocatori in cima all’elenco dei migliori al servizio compaiono nelle prime tre posizioni dei migliori alla risposta, anche se Medvedev supera Lopez con un più di 5 punti percentuale sul rendimento alla risposta corretto per la bravura dell’avversario.

IMMAGINE 2 – Migliori giocatori sull’erba alla risposta pre Wimbledon 2017

Con una media corretta del 41%, il gigante Cilic ha dei numeri impressionanti in questo gruppo, visto che solo quattro dei primi dieci hanno avuto delle percentuali così alte. Due tra questi sono Richard Gasquet e Federer.

Dovessero Cilic e Federer mantenere queste medie al servizio e alla risposta, possiamo considerarli due delle minacce più serie del singolare maschile a Wimbledon. Che siano in grado di attendere le aspettative in uno Slam, dove la solidità è padrona, sarà un tema di continuità da partita a partita.

Men’s Serve and Return Grass Leaders

Raggiungere i quarti di finale di uno Slam senza aver subito break – Verso Wimbledon

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’1 luglio 2014 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il secondo articolo della serie Verso Wimbledon.

Nei primi quattro turni di Wimbledon 2014, Roger Federer non ha mai perso il servizio. Ha dovuto salvare nove palle break, e solo quattro di queste nelle ultime tre partite.

Dal 1991 – anno a partire dal quale le statistiche sono disponibili – è solo l’ottava volta in cui un giocatore raggiunge i quarti di finale di uno Slam senza aver perso il servizio. Solo Federer nel 2004 e Ivo Karlovic nel 2009 ci sono riusciti a Wimbledon. Federer e Rafael Nadal sono gli unici giocatori ad averlo fatto in più di una occasione (Federer agli Australian Open 2013 e Nadal agli US Open 2010 e 2013).

Le nove palle break fronteggiate da Federer sono meno sorprendenti. Dal 1991, più del 5% dei 752 giocatori che hanno raggiunto i quarti di finale degli Slam ne hanno concesse meno, tra cui lo stesso Federer in diverse circostanze: solo tre a Wimbledon 2007 e solo quattro in altri tre Slam.

Pur essendo prova di predominio, non è altrettanto chiaro se una prestazione di questo tipo abbia valore predittivo. Un altro elemento che crea confusione al riguardo è il livello qualitativo degli avversari: ci si aspetta davvero che Paolo Lorenzi o Santiago Giraldo conquistino il servizio di Federer sull’erba? Federer ha sfruttato questo stato di grazia al servizio per vincere Wimbledon 2004 e 2007, ma negli altri tre Slam in cui ha concesso solo quattro palle break fino ai quarti di finale non ha poi conquistato il titolo.

Senza considerare il livello di bravura, esiste una debole correlazione negativa tra le partite vinte in un torneo e le palle break (e i break) concessi (per le partite vinte e le palle break concesse nelle prime quattro partite è r = -0.25; se si esclude il Roland Garros diventa r = -0.27). In altre parole, se di due giocatori si conosce solo il numero di palle break concesse nei primi quattro turni, scommettete su quello che ne ha fronteggiate di meno.

Si tratta di una relazione debole, e se si inserisce il livello di bravura, diventa quasi irrilevante. Otto dei 24 giocatori che hanno subito uno o più break nei primi quattro turni hanno poi vinto il torneo, ma il mio sospetto è che abbia più a che fare con Nadal, Federer e Pete Sampras: è più probabile cioè che i giocatori migliori subiscano meno break ed è più probabile che i giocatori migliori raggiungano le fasi conclusive degli Slam.

E se anche i giocatori migliori servono con più fatica nei turni iniziali, non è in nessun modo una sentenza definitiva per le loro possibilità di vittoria finale. Nelle 31 precedenti occasioni in cui Federer ha raggiunto i quarti di finale di uno Slam sull’erba o sul cemento, solo quattro volte ha subito più di sei break prima dei quarti di finale, avendo poi vinto il torneo due volte. Senza dubbio a Federer fa comodo aver raggiunto i quarti di finale con il minimo disturbo, ma è comunque un disturbo che non avrebbe molto da dire se dovesse raggiungere e vincere la finale (finale poi persa contro Novak Djokovic in cinque set, n.d.t.)

Unbroken Grand Slam Quarterfinalists

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 18 (sul servire con palline nuove)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato l’8 luglio 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 17.

Per lo sconforto dei suoi tifosi, il cammino di Roger Federer verso la conquista di Wimbledon 2016 è stato interrotto in semifinale dai potenti servizi di Milos Raonic, dopo che Federer aveva compiuto la gloriosa impresa di rimontare due set di svantaggio contro Marin Cilic nei quarti.

Come in molte partite equilibrate, un sottile margine separava Federer da Raonic. Con il 70% dei punti vinti al servizio e il 29% di quelli alla risposta, Federer era indietro di un solo punto percentuale rispetto a Raonic in entrambe le statistiche, a sottolineare che pochi punti hanno fatto la differenza per raggiungere la finale.

Verranno dette molte parole sulle possibili cause della sconfitta di Federer. È stata la strategia di Raonic di servire prime molto veloci al corpo a disorientare Federer alla risposta? O un’altra partita in cinque set è stata troppo impegnativa per le gambe di un giocatore di 34 anni? Il lavoro di Raonic con John McEnroe sta iniziando a dare i suoi frutti?

In aggiunta a questi aspetti, mi aveva incuriosito un commento fatto durante il terzo set da McEnroe in telecronaca. Al servizio con palline nuove nel quarto game, Federer è andato sullo 0-30. McEnroe ha ipotizzato che Federer avesse minore controllo perché stava giocando con palline nuove. Sono rimasta sorpresa perché un affermazione di quel tipo contrasta con la convinzione diffusa per cui il giocatore al servizio normalmente trae beneficio dalla velocità e dal rimbalzo delle palline nuove.

Chi ha ragione quindi? È possibile che le palline nuove abbiano davvero avuto un ruolo nella sconfitta di Federer?

Mito 18: “Servire con palline nuove è un vantaggio”

L’effetto del grado di usura di una pallina nella partita è stato opportunamente analizzato da Klaassen e Magnus nel Mito 18 di Analyzing Wimbledon. Per verificare l’eventuale vantaggio che palline nuove danno al giocatore al servizio, i due autori hanno preso in considerazione il grado di usura in termini di game giocati. Palline con nessun game giocato sono naturalmente state appena tirate fuori dal tubo, mentre palline con 8 game giocati sono all’ultima fase del loro utilizzo (come noto, le palline vengono cambiate la prima volta ogni 7 game e poi ogni 9, n.d.t.).

Quando i due autori hanno analizzato la variazione della percentuale di punti vinti al servizio nelle partite di Wimbledon in funzione del grado di usura delle palline dovuto alla durata dell’utilizzo, non hanno trovato differenze significative per il giocatore medio o per giocatori che più o meno occupano le parti alte della classifica. Andando contro la saggezza popolare tennistica, hanno concluso che l’usura della pallina non ha un effetto significativo sul giocatore medio.

Una rivisitazione dell’effetto palline nuove

In molte questioni legate al tennis, le differenze tra un giocatore e l’altro sono così alte da rendere l’analisi degli effetti medi non particolarmente delucidante. Nel dubbio che l’effetto palline nuove sia un altro fenomeno dipendente in larga misura dal singolo giocatore, ho creato un modello misto per determinare la probabilità di ciascun giocatore di vincere un punto al servizio in funzione del grado di usura delle palline. Nell’analisi che segue inoltre ho inserito la bravura alla risposta dell’avversario, che fornisce un correttivo migliore per valutare la difficoltà della partita rispetto alla semplice posizione in classifica.

L’immagine 1 mostra l’effetto sulla percentuale di punti vinti al servizio per i giocatori nei tornei dello Slam nel periodo dal 2013 al 2015 (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.). L’effetto dell’usura sull’asse delle y sarà negativo quando palline consumate diventano uno svantaggio. Questi effetti sono rapportati alla somma dei punti vinti in media al servizio e alla risposta, che rappresenta la misura del livello complessivo di bravura di un giocatore.

C’è una lieve evidenza del fatto che i giocatori migliori in realtà derivano maggiori benefici dal giocare più a lungo con le stesse palline, in linea con quanto ipotizzato da McEnroe per Federer. Ma, complessivamente, la tendenza è debole.

IMMAGINE 1 – Effetto dell’usura della pallina rispetto ai game giocati per il circuito maschile

Nel gioco femminile si assiste a una tendenza molto più chiara. L’immagine 2 mostra che la maggior parte delle giocatrici ha un effetto negativo rispetto all’usura delle palline, a suggerire che la giocatrice al servizio possiede di fatto un vantaggio se serve con palline nuove. È interessante notare come l’effetto appaia ancora più marcato per alcune delle giocatrici più forti, anche se va sottolineato come Serena Williams sia in ogni caso un’anomalia, in quanto una di quelle giocatrici per le quali l’usura delle palline incide in misura minore sull’esito del servizio.

IMMAGINE 2 – Effetto dell’usura della pallina rispetto ai game giocati per il circuito femminile

Si può anche pensare che l’effetto palline nuove abbia influenza sulla probabilità di servire un ace. L’immagine 3 e 4 analizzano la questione. Nel caso degli uomini, troviamo un vantaggio molto più accentuato per i giocatori al servizio rispetto a quanto osservato nella percentuale di punti vinti complessivamente.

IMMAGINE 3 – Effetto dell’usura della pallina rispetto ai game giocati sugli ace per il circuito maschile

Un effetto ancora più forte emerge per le giocatrici. Si osserva anche un vantaggio crescente nel numero di ace con palline nuove per le giocatrici complessivamente più brave.

IMMAGINE 4 – Effetto dell’usura della pallina rispetto ai game giocati sugli ace per il circuito femminile

Se da un lato l’usura della pallina in termini di game giocati è un modo per determinare quanto si è giocato con quella pallina, dall’altro non tiene conto della differenza di punti giocati per ciascun game. Un giocatore al servizio che deve fronteggiare quattro palle break in un game sta giocando con palline molto più usurate rispetto al giocatore che vince il game a zero. Per verificare il possibile effetto del numero di punti giocati, ho analizzato l’usura della pallina in funzione dei punti giocati. In questo caso, l’usura è stata limitata a un massimo di 100 punti, in modo da evitare gli effetti di game particolarmente equilibrati.

L’immagine 5 mostra un apparente maggiore vantaggio, in termini di punti giocati, per tutti i giocatori con palline più giovani, e un effetto più negativo per i giocatori più forti.

IMMAGINE 5 – Effetto dell’usura della pallina rispetto ai punti giocati per il circuito maschile

Nell’immagine 6 si osserva che la tendenza per le giocatrici sugli effetti dell’usura in funzione dei punti giocati è simile a quanto visto nel caso dei game giocati. In entrambe le circostanze, la maggior parte delle giocatrici trae del vantaggio dalle palline più nuove, vantaggio che tende a salire all’aumentare del livello di bravura della giocatrice.

IMMAGINE 6 – Effetto dell’usura della pallina rispetto ai punti giocati per il circuito femminile

Riepilogo

La rivisitazione del Mito 18 suggerisce che il numero di punti giocati potrebbe essere un indicatore più preciso rispetto al numero dei game giocati per determinare l’effetto del grado di usura della pallina sulla prestazione al servizio. Quale sia il metodo di valutazione, gli effetti registrati mostrano un vantaggio per chi serve con palline nuove, specialmente nella frequenza degli ace.

Si tratta di un effetto marcato a sufficienza per incidere sull’esito di una partita? Prendiamo il caso di Federer. Per il numero 3 del mondo l’effetto stimato dell’usura di una pallina rispetto ai punti giocati corrisponde a un decremento della probabilità di vincere un punto al servizio di 0.5 punti percentuali ogni 50 punti giocati con le stesse palline. In altre parole, servirebbe una pallina estremamente usurata per avere un’influenza evidente sul gioco di Federer.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 18

Il comportamento sulla terra, nel corso degli anni, dei quattro maggiori contendenti al Roland Garros

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 27 maggio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nelle fasi iniziali del Roland Garros 2017 che ha preso il via in questi giorni, i quattro giocatori sotto i riflettori sono certamente il nove volte campione Rafael Nadal, il campione uscente Novak Djokovic, il finalista della scorsa edizione Andy Murray e l’aspirante al titolo Dominic Thiem.

In due precedenti articoli, ho analizzato il rendimento di questi giocatori per la stagione in corso sulla terra battuta. In questa sede, voglio dare uno sguardo sul passato e aggiungere delle informazioni che inquadrano con maggiore dettaglio la prestazione di ciascun giocatore sulla terra.

La prima vittoria di Nadal al Roland Garros nel 2005 sembra un valido punto di partenza per definire un orizzonte temporale di riferimento. L’immagine 1 mostra la prestazione al servizio dei quattro giocatori considerati dal 2005 al 2017 (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.). Per ciascun anno, ho riassunto i risultati al servizio calcolando rispettivamente la mediana, il minimo e il massimo in tutte le partite giocate sulla terra. Come già visto, la prestazione al servizio è aggiustata per il livello di bravura dell’avversario, in modo da dare più merito al giocatore che serve meglio contro un avversario forte, e viceversa.

Cosa dicono i numeri?

Nel periodo considerato, tutti e quattro hanno fatto progressi duraturi, ma sono Murray e Thiem ad aver ottenuto la variazione positiva più significativa. Tra il 2007 e il 2016, Murray ha migliorato la sua prestazione al servizio di 2 punti percentuali all’anno. Nel 2017 però, il suo rendimento è stato quasi catastrofico, servendo con una media del 60% che lo ha riportato ai livelli del 2007.

Thiem, il neofita del gruppo se così lo si può definire, è emerso negli ultimi tre anni, nei quali anche lui ha migliorato di 2 punti percentuali all’anno senza dare segnali di rallentamento.

IMMAGINE 1 – Rendimento al servizio sulla terra per i quattro giocatori considerati nel periodo tra il 2005 e il 2017

È interessante notare un’evoluzione molto simile tra Djokovic e Nadal. Quest’ultimo è riuscito in media a stare davanti a Djokovic di diversi punti percentuali per gran parte della carriera, fino a quando nel 2015 e 2016 Djokovic ha servito ai livelli di Nadal del 2012 e 2013. Nell’anno in corso Nadal ha ripreso il comando, riuscendo a raggiungere un incredibile 75%, con i passaggi a vuoto di Djokovic che lo hanno fatto scendere al 67%, la sua prestazione media al servizio più bassa dal 2010.

Alla risposta, è curioso come Murray sia l’unico dei quattro giocatori ad aver mostrato un miglioramento continuo, anche se in misura minore anno su anno, in media, rispetto a quanto ottenuto con il servizio.

IMMAGINE 2 – Rendimento alla risposta sulla terra per i quattro giocatori considerati nel periodo tra il 2005 e il 2017

Tra il 2008 e il 2016, Djokovic è stato estremamente solido alla risposta, riuscendo a mantenere una media tra il 49 e il 50% quasi ogni anno. E’ per questo che per lui il 2017 si distingue dagli altri anni, per due motivi: da un lato, una media di solo il 44% di punti vinti alla risposta è un livello minimo mai raggiunto recentemente; dall’altro, la variazione di prestazione alla risposta è stata considerevole, con dei minimi molto bassi e dei massimi molto alti, come non gli era mai successo nella carriera.
L’immagine 2 autorizza a definire Nadal il re della terra, senza restrizioni. Non solo ha mantenuto la prestazione media alla risposta più alta dei quattro, ma raramente è sceso sotto al 40%, come nessuno degli altri è riuscito a fare. Inoltre, sono moltissime le partite di Nadal negli anni in cui ha vinto la maggior parte dei punti alla risposta. Anche in presenza di un lieve calo, le sue statistiche alla risposta nel 2017 lo posizionano sui livelli del periodo dal 2010 al 2012, quando ha sempre vinto il titolo al Roland Garros.

Thiem invece deve fare ancora molta strada per ricucire la distanza da Nadal, anche se nel 2017 ha fatto vedere di essere in grado di rispondere al pari di Nadal.

In virtù di questi rendimenti anno per anno, possiamo rinnovare la nostra ammirazione per il predominio e la continuità di Nadal sulla terra in un periodo di tempo così lungo, e riporre qualche dubbio sullo stato di forma di Murray e Djokovic, il primo con pochi aspetti positivi su cui fare affidamento, il secondo con risultati sulla terra mai altrettanto altalenanti in carriera, che potrebbero in parte spiegare la decisione di abbandonare la sua squadra storica e iniziare a collaborare con Andre Agassi. Sarà interessante seguire il cammino di Murray e Djokovic al Roland Garros e vedere se riusciranno ad arrivare fino in fondo.

Clay Court Performance Trends Of French Open Title Men’s Top 4