I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 8 (sul break e contro-break)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 24 aprile 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 7.

Nel quarto di finale del torneo di Barcellona 2016 vinto da Rafael Nadal su Fabio Fognini con il punteggio di 6-2 7-6, ci sono stati 8 break in totale, 4 per ogni set. Si è anche assistito per due volte a una delle occorrenze più frustranti relative ai break, cioè la situazione di break e contro-break. La prima si è presentata nel quinto game del primo set, quando Fognini ha strappato il servizio a Nadal conquistando anche il suo primo game della partita. La seconda è avvenuta nel secondo set, quando Fognini ancora una volta ha ottenuto il break dopo aver perso il game di apertura in cui era al servizio.

Quello del break e contro-break è un evento raro. E quando capita genera un moto di fastidio perché porta a chiedersi come sia potuto succedere. Se la norma infatti è tenere il servizio, due break consecutivi rappresentano lo scenario con minori probabilità di accadimento. I dubbi aumentano nel pensare che un giocatore che ha appena ottenuto un break, riuscendo quindi nell’inaspettato, possa perdere questa posizione di vantaggio cedendo immediatamente il proprio servizio.

Come è possibile immaginarsi, le perplessità associate alla sequenza di break e contro-break hanno dato vita alle più svariate teorie sulla psicologia dei giocatori di tennis di elite. L’interpretazione più diffusa è quella per cui il break spinge il giocatore che lo ha ottenuto a rilassarsi mentalmente e il giocatore che lo ha subìto a entrare in modalità da combattimento per recuperare lo svantaggio. Quale sia la logica alla base, l’aspetto più significativo di questa idea è di ipotizzare che break e contro-break siano più frequenti di quanto previsto dalla distribuzione casuale delle probabilità.

Esiste però evidenza del fatto che tenere il servizio appena dopo averlo strappato all’avversario sia meno probabile che tenerlo dopo che l’avversario ha vinto il proprio game di servizio?
Questa domanda introduce il Mito 8 dei 22 miti sul tennis di Klaassen e Magnus.

Mito 8: “Dopo aver ottenuto il break, le probabilità di subire il contro-break aumentano”

Nel testare questa ipotesi, Klaassen e Magnus hanno inizialmente analizzato la frequenza di punti vinti al servizio nei game dopo aver ottenuto il break e in quelli in assenza di break nel game precedente. La scelta di focalizzarsi sui punti vinti piuttosto che sui game vinti è singolare, visto che si sta parlando della probabilità di vincere un game al servizio. Tuttavia, hanno considerato quale sia la probabilità implicita di vincere un game sulla base della percentuale di punti vinti.

Utilizzando questa metodologia e con i dati delle partite di Wimbledon degli anni ’90, hanno trovato che la probabilità implicita di tenere il servizio è in realtà maggiore di 3.3 punti percentuali dopo aver ottenuto il break per gli uomini e di 5.7 punti percentuali per le donne. Esattamente l’opposto di quanto predetto dalla teoria del break e contro-break.

La ragione sta nel fatto che, senza introdurre misure correttive relative alla bravura dei giocatori, il verificarsi di un break è un evento altamente correlato con la capacità di tenere il servizio del giocatore che ha ottenuto il break. Per questo, il semplice confronto non è sufficiente.

Klaassen e Magnus hanno ovviato a questa parzialità di selezione in un paio di modi. Un approccio ha messo a confronto i giocatori sulla base della loro testa di serie (testa di serie contro testa di serie, non testa di serie contro non testa di serie, etc) per trovare che non esiste un effetto break/contro-break per giocatori nella stessa categoria di testa di serie. Hanno utilizzato anche il loro modello baseline a livello di singolo punto – che comprende la classifica del giocatore, l’importanza del punto e il risultato del punto precedente – per testare l’incidenza del break nell’ultimo game giocato sulla probabilità di vincere un punto al servizio. Ripetiamo, è un’analisi a livello di singolo punto. Questa volta hanno trovato un effetto negativo per le donne, che sarebbe in linea con il mito, ma nessun effetto per gli uomini.

Una rivisitazione del fenomeno break/contro-break

Le differenze riscontrate nelle conclusioni di ciascuna analisi evidenziano le difficoltà associate al Mito 8. Anziché analizzare un numero più rappresentativo di partite per i giocatori attuali, credo sia più remunerativo studiare direttamente le risultanze dei game piuttosto che dei singoli punti. Come dimostrato dai due autori, qualsiasi rivisitazione di questo argomento deve necessariamente tenere in considerazione la parzialità di selezione generata dal verificarsi di un break al servizio.

Nella prima analisi, ho considerato più di 10 mila partite della stagione 2015 per l’ATP e la WTA e analizzato la relazione tra tenere il servizio a seguito del break e tenerlo in assenza di break. In queste analisi, la bravura dei giocatori nella partita viene corretta considerando la differenza di classifica come un effetto fisso e casuale (effetto casuale significa semplicemente che è permesso al modo in cui la differenza di classifica incide sul tenere un servizio di essere specifica per il giocatore che è al servizio).

L’immagine 1 mostra le percentuali con cui giocatori e giocatrici tengono il servizio dopo aver ottenuto il break (colore oro) e in assenza di break (colore blu; nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascuna barra, n.d.t.). Considerando l’inclusione del fattore bravura, si possono interpretare queste analisi come le percentuali con cui viene tenuto il servizio da un giocatore contro un avversario dello stesso livello. Troviamo per entrambi i circuiti un punto percentuale di differenza, che suggerisce che tenere il servizio sia più probabile dopo aver ottenuto il break che in assenza di break. E questo ci dovrebbe indurre a confutare la teoria del break e contro-break, secondo la quale appunto tenere il servizio dovrebbe essere meno frequente dopo che un giocatore ha ottenuto il break.

IMMAGINE 1 – Frequenza con cui si tiene il servizio in partite della stagione 2015 con e senza il break nell’ultimo game giocato

Siamo certi di aver tenuto nella giusta considerazione la bravura di un giocatore (la classifica dopotutto non è una misura perfetta della bravura di un giocatore)? Potrebbe essere rimasta, nei numeri, una parzialità nella selezione?

Come metodo alternativo per introdurre la bravura al servizio e alla risposta degli avversari senza cercare di interrogarsi con ipotesi varie su quale possa essere il modo migliore per valutare la bravura di un giocatore, ho proceduto con un’analisi comparativa di corrispondenza, prendendo cioè ogni game successivo a un break del campione di partite del 2015 e associandolo con un game della stessa partita che non è stato successivo a un break al servizio. Questa è una modalità diretta per gestire non solo la bravura di un giocatore in generale ma la bravura dello stesso in una specifica partita.

L’immagine 2 mostra il raffronto tra i servizi tenuti per l’analisi comparativa di corrispondenza. In questa circostanza, la differenza rimane per quanto riguarda gli uomini, perché la percentuale con cui il servizio viene tenuto dopo il break è maggiore di circa un punto rispetto all’assenza di break. Tuttavia, per le donne l’effetto non solo svanisce, ma ci sono indicazioni opposte, cioè che tenere il servizio è leggermente meno probabile (0.5 punti percentuali) dopo il break che in assenza di break.

Anche se non riportato nel grafico, ho verificato se questi risultati cambiassero in funzione della superficie o del fatto di includere i break nell’ultimo game di un set, ma non sembra che questi fattori abbiano avuto un impatto significativo nelle analisi effettivamente mostrate.

IMMAGINE 2 – Frequenza con cui si tiene il servizio per gruppo specifico di partite in partite della stagione 2015 con e senza il break nell’ultimo game giocato

Differenze del giocatore specifico

E’ importante ricordare che queste sono tendenze medie, che potrebbero o non potrebbero essere rappresentative delle dinamiche associate a un particolare giocatore. Due giocatori che hanno fatto notizia durante la stagione della terra – Kei Nishikori e Angelique Kerber – illustrano proprio questo aspetto. Nel 2015, Nishikori ha vinto l’87% dei game dopo aver ottenuto il break, mentre ne ha vinti l’89% quando il suo avversario ha tenuto il servizio nel game precedente. Nishikori quindi sembra andare in direzione opposta rispetto alla tendenza del circuito maschile e più vicino alla teoria del break e contro-break che ha avviato queste analisi.

Angelique Kerber ha vinto il 72% dei game dopo aver ottenuto il break e il 75% di quelli in assenza del break. In questo caso, Kerber è più in linea con la tendenza del circuito femminile come emerge dall’analisi comparativa di corrispondenza, anche se l’effetto break e contro-break è più grande in valore.

Riepilogo

Qualsiasi analisi su situazioni di break e contro-break si espone a essere influenzata da una parzialità di selezione, perché i giocatori più forti hanno più probabilità di ottenere il break. Data la difficoltà di sapere se si è riusciti a tenere nella giusta considerazione la bravura di un giocatore, raggiungere una conclusione definitiva è compito improbo. Le differenze riscontrate per il circuito femminile, come mostrate in precedenza, indicano che i risultati sono influenzati dal metodo utilizzato, anche quando si cerca di tenere conto della bravura.

Sia la regressione che l’analisi comparativa di corrispondenza hanno ottenuto gli stessi risultati per il circuito maschile e sembrerebbero prevedere un effetto psicologico opposto rispetto a quello normalmente previsto dalle teorie sul break e contro-break, poiché i giocatori tengono il servizio più facilmente dopo aver ottenuto il break. I risultati per il circuito femminile sembrano meno affidabili, per quanto tenderei a favorire l’analisi comparativa di corrispondenza, che non si poggia sulla classifica come misura della bravura di un giocatore.

Nonostante il permanere di queste incertezze, possiamo concludere che in media gli effetti sono minimi, con una differenza di un punto percentuale che emerge dal confronto dei metodi di analisi. Questo significa che in media gli effetti riscontrati non sono molto utili a farci conoscere il comportamento più probabile per il singolo giocatore. E ogni affermazione sulla psicologia dei giocatori d’elite che viene trattata come verità rivelata è probabilmente sbagliata.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 8

Il tennis del futuro sarà dominato dai giocatori più alti?

di Wiley Schubert Reed

Pubblicato il 16 febbraio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nel tabellone del Memphis Open 2017 sono presenti tre dei giocatori più alti che abbiano mai giocato a tennis a livello professionistico: John Isner con 208 cm, Ivo Karlovic con 211 cm e Reilly Opelka, anche lui con 211 cm. Sebbene si facciano notare per la loro altezza, non sono gli unici giganti del tennis. Sempre nel Memphis Open troviamo Dustin Brown con 196 cm, Sam Querrey con 198 cm e Kevin Anderson con 203 cm. (Brown si è ritirato per infortunio, Anderson ha perso al primo turno, Opelka, Querrey e Karlovic al secondo turno, Isner nei quarti di finale. Il torneo è stato vinto da Ryan Harrison, giocatore alto 185 cm, n.d.t.).

I giocatori e le giocatrici di oggi sono più alti dei quelli di 25 anni fa, e questo è indubbio. Nel circuito maschile il passaggio è avvenuto da diverso tempo, e ormai anche tra le giocatrici di vertice si è assistito a una simile dinamica. Ma nonostante gli allarmismi sulla presenza di giganti imbattibili tra gli uomini, i giocatori “semplicemente” alti hanno mantenuto uno stretto controllo sulle vittorie di partite e tornei.

Il motivo principale? L’elegante simmetria che definisce il tennis. I giocatori più alti hanno un vantaggio al servizio, ma questa è solo una faccia della medaglia. Alla risposta, essere altissimi è uno svantaggio, almeno per gli uomini. C’è però un gruppo di giocatori promettenti che ha mostrato di possedere qualità interessanti oltre al servizio. Se uno tra i più di questi ha intenzione di sfidare giocatori del calibro di Novak Djokovic e Andy Murray, dovrà farlo acquisendo analoghe abilità anche alla risposta.

Quantificare i centimetri aggiuntivi di altezza a beneficio di un giocatore è un’operazione complicata. Ad esempio, analizzando i primi 100 professionisti sembra che ci sia un predominio assoluto dei giocatori alti. La mediana dei primi 100 è più alta di circa 2 cm rispetto al 1990, e anche tra le prime 100 donne l’altezza media è aumentata di 3.8 cm [1]. Anche il numero dei giocatori altissimi tra i primi 100 è cresciuto:

                                   1990    Agosto 2016  
Primi 100 ATP    Altezza mediana   183 cm  185 cm  
                   Almeno 196 cm   3%      16%  
Prime 100 WTA    Altezza mediana   170 cm  173.8 cm  
                   Almeno 183 cm   8%      9%

L’altezza è chiaramente un vantaggio competitivo, visto che i giovani più alti riescono a risalire la classifica più velocemente dei giocatori più bassi di età comparabile. Per ogni anno tra il 2000 e il 2009, tra i primi 100 giocatori juniores i giocatori più alti (almeno 196 cm per gli uomini e almeno 183 cm per le donne) [3] normalmente hanno raggiunto una posizione di metà classifica. E fanno poi meglio quando diventano professionisti: dopo 4 anni, in media hanno raggiunto una classifica maggiore di 127 posizioni rispetto ai giocatori più bassi e di circa 113 posizioni rispetto alle giocatrici più basse.

IMMAGINE 1 – Classifica da professionisti negli anni (2000-2009) per i primi 100 giocatori juniores rispetto all’altezza

IMMAGINE 2 – Classifica da professioniste negli anni (2000-2009) per le prime 100 giocatrici juniores rispetto all’altezza

Questo a dire che sono i giocatori juniores molto alti a possedere le migliori opportunità per una solida carriera da professionisti. E’ un vantaggio che resta valido anche tra i primi 100 professionisti? I giocatori più alti sono anche quelli con la classifica più alta?

Nel circuito femminile accade esattamente questo. Dal 1985 al 2016, la mediana delle prime 10 giocatrici era maggiore di 3.04 cm rispetto alla mediana delle giocatrici tra la posizione 11 e la 100. Le giocatrici più alte vincono un numero di titoli sproporzionato, con quelle di almeno 183 cm che raccolgono il 15% dei tornei Slam, rappresentando solo il 6.6% delle prime 100 giocatrici nello stesso periodo di riferimento. Molte di quelle vittorie sono venute per mano di Lindsay Davenport, Venus Williams e Maria Sharapova. Vincendo il Roland Garros 2016, Garbine Muguruza è diventata l’ultima campionessa Slam più alta di 183 cm [4].

Nel circuito maschile il discorso è ben diverso però. Dal 1985 al 2016, l’altezza mediana dei primi 10 e dei giocatori tra la posizione 11 e la 100 era la stessa, 185 cm. Negli stessi 32 anni, solo 3 titoli Slam (il 2.4%) sono stati vinti da giocatori alti almeno 196 cm (uno a testa tra Richard Krajicek, Juan Martin Del Potro e Marin Cilic), rappresentando solo il 7.7% dei primi 100 nel periodo preso in considerazione. In sintesi, le giocatrici più alte stanno ottenendo risultati eccezionali, i giocatori più alti risultati sotto la media.

Perché i giocatori più alti hanno, complessivamente, collezionato così pochi successi? Una delle ragioni principali è la neutralizzazione del vantaggio al servizio con lo svantaggio alla risposta. Confrontando tutti i punti giocati dai primi 100 dal 2011, ho trovato che se da un lato i giocatori alti almeno 196 cm hanno un chiaro vantaggio al servizio e uno svantaggio alla risposta, dall’altro la loro altezza non sembra avere un impatto significativo sui punti complessivamente vinti:

Altezza        P.ti vinti Serv. P.ti vinti Risp. Tot P.ti vinti  
Almeno 196 cm  66.8%            35.7%            51.2%  
185 - 193 cm   64.5%            37.8%            51.1%  
183 cm o meno  62.3%            39.1%            51.1%

I giocatori più alti servono meglio per due motivi. Il primo è che la loro altezza gli permette di servire con un angolo più acuto, modificando le geometrie del campo. Un angolo più acuto permette un margine di errore più ampio per superare la rete facendo comunque rimbalzare la pallina dentro al rettangolo o sulla linea di servizio. Inoltre, un angolo più acuto comporta un rimbalzo più alto della pallina una volta toccato il terreno, fuori dalla naturale zona d’impatto del giocatore alla risposta [5].

Tralasciando l’eventuale rotazione imposta alla pallina, affinché un giocatore di 183 cm serva a 193 km/h con lo stesso angolo di un giocatore di 196 cm, dovrebbe posizionarsi all’interno del campo a più di 90 cm dalla linea di fondo.

Il secondo motivo è che la maggiore lunghezza del braccio del giocatore al servizio gli permette di battere la pallina più velocemente. Per gli appassionati di fisica, il momento meccanico (in questo caso l’intensità della forza impartita alla pallina) è direttamente proporzionale al raggio del braccio della forza (in questo caso il braccio del giocatore e la racchetta). All’aumentare del raggio (la lunghezza del braccio) aumenta anche il momento meccanico. Non esiste alcun modo per i giocatori più bassi di replicare questo vantaggio. Anderson (203 cm), al momento numero 74 del mondo e uno dei giocatori più alti di sempre a essere entrati tra i primi 10, mi ha detto: “Sostengo sempre che sarebbe più facile per me spostarmi in campo come Djokovic che per Djokovic servire come servo io”.

Si potrebbe pensare che l’altezza sia un vantaggio anche alla risposta, visto che un’apertura alare maggiore offre una maggiore estensione per raggiungere la pallina. A 18 anni, Opelka è gia alto 211 cm come Karlovic, il giocatore più alto del circuito professionistico. Opelka, che Brad Gilbert, commentatore per ESPN, ha affermato che sarà senz’altro il giocatore fisicamente più imponente di sempre, mi ha detto che la sua altezza gli consente di usufruire di una leva maggiore: “la mia estensione è molto più lunga di quella di un normale giocatore, quindi riesco ad aggiungere quasi 6 cm di copertura del campo, che nel tennis è una differenza importante”.

Tuttavia, sia Gilbert che Justin Gimelstob, commentatore per Tennis Channel, sono convinti che i giocatori alti facciano fatica alla risposta perché il loro centro di gravità più in alto ne ostacola lo spostamento. Gilbert sostiene che se un giocatore molto alto è in grado di imparare a spostarsi come i giocatori semplicemente alti che da tempo dominano il tennis, Djokovic e Murray (191 cm), Roger Federer e Rafael Nadal (185 cm), diventa difficile da contrastare: “se sei alto 198 cm e sei capace di muoverti come loro, con quell’altezza non hai problemi a dominare”. E’ interessante notare anche che Gilbert ha evidenziato come alcune tra le migliori giocatrici in risposta – Victoria Azarenka (183 cm) e Maria Sharapova (188 cm) – sono anche tra le più alte [6]. Carl Bialik di FiveThirtyEight ha chiesto a tre giocatrici americane – Julia Boserup (180 cm), Jennifer Brady (178 cm) e Sachia Vickery (163 cm), perché pensano che le giocatrici più alte non abbiano uno svantaggio alla risposta. Hanno citato due motivi principali: 1) il servizio femminile che, in media, è più lento e con meno rotazione di quello maschile e che quindi concede più tempo a disposizione per compensare qualsiasi difficoltà di spostamento; 2) le dimensioni del campo, che sono le stesse di quelle degli uomini, ma un’altezza che è sopra la media per le donne e nella media per gli uomini è un’altezza funzionale alla risposta, a prescindere se si è donne o uomini.

“Nel circuito femminile, non esistono giocatrici alte quasi 211 o 213 cm” ha commentato Brady. Per quanto la sua altezza sia superiore alla media delle giocatrici, Brady ha aggiunto: “non sono alta quanto Opelka”.

Un altra ragione che potrebbe spiegare la difficoltà alla risposta di giocatori dell’altezza di Opelka è la maggiore attenzione in allenamento a migliorare il servizio, elemento che enfatizza un’orientamento già molto marcato verso questo aspetto del loro tennis. Durante un’intervista che membri dello staff di PR e Marketing dell’ATP hanno condotto per mio conto al torneo di Bucarest 2016 in aprile, Karlovic, il giocatore più alto del circuito con 211 cm [7] ha detto che “l’altezza è un aiuto al servizio e quindi c’è la tendenza a concentrarsi ancora di più nei game al servizio” e che “i giocatori più bassi, non essendo altrettanto forti al servizio, si allenano di più alla risposta”.

Un’analisi della carriera di tutti i giocatori in attività alti almeno 196 cm che sono riusciti, anche solo una volta, a terminare l’anno tra i primi 100 dà evidenza di questo concetto. Nei primi 8 anni di permanenza nel circuito [8], la percentuale di punti vinti al servizio è cresciuta di 6 punti percentuali, mentre la percentuale di punti vinti alla risposta è cresciuta solamente di 1.5 punti percentuali. A confronto, Djokovic ha stabilmente incrementato la percentuale di punti vinti alla risposta passando dal 36.7% del 2005 al 43.9% del 2016.

Quando giocatori molto alti riescono a ottenere risultati di rilievo, di solito è per merito di una solida prestazione alla risposta: Del Potro e Cilic, entrambi alti 198 cm, hanno vinto rispettivamente gli US Open 2009 e 2014 migliorando decisamente quell’aspetto del gioco. Agli US Open 2009, Del Potro ha vinto il 44% dei punti alla risposta, rispetto al 40% fatto registrare durante l’intero anno, US Open compresi. Agli US Open 2014, Cilic ha vinto il 41% dei punti alla risposta, rispetto al 38% di quell’anno. E la loro prestazione alla risposta non è migliorata contro avversari di second’ordine, ma rispetto agli stessi avversari affrontati in carriera di circa la stessa variazione positiva, se rapportata all’intera stagione.

“C’è un diverso tipo di pressione quando dall’altra parte della rete c’è un giocatore dal grande servizio, che ti sta aggredendo sia al servizio che alla risposta” ha commentato Gimelstob, aggiungendo “è quello che ha fatto Cilic quando ha vinto gli US Open. Lo stesso accade giocando contro Del Potro, per il modo così preciso con cui colpisce la pallina ma ovviamente anche per il servizio”. Per fare un raffronto, se Del Potro e Cilic avessero risposto su quei livelli durante la stagione 2016, entrambi sarebbero stati tra i sette migliori giocatori alla risposta, insieme a Djokovic, Nadal, Murray, David Goffin (180 cm) e David Ferrer (175 cm). Nessuno dei due però è riuscito a replicare una finale Slam, Del Potro alle prese con diversi infortuni e Cilic con una forma discontinua.

Per i giocatori più alti, una buona prestazione alla risposta è la differenza che passa tra entrare nei primi 50 ed entrare nei primi 10. In media, i giocatori in attività alti almeno 196 cm che hanno terminato l’anno tra i primi 10 hanno vinto il 67.7% dei punti al servizio in quell’anno, mentre quelli con classifica tra l’11 e il 50 hanno vinto, in media, il 68.1% dei punti al servizio. Una differenza quindi di soli 0.4 punti percentuali. La differenza di prestazione sui punti alla risposta tra l’affacciarsi ai primi 50 ed entrare tra i primi 10 è molto più netta: i giocatori alti che entrano tra i primi 10 vincono punti alla risposta con un frequenza superiore di circa 4 punti percentuali dei giocatori tra l’11 e il 50.

IMMAGINE 3 – % di punti vinti al servizio (PVS) e alla risposta (PVR) per i giocatori in attività alti almeno 196 cm che sono entrati in posizioni di classifica di vertice

Un giocatore di almeno 196 cm e dal servizio affidabile che riesce a vincere con continuità più del 38% dei punti alla risposta ha possibilità molto concrete di entrare nei primi 10. Tomas Berdych e Del Potro ci sono riusciti, e anche Milos Raonic si sta avvicinando a quella soglia, ragione per la quale ha raggiunto la sua prima finale Slam a Wimbledon 2016. Oggi sono diversi i giocatori che sembrano poter vincere almeno il 38% dei punti alla risposta. Sia Alexander Zverev (18esimo in classifica) che Karen Khachanov (48esimo) sono alti 198 cm ed entrambi hanno vinto circa il 38% dei punti alla risposta nel 2016, ed entrambi devono ancora compiere 20 anni. Khachanov ha colpito sia Gilbert che Karlovic, Gilbert ha detto che “si muove in maniera incredibile per essere alto 198 cm”.

Anche altri giganti si sono distinti recentemente. Jiri Vesely, che ha 23 anni ed è alto 198 cm, ha battuto Djokovic a Monte Carlo lo scorso anno e vinto circa il 36% dei punti alla risposta nel 2016. Opelka ha raggiunto la sua prima semifinale nel circuito professionistico ad Atlanta. La maggior parte delle prime 10 teste di serie a Wimbledon 2016 ha perso da giocatori di almeno 196 cm. Del Potro ha vinto l’argento a Rio battendo, tra gli altri, Djokovic e Nadal.

Arrivare però al primo o secondo posto della classifica mondiale, anche partendo da una classifica nei primi 10, è tutta un’altra questione. Un giocatore più alto è in grado di sviluppare le capacità necessarie a spostamenti fluidi come i giocatori di vertice più bassi e vincere più di uno Slam? Nel basket è successo, ad esempio. “Nel tennis non c’è ancora stato un giocatore alto 198 o 201 o 203 cm in grado di muoversi come un giocatore NBA” ha detto Gilbert, “se ne arriva uno, allora siamo di fronte a un possibile vincitore di diversi Slam”. Anderson è d’accordo nel dire che l’altezza non è da ostacolo agli spostamenti come si ritene che sia: “Lebron James è alto 203 cm. Se è in grado di muoversi bene come una persona alta 178 cm, la sua corporatura diventa un vantaggio, perché a quel punto non ci sono più limiti”.

Opelka, che si è qualificato per il suo primo tabellone Slam agli Australian Open 2017 costringendo Goffin (11esimo in classifica) al quinto set, sta concentrando le sue energie al lavoro in allenamento sul gioco in risposta: “ho dedicato moltissimo tempo alla mia risposta. Le ripetute che eseguo in palestra si concentrano sul movimento esplosivo”. Opelka aggiunge che i giocatori di basket “si muovono meglio dei giocatori di tennis e sono più esplosivi grazie alla loro incredibile massa muscolare, che però non andrebbe bene per il tennis. Non so come riuscirebbero a giocare per quattro o cinque ore di fila con tutta quella massa muscolare”. Se si mette James sull’Ashe Stadium agli US Open nella calura estrema del pomeriggio “è difficile dire come se la caverebbe”.

Zverev, che ha 19 anni ed è alto 198 cm, è d’accordo nel dire che i giocatori alti devono affrontare sfide diverse rispetto a quelle degli altri giocatori: “gli spostamenti sono molto più complessi e penso che anche rafforzare la muscolatura sia più complicato”. Le persone con cui ho parlato però sono convinte che sia Opelka che Zverev potrebbero raggiungere il vertice in pochi anni. “Zverev potrebbe arrivare al numero 1 del mondo” dice Gilbert, “serve bene, risponde bene e si muove bene in campo”. Di Opelka, Gilbert dice: “al momento ha un servizio poderoso. Se riesce a migliorare negli spostamenti o sul gioco alla risposta, potrebbe arrivare davvero in alto”.

Se i giocatori più alti siano in grado di acquisire la capacità di giocare alla risposta con la stessa continuità di Djokovic o Murray rimane un interrogativo aperto. Possedere un servizio potente però è un passo importante per iniziare a sfidarli sul loro terreno. Come dice Opelka “ogni centimetro è importante”.

Note:

[1] Secondo i dati sull’altezza recuperati dai siti dell’ATP e della WTA e dalle pagine Wikipedia dei giocatori. In assenza dell’altezza di alcune giocatrici, ho considerato solo quelle per cui sono riuscito a trovare l’altezza. L’altezza è quasi sempre indicata in centimetri, qualche volta anche in pollici. Per essere sicuro di includere solo i giocatori veramente alti, il rapporto di conversione utilizzato è 196 cm = 6 piedi e 5 pollici per gli uomini e 183 cm = 6 piedi per le donne. Alcuni giocatori più bassi di un centimetro potrebbero rientrare nel campione degli altissimi, ma si tratta comunque di un’approssimazione, considerando che l’altezza è una variabile continua ma viene indicata con arrotondamento per eccesso o per difetto al centimetro/pollice più vicino. E, in ogni caso, spesso i giocatori stessi comunicano le proprie misure in modo inesatto.

[2] Per alcuni anni i dati a disposizione sui migliori giocatori juniores, che ho ricevuto via email dalla Federazione Internazionale (per il 2002 e il 2003) e ho trovato sul sito (per il periodo 2004-2009) comprendevano solo le posizioni fino alla 90 invece che alla 100.

[3] Ho calcolato questi limiti di inclusione considerando l’altezza dei giocatori più alti di tutti i loro colleghi tranne il 14% degli attuali primi 100, che equivale a prendere in esame i giocatori sopra all’85esimo percentile in altezza, un’approssimazione di massima per il 14% dei giocatori più alti del circuito.

[4] Per la WTA l’altezza ufficiale di Muguruza è 182 cm, cioè appena sotto il limite di inclusione nel campione considerato, per quanto sul sito della WTA la sua altezza sia 183 cm.

[5] Nell’esempio si fa riferimento a un servizio centrale a 193 km/h che superi la rete nel punto più basso – senza angolo sinistra-destra, considerando l’effetto della forza di gravità ma tralasciando la rotazione impressa alla pallina – e che colpisca la linea del servizio.

[6] La WTA non rende facilmente disponibili le statistiche al servizio e alla risposta per poter effettuare un confronto tra le giocatrici altissime e le loro avversarie, come è stato fatto per gli uomini.

[7] Sebbene le statistiche ufficiali sull’altezza non siano sempre esatte.

[8] Ho utilizzato un riferimento temporale di otto anni nel tentativo di bilanciare l’esigenza di ricomprendere il maggior numero di giocatori senza accorciarne eccessivamente la fase di crescita e miglioramento del loro tennis.

Are Taller Players the Future of Tennis?

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 7 (sul doppio fallo)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 19 aprile 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 6.

Con l’uscita di Novak Djokovic al secondo turno e quella di Roger Federer nei quarti di finale, il Monte Carlo Masters 2016 ha riservato una finale a sorpresa tra Rafael Nadal e Gael Monfils, che hanno comunque disputato una partita emozionante. I primi due set sono stati estremamente combattuti, con un punteggio alternato di 7-5 a seguito di diversi lunghi scambi in più di due ore di gioco, prima della vittoria di Nadal nel terzo set.

Il punteggio era così ravvicinato nei primi due set che ogni scambio ha avuto più importanza del solito. La minima distrazione rischiava di essere decisiva e lo stesso livello espresso dai giocatori rendeva estreme le conseguenze dei doppi falli nei momenti chiave. Alla fine del secondo set, Monfils aveva perso 5 punti al servizio per altrettanti doppi falli commessi e Nadal 4. Alcuni di quei doppi falli avevano concesso il break all’avversario, e quello più pesante di Monfils aveva permesso a Nadal di vincere il primo set. Nonostante questo, Monfils aveva comunque mantenuto la concentrazione per recuperare e vincere il secondo.

Non sempre i doppi falli rivestono la stessa importanza come nella finale del Monte Carlo Masters, ma continuano a fornire una chiave di lettura molto interessante del lato psicologico di un giocatore. Ad esempio, di fronte a una seconda di servizio, un giocatore decide di rischiare cercando la linea o di essere più conservativo? O spedisce la pallina in rete perché non riesce a reggere la tensione?

Anche se non è possibile conoscere le intenzioni di un giocatore al servizio prima della battuta e nemmeno se, in uno specifico doppio fallo, la decisione era quella di rischiare con una seconda più aggressiva o se semplicemente è arrivato un errore per la tensione, sappiamo di certo che un giocatore non ha alcuna intenzione di concedere un punto gratuito all’avversario. Questo rende la frequenza con cui viene commesso un doppio fallo la misura minima dell’errore decisionale di un giocatore.

Mito 7: “La probabilità di un doppio fallo è la stessa tra singolare maschile e singolare femminile”

Nel Mito 7 del classico della letteratura statistica sul tennis Analyzing Wimbledon di Klaassen e Magnus, gli autori si sono chiesti se la frequenza dei doppi falli sia la stessa tra uomini e donne. Come visto nell’analisi del Mito 6 sulla percentuale dei servizi validi, Klaassen e Magnus sono arrivati alla conclusione, per loro degna di nota, che uomini e donne – almeno rispetto alle prestazioni al servizio a Wimbledon – hanno avuto una frequenza di doppi falli di circa il 5.5%.

Hanno anche osservato che la frequenza di doppi falli tra gli uomini è diminuita tra il 1990 e il 2010, mentre la frequenza tra le donne sembra essere rimasta stabile. Questo rende più complicato trarre una conclusione definitiva sulla vicinanza della frequenza di doppi falli tra uomini e donne, perché suggerisce che la risposta vari in funzione dell’orientamento dell’analisi.

Come illustrato nell’immagine 1, potendo usufruire di un campione di dati che include tutte le partite del circuito maschile e femminile tra il 2006 e il 2014, ho analizzato nuovamente la tematica e trovato una differenza molto più marcata nella frequenza di doppi falli tra uomini e donne. Sul cemento e sulla terra, la probabilità che un punto al servizio diventi un doppio fallo è stata di circa il 5% per le donne ma solamente vicina al 3% per gli uomini. Una recente analisi del Game Insight Group di Tennis Australia, la federazione australiana di tennis, ha evidenziato una simile dinamica durante le edizioni degli Australian Open tra il 2012 e il 2014, nelle quali le giocatrici hanno avuto una frequenza di doppi falli sui punti al servizio quasi doppia rispetto a quella degli uomini.
La tendenza appare relativamente stabile, tranne per le partite sull’erba, dove i doppi falli sono in diminuzione per il circuito femminile, avvicinandosi alla frequenza registrata dagli uomini.

IMMAGINE 1 – Frequenza dei doppi falli

Nonostante l’analisi evidenzi la presenza di cambiamenti sostanziali avvenuti dal periodo di riferimento per lo studio di Klaassen e Magnus, rimangono ancora questioni aperte. Si potrebbe essere tentati, ad esempio, di concludere che i giocatori di vertice hanno una migliore precisione al servizio. E’ un’ipotesi valida, ma sarebbe una conclusione prematura senza aver prima analizzato non solo la frequenza dei doppi falli per ciascun circuito, ma anche quando viene commesso un doppio fallo.

Sappiamo infatti che non tutti i punti in una partita hanno la stessa importanza. In alcune circostanze il giocatore al servizio potrebbe derivare un vantaggio strategico da una situazione di punteggio favorevole e rischiare una seconda di servizio più aggressiva. Anche se un giocatore commette doppio fallo, comunque potrebbe sempre adottare una strategia vincente mettendo pressione all’avversario con il servizio. Precedenti analisi hanno mostrato che probabilmente i giocatori al servizio sono eccessivamente cauti sulla seconda. Può essere, quindi, che una frequenza leggermente più alta di doppi falli non sia del tutto negativa se il doppio fallo riguarda punti privi di una vera conseguenza. E forse il quesito a cui dovremmo dare risposta non è semplicemente se i doppi falli sono più frequenti tra le donne, ma se è più frequente un doppio fallo alla Monfils, con il quale il set si conclude a favore dell’avversario.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 7

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 6 (sulla validità del servizio)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 9 aprile 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 5.

Le dichiarazioni marcatamente sessiste rilasciate da Raymond Moore durante l’Indian Wells Masters 2016 – che lo hanno poi costretto a dare le dimissioni da direttore del torneo – hanno portato alla ribalta il problema della disparità tra sessi nel tennis con maggiore intensità rispetto alla diplomazia caratteristica di simili momenti istituzionali. Giocatori del passato e del presente hanno prontamente espresso la loro opinione sulla faccenda, seguiti dal solito rimpallo di accuse tra ATP e WTA.

In questo contesto, non sono riuscita a trattenere un moto di imbarazzo di fronte al Mito 6 del classico della letteratura statistica sul tennis Analyzing Wimbledon di Klaassen e Magnus, quello per cui la probabilità che un servizio sia valido è la stessa tra singolare maschile e singolare femminile. Al giorno d’oggi, quando moltissimi dei paragoni tra uomini e donne nel tennis sono un implicito tentativo di ricerca della superiorità di una versione sull’altra e viceversa, qualsiasi specifico raffronto basato sulla diversità di sesso rischia di annoiare oltremodo.

Un confronto però supportato da statistiche concrete permette di comprendere con più precisione quali siano gli elementi in comune tra tennis maschile e femminile e quali siano invece le differenze. Il Mito 6 di Klaassen e Magnus si inserisce nella logica di genuino interesse scientifico per la questione, ed è il motivo per cui ritengo valida una rivisitazione dei risultati da loro ottenuti.

Mito 6: “La probabilità che un servizio sia valido è la stessa tra singolare maschile e singolare femminile”

Con i dati delle partite di singolare tra il 1992 e il 1995 a Wimbledon, Klaassen e Magnus hanno trovato che le donne tendono a mettere più prime di servizio in campo (il 60.8% contro il 59.4% degli uomini) e hanno sostanzialmente la stessa efficacia degli uomini sulle seconde di servizio (l’86.0% contro l’86.4% degli uomini). Considerando che una seconda di servizio non valida comporta automaticamente il doppio fallo, quest’ultima statistica indica anche quanto differisca la probabilità di doppio fallo sulla seconda di servizio tra i due circuiti. Grazie a uno studio accurato sulle prestazioni al servizio a Wimbledon, Klaassen e Magnus concludono che, rispetto a una seconda di servizio, la probabilità di fare doppio fallo è statisticamente identica tra tennis professionistico maschile e femminile, nelle partite singolari.

Il Mito 6 analizza anche la probabilità di fare doppio fallo su un punto al servizio, un aspetto leggermente diverso dalla probabilità di doppio fallo sulla seconda di servizio. Infatti, la probabilità di doppio fallo su un punto al servizio genericamente inteso deve tenere in considerazione quanto spesso un giocatore si trovi a servire la seconda: un’alta percentuale di prime di servizio e/o una bassa percentuale di doppio fallo sulle seconde di servizio potrebbero diminuire la probabilità di fare doppio fallo su un punto al servizio quando il giocatore si appresta a servire.

Klaassen e Magnus non riscontrano differenze sostanziali nella probabilità di doppio fallo su un punto al servizio e descrivono questo risultato come ‘un fatto notevole, che richiede ulteriore indagine’. In assenza di una spiegazione esplicita da parte dei due autori sul perché questo fatto sia degno di attenzione, si può ipotizzare che si aspettassero di osservare una differenza più marcata tra i due circuiti sulla frequenza di doppi falli.

Una rivisitazione del Mito 6

Di fronte ai profondi cambiamenti nell’attrezzatura, nella tenuta fisica dei giocatori e negli stili di gioco rispetto agli anni ’90, ero curiosa di vedere se la frequenza sull’erba di una prima e seconda di servizio valide all’inizio degli anni ’90 potesse avere riscontro anche nel tennis attuale e anche su altre superfici. Utilizzando le statistiche di Tennis Abstract, ho messo insieme le percentuali sulla prima e seconda di servizio di tutte le partite dei primi 100 giocatori del mondo tra il 2006 e il 2014 (il periodo con maggiore completezza di dati sia per l’ATP che per la WTA).

L’immagine 1 mostra la percentuale nella prima di servizio per tipologia di superficie e circuito. La frequenza di una prima di servizio valida è rimasta relativamente stabile sulla terra e sul cemento per entrambi i circuiti, ma le medie si discostano per superficie, con entrambi i circuiti che registrano la percentuale più alta sull’erba e quella più bassa sul cemento. Le differenze non sono importanti (in realtà un punto percentuale al massimo) ma comunque presenti. Negli anni più recenti, le donne hanno avuto un punto percentuale in più sulle prime palle, in percentuale, rispetto agli uomini sulla terra e sul cemento. Le differenze sull’erba sono meno evidenti, specialmente dal 2010 in avanti.

IMMAGINE 1 – Prima di servizio valida

Sull’erba, complessivamente, il circuito femminile ha avuto una percentuale di prime di servizio valide del 63.8%, contro il 63.2% degli uomini. Rispetto ai risultati di Klaassen e Magnus dei primi anni ’90, i due circuiti presentano un’efficienza (intesa come capacità di controllo) con la prima di servizio sempre più ravvicinata.

Relativamente alla percentuale sulla seconda di servizio, la situazione è molto diversa. Il livello di esecuzione è in generale molto elevato, come ci si può attendere da un colpo solitamente conservativo. Se per la prima le percentuali erano intorno al 61-63%, la seconda di servizio si attesta intorno all’86-87% per la WTA e il 91-92% per l’ATP. La terra è la superficie in cui entrambi i circuiti raggiungono la maggiore efficacia, quindi il minor numero di doppi falli. Complessivamente, gli uomini hanno avuto una percentuale sulla seconda di servizio superiore di circa 5 punti percentuali. Il vantaggio è rimasto stabile sulla terra e sul cemento, ma sembra in riduzione sull’erba.

IMMAGINE 2 – Seconda di servizio valida

Rispetto ai primi anni ’90, l’efficienza al servizio, specialmente sulla seconda, presenta dinamiche di altro livello. E’ aumentata la capacità di controllo, ma sono cresciute anche le differenze tra circuiti. E’ difficile evidenziare una singola causa di queste differenze, visto che sono molteplici i fattori che determinano la semplice statistica ‘valida’ o ‘non valida’, tra cui la tecnologia delle racchette, le tipologie di servizio (con effetto, kick, etc.), la propensione a rischiare, etc. Queste analisi confermano però che, nei dibatti tra generi nel tennis, è più sicuro commentare con “è complicato”.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 6

Il primo colpo dopo il servizio – Australian Open Series

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 17 dicembre 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

L’ottavo articolo dell’Australian Open Series.

Uno degli aspetti di maggiore differenziazione tra il tennis maschile e quello femminile è il servizio. Come evidenziato in alcune delle precedenti analisi di questa serie, la velocità dei colpi a rimbalzo nei due circuiti presenta valori tra loro comparabili. Per quanto riguarda il servizio invece, la separazione è molto più marcata: sul cemento, la velocità media della prima di servizio per gli uomini è di 115 miglia orarie (mph), o 185 km/h, per le donne di 99 mph, o 159 km/h.   

Si tratta del resto di una differenza ben conosciuta. Un aspetto meno evidente riguarda le conseguenze indirette che differenti velocità al servizio determinano sulle dinamiche osservate nei game di servizio per il tennis maschile e femminile. Grazie ai dati ricavati dalla tecnologia a disposizione, è possibile approfondire queste tematiche per una migliore comprensione iniziando dalle preferenze di scelta sul primo colpo successivo al servizio (servizio + 1), cioè il primo vero colpo dello scambio da parte del giocatore al servizio. Se il giocatore al servizio ha creato una situazione di vantaggio con la battuta, ci si aspetta che sia più incline a giocare un dritto d’attacco. Succede effettivamente questo?

Utilizzando i dati raccolti dal Game Insight Group di Tennis Australia, la federazione australiana di tennis, per le edizioni degli Australian Open dal 2014 al 2016, troviamo che per il colpo successivo alla prima di servizio gli uomini utilizzano il dritto il 68% delle volte rispetto al rovescio, come mostrato nell’immagine 1 (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascuna barra, n.d.t.). Una differenza molto netta se paragonata alla scelta delle giocatrici al servizio, che giocano il dritto nel primo colpo dopo il servizio il 58% delle volte, con una preferenza quindi molto meno accentuata. Sulla seconda di servizio la differenza tra generi non è così rilevante, il che suggerisce un ruolo dominante del servizio nella preferenza per il dritto.

IMMAGINE 1 – Percentuali di preferenza del dritto sul primo colpo successivo al servizio per il giocatore al servizio, Australian Open 2014-16

Se si prende a riferimento l’anno, troviamo che la preferenza del dritto nel tennis maschile è stata ancora più evidente nell’edizione del torneo di due anni fa. Nel 2014 infatti, gli uomini hanno colpito di dritto quasi l’80% delle volte sulla prima di servizio. Per le donne invece la tendenza è stata opposta, con una distribuzione praticamente identica del primo colpo dopo il servizio tra dritto e rovescio. 

IMMAGINE 2 – Dinamiche di preferenza del dritto sul primo colpo successivo al servizio per il giocatore al servizio, Australian Open 2014-16

Il primo colpo successivo al servizio è un possibile indicatore del modo in cui selezione dei colpi e tattiche di gioco determinino differenze tra il tennis maschile e quello femminile. E le dinamiche che risultano da questa osservazione mostrano come, nel tempo, la selezione dei primi colpi nei game al servizio si sia molto avvicinata. Questo significa che è lecito attendersi che, nel tennis femminile, il primo colpo dello scambio da parte della giocatrice al servizio sia più di attacco e più prevedibile oggi di quanto non lo fosse due anni fa. Nei prossimi anni vedremo se queste tendenze saranno confermate o se assisteremo a evoluzioni di altra natura. 

AO Leaderboard— Serve Plus 1 Stroke

I 10.466 ace di Ivo Karlovic, con l’asterisco

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 14 agosto 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

La storia è questa: in settimana, Ivo Karlovic ha finalmente superato la fatidica soglia dei 10.000 ace di cui si continuava a parlare. Ora insegue il record di 10.131 ace detenuto da Goran Ivanisevic (record poi superato da Karlovic, secondo le statistiche ufficiali dell’ATP, n.d.t.)

Karlovic è uno dei più grandi giocatori al servizio della storia del tennis, e in realtà ha già servito più di 10.000 ace. Anche Ivanisevic era molto forte al servizio, e potrebbe pure essere lui a detenere il record di ace. Sono i numeri contenuti nel comunicato stampa dell’ATP a destare perplessità, perché non sono corretti.

In un articolo dello scorso anno, Carl Bialik di FiveThirtyEight ha evidenziato i due problemi più importanti che emergono dai record dell’ATP sugli ace:

  • l’ATP non possiede statistiche sugli ace prima del 1991 (Ivanisevic ha esordito sul circuito maggiore nel 1988)
  • i totali calcolati dall’ATP non sono comprensivi degli ace nelle partite di Coppa Davis, anche se i risultati di Coppa Davis sono poi utilizzati per il record di vittorie-sconfitte e per la classifica.

Ne aggiungo uno io: ci sono molte altre partite dal 1991 per cui non esiste registrazione del numero di ace. Secondo i miei calcoli, non ci sono statistiche per 14 partite giocate da Ivanisevic dopo il 1991 (non sono quantomeno sul sito ufficiale dell’ATP). E questo senza considerare la Coppa Davis, il torneo olimpico (per il quale non ci sono statistiche) e la ormai defunta Grand Slam Cup.

Se l’intento è quello di confrontare i record dei giocatori migliori di epoche diverse, il tennis non è lo sport più indicato. Sono tutte difficoltà già presenti con giocatori che si sono ritirati solo recentemente e alcune continuano a rimanere questioni aperte. Se si volesse poi mettere a confronto Roger Federer o Ivanisevic con, ad esempio, Boris Becker o – strano anche solo pensarlo – Pancho Gonzales, non c’è proprio possibilità.

Probabilmente non si riuscirà mai a recuperare il numero degli ace delle partite mancanti. E sembra ingenuo aspettarsi di identificare il giocatore che detiene il vero record e celebrarlo quando lo supera, perché ovviamente non si è in grado.

Stima dei totali in carriera, con l’asterisco

Quello che si può fare però è stimare il numero degli ace mancanti per ciascuno dei nomi nelle posizioni di vertice di questa speciale classifica. Nel caso di Ivanisevic, sono circa 200 le partite delle stagioni 1988, 1989 e 1990, oltre alla Coppa Davis e alle altre partite mancanti, di cui non sappiamo il numero di ace. E anche se non è possibile ricavare un numero esatto, se ne può trovare un’approssimazione che dimostri quanto effettivamente Ivanisevic sia avanti a Karlovic, almeno in questo momento.

Per completare le informazioni a disposizione, ho calcolato la frequenza di ace per game di ciascun giocatore su ogni superficie per tutte le stagioni giocate. Per il periodo tra il 1988 e il 1990, ho utilizzato la frequenza registrata nel 1991 (questo articolo di FirstBallIn, che ho trovato dopo aver scritto il mio, suggerisce che i giocatori migliorino la propria frequenza di ace nelle stagioni iniziali della loro carriera, quindi dovrei arrotondare per difetto. Potrebbe avere senso. Una riduzione del 5%, come proposta nell’articolo, per il periodo tra il 1988 e il 1990 per Ivanisevic corrisponde a 60 ace da togliere al totale sotto riportato).

I calcoli restituiscono una stima di 2386 ace per le 195 partite “mancanti” di Ivanisevic, che diventa un totale in carriera di 12.551, una soglia che Karlovic potrebbe raggiungere, se mai lo facesse, non prima della fine del 2017 (secondo le statistiche ufficiali dell’ATP, al momento Karlovic è a quota 11.572, n.d.t.).

Attenzione però, anche a Karlovic mancano delle partite! Nel suo caso sono solo 21, e la maggior parte in Coppa Davis. La stessa metodologia di stima gli assegna altri 466 ace, che vuol dire aver superato la soglia dei 10.000 a giugno, nel secondo turno del torneo di Halle contro Alexander Zverev. Anche considerando i circa 500 ace “aggiuntivi”, il record di Ivanisevic rimane comunque quasi sicuramente irraggiungibile.

Per quanto riguarda Pete Sampras? Ufficialmente, Sampras è al quinto posto nella classifica di sempre, con 8858 ace. Ma come Ivanisevic, anche lui ha giocato molte partite prima che si iniziasse a registrare gli ace nel 1991, e nel suo record mancano quasi 200 partite.

Per Sampras, si può stimare che abbia servito 1815 ace che non compaiono nelle sue statistiche ufficiali (sulla base dello stesso monito valido per Ivanisevic, il numero totale degli ace di Sampras andrebbe ridotto di 50 per tenere conto della possibilità che abbia servito più ace nel 1991 che nel periodo tra il 1988 e il 1990).

Con minori aggiustamenti di questa natura anche per gli altri giocatori tra i primi cinque, cioè Federer e Andy Roddick, questa è un’ipotetica classifica di sempre, almeno in termini generali.

Giocatore  Ace ufficiali Stima mancanti Stima totali 
Ivanisevic 10.183        2368           12.551
Sampras    8858          1815           10.673  
Karlovic   10.022        466            10.488  
Federer    9279          524            9803  
Roddick    9074          694            9768

Per coincidenza, Karlovic è ufficialmente a 200 ace dal record detenuto da Ivanisevic ma, pur essendo ben più lontano, è in realtà a quella stessa distanza rispetto alla mia stima del numero di ace di Sampras, che qui si trova al secondo posto.

Karlovic è sicuramente un giocatore dal grande servizio. Ma se non riusciamo ad avere certezza del numero totale dei suoi ace, nella maggior parte dei casi serviti negli ultimi dieci anni, sembra ingenuo pretendere di sapere quando – o anche se – supererà il record di tutti i tempi.

Ivo Karlovic and His Remarkable 10,466* Aces

La corsa agli ace, parte 2

di Chapel Heel // FirstBallIn

Pubblicato il 23 luglio 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nella prima parte di questa analisi, ho accantonato l’ossessione per il conteggio degli ace e mi sono dedicato al numero medio di ace, per poter confrontare quel valore con il numero medio di ace del circuito durante gli anni di attività di Goran Ivanisevic e poi di Ivo Karlovic.

Vista la popolarità tra gli appassionati del numero totale di ace come statistica, torno a occuparmene in questo articolo. Tuttavia, l’ATP ha iniziato a registrare gli ace solo dal 1991 e questo vuol dire che per più di due stagioni gli ace di Ivanisevic non sono stati conteggiati. Provo quindi stimare il numero di ace che Ivanisevic potrebbe avere per gli anni dal 1988 al 1990, oltre a quelli di Pete Sampras.

Servono due dati: a) la stima del numero medio di ace di un giocatore per gli anni in cui gli ace non sono stati conteggiati e b) il numero di punti giocati al servizio per il periodo di riferimento. La moltiplicazione di questi due numeri restituisce una stima degli ace mancanti.

In merito al primo dato, l’idea era quella di vedere se il numero medio degli ace sia aumentato al progredire della carriera, così da capire se utilizzare una stima per gli anni mancanti possa avere un senso. Senza il tempo adeguato per uno studio completo sull’impatto dell’invecchiamento sulla qualità del gioco, ho preso in esame gli stessi giocatori dal grande servizio della prima parte dell’analisi. Tuttavia, carriere iniziate in età diverse non consentono una comparazione omogenea. Ivanisevic e Sampras hanno giocato partite importanti già a 17 anni, mentre Karlovic è esploso veramente solo a 24 anni, John Isner a 22 (dopo il college) e Milos Raonic a 21. Oggi sembra che i giocatori di vertice maturino più tardi, ma anche che le loro carriere durino più a lungo.

Anziché adottare il criterio dell’età, ho preso a riferimento la prima stagione di peso sul circuito per la quale i dati sono a disposizione. L’immagine 1 raggruppa i giocatori considerati in un grafico che riporta sull’asse delle ascisse il numero di stagioni e su quello delle ordinate il numero medio degli ace. E’ da notare che i primi dati disponibili per Ivanisevic e Sampras si riferiscono alla loro quarta stagione sul circuito, essendo mancanti i dati relativi agli ace per le prime tre.

IMMAGINE 1 – Incremento del numero medio di ace al progredire della carriera

Riporto inoltre la tabella della prima parte dell’analisi che mostra il numero medio degli ace per quelle stagioni con almeno 1000 punti giocati sul servizio, con i giocatori elencati nello stesso ordine del grafico.

Giocatore  Numero medio di ace
Karlovic   23.1%
Isner      18.6%   
Raonic     19.4%   
Ivanisevic 17.1% 
Sampras    13.1%

Sembra che il numero medio di ace segua una dinamica incrementale. A eccezione di Isner, il numero medio di ace è decisamente inferiore nei primi anni rispetto al numero medio di tutta la carriera. Anche il numero medio di ace di Isner, dopo la sua stagione iniziale (che potrebbe essere solo un’alterazione legata alla dimensione del campione) diminuisce per poi risalire a tutta forza.

Per questo la stima degli ace di Ivanisevic e Sampras tra il 1998 e il 1990 non dovrebbe basarsi sul numero medio di ace in carriera. Inizialmente, ho utilizzato invece il numero medio di ace tra il 1991 e il 1993, anche se probabilmente ha dato una rappresentazione eccessiva, perché se il loro numero medio ha subito un incremento nella quarta e quinta stagione è probabile che non fossero ancora a quel livello nelle prime tre stagioni. Inoltre, Sampras era certamente un giocatore diverso e meno forte di quello del 1988 e 1989. Quindi ho diminuito le medie tra il 1991 e il 1993 del 5% (in termini percentuali, non come sottrazione di numeri assoluti), usando il valore di 14.3% per Ivanisevic e 11.1% per Sampras.
E’ possibile stimare il numero di punti giocati al servizio tra il 1988 e il 1990 dalla stima del numero di game al servizio e dalla stima del numero di punti giocati sui game al servizio (PGGS).

Ho stimato il numero di game al servizio (SGS) sommando tutti i game ottenuti nelle partite per gli anni mancanti e dividendo per due. Si tratta di un’approssimazione, visto che non si conosce quando un giocatore ha servito per primo, oltre al fatto che i tiebreak modificano il conteggio. Rimane comunque una buona approssimazione. Il numero ottenuto per Ivanisevic è 1625, per Sampras è 1607 (anche se, sulla base dei miei parametri, Sampras ha giocato una partita in meno in quegli anni).

Per calcolare la stima complessiva dei punti giocati sui game di servizio, ho calcolato quel valore per il periodo tra il 1991 e il 1993. Quello dei punti giocati sui game di servizio è un numero che tende a essere stabile. Per Ivanisevic ho alla fine ottenuto 6436, per Sampras 6368.

La tabella riepiloga i risultati ottenuti.

Giocatore  Stima Media ace SGS  PGGS Ace mancanti     
Ivanisevic 14.3%           1625 6346 1475
Sampras    11.1%           1607 6368 1136

All’età di 36 anni, Karlovic probabilmente avrà bisogno di due stagioni per superare Ivanisevic, o circa 80 partite rispetto al suo numero medio di ace. Federer, che ha un numero medio di ace ben inferiore (11.2%) probabilmente ha ancora bisogno di 3 anni per raggiungere Sampras, o almeno 130 partite rispetto al suo numero medio di ace (nel conteggio ufficiale dell’ATP, che appunto facilita l’inseguimento, sia Karlovic che Federer nel 2016 hanno superato rispettivamente Ivanisevic e Sampras, n.d.t.)

The Ace Race, Pt. 2

La corsa agli ace, parte 1

di Chapel Heel // FirstBallIn

Pubblicato il 23 luglio 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Quest’anno, Ivo Karlovic ha la possibilità di superare il record di ace in carriera attualmente detenuto da Goran Ivanisevic. Per quanto sia difficile da credere, l’ATP ha iniziato a registrare gli ace solo dal 1991. Questo vuol dire che per più di due stagioni gli ace di Ivanisevic non sono stati conteggiati e che quindi, per alcuni, il record di Karlovic – dovesse arrivarci – sarebbe accompagnato dal famigerato asterisco (record poi superato da Karlovic che è attualmente al primo posto con 11.572 ace, n.d.t.)

Quando si tratta di ace, Karlovic è chiaramente superiore a Ivanisevic (e a Sampras, che è stato inserito nel dibattito perché Roger Federer sta “inseguendo” il numero totale degli ace di Sampras. Anche Federer ha poi superato Sampras e ora è a 9734, n.d.t.). Ma contare gli ace è un esercizio futile, meglio invece prendere in considerazione una statistica che esprima una frequenza. Per fare questo, utilizziamo il numero medio di ace (ottenuto dividendo il numero di ace per il numero di prime di servizio tentate).

Facendo riferimento alle sole stagioni in cui un giocatore ha servito la prima almeno 1000 volte (escludendo i tornei Challenger e la Coppa Davis, ma conteggiando le qualificazioni per i tornei ATP) otteniamo il numero medio di ace per Ivanisevic e Sampras, seguiti da tre giocatori dal grande servizio, come mostrato nella tabella.

La stagione peggiore di Karlovic è stata la prima da professionista, con un numero medio di ace del 19.2%. Questo valore sarebbe stato la seconda migliore stagione di Ivanisevic. Sampras invece non è mai andato oltre il 15.4%.

Naturalmente, si parla di ere differenti per tipo di racchette, di tecnologia relativa alla corde, di superfici e quindi di strategie di gioco. Per analizzare anche questi aspetti, mettiamo a confronto il numero medio di ace di ciascun giocatore con il numero medio di ace del circuito per lo stesso periodo di riferimento.

Giocatore   Media ace  Media ace circuito Val. relativo
Ivanisevic  17.1%      6.6%               2.59
Sampras     13.1%      6.5%               2.02

Karlovic    23.1%      7.2%               3.21
Raonic      19.4%      7.1%               2.73
Isner       18.6%      7.3%               2.55

Mi aspettavo in realtà che ci fosse maggiore divario tra le media del circuito per le due ere considerate, come mostrato anche dall’ultima colonna (ottenuta dividendo il numero medio di ace del giocatore per il numero medio di ace del circuito). E sarebbe interessante escludere dal calcolo le partite giocate sulla terra.

Nessuno di questi numeri rende Karlovic il miglior giocatore al servizio di sempre, ma il numero medio di ace unito alla sua longevità lo propongono come il migliore servitore di ace di sempre, con o senza record di ace.

The Ace Race, Pt. 1

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 3 (sull’importanza dei punti)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 5 marzo 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 2.

Il terzo mito affrontato da Franc Klaassen e Jan Magnus nel loro classico della letteratura statistica sul tennis Analyzing Wimbledon riguarda l’importanza dei punti, e se ogni punto ha la stessa importanza per il giocatore al servizio e per quello alla risposta.

Mito 3: “Ogni punto (game, set) ha la stessa importanza per entrambi i giocatori”

Klaassen e Magnus sostengono la ragionevole tesi per cui un punto ha sempre la stessa importanza per il giocatore al servizio come per quello alla risposta.

Faccio una premessa sul significato di importanza qui inteso. Nella sua accezione statistica, quella adottata da i due autori, la definizione di importanza rimanda a quella proposta dallo statistico di sport Carl Morris. Secondo questa definizione, l’importanza di un punto equivale alla variazione nella probabilità di vincere un game se quel determinato punto è vinto o se è perso. In altre parole, l’importanza di un punto risiede nella misura in cui vincere quel punto permetta di “portare a casa” il game rispetto a quanto perdere quel punto ne allontani la vittoria. 

Sulla base di questo assunto, Klaassen e Magnus dicono che, quale sia l’aumento delle probabilità che il giocatore al servizio vinca il game dopo aver vinto il punto, a quell’aumento corrisponde necessariamente un’eguale diminuzione nelle probabilità di vincere il game da parte del giocatore in risposta, come accade ad esempio nelle sfide di Coppa Davis, in cui la sconfitta di una squadra è la vittoria dell’altra.

Questo non significa che tutti i punti sono importanti allo stesso modo, perché non sappiamo non essere certamente il caso. Significa invece che, quale sia l’importanza di un punto per il giocatore al servizio, quel punto è importante allo stesso modo per il giocatore alla risposta.

Quali sono i punti più importanti nel tennis?

Visto che il Mito 3 è incentrato sulla simmetria nel tennis più che su ragionamenti statistici, ho pensato che si potesse ampliare l’argomento e capire quali sono i punti più importanti nel tennis moderno.

L’immagine 1 mostra la suddivisione dell’importanza dei punti per il circuito maschile nel 2015, secondo la stessa definizione di importanza usata da Morris e Klaassen e Magnus (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascun cerchio, n.d.t.). L’importanza effettiva è evidenziata in blu e nell’indicazione del punteggio i punti del giocatore al servizio compaiono a sinistra e quelli del giocatore alla risposta a destra. Non sono considerati i tiebreak.

IMMAGINE 1 – Importanza dei punti per il circuito ATP, 2015

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Grazie a questo tipo di rappresentazione grafica, è più facile notare la grande estensione dell’intervallo di variazione dell’importanza. Il punto più importante sul 30-40 è in grado di influenzare la probabilità di vincere il game del 70%. Invece, il punto meno importante sul 40-0 ha un’influenza solo del 4%.    

E’ naturale essere sorpresi dalla bassa importanza di quei punti che decidono il game, nell’esempio il punto sul 40-0. Se da un lato è vero che se il giocatore al servizio vince il punto sul 40-0 ha vinto il game, dall’altro è anche vero che se perde il punto comunque le probabilità di vincere il game rimangono piuttosto alte. La ragione sta nel fatto che il giocatore al servizio ha molte possibilità di recuperare uno o due punti e, in qualità di iniziatore del punto, parte da una posizione di vantaggio su tutti i punti aggiuntivi che vengono giocati.

Generalmente, le palle break sono i punti più critici dai cui tirarsi fuori se il giocatore al servizio nutre qualche speranza di vincere il game.

In questo tabella, il punto sul 30-40 ha lo stesso valore del punto sul vantaggio esterno (40-AD) e il punto sul 40-30 è equivalente al vantaggio interno (AD-40).

Come mostrato dall’immagine 2, l’importanza dei punti nel circuito femminile è simile a quella maschile, anche se l’intervallo di variazione dell’importanza è più corto a causa del ruolo meno dominante del servizio.

IMMAGINE 2 – Importanza dei punti per il circuito WTA, 2015

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Tutti i punti sono importanti quanto ci si attende che lo siano?

Il valore “atteso” che si può notare accanto a ciascun punto corrisponde all’importanza associata a quel punto che ci si attende se il giocatore al servizio giocasse ogni punto con eguale probabilità. Per gli uomini, la probabilità attesa è del 64% mentre per le donne è del 57%, che i due autori hanno ottenuto dalle prestazioni medie al servizio negli Slam del 2010. Sono medie che, nel 2015, non hanno subito cambiamenti significativi.

Sebbene l’importanza effettiva dei punti giocati nel tennis moderno a livello di circuito maggiore sia sostanzialmente in linea con le attese, ci sono alcuni casi interessanti di scostamento evidenziati da valori attesi fuori dal margine di errore (rappresentati dalle barre di errore) dell’importanza stimata per il 2015. Per gli uomini, i punti sul 30-40, 15-40 e 0-40 sono stati molto meno importanti nel gioco effettivo di quanto ci si attendesse se i giocatori al servizio avessero sempre servito con il 64% di efficacia (lo stesso risultato è stato ottenuto nel 2001 in una ricerca di Peter G. O’Donoghue, anche se il tema centrale in quel caso era la differenza tra sessi, non tanto gli scostamenti dall’importanza pronosticata).   

Sul circuito femminile lo schema è simile, anche se la grandezza nelle differenze è più contenuta.

Quali sono le conseguenze di queste deviazioni rispetto a quanto previsto da Klaassen e Magnus?

La risposta più semplice è che i giocatori non giocano sempre ogni punto con la stessa efficacia e le dinamiche di gioco generano un intervallo di importanza più ridotto di quanto ci si attenderebbe nel “modello di eguale efficacia”. Altri studi mostrano che la probabilità del giocatore al servizio di vincere un punto è inferiore se sotto pressione, come ad esempio nelle situazioni di palle break, per le quali si osservano gli scostamenti maggiori in termini di importanza. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che, in media, il giocatore al servizio non riesce a reggere la pressione o il giocatore alla risposta è bravo ad alzare il suo livello di gioco.   

Quale sia la ragione che determina gli scostamenti, l’effetto risultante è una diminuzione della probabilità del giocatore al servizio di recuperare nel punteggio e, di conseguenza, una riduzione dell’importanza di quelle situazioni di punteggio. 

Tuttavia, anche in presenza di questi scostamenti rispetto alle attese, si può comunque giungere all’interessante conclusione che non tutte le palle break sono importanti allo stesso modo.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 3

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 2 (sul servire per primi)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 24 febbraio 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 1.

Il secondo mito affrontato da Franc Klaassen e Jan Magnus nel loro classico della letteratura statistica sul tennis Analyzing Wimbledon è quello del servire per primi in una partita. 

Mito 2: “Esiste un vantaggio derivante dal servire per primi in un set?”

Il lancio della moneta prima dell’inizio di una partita è un rituale a cui molti prestano poca attenzione. Ma se qualche circostanza è rimasta impressa nella memoria è molto probabile che si sia visto il giocatore che ha vinto il sorteggio scegliere di servire.

Nella maggior parte dei casi, i giocatori preferiscono servire per primi perché la convinzione generale è che servire per primi dia un vantaggio. Perché esiste questa convinzione?

Ci sono diverse spiegazioni, tutte di natura psicologica. Alcuni sostengono che quando si è freschi a inizio partita tenere il servizio sia, ancora di più, una certezza, altri che giocare su una situazione di punteggio pulito aumenta l’efficacia al servizio. Una volta poi che un giocatore è avanti nei game (con qualsiasi successione di punteggio), la sua confidenza di chiudere il set aumenta. E così discorrendo. 

Esiste prova che i giocatori traggano vantaggio dal servire per primi in un set?

Le conclusioni di Klaassen e Magnus

I due giganti delle analisi statistiche di tennis hanno valutato il Mito 2 (il loro preferito) con dati relativi al torneo di Wimbledon, trovando che è più probabile che un giocatore vinca il primo set se inizia a servire per primo, mentre è più probabile che perda gli altri set se inizia a servire per primo. Davvero?

La spiegazione a questo paradosso sta nel fatto che servire per primi a inizio partita è un evento casuale determinato dal lancio della moneta, mentre servire per primi negli altri set è direttamente legato al giocatore che ha vinto il set precedente e al modo in cui è stato vinto. Dopo il primo set, il giocatore che ha perso il set precedente servirà per primo se il vincitore del set lo ha chiuso al servizio (che è il modo solito con cui un giocatore vince il set). Questo rende servire per primi negli altri set che non siano il primo altamente correlato con la bravura del giocatore al servizio.

Quando si tiene conto della qualità del giocatore, Klaassen e Magnus mostrano che il vantaggio di servire per primi scompare, un risultato confermato da un’analisi di IBM.

Resta però il primo set, nel quale servire per primi non è correlato con la bravura del giocatore. In questo caso, Klaassen e Magnus affermano che servire per primi offre un leggero vantaggio. Il motivo? Hanno trovato che i giocatori vincono punti con maggiore efficacia nel primo game, in misura del 3 o 4%.

Sono rimasta perplessa nel notare l’assenza della frase di Klaassen e Magnus “Ma quando abbiamo guardato a..” che spesso appare come formula di chiarimento di fronte a risultati che generano perplessità. Per questo ho ripetuto l’analisi per vedere se:

fosse veramente così

nel caso lo fosse, quale potrebbe essere la causa?

Rivisitare il Mito 2 rispetto al tennis moderno

Utilizzando 2000 partite ATP e altrettante partite WTA arbitrariamente selezionale negli ultimi cinque anni, ho confrontato la probabilità di vincere un punto nel primo game per il giocatore al servizio con la stessa probabilità in tutti gli altri game. Rispetto all’incremento del 3 o 4% di punti vinti al servizio nel primo game segnalato da Klaassen e Magnus, nella mia analisi non ho trovato un vantaggio significativo per il giocatore al servizio nel primo game, in nessuno dei due circuiti. 

Per cercare di capire la differenza di risultato, ho creato un grafico dei punti medi vinti al servizio in funzione del numero di game giocati. L’immagine 1 mostra l’andamento per le partite ATP, l’immagine 2 per le partite WTA (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascuna barra, n.d.t.). Emergono alcune interessanti tendenze. Le percentuali di vittoria diventano molto più incostanti quando la partita raggiunge le sue fasi finali e la dimensione del campione si riduce. Ancora più interessante, si notano alcuni massimi nei game in cui il giocatore serve con le palline nuove, cioè dopo i primi 7 game di gioco e poi ogni 9 game (game 1, game 8, game 17, ecc.). Complessivamente, servire con le palline nuove si traduce in un aumento dell’1% in media nei punti vinti al servizio.   

IMMAGINE 1 – Vantaggio sui punti al servizio in funzione del numero di game giocati, ATP

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Sul circuito femminile, l’effetto è più pronunciato. Complessivamente, le palline nuove comportano un aumento dell’1.5% nei punti vinti al servizio.

IMMAGINE 2 – Vantaggio sui punti al servizio in funzione del numero di game giocati, WTA

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E’ possibile che l’effetto nel primo game osservato da Klaassen e Magnus con i dati del torneo di Wimbledon nelle edizioni degli anni ’90, che in questa analisi non si presenta, sia da attribuire all’utilizzo di palline nuove sulla superficie molto veloce di quel periodo.

Sfruttare il vantaggio delle palline nuove?

Se davvero esiste un vantaggio nel servire con le palline nuove, ci si chiede quali scelte possa fare un giocatore per capitalizzarlo. Servire con le palline nuove nell’ottavo game (che segue il primo cambio di palline dall’inizio della partita) potrebbe avere maggiore rilevanza strategica che farlo nel primo game, perché è una situazione che si presenta a partita avanzata. Tuttavia, visto che un giocatore ha meno potere decisionale sul servire nell’ottavo game piuttosto che nel primo, scegliere di servire nel primo game e sperare di fare un break prima dell’ottavo game è sicuramente la modalità più conservativa.

I risultati di questa nuova analisi suggeriscono che un giocatore debba attendersi un vantaggio molto modesto scegliendo di servire per primo, che non deriva da un elemento psicologico, ma dal fatto che le palline nuove abbiano un rimbalzo migliore, rendendo il servizio più efficace.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 2