Vale la pena perdere una partita per fare le qualificazioni di uno Slam?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 13 gennaio 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nel torneo di Hobart 2016, Naomi Osaka ha perso al secondo turno contro Mona Barthel. Prima della partita, la sua era una posizione scomoda: se avesse vinto, non avrebbe poi potuto giocare le qualificazioni agli Australian Open. Per una giovane giocatrice fuori dalle prime 100, i quarti di finale in un evento del circuito maggiore sono un risultato positivo, ma è presumibile che entrare nel tabellone principale di Melbourne fosse il vero obiettivo della sua trasferta in Australia.

Vista la sconfitta, Osaka potrà giocare le qualificazioni. Se non avesse perso? È questa l’occasione in cui una giocatrice trarrebbe beneficio dal perdere, piuttosto che vincere, una partita?

In altri termini: nella situazione di Osaka, quale incentivo interviene? Se potesse, quale sceglierebbe tra i quarti di finale di un torneo del circuito maggiore e un posto nelle qualificazioni di uno Slam? In parole povere, trovandosi nella circostanza, una giocatrice dovrebbe volutamente perdere?

Analizziamo gli scenari a disposizione. Nello scenario A, Osaka vince il secondo turno di Hobart, raggiunge i quarti di finale con la possibilità di andare oltre, precludendosi però di fatto di giocare gli Australian Open. Nello scenario B, perde al secondo turno, si presenta alle qualificazioni a Melbourne e ha l’opportunità di entrare nel tabellone principale.

Prima di fare i calcoli, provate a indovinare: quale è lo scenario che probabilmente darà a Osaka più punti? E per quanto riguarda i premi partita?

Lo scenario A è più semplice. Raggiungendo i quarti di finale, Osaka prende 30 punti e 2590 dollari addizionali rispetto a una sconfitta al secondo turno. Dovesse proseguire, serve considerare punti e premi attesi, utilizzando l’ammontare di entrambi previsto per ogni turno e raccordandolo alle probabilità di Osaka di raggiungere quel determinato turno.

Stimiamo che Osaka abbia circa il 25% di probabilità di vincere il quarto di finale, aggiungendo altri 50 punti e 5400 dollari. In termini attesi, si tratta di 12.5 punti e 1350 dollari. Se continua nel torneo, le diamo un 25% di probabilità di arrivare in finale, e poi un 15% di probabilità di vincere il titolo.

Mettendo insieme queste varie possibilità, dai punti garantiti del quarto di finale fino allo 0.94% di probabilità di vincere il torneo (25% * 25% * 15%), si ottiene che la “ricompensa” attesa nello scenario A corrisponde a circa 48 punti e poco meno di 4800 dollari.

Lo scenario B ha inizio da un punto ben diverso. Grazie al recente incremento dei premi partita nei tornei dello Slam, a ogni giocatore delle qualificazioni spettano almeno 3150 dollari, una cifra già simile al possibile guadagno atteso di Osaka nel caso fosse andata avanti nel torneo di Hobart. La situazione dei punti però è di tutt’altro tipo, perché chi perde al primo turno delle qualificazioni prende solo 2 punti validi per la classifica della WTA.

Vi risparmio i calcoli dello scenario B, ma ho ipotizzato che Osaka abbia un 70% di probabilità di superare il primo turno di qualificazioni, un 60% per il secondo e un 50% per il terzo, qualificandosi quindi per gli Australian Open. Se vi sembrano probabilità leggermente alte, consideratele una compensazione per la possibilità che Osaka raggiunga il tabellone principale come ripescata o lucky loser (inoltre, si ottiene lo stesso risultato finale diminuendo le probabilità rispettivamente fino al 50%, 45% e 40%, anche se punti e premi partita dello scenario B sono un po’ più bassi).

Una stima delle probabilità così definita si traduce in un’attesa di circa 23 punti classifica e 11.100 dollari. Oltre agli iniziali 3150 dollari, a Osaka non è automaticamente garantita alcuna somma, ma la potenziale ricompensa per l’ingresso nel tabellone principale è enorme, specialmente se raffrontata ai premi partita di Hobart: una sconfitta al primo turno agli Australian Open vale infatti più di una finale persa a Hobart.

E, naturalmente, se dovesse qualificarsi, ha la possibilità di vincere altre partite. Dal 2000, le giocatrici uscite dalle qualificazioni in uno Slam hanno raggiunto il secondo turno il 41% delle volte, il terzo turno il 9%, il quarto turno l’1.8% e i quarti di finale lo 0.3%. Queste probabilità, collegate al 21% di probabilità per Osaka di entrare effettivamente nel tabellone principale, si traducono in ulteriori 7 punti classifica e 2600 dollari di premi partita attesi.

In sintesi, lo scenario B restituisce 30 punti attesi e 13.600 dollari in premi partita attesi.

In questo confronto, l’alternativa Slam è largamente più remunerativa, mentre il torneo del circuito maggiore assegna un numero più alto di punti. Nel lungo periodo, sono punti che avranno un peso economico, perché potrebbero consentire a Osaka l’ingresso diretto in eventi di livello superiore per i quali altrimenti dovrebbe qualificarsi. Probabilmente, però, non è sufficiente a respingere il richiamo che quasi 9000 dollari in più di premi partita immediati esercitano (Osaka ha poi perso al terzo turno degli Australian Open da Victoria Azarenka, guadagnando 130 punti classifica e circa 86.000 dollari in premi partita, n.d.t.).

Spero davvero che nessuna giocatrice, o giocatore, perdano mai una partita volontariamente in modo da riuscire a giocare le qualificazioni di uno Slam. Dovesse accadere, almeno comprenderemo la logica che li spinge a farlo.

Is Grand Slam Qualifying Worth Tanking For?

Chi ha più sorpreso a Wimbledon 2017

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 22 luglio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Quali sono i giocatori che più sono andati oltre le attese a Wimbledon 2017 e quali invece, al contrario, sono stati protagonisti delle sconfitte più sorprendenti?

Spesso, riflettendo sull’esito di un torneo molto importante, si rimane colpiti dai risultati più inaspettati, che possono essere quelli di giocatori che hanno raggiunto un turno nel quale non ci si attendeva di vederli o che hanno perso prima di quanto si pensava avrebbero fatto. Quale sia la natura, siamo di fronte a una sorpresa nel momento in cui i risultati effettivi sono lontani da quelli attesi.

Per i tornei maggiori con molti giocatori in tabellone può essere problematico seguire i risultati di ciascun giocatore, anche rispetto a quelli di tutti gli altri partecipanti. Inoltre, non sempre si ha un’idea precisa delle aspettative riposte sui giocatori meno conosciuti,. Sono tutte ragioni che rendono utile possedere un metodo rapido e coerente per indicizzare il fattore sorpresa.

In questa analisi, ho utilizzato previsioni basate sulle valutazioni Elo per calcolare un indice di sorpresa per i risultati ottenuti da tutti i giocatori a Wimbledon 2017. Le valutazioni Elo sono definite da una combinazione delle valutazioni Elo relative alla carriera di un giocatore e quelle relative ai risultati in carriera sull’erba precedenti all’inizio del torneo. Sono valutazioni il cui scopo è quello di determinare le attese per l’esito di ogni partita. L’indici di sorpresa della partita di un giocatore quindi è la differenza tra l’esito effettivo della partita e la previsione di vittoria per la stessa.

Oltre le attese

I valori complessivi dell’elemento sorpresa per tutte le partite di un giocatore ci permettono di scoprire chi abbia ottenuto il rendimento più sorprendente a Wimbledon 2017. Nel circuito maschile – grazie alla prima semifinale in uno Slam di un giocatore americano dal 2009 – è Sam Querrey a stare davanti, con un indice di 2.36 a cui ha contribuito in misura maggiore la vittoria nei quarti di finale contro Andy Murray, pari a un +0.9 rispetto alle attese.

Al secondo posto troviamo Adrian Mannarino, che ha perso agli ottavi di finale, il suo miglior risultato a Wimbledon dal 2011. Marin Cilic è terzo: come testa di serie numero 7, Cilic non sarebbe dovuto andare oltre i quarti di finale, ed è proprio quella partita contro Gilles Muller la più dura affrontata da Cilic prima della finale e quella in cui ha guadagnato di più in termini di indice di sorpresa (+0.4).

Tomas Berdych è quarto, beneficiando in larga parte del ritiro di Novak Djokovic nei quarti di finale.

Pur muovendosi ai margini dell’interesse giornalistico, quello di Ruben Bemelmans è stato il quinto miglior risultato, con un terzo turno arrivato dopo le vittorie contro Tommy Haas e l’emergente Daniil Medvedev, ciascuna valida per un incremento di +0.8.

Il sesto giocatore più sorprendente è Ernests Gulbis, che ha ricevuto molta attenzione quest’anno. Gulbis era tra i primi 10 nel 2014, poi un calo di prestazione e un’infortunio negli ultimi tempi lo avevano relegato a passare del tutto inosservato. Con un terzo turno a Wimbledon, Gulbis ha mostrato il livello di gioco e la motivazione per tornare nelle posizioni alte della classifica, e sarà sicuramente da tenere d’occhio nella trasferta sul cemento del Nord America. Chiudono l’elenco Benoit Paire, Sebastian Ofner, Dudi Sela e Jared Donaldson.

La vincitrice Garbine Muguruza è anche in cima alla classifica delle giocatrici con la prestazione più sorprendente. Sebbene fosse una delle poche del tabellone ad aver già vinto uno Slam, la storia di Muguruza sull’erba è sempre stata da ‘o tutto o niente’. All’inizio del torneo, Muguruza non aveva mai vinto un titolo sull’erba, pur avendo raggiunto la finale a Wimbledon 2015.

Le attese su di lei erano quindi incerte ma, durante le due settimane a Londra, ha impressionato con le vittorie su Angelique Kerber (+0.7), Svetlana Kuznetsova (+0.5) e in finale contro Venus Williams (+0.7).

Al secondo posto troviamo la cenerentola Magdalena Rybarikova. Pochi probabilmente erano al corrente dei suoi convincenti risultati sul circuito ITF prima di Wimbledon, tutti si sono poi accorti del suo talento. La vittoria al secondo turno contro Karolina Pliskova (+0.8) e il suo quarto di finale contro Coco Vandeweghe (+0.7) sono prova del fatto che possiede qualità per continuare a fare strada.

Petra Martic, Madison Brengle, e Ana Konjuh completano le cinque prestazioni più impressionanti. Le vittorie di quest’ultima contro Sabine Lisicki (+0.5) e Dominika Cibulkova (+0.6) la rendono certamente, a soli 19 anni, una delle giocatrici emergenti nel circuito femminile dal potenziale maggiore.

È interessante anche notare la presenza di tre americane (Brengle, Shelby Rogers e Alison Riske) e due giocatrici dalla Croazia (Martic e Konjuh) nelle prime dieci dell’elenco, così come è interessante il nono posto della campionessa del Roland Garros Jelena Ostapenko, la cui recente esplosione ad alti livelli non ha avuto tempo di riflettersi in termini di risultati sull’erba. Il quarto di finale a Wimbledon cambierà questa percezione e le attese per risultati futuri anche superiori a quello ottenuto.

Sconfitte sorprendenti

L’indice di sorpresa può essere utilizzato anche in senso opposto, per identificare cioè le sconfitte più significative. Per quanto riguarda gli uomini, Murray e Djokovic sono al secondo e al terzo posto, entrambi debilitati da problemi fisici, Murray per tutto il torneo, Djokovic nell’ultima partita. Se da un lato la valutazione del loro livello è inevitabilmente influenza, dall’altro il calo di forma è piuttosto evidente rispetto allo scorso anno, soprattuto nel caso di Murray.

La sconfitta di Juan Martin Del Potro contro Gulbis è stata per molti una sorpresa, che lo ha fatto salire al secondo posto dell’elenco. La quarta e la quinta maggiore sorpresa sono opera di Ruben Bemelmans, che quest’anno sembra essere arrivato letteralmente dal nulla.

Sebbene ancora all’inizio del rientro dall’infortunio, Petra Kvitova era la favorita per la vittoria finale di diversi osservatori, per questo la sua sconfitta contro Brengle al secondo turno è stata del tutto inaspettata. Al di là dei numeri però, la perseveranza mostrata da Kvitova è già andata oltre le attese. La speranza è che sia solo una questione di tempo perché il suo gioco dia concreta rappresentazione della forza di volontà.

Una delle sconfitte che più è passata in secondo piano è l’uscita al primo turno di Anastasia Pavlyuchenkova contro Arina Rodionova, solo leggermente più sorprendente della sconfitta della testa di serie numero uno Pliskova contro Rybarikova.

Ci si attendeva di più inoltre da Lucie Safarova e Daria Gavrilova: nessuna è andata oltre il secondo turno.

L’indice di sorpresa è uno strumento per quantificare la distanza tra rendimento effettivo e livello atteso. Nel riepilogo delle sorprese a Wimbledon 2017 trovano riscontro alcune delle più note vicende delle due settimane di torneo, ma emergono anche prestazioni di cui meno si è discusso. Entrambe le valutazioni sottolineano come l’elemento sorpresa possa essere una statistica utile e interessante.

Most Surprising at Wimbledon 2017

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 19 (sui campioni veri e i punti che contano)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 16 luglio 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 18.

Tra le partite memorabili e gli spunti narrativi di Wimbledon 2016 non c’è stata l’attesa semifinale tra Novak Djokovic e Roger Federer, dopo la sconfitta di Djokovic al terzo turno contro Sam Querrey. Dovremmo attendere gli US Open 2016 per vedere se Federer può ancora mettere alla prova Djokovic nel palcoscenico di uno Slam (circostanza che poi non si è più verificata, a seguito del ritiro per infortunio per il resto del 2016 di Federer, la sconfitta di Djokovic al secondo turno degli Australian Open 2017, la decisione di Federer di non giocare il Roland Garros 2017 e il ritiro di Djokovic nei quarti di finale di Wimbledon 2017, che mette anche in dubbio la sua presenza agli US Open 2017, n.d.t.).

Chiunque abbia interesse nelle analisi numeriche, vorrebbe rivedere una rivincita della finale degli US Open 2015, che, negli ultimi anni, ha rappresentato una delle partite statisticamente più insolite delle fasi conclusive di uno Slam. Molti ricorderanno che Federer ha perso in quattro set e che la sua trasformazione delle palle break è stata deficitaria (4 su 23). Ma sanno anche che Federer ha in effetti vinto una percentuale più alta di punti totali al servizio e alla risposta?

IMMAGINE 1 – Riepilogo statistico della finale degli US Open 2015

Come mostrato nell’immagine 1, si tratta di differenze ridotte, poco meno di un punto percentuale per ogni categoria (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.). Serve però come prova che le semplici medie nel tennis troppo spesso nascondono una realtà più articolata. La finale degli US Open 2015 è un esempio lampante delle statistiche standard che non riescono a dare evidenza dell’importanza legata a specifici punti. Federer e Djokovic non hanno avuto la stessa efficacia su tutti i punti, comportandosi in modo (a volte anche molto) diverso sui punti più importanti rispetto a quelli meno importanti. Sono esattamente queste le situazioni in cui le statistiche convenzionali possono essere ingannevoli.

La finale degli US Open 2015 rimane nella memoria come una partita in cui Federer sorprendentemente è sembrato lasciarsi influenzare dalla pressione dei punti più significativi. Guardando la partita, molti suoi tifosi devono aver pensato che fosse poco usuale da parte di Federer. Ci si attende infatti che i grandi campioni siano sempre in grado di affrontare i momenti più delicati meglio degli altri giocatori. È davvero così? È uno dei tratti distintivi di un campione?

La domanda introduce l’approfondimento del Mito 19 di Analyzing Wimbledon di Klaassen e Magnus.

Mito 19: “ I veri campioni vincono i punti più importanti”

Alcune delle precedenti rivisitazioni dei miti di Klaassen e Magnus hanno già evidenziato sotto molteplici aspetti (ad esempio il Mito 17) come i giocatori abbiano un rendimento diverso nei punti a maggior pressione. La (abbastanza) nuova argomentazione in merito qui presentata da i due autori è quella secondo la quale i giocatori migliori hanno prestazioni superiori nelle situazioni critiche anche perché i giocatori peggiori fanno peggio. Per questo, sostengono, i campioni vengono definiti tali grazie alla stabilità del loro rendimento, quando invece gli altri giocatori tendono a subire la pressione e commettere più errori.

Se Klaassen e Magnus hanno ragione, dovremmo aspettarci di osservare un impatto minimo dei punti importanti per quei giocatori con il rendimento complessivo più alto al servizio e alla risposta. Come mostrato nell’immagine 2, ho usato un modello misto per stimare la variazione della bravura di un giocatore al servizio e alla risposta in presenza di palle break, sulla base di alcuni anni di partite degli Slam. Sul servizio (asse delle ascisse), i giocatori cercano di evitare un possibile break; alla risposta (asse delle ordinate), cercano di strappare il servizio all’avversario. Valori negativi in entrambe le direzioni indicano una diminuzione di prestazione sulle palle break rispetto a tutti gli altri punti.

I colori del grafico raggruppano i giocatori in funzione della media dei punti vinti al servizio e alla risposta, sommandoli in modo da avere un livello complessivo di “abilità alla vittoria”. I giocatori più forti sono rappresentati in verde. Si nota una grande varianza relativamente all’incidenza sul servizio. Rafael Nadal, Kei Nishikori e Tommy Robredo riescono a essere molto più efficaci nelle situazioni di palle break rispetto ad altri punti al servizio, mentre l’efficacia di Djokovic, Federer e Andy Murray al servizio rimane virtualmente invariata in presenza di una palla break da salvare. Una caratteristica condivisa dai giocatori di vertice è la capacità di essere più efficaci alla risposta di fronte alla possibilità di fare un break.

IMMAGINE 2 – Incidenza delle situazioni di palle break per partite Slam del circuito maschile nel periodo 2012-2016

Troviamo la stessa varianza nel gruppo dei giocatori più deboli (in blu) e un effetto ancora più negativo al servizio. Rispetto alle conclusioni di Klaassen e Magnus, sono i giocatori di medio livello a subire l’effetto minore in situazioni di palle break.

Per quanto riguarda il circuito femminile, l’immagine 3 mostra una dinamica molto più marcata nell’incidenza delle palle break rispetto a quanto avviene tra i giocatori. Si osserva infatti che la bravura complessiva di una giocatrice nel vincere punti è quasi perfettamente correlata con la gestione delle opportunità di palle break nel game alla risposta. Le giocatrici migliori sono quelle che subiscono più negativamente la situazione, le giocatrici meno forti sono quelle più positivamente influenzate. Questo risultato contro-intuitivo potrebbe essere spiegato dalla difficoltà che incontra il modello utilizzato nel dissociare la bravura di una giocatrice nel gioco da fondo dall’incidenza delle palle break.

IMMAGINE 3 – Incidenza delle situazioni di palle break per partite Slam del circuito femminile nel periodo 2012-2016

L’attenzione sulle opportunità di break relega però in secondo piano altre situazioni di punteggio che possono essere critiche per l’esito di un set, come i punti nel tiebreak o il punto sul 30-30 nelle fasi finali del set. Per uno sguardo più completo della bravura di un giocatore e l’effetto dei “punti importanti”, ho replicato l’analisi precedente secondo la definizione di importanza del punto fornita da Carl Morris.

Quando è l’importanza di tutti i punti a essere considerata, osserviamo dinamiche molto più simili a quanto emerso per le giocatrici sulle palle break. I giocatori di vertice tendono ad alzare il livello di gioco nei punti al servizio più importanti ma hanno un rendimento al di sotto della loro bravura nei punti alla risposta più critici.

IMMAGINE 4 – Incidenza delle situazioni di punti importanti per partite Slam del circuito maschile nel periodo 2012-2016

Il circuito femminile presenta più variabilità rispetto all’importanza di tutti i punti. Come mostrato nell’immagine 4, le giocatrici migliori comunque tendono ad avere un rendimento alla risposta inferiore alla loro media. Serena Williams rappresenta però un’interessante eccezione. Si trova infatti al centro della nuvola di punti come giocatrice di vertice che subisce in misura minore situazioni di punti importanti.

IMMAGINE 5 – Incidenza delle situazioni di punti importanti per partite Slam del circuito femminile nel periodo 2012-2016

Riepilogo

Nella rivisitazione del Mito 19, ho analizzato la correlazione tra il comportamento di un giocatore al servizio e alla risposta in situazioni pressanti di punteggio e la sua capacità complessiva di vincere punti. Le analisi hanno mostrato che i giocatori migliori sono anche alcuni tra quelli che più si lasciano condizionare da situazioni ad alta pressione. Lo scenario cambia però in funzione del modo in cui i “punti importanti” sono definiti.

Perché assistiamo a profonde differenze tra palle break e punti importanti? La spiegazione sta nel fatto che non tutte le palle break sono necessariamente così importanti. Indietro di due set, probabilmente un giocatore non nutre molte speranze di ribaltare il risultato salvando un’altra palla break. Di contro, nonostante siano spesso tra i punti più importanti di una partita, i punti del tiebreak non sono considerati nelle analisi sulle palle break. È per questo che non ci si può aspettare che le due definizioni di “punti importanti” diano risultati coerenti.

Klaassen e Magnus hanno usato la classifica per definire un “campione vero”, nella mia analisi invece ho scelto la capacità di vincere punti. Sebbene si ottengano con entrambe risultati interessanti, nessuna è particolarmente efficace nel caratterizzare un campione. Quindi, l’ultima parola su questo argomento resta ancora da scrivere.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 19

Una misura del predomino in situazione di partita

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 16 luglio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Da poche ore, Roger Federer ha battuto Marin Cilic nella finale di Wimbledon, raggiungendo quota 19 Slam. Il suo ottavo titolo a Wimbledon è arrivato nello stesso modo in cui Rafael Nadal aveva vinto per la decima volta il Roland Garros, senza aver perso un set.

Le prestazioni di Federer e Nadal nel 2017 hanno fatto parlare molto di predominio, di cui i set vinti sono però solo uno degli aspetti. Ad esempio, Federer ha giocato cinque tiebreak a Wimbledon vincendoli tutti, e ha costretto un avversario al ritiro. Anche uno degli avversari di Nadal al Roland Garros si è dovuto ritirare, e nelle altre partite Nadal non ha perso più di quattro game a set. Sembrerebbe quindi che il rendimento di Nadal sia stato superiore a quello di Federer.

Confronti come questo segnalano che il tennis necessita di un modo più puntuale di misurare il predominio durante una partita. Quali sono alcune delle possibilità a disposizione?

Oltre a set e game vinti, le palle break convertite sono un indicatore frequentemente utilizzato dai commentatori per evidenziare il predominio di un giocatore. Le palle break sono tra i punti più importanti di una partita e spesso fondamentali per la vittoria finale, quindi è una metrica a cui ha senso riferirsi.

Una misura analoga introdotta da Carl Bialik è l’indice di dominio o Dominance Ratio (DR), equivalente al rapporto tra la percentuale di punti vinti alla risposta da un giocatore e la percentuale di punti vinti alla risposta dall’avversario. A differenza della conversione di palle break, la percentuale di punti vinti alla risposta tiene conto del rendimento alla risposta complessivo, che possiede un’alta correlazione positiva con la conversione di palle break.

Pur sostenendo la validità di entrambi gli indicatori, in tema di misurazione del predominio presentano alcuni inconvenienti. La conversione di palle break non considera i tiebreak – un altro modo in cui i set vengono vinti in partite molto equilibrate – e pone in una situazione di particolare svantaggio giocatori molto forti al servizio e meno alla risposta come John Isner e Ivo Karlovic. Inoltre, in termini percentuali, la conversione di palle break mette insieme dominio ed efficienza (un giocatore o giocatrice può avere il numero più alto di palle break ma può arrivarci con molta inefficienza, come il caso di Jelena Ostapenko contro Francoise Abanda a Wimbledon 2017).

Se da un lato quindi la conversione di palle break ignora forse alcuni dei punti importanti, dall’altro l’indice di dominio ricomprende tutti i punti alla risposta, non considerandone però la differenza di importanza.

Dopo lunghe riflessioni su come unire i punti di forza delle palle break convertite e dell’indice di dominio, ho elaborato l’indice Palle Break Plus o BP+, che misura il predominio di un giocatore attraverso le palle break convertite e il totale ponderato dei mini-break vinti al tiebreak. Al numero così ottenuto viene poi sottratto lo stesso totale ottenuto per l’avversario. Il totale ponderato dei mini-break riflette il fatto che i mini-break all’inizio del tiebreak, quindi prima che i giocatori raggiungano le fasi salienti del tiebreak, hanno approssimativamente metà dell’importanza per la vittoria del tiebreak rispetto a quanto una normale palla break abbia per la vittoria del game.

In un precedente lavoro, ho mostrato come la percentuale relativa di palle break avesse la correlazione più forte con la vittoria della partita (in realtà, è un tipo di legame che richiama da vicino l’attesa pitagorica nel baseball). BP+ fa ancora meglio. Su un campione di partite Slam dal 2011 a oggi, il legame tra Palle Break Plus e la vittoria della partita ha ridotto del 30% la devianza residua nell’adattamento di una regressione logistica rispetto a un modello con le sole palle break.

Predominio dei Fantastici Quattro negli Slam

Una delle applicazioni di BP+ è la misura del predominio delle prestazioni in un determinato torneo. L’immagine 1 rappresenta il rendimento dei Fantastici quattro per tutte le partite giocate negli Slam del 2017, escludendo la finale di Wimbledon (già giocata al momento della traduzione dell’articolo ma non della stesura, n.d.t.).

Analizzando il valore cumulato di BP+ per turno, si nota immediatamente l’incredibile prestazione di Nadal al Roland Garros. Terminata la finale, Nadal aveva un BP+ di 36, vale a dire una media di sei break o mini-break decisivi in più del suo avversario per singola partita, considerando il ritiro di Pablo Carreno Busta nei quarti di finale (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.).

IMMAGINE 1 – Predominio dei Fantastici Quattro negli Slam 2017 in termini di BP+

Sia Novak Djokovic che Andy Murray hanno migliorato il loro rendimento al Roland Garros, rispetto agli Australian Open, ma alla fine sono crollati entrambi. A Wimbledon invece erano in corsa per ottenere un risultato superiore a Parigi, ma sono stati bloccati dagli infortuni.

Federer, il favorito all’inizio di Wimbledon, deve aver preso la decisione giusta evitando di giocare il Roland Garros, ottenendo infatti un valore cumulato di BP+ di 18.5, che corrisponde a 3.7 a partita, leggermente inferiore agli Australian Open dove aveva un BP+ di 4 prima di giocare la finale con Nadal.

Efficienza dei Fantastici Quattro negli Slam

Ho detto prima che una misura dell’efficienza è data dal rapporto tra palle break convertite sul totale a disposizione. Concentrando l’attenzione sui punti più critici della partita, possiamo vedere come si sono comportati i Fantastici Quattro durante gli Slam del 2017.

Nell’immagine 2, si osserva come i giocatori siano spesso al massimo dell’efficienza nella prima settimana, durante la quale il livello di pressione è generalmente inferiore, anche se questo vale di meno sulla terra battuta di Parigi, dove la superficie più lenta può favorire esiti a sorpresa.

IMMAGINE 2 – Efficienza dei Fantastici Quattro negli Slam 2017 in termini di BP+

Di Federer è risaputa la mancanza di efficienza (come ad esempio le quattro palle break convertite su 23 durante la finale degli US Open 2015). Quest’anno però sembra aver invertito la rotta. Agli Australian Open era al pari di Nadal come efficienza, facendo addirittura meglio in cinque partite su sette. La sua efficienza è calata a Wimbledon, fino a un minimo del 32% nel quarto di finale contro Tomas Berdych. Prima della finale agli Australian Open aveva un indice di efficienza del 44%.

BP+ è un nuovo strumento per misurare il predominio di un giocatore, e la frequenza di conversione di BP+ esprime direttamente l’efficienza nei punti più critici. È una statistica che fornisce un’indicazione semplice ma onnicomprensiva dell’imponenza di una vittoria. Per questo mi piace molto. Purtroppo però non può essere ricavata dalle statistiche aggregate di fine partita, perché richiede dati punto su punto che – sebbene disponibili per la maggior parte delle partite del circuito di circa gli ultimi cinque anni – sono più difficili da recuperare per partite meno recenti.

Measuring Match Dominance

Le giocatrici dovrebbero andare a rete più spesso?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 18 gennaio 2014 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il tennis femminile del 21esimo secolo si basa sullo scambio da fondo. Ci sono alcune giocatrici più brave a riconoscere il momento giusto per andare a rete, mentre altre se la cavano piuttosto bene quando ci arrivano. Se un tifoso di qualche decennio fa però venisse catapultato agli Australian Open 2014, proverebbe inquietudine di fronte alla rarità dei punti a rete e alla goffaggine nel gioco di volo da parte di molte delle giocatrici.

Visto che quasi tutti i commentatori televisivi del momento sono stati giocatori eccellenti in un’epoca in cui era naturale andare a rete, un frequente ritornello durante le telecronache è l’esortazione a giocare più spesso in quella zona di campo. Il termine “frequente” è quasi un eufemismo: in uno scatto di fastidio ho scritto su Twitter che se si bevesse un bicchiere di qualche sostanza alcolica ogni volta che un commentatore dice di scendere a rete più spesso, ci sarebbe il serio rischio di un trapianto di fegato o di qualche peggiore conseguenza.

Si tratta però di una tematica meritevole di approfondimento. Vero è che una giocatrice dotata a rete vincerebbe più punti attaccando più spesso. Quando però le professioniste non enfatizzano quell’aspetto del gioco e ricavano poca esperienza sull’approccio a rete in situazioni di partita, possiedono poi il talento sufficiente a sfruttare questo tipo di opportunità?

Introduciamo qualche numero

Se siete tentati di rivolgervi alla statistica “punti a rete” che si vede durante le telecronache, resistete! In una partita con scambi da fondo, i punti a rete possono avere poco a che fare con le discese a rete. Cercare di prendere una palla corta ad esempio è considerato un punto a rete. Anche chiudere su una debole risposta al servizio viene identificato come punto a rete. In molte partite del circuito femminile, più della metà dei “punti a rete” non riguarda un approccio a rete, ma arriva quando sono le giocatrici a essere in qualche modo chiamate a rete.

A peggiorare le cose, quella sezione di punti a rete non derivanti da un approccio diretto hanno poco a che fare con le discese a rete. Qualsiasi giocatrice degna del circuito maggiore dovrebbe essere in grado di prodursi in un dritto al volo vincente su una risposta debole e flottante. All’opposto, cercare di arrivare su una palla corta richiede capacità diverse da quelle che servono per scegliere il momento giusto per un colpo di approccio a rete che metta poi nella posizione di chiudere con facilità il punto con una o due voleé.

Fortunatamente, possiamo fare affidamento su specifici dati di approccio a rete raccolti attraverso il Match Charting Project.

Ci sono venti partite nel database dei primi mesi della stagione femminile 2014, molte dell’inizio degli Australian Open. Sono dati che distinguono tra “approcci a rete” e “punti a rete”. In una delle prestazioni più aggressive contenuta nel database, Angelique Kerber, nella sua sconfitta da parte di Tsvetana Pironkova a Sydney, ha vinto 15 punti a rete su 19, mentre ha vinto tutti e dieci i suoi approcci a rete (per vedere le relative statistiche delle partite del database in cui sono indicate – qui quella tra Kerber e Pironkova – cliccate su uno dei due link “Net Points”).

I dieci approcci a rete di Kerber pareggiano il numero più alto tra tutte le partite WTA che sono state mappate fino a ora nel 2014. Anche Garbine Muguruza nel terzo turno a Melbourne contro Caroline Wozniaki è andata dieci volte a rete, anche se in una partita più lunga.

In queste venti partite, solo 27 giocatrici su 40 sono andate almeno una volta a rete in modo tradizionale. Se si considerano anche quelle che non sono mai andate a rete, la media è di soli 3 approcci a rete a partita. Tra le 27 giocatrici che sono andate a rete almeno una volta la media è stata di 4.7 approcci per partita.

È evidente quindi che molte opportunità di attacco non vengano sfruttate.

Il rendimento

Dei 126 approcci che abbiamo registrato, la giocatrice che è andata a rete ne ha vinti 84, esattamente i due terzi. Pur non rappresentando una forma di pubblicità estremamente convincente dell’approccio a rete – molti colpi di approccio sono a seguito di un debole colpo a rimbalzo dell’avversaria che è già a quel punto in una situazione di svantaggio – di certo non sono nemmeno evidenza sufficiente per rinunciarvi.

Tra tutti gli approcci a rete, metà delle volte la giocatrice che è andata a rete ha colpito un vincente diretto a rete o ha indotto a un errore forzato con un colpo a rete. Solo il 12% delle volte l’avversaria ha colpito un passante vincente, mentre nel 5% delle volte l’avversaria ha indotto un errore forzato con un passante. Nel 12% dei punti da approccio a rete, la giocatrice che ha attaccato ha sbagliato con un errore non forzato.

Delle 27 giocatrici nel database che sono andate a rete almeno una volta, solo sei non sono riuscite a vincere la metà di quei punti (tre delle quali sono andate a rete solo una volta), e altre tre hanno vinto esattamente la metà dei loro approcci a rete.

Le giocatrici di questo campione che più hanno approfittato dell’opportunità di andare a rete sono anche quelle ad aver ottenuto maggiori risultati. Delle otto che più hanno attaccato, sette hanno vinto più della metà dei punti che ne sono seguiti. Questo ci permette di giungere alla provvisoria conclusione che tutte le altre giocatrici – cioè quelle che hanno scelto solo pochi momenti per attaccare durante la partita – avrebbero potuto approfittare di più della situazione. Potrebbe esserci un limite nel gioco moderno su quanto sia opportuno andare a rete, ma un massimo osservato di dieci volte non sembra sia quel limite.

Incertezza inevitabile

A prescindere dal dieci su dieci di Kerber a Sydney o l’uno su uno di Sloane Stephens nel terzo turno contro Elina Svitolina agli Australian Open 2014, è impossibile conoscere l’esito del prossimo approccio a rete, o dei prossimi cinque. Possiamo analizzare le singole partite e notare che una giocatrice può avere un record perfetto sui suoi dieci approcci a rete, ma non possiamo certo replicare in laboratorio la partita tra Stephens e Svitolina in modo che Stephens vada a rete dieci volte invece di una sola.

Di fronte ai risultati positivi che le giocatrici possono ottenere andando a rete, ci sono molti motivi per non farlo. Come ho detto in apertura, le giocatrici di oggi non allenano il gioco di volo allo stesso modo di quello da fondo, e sicuramente non accumulano esperienza durante le partite. Se una giocatrice non si trova a proprio agio a scendere a rete in determinati momenti, è davvero una buona idea farlo?

Sulla carta, sia l’intuizione che i numeri danno indicazione favorevole per una maggiore propensione all’attacco da parte delle giocatrici. Quando scendono a rete, ottengono spesso risultati migliori, chiudendo le voleé e subendo rari passanti. Ho il sospetto che questo voglia dire adottare una strategia di lungo termine piuttosto che il tipo di suggerimento che un allenatore potrebbe dare durante il cambio di campo.

Quando i commentatori invitano una giocatrice ad andare a rete più spesso, credo che quello che vogliano veramente dire sia: “se questa giocatrice fosse più a suo agio con la fase di transizione, andare a rete sarebbe una grande opportunità da cogliere” oppure “le giocatrici dovrebbero allenarsi più intensamente sui colpi di approccio in modo da farsi trovare pronte quando si presenta l’opportunità”. O semplicemente: “Martina avrebbe vinto quel punto dieci colpi fa”.

Sembrano esserci opportunità per le giovani giocatrici più, appunto, opportunistiche. Non sono però opportunità generate banalmente da un cambio di allenatore o da un’arringa di John McEnroe. Solo nel momento in cui ci troveremo davanti a una giocatrice con un gioco da fondo in grado di competere con le professioniste migliori e un gioco di transizione/a rete superiore a quello della maggior parte delle giocatrici del circuito, potremo veramente capire quante occasioni le giocatrici di oggi stanno gettando al vento.

Should WTA Players Approach the Net More?

Servire per primi nei set maratona

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’1 agosto 2012 – Traduzione di Edoardo Salvati

Quando Jo Wilfried Tsonga ha finalmente battuto Milos Raonic nel secondo turno del torneo olimpico di Londra 2012 con il punteggio di 6-3 3-6 25-23, lo ha fatto con un break che ha concluso la partita. La saggezza popolare tennistica suggerisce che accade spesso così. Chiunque serva per primo in un set molto lungo sembra avere un vantaggio. C’è meno pressione a tenere il servizio sul 7-7 (o sul 47-47) rispetto a doverlo fare sul 7-8.

Tsonga ha vinto sfruttando una palla break che ha chiuso la partita; John Isner ha vinto il suo set del 70-68 strappando il servizio a Nicolas Mahut; e quando Roger Federer e Andy Roddick sono andati sul 14-14 nella finale di Wimbledon 2009, Federer ha tenuto il servizio portandosi sul 15-14 per poi fare il break e vincere la partita. Siamo di fronte a una tendenza?

Sembra proprio però che queste tre illustri partite abbiano tratto in inganno. Sulla base dei dati disponibili, seppur limitati, il giocatore che serve per primo nelle maratone al quinto set ha un vantaggio ridotto o addirittura nullo (le maratone al terzo set sono un evento così raro da poter essere tranquillamente ignorate: le Olimpiadi sono l’unico torneo in cui il format è al meglio dei tre set senza tiebreak nel set decisivo).

Non sappiamo chi abbia servito per primo in ogni maratona al quinto set della storia del tennis, ma è un’informazione a cui possiamo risalire per alcune partite. Nelle poche statistiche che l’ATP possiede per la maggior parte delle partite fino al 1991 è indicato il numero di game al servizio. Quando è un numero identico per entrambi i giocatori, siamo bloccati al punto di partenza. Quando un giocatore ha più game al servizio del suo avversario, deve aver servito nel primo game della partita e nell’ultimo. Considerando che i set maratona devono contenere un numero pari di game, possiamo sapere chi ha servito per primo nell’ultimo set.

Otteniamo così un insieme di 138 partite nelle quali il quinto set è terminato con il punteggio di almeno 8-6 e delle quali conosciamo i giocatori che hanno servito per primi nell’ultimo set. Di questi, il giocatore che ha servito per primo sullo 0-0 e poi sull’1-1, 6-6 e così via, ha vinto la partita 67 volte (il 48.6%): in termini di probabilità siamo in presenza del classico lancio della monetina.

Se escludiamo il fattore pressione, è un risultato che ha perfettamente senso. Se due giocatori sono arrivati sul 6-6 al quinto set, significa che stanno giocando su un identico livello qualitativo. Solo nel momento in cui consideriamo la pressione associata a servire per rimanere nella partita, iniziamo a sospettare che uno dei due, ma non l’altro, non sarà prima o poi in grado di tenere il proprio servizio.

Possiamo ricercare situazioni simili su un insieme più grande di partite. Consideriamo quelle al quinto set che si sono concluse per 7-5. Non possiedono lo stesso prestigio delle partite andate avanti ad oltranza, ma, pur nel loro “piccolo”, sono altrettanto epiche. Sappiamo chi ha servito per primo in 86 di queste partite delle quali il primo a servire ne ha vinte solo 38 (il 44.2%). Non rappresenta esattamente prova che il giocatore che serve per primo abbia uno svantaggio, ma fa dubitare della saggezza popolare.

Se vogliamo avere almeno 200 partite, dobbiamo allargare la definizione di “epico”. In questo caso i tiebreak non rilevano, visto che stiamo analizzando circostanze in cui un giocatore ha subito il break sotto pressione. Possiamo però usare le partite al meglio dei tre set terminate 7-5 nel set decisivo.

Con molte più partite di questo tipo, il nostro insieme è ora decisamente più grande: conosciamo infatti chi ha servito per primo in 753 partite del circuito maggiore che sono terminate 7-5 al terzo. Di queste, il giocatore che ha servito per primo ha ottenuto un record di 412 vittorie e 341 sconfitte, vincendo cioè circa il 55% delle volte.

Se si desidera evidenza del fatto che la saggezza convenzionale abbia ragione, eccola trovata. Se una partita raggiunge il 5-5 nel set decisivo e termina poi con un break, esiste una probabilità cumulata del 53% che vinca il primo giocatore al servizio.

Ma con un insieme di dati ridotto, è impossibile arrivare alla stessa conclusione relativamente alle partite al meglio dei cinque set nel momento in cui entrano nell’appena noto territorio che si estende dal 6-6 in avanti.

Serving First in Marathon Sets

I migliori nei momenti chiave fino agli ottavi di finale di Wimbledon 2017

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 9 luglio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Dopo sei giorni di intensa competizione, un’ondata di ritiri e un po’ di lotta con le formiche volanti, si è pronti ad assistere agli ottavi di finale a Wimbledon 2017 – nel tradizionale super lunedì di gioco con le partite di entrambi i tabelloni – e all’ultima settimana che incoronerà i vincitori.

È un buon momento quindi per analizzare il rendimento dei giocatori che sono ancora in corsa per il titolo, valutando le prestazioni fino agli ottavi di finale sulla base del loro punteggio chiave, cioè la somma della media dei punti vinti al servizio e alla risposta nei momenti chiave per i primi tre turni (escludendo le partite terminate con un ritiro).

La differenza di questa valutazione rispetto alla semplice somma dei punti vinti al servizio e alla risposta risiede nell’attribuzione di maggiore valore ai punti più importanti, in modo da dare più risalto al rendimento di un giocatore sui punti critici per la vittoria della partita.

Considerando che ciascun giocatore ha avuto un tabellone con diversi livelli di difficoltà, basarsi sulle statistiche delle partite per una valutazione sarebbe fuorviante, favorendo i giocatori con un percorso più facile. Per questo, tutti i numeri dell’articolo sono corretti per il livello di bravura dell’avversario, in modo da riflettere la differenza di rendimento al servizio e alla risposta rispetto a quello che ci si attenderebbe da un giocatore contro un avversario di media bravura.

I migliori

Grigor Dimitrov è il giocatore più bravo nei momenti chiave, con un punteggio di 131, rappresentato dal pallino blu nell’immagine 1. Sono otto punti in più rispetto al suo punteggio cumulato al servizio e alla risposta quando tutti i punti contano allo stesso modo, rappresentato dal pallino arancione nell’immagine 1 (nella versione originale, è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.). La differenza suggerisce che Dimitrov abbia ben gestito la pressione, in maniera simile a quanto abbia fatto agli Australian Open 2017, in cui era arrivato in semifinale.

Lo condizione di Dimitrov verrà messa alla prova contro Roger Federer, il suo prossimo avversario. Nessuno dei due ha perso un solo set fino a questo momento. Federer però è arrivato al tiebreak nel primo set delle ultime due partite, pur avendoli poi vinti, e questo dovrebbe dare a Dimitrov la convinzione che – pur in uno stato di forma tra i migliori nelle ultime stagioni – Federer non è intoccabile.

IMMAGINE 1 – Migliori giocatori nei momenti chiave al servizio e alla risposta fino agli ottavi di finale di Wimbledon 2017

Solo un altro giocatore ha raggiunto la seconda settimana con un punteggio chiave superiore a 120, Marin Cilic, l’unico oltre ai Fantastici Quattro agli ottavi di finale ad aver già vinto uno Slam. Cilic sembra dare l’impressione di poter ottenere un altro risultato a sorpresa e, come Dimitrov, è passato abbastanza inosservato. Avrà però una partita più facile sulla carta contro Roberto Bautista Agut, che ha ottenuto un punteggio inferiore ai 110 punti.

Non si sapeva all’inizio del torneo che qualità di gioco avrebbero espresso Novak Djokovic e Andy Murray viste le prestazioni non proprio brillanti durante tutta la stagione. Ma, insieme a Federer e Rafael Nadal, sono arrivati alla seconda settimana, chiudendo il quartetto dei Fantastici Quattro.

Nadal, Djokovic e Federer hanno ottenuto dei rendimenti simili, ciascuno con un punteggio chiave di 117 punti. Andy Murray è il giocatore anomalo, con un punteggio chiave solo di 113 punti. Inoltre, Nadal ha la differenza più grande tra i suoi due punteggi (+6 punti) e Murray ha quella minore (+2 punti).

Milos Raonic e Sam Querrey si posizionano ultimi nella graduatoria, con punteggio chiave inferiore ai 100 punti. Entrambi hanno avuto maggiore difficoltà in risposta, con percentuali chiave minori del 25%, le più basse tra quelle dei giocatori che sono ancora in tabellone.

Le migliori

Come per gli uomini, anche le giocatrici in cima alla graduatoria delle migliori nei momenti chiave non hanno avuto grande risalto. Però, con un punteggio chiave di 127 punti, che la distanzia di cinque punti dalla seconda, Caroline Garcia sta dimostrando sul campo il suo stato di forma.

Garcia non è la favorita per l’ottavo di finale contro Johanna Konta, che invece è considerata una delle favorite del torneo. Eppure il rendimento di Konta nei momenti chiave è stato solo di 100 punti, quindi nella parte bassa della graduatoria tra le giocatrici rimaste. Se Garcia sarà in grado di esprimere lo stessa qualità di gioco, la partita potrebbe essere molto più equilibrata di quanto non si attendano gli allibratori.

IMMAGINE 2 – Migliori giocatrici nei momenti chiave al servizio e alla risposta fino agli ottavi di finale di Wimbledon 2017

Altre due giocatrici che (abbastanza inaspettatamente) stanno giocando a un livello superiore ai 120 punti chiave sono Elina Svitolina e Garbine Muguruza, che è anche l’unica giocatrice tra le prime cinque di questa classifica ad aver vinto uno Slam. I risultati di Muguruza però, dopo la vittoria al Roland Garros 2016, sono stati altalenanti. Svitolina invece si è comportata egregiamente sulla terra battuta quest’anno, ma ha avuto una preparazione sull’erba quasi inesistente, giocando solo il torneo di Birmingham in cui ha perso al secondo turno.

Il quarto posto è occupato da Magdalena Rybarikova, il cui imperioso rientro a Wimbledon da un infortunio rappresenta la vera storia di Cenerentola per Wimbledon 2017, appena sopra al quinto posto di Caroline Wozniacki. Rybarikova ha un’ottima possibilità di continuare il torneo affrontando negli ottavi di finale uno dei nomi più sorprendenti, quello di Petra Martic.

Simona Halep, Jelena Ostapenko e Agnieszka Radwanska ricoprono le ultime tre posizioni. Halep, che dopo la sconfitta in finale a Parigi sembrava essere entrata in depressione, affronterà Victoria Azarenka, una giocatrice ad altissimo potenziale ma ancora in fase di rientro alle competizioni.

Radwanska è uno dei maggiori punti interrogativi del tabellone femminile. Nonostante sia tra le prime 10, dal torneo di Sydney 2017 non è mai riuscita ad andare oltre gli ottavi di finale. Molti suoi tifosi vorrebbero rivedere la varietà e la finezza di Radwanska al suo meglio e vederla invertire la rotta sull’erba, ma l’ultima posizione con un punteggio chiave inferiore a 104 punti e il fatto che sia l’unica giocatrice ad aver avuto un rendimento sotto pressione più basso di quello cumulato, rendono improbabile il passaggio ai quarti di finale.

Sono statistiche che dovrebbero dare idea di chi abbia giocato al più alto livello nei momenti chiave. Tuttavia, uno degli aspetti che rendono il tennis uno sport così unico è che ciascun giocatore ha fatto un percorso diverso avendo affrontato differenti livelli di pressione. Per molti, il vero test inizia oggi.

Wimbledon R16 Leaders

Una disamina sul tabellone del torneo di Antalya 2017

di Peter Wetz // TennisAbstract

Pubblicato il 2 luglio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

L’annuncio dell’ATP nel maggio del 2016 di un torneo ad Antalya sull’erba – di preparazione a Wimbledon – ha certamente creato qualche perplessità: quali dei giocatori di vertice sarebbero stati disposti a giocare in Turchia a pochi giorni dall’inizio di Wimbledon, considerando anche la presenza in calendario la settimana precedente di Halle e del Queen’s Club, quest’ultimo già a Londra? Se un giocatore avesse voluto partecipare ad Antalya avrebbe dovuto recarvisi da Halle (o Londra) e poi tornare in Inghilterra per Wimbledon, non il più lineare degli itinerari.

Uno sguardo all’elenco dei partecipanti rimuove ogni dubbio: dopo Dominic Thiem, l’unico tra i primi 10 del mondo, c’erano solo altri tre giocatori tra i primi 40 (Paolo Lorenzi, Viktor Troicki e Fernando Verdasco). Solo tre (Thiem, Verdasco e Lorenzi) dei 28 giocatori con accesso diretto al tabellone principale sono anche teste di serie a Wimbledon 2017.

Ci si chiede quindi quale sia il livello di qualità dei partecipanti al torneo di Antalya rispetto a quello di altri tornei. Ci sono ovviamente moltissimi modi per misurare lo spessore qualitativo di un tabellone, ma per un approccio rapido e indolore si può fare affidamento su due strumenti, vale a dire l’ultimo accesso diretto (last direct acceptance o LDA) e la classifica media dei giocatori che arrivano ai quarti di finale del torneo.

L’ultimo accesso diretto è espresso dalla classifica dell’ultimo giocatore che ha guadagnato un accesso diretto al tabellone principale del torneo, con esclusione dei lucky loser, dei qualificati e delle esenzioni speciali. Mettendo a confronto l’ultimo accesso diretto al tabellone di Antalya (Radu Albot, numero 86 del mondo) con quello tutti gli altri tornei del circuito maggiore con un tabellone di 32 o 28 giocatori, si trova che Antalya è al 39esimo percentile: vuol dire che il 39% degli altri tornei ha un ultimo accesso diretto migliore/con classifica più bassa (o uguale) e il 61% ha un ultimo accesso diretto peggiore/con classifica più alta. L’immagine 1 mostra la distribuzione percentile dell’LDA dei tornei dal 2012 e la posizione dell’Antalya Open 2017.

IMMAGINE 1 – Distribuzione percentile degli LDA dal 2012

Il fatto che l’LDA di Antalya regga il confronto con quello degli altri tornei, nonostante la mancanza di giocatori di vertice, indica la presenza di una nutrita pattuglia nelle retrovie. Non male in fondo, no?

Vediamo ora la classifica media degli otto giocatori che sono arrivati ai quarti di finale. Questa scelta permette di concentrarsi sui giocatori che hanno espresso un livello di gioco più alto, vincendo almeno una partita, e di solito due. In questo modo siamo in grado di ridurre un po’ del rumore statistico che altrimenti verrebbe ricompreso aggiungendo vittorie di fortuna al primo turno.

La classifica media dei giocatori arrivati ai quarti di finale ad Antalya è di 109. Dal 2000, dei 726 tornei considerati con un tabellone di 32 o 28 giocatori, solo 35 hanno avuto una classifica media dei giocatori ai quarti di finale più alta, cioè peggiore. In questi 35 tornei, l’Hall of Fame Tennis Championships a Newport (USA) – torneo annuale che segue la fine di Wimbledon – ricorre nove volte, rappresentando una vera e propria eccezione. Come mostra l’immagine 2, l’Antalya Open è al 95esimo percentile in questa categoria, cioè una posizione più in linea con quanto ci saremmo aspettati.

IMMAGINE 2 – Posizione percentile dell’Antalya Open 2017 in termini di classifica dei giocatori ai quarti di finale

Per avere un termine di paragone, la tabella riepiloga i primi dieci peggiori tornei per classifica media dei giocatori arrivati ai quarti di finale (con link al tabellone completo).

Pos. Torneo               Class. media 
                          giocatori ai quarti
 
1    Newport '10          240
2    Newport '01          197
3    Delray Beach '16     191
4    Moscow '13           166
5    Newport '11          166
6    Newport '07          165
7    s-Hertogenbosch '09  164
8    Newport '08          163
9    Gstaad '14           156
10   Amsterdam '01        152
...
36   Antalya '17          109

Il 36esimo posto di Antalya è da attribuire alle teste di serie: delle otto presenti, solo Verdasco è riuscito a vincere una partita, le altre sette hanno perso subito. Bisogna tornare indietro fino al torneo di Tel Aviv del 1983 per trovare un tabellone con una sola testa di serie vincitrice di una partita. La differenza però è che a Tel Aviv la testa di serie numero 3 Colin Dowdeswell vinse un totale di tre partite, mentre Verdasco ha poi perso nei quarti di finale (tra l’altro, Tel Aviv è il primo titolo dell’allora giovanissimo Aaron Krickstein, che con 16 anni e 2 mesi è ancora il più giovane vincitore di un torneo del circuito maggiore). Che due teste di serie su otto vincano la loro prima partita accade circa una volta all’anno, l’ultima al Brasil Open 2016, dove solo Pablo Cuevas e Federico Delbonis hanno vinto partite da teste di serie.

Sebbene vi fosse un solo giocatore dei primi 30 nel tabellone di Antalya 2017, i giocatori di media classifica e delle retrovie hanno avuto prestazioni sorprendentemente solide, come abbiamo visto nella valutazione dell’ultimo accesso diretto. Tuttavia, se consideriamo lo svolgimento del torneo e calcoliamo la classifica media dei giocatori arrivati nei quarti di finale, diventa chiaro che il livello qualitativo si sia progressivamente abbassato. Nonostante tutto, ci sono stati dei tabelloni peggiori e senza dubbio ce ne saranno altri ancora peggiori in futuro. Forse nemmeno in un futuro distante, se si va a guardare ai giocatori iscritti al torneo di Newport 2017.

Putting the Antalya Draw Into Perspective

I ritiri non significano necessariamente manipolare il sistema

di Chapel Heel // FirstBallIn

Pubblicato il 5 luglio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Ci sono stati sette ritiri nelle partite di primo turno del tabellone di singolare maschile di Wimbledon 2017, di fronte ai quali è stata invocata l’introduzione di regole per negare ai giocatori – in queste situazioni – il premio partita. Parte della motivazione è di carattere punitivo, parte cerca di evitare la delusione degli appassionati che sono accorsi per vedere i migliori del mondo, e parte è compassione per i giocatori esclusi che avrebbero potuto essere al posto dei ritirati.

Chi fa appello alle regole però non sembra in grado di proporre valide soluzioni. Presumibilmente è una sede in cui non si sta prendendo in considerazione un approccio del tipo “se il giocatore si ritira, deve rinunciare al premio partita”.

Una linea argomentativa come questa può essere utile a coloro che sostengono che i giocatori delle retrovie stiano fingendo infortuni solo per accumulare premi e punti del primo turno di uno Slam. Analizziamo uno per uno i sette ritiri del primo turno di Wimbledon:

  • Martin Klizan si ritira contro Novak Djokovic sul punteggio di 3-6 0-2. Klizan non è un giocatore da frequenti ritiri, questa è solo l’undicesima volta che abbandona una partita del tabellone principale in tutta la sua carriera (al momento, 237 partite sul circuito maggiore, n.d.t.). Klizan però si è ritirato anche la scorsa settimana nel primo turno del torneo di Antalya, sul 6-6 del primo set contro Marsel Ilhan, un giocatore con 250 posizioni in meno in classifica. Klizan è il numero 47 del mondo e ha guadagnato 4.2 milioni di dollari in premi partita a 27 anni.

Cosa penso: non sta fingendo (certamente non è andato ad Antalya per premi e punti del primo turno), ma è probabile che non fosse fisicamente in ordine per giocare a Wimbledon. Era consapevole di non esserlo o comunque pensava di avere una possibilità di superare il turno?

  • Alexandr Dolgopolov si ritira contro Roger Federer sul punteggio di 3-6 0-3. Pur non avendo un fisico imponente, Dolgopolov non è particolarmente fragile: si tratta anche per lui dell’undicesimo ritiro di una lunga carriera (al momento, 384 partite sul circuito maggiore, n.d.t.), in questo caso per un problema alla caviglia, la stessa che si era infortunato due settimane fa in una partita molto equilibrata con Vasek Pospisil a ’s-Hertogenbosch. Il ritiro era stato immediato, quindi era sicuramente un infortunio importante allora. Dolgopolov è il numero 84 del mondo, ben al di sotto delle sue abitudini di classifica. Ha guadagnato 6.3 milioni di dollari in premi partita a 28 anni.

Cosa penso: non sta fingendo. A due settimane dal primo infortunio, è ragionevole pensare di poter giocare a Wimbledon, anche se poi il sorteggio lo ha messo contro Federer, con cui non aveva possibilità se non al 100% della condizione. Si sarebbe dovuto ritirare quando è uscito il tabellone o avrebbe dovuto rimanere con un avversario diverso al primo turno?

  • Feliciano Lopez si ritira contro Adrian Mannarino sul punteggio di 7-5 1-6 1-6 3-4. Lopez è un giocatore di ferro negli Slam e ha solo 11 ritiri nella sua lunga carriera (al momento, 845 partite, di cui 153 negli Slam, n.d.t.). Ma ha anche 35 anni e ha giocato dieci partite sull’erba nelle ultime due settimane, raggiungendo due finali e vincendone una. È il numero 25 del mondo e ha vinto 14 milioni di dollari in premi partita (e, con quella bella presenza, immagino anche molte sponsorizzazioni, almeno in Spagna).

Cosa penso: non sta fingendo. Semplicemente, è esausto per una preparazione sull’erba molto intensa. L’ironia è che se avesse dovuto giocare un ATP 250, quasi sicuramente si sarebbe ritirato prima dell’inizio del torneo. Sarebbe stato normale per un giocatore che ha appena vinto un torneo, ancora di più per uno che ha fatto due finali consecutive. D’altro canto però non era irragionevole per lui pensare di avere una possibilità di andare avanti, visto che fondamentalmente è stato il giocatore con i risultati migliori sull’erba nel 2017.

  • Janko Tipsarevic si ritira contro Jared Donaldson sul punteggio di 0-5 dopo essersi stirato un muscolo della gamba. Tipsarevic è stato anche tra i primi 10 del mondo, ma il suo fisico lo espone a infortuni e questo si riflette in una lista relativamente lunga di ritiri, oltre al fatto che per quasi due anni è dovuto stare lontano dal tennis. Ora è tornato al numero 63 e ha vinto 8 milioni di dollari in premi partita a 33 anni.

Cosa penso: pur non avendo molte informazioni al riguardo, dubito seriamente che un giocatore come Tipsarevic abbia risalito così faticosamente la china per tornare a una classifica che gli dia accesso diretto agli Slam e poi finga un infortunio per uscire al primo turno, con relativi punti e premi partita.

  • Viktor Troicki si ritira contro Florian Mayer sul punteggio di 1-6. Potrebbe sorprendere, ma Troicki ha solo 11 ritiri in carriera (al momento, su 510 partite del circuito maggiore, n.d.t.) e nessuno (si, nessuno!) dal 2013 (va detto che ha subito anche una squalifica per parte di quel periodo). Come Tipsarevic, anche Troicki ha lavorato molto per tornare a essere un giocatore rilevante, anche la sua ascesa è stata più veloce di quella del connazionale. È il numero 40 del mondo e ha vinto 7.5 milioni di dollari in premi partita a 31 anni.

Cosa penso: il comportamento in campo di Troicki in qualche occasione può diventare avvilito, e questo induce a ritenere che stia rinunciando alla partita. Non trovo però questo aspetto nel numero di volte in cui si è ritirato. Non aveva molti punti da difendere, ma uno del calibro di Troicki che è soddisfatto dei punti e premi di un primo turno di uno Slam? Non è il giocatore delle retrovie che cerca un guadagno facile, come espresso da qualche giornale.

  • Denis Istomin si ritira contro Donald Young sul punteggio di 7-5 4-6 4-6 2-4. Ognuno è libero di esprimersi al riguardo, ma questa partita è stata interrotta per pioggia ed è proseguita nell’oscurità. Non conosco i dettagli dell’infortunio di Istomin. Si ritira un po’ più della media, tra cui due volte al primo turno di Wimbledon e una volta al primo turno degli US Open. È il numero 72 del mondo e ha guadagnato 5 milioni di dollari in premi partita a 30 anni.

Cosa penso: non ci sono stati ritiri nelle ultime partite, quindi non c’è nemmeno indicazione che Troicki non fosse in condizione. Probabilmente è il candidato numero uno per coloro che sostengono la teoria dei ritiri finalizzati ai premi partita e probabilmente rientra anche nella definizione di giocatore delle retrovie, ma davvero continuerebbe a giocare fino al quarto set – dopo aver vinto il primo e con interruzione per pioggia – solo per portare a casa i soldi del primo turno?

  • Nick Kyrgios si ritira contro Pierre Hugues Herbert sul punteggio di 3-6 4-6. È da un po’ che soffre all’anca e al Roland Garros si sono viste le sue espressioni di dolore a ogni cambio di campo. Prima di Wimbledon ha anche dichiarato di essere al 60-65%, quindi nessuno è rimasto sorpreso dal suo ritiro. Kyrgios è il numero 20 del mondo e ha già guadagnato 4.5 milioni di dollari in premi partita a 22 anni, oltre a essere ormai una celebrità del tennis.

Cosa penso: ovviamente non sta fingendo, ma era anche non in condizione di giocare, per sua stessa ammissione. Sapeva che non avrebbe fatto troppa strada con un anca malconcia. Aveva però molti punti da difendere con gli ottavi di finale a Wimbledon 2016, è comprensibile quindi che volesse cercare di superare qualche turno per limitare il differenziale. Kyrgios è in grado di vincere partite contro giocatori delle retrovie pur essendo limitato negli spostamenti.

A questo punto, come si può riuscire a suddividere i giocatori in bravi e cattivi e stabilire una regola che punisca quelli cattivi senza accidentalmente generare conseguenze anche per quelli bravi? Rifacendosi all’elenco, ipotizzo che nessuno metta Lopez tra i cattivi. Supponiamo di avere solo Kyrgios tra i cattivi: davvero deve esserci una regola secondo la quale se un giocatore ammette di non essere al massimo della condizione viene punito? E quale percentuale rappresenta il massimo? Non fa molta differenza perché qualsiasi la soglia, si ottiene l’effetto indesiderato di far parlare ancor meno i giocatori della loro condizione rispetto a quanto già non facciano.

O forse Klizan e Dolgolopov sono tra i cattivi? Davvero deve esserci una regola secondo la quale se un giocatore si è ritirato recentemente, non può giocare nel primo turno di uno Slam? Come si distinguerebbe tra chi ha recuperato e chi non ci è riuscito? Magari una regola così comporta che Klizan e Dolgolopov non si ritirino da Antalya e ’s-Hertogenbosch ma, per evitare di infortunarsi ulteriormente, perdano quelle partite di proposito. Credo che una situazione del genere sarebbe ancora più dannosa per tifosi e spettatori di quanto non lo sia un ritiro.

O ancora, forse ci sono Tipsarevic, Istomin e Troicki tra i cattivi. Ma si è in grado di spiegarne esattamente il motivo? Non ci si può basare su delle sensazioni. Su cosa farebbe leva la regola come cartina di tornasole della loro violazione?

I ritiri ci saranno sempre. Sono state completate altre 57 partite di primo turno del singolare maschile, cioè più del doppio di quante ce ne siano in una ordinaria settimana di tennis. Tra un po’ di giorni, la maggior parte di noi si sarà dimenticata dei giocatori che si sono ritirati al primo turno a Wimbledon 2017 e dei motivi.

Gli appassionati dovrebbero imparare a sopravvivere e andare avanti, come fanno i giocatori di ogni torneo di tennis.

Just Because A Player Retires, Doesn’t Mean He is Gaming the System

Sulla scelta di una mina vagante a Wimbledon

di Chapel Heel // FirstBallIn

Pubblicato il 2 luglio 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Solitamente, l’idea della mina vagante in un tabellone è quella di un giocatore che non ci si aspetta di veder vincere o, in atro tipo di formulazione, un giocatore che vince ma del quale si conosceva poco in precedenza. Applicate al tennis, diventano due diverse misure: la maggior parte delle persone non pensa che Grigor Dimitrov vincerà, ma non si può proprio dire che di lui si conosca poco. Inoltre, c’è il problema di capire quali attese siano considerate normali e quale sia il livello di conoscenza dello sport considerabile standard. Gli esperti probabilmente attribuiranno a Stanislas Wawrinka più probabilità di vincere Wimbledon di quanto non faccia lo spettatore occasionale, che invece potrebbe avere difficoltà a riconoscerlo anche in una foto segnaletica.

Per fare un termine di paragone, se si decide di scegliere come mina vagante nel torneo di basket collegiale americano NCAA una delle prime quattro teste di serie della relativa sezione o region, non si è veramente optato per una mina vagante. In riferimento al tabellone di Wimbledon, questo vorrebbe dire che nessuna delle prime sedici teste di serie può essere una mina vagante. O ancora, rispetto al campo partecipanti (16 squadre delle 64 del torneo NCAA), nessuna delle prime trentadue teste di serie sarebbe considerabile una mina vagante (25% di 128 giocatori).

Questa regola quindi non può funzionare per il tennis. Se Lucas Pouille, testa di serie numero 14, vincesse Wimbledon, sarebbe senza dubbio un risultato sconvolgente ma – utilizzando le teste di serie del torneo NCAA come standard – non rientrerebbe nella definizione di mina vagante. Sarebbe però facilmente identificabile come giocatore da cui non ci si aspettava vincesse e forse anche uno del quale si conosceva poco in precedenza.

È più probabile che sul concetto di mina vagante per il torneo NCAA incidano i mini tornei che sono le quattro singole region, quindi in verità le mine vaganti sono le squadre con testa di serie dalla 5 in avanti in una sezione, escludendo di fatto dalla definizione solo le prime quattro teste di serie. Nel tennis, questo renderebbe Wawrinka una mina vagante, alquanto strano considerando che è l’unico giocatore dopo i Fantastici Quattro che si pensa possa avere una possibilità di vittoria finale in uno Slam. Ci sono persone che si aspettano davvero che Wawrinka possa vincere Wimbledon? Gli allibratori di Las Vegas pesano abbia solo il 3% di probabilità (Wawrinka è già uscito dal torneo perdendo al primo turno, n.d.t.). C’erano poche squadre (ad esempio Wichita State e St. Mary’s) ad avere una probabilità del 3% nel torneo NCAA 2017. E cosa penserebbe lo spettatore medio sulle probabilità di Wawrinka?

Invece di usare i numeri delle teste di serie, ho pensato che sarebbe interessante verificare la percentuale cumulativa di vittoria attesa per le prime sedici teste di serie del torneo NCAA 2017. Ho riguardato quindi le valutazioni di KenPom per le teste di serie alla numero 1 alla numero 4 e verificato i suoi pronostici. Complessivamente, le squadre a cui poi sono state attribuite le prime sedici teste di serie avevano una probabilità di circa l’80% di vincere il torneo. Ricordo (e si potrebbe verificare su Google) che le quote di Las Vegas erano nello stesso intorno.

Ipotizziamo quindi di sommare la percentuale di vittoria attesa per ciascuna testa di serie a Wimbledon fino a raggiungere l’80%, e di considerare qualsiasi giocatore fuori da quell’insieme una mina vagante. Inizio con le quote di Las Vegas, utilizzando le medie da OddsPortal.com e ipotizzando una commissione del 4.5%. Superiamo il limite dell’80% con Rafael Nadal, che significa che le teste di serie dalla numero 5 in avanti – iniziando proprio da Wawrinka – sono considerabili una mina vagante.

Proviamo ora con le previsioni di TennisAbstract. In questo caso, il limite dell’80% è superato ancora più velocemente, con Roger Federer, aspetto che renderebbe Nadal una mina vagante. TennisAbstract assegna a Nadal una percentuale di vittoria del 4.2%, Las Vegas pensa che sia il 17%, per me è al 5.5%.

Con le mie previsioni, supereremmo il limite dell’80% con Nadal, rendendo quindi nuovamente Wawrinka una mina vagante. Las Vegas gli assegna un 3%, per me ha solo l’1.2% (abbiamo appunto visto che Wawrinka è poi uscito al primo turno, n.d.t.). Siamo nell’ordine di Cincinnati o Michigan nel torneo NCAA 2017, con Michigan che si è comportata egregiamente da mina vagante fino agli ultimi secondi dello Sweet Sixteen, cioè le partite di ottavi di finale.

Invece delle teste di serie, potremmo procedere a spuntare i singoli favoriti a partire dall’alto secondo le quote di Las Vegas, ma Wawrinka comunque manterrebbe il suo status di mina vagante. Se usassimo l’85% come limite anziché l’80%, sia il taglio di Las Vegas che quello generato dai miei pronostici arriverebbe intorno a Milos Raonic, rendendo Marin Cilic e Dominic Thiem mine vaganti del tabellone. Penso che entrambi possano consensualmente rientrare nella definizione “non ci si attende che vincano”. Le quote di Las Vegas e altri esperti non gli affidano molte probabilità di vincere e lo spettatore medio raramente ha sentito parlare di loro. Recentemente un super patito di tennis mi ha chiesto se conoscessi un giovane giocatore chiamato “Time”, mentre un altro nel posto in cui gioco a tennis spesso si riferisce alla testa di serie numero 10 con “Zuh-VAIR-uh-vev” (che a ben vedere è molto più difficile da pronunciare del suo vero nome). È interessante notare che con un limite di 85% e procedendo a spuntare i favoriti secondo le quote di Las Vegas, invece che procedendo in funzione delle teste di serie, si escluderebbe Cilic dallo status di mina vagante, mentre rientrerebbero Raonic e Wawrinka!

Ho deciso quindi di introdurre una formulazione per la quale tutti i seguenti criteri devono essere soddisfatti:

  1. lo spettatore medio non deve avere familiarità del giocatore; in questo senso conta l’errata pronuncia del nome, la non conoscenza della nazione di provenienza, e gli sguardi impietriti nelle conversazioni quando ci si riferisce a lui
  2. i pronostici, tra cui quelli di Las Vegas, non devono dare in generale più del 5% di probabilità di vittoria al giocatore
  3. il giocatore non deve rientrare nel primo 85% di probabilità di vittoria, partendo dalla probabilità delle prime teste di serie e in funzione delle quote di Las Vegas o di altri pronostici ragionevolmente attendibili.

La mia mina vagante? I miei pronostici direbbero Kei Nishikori con il 3.1% (Las Vegas lo considera da 1.1%), ma scelgo Jo-Wilfried Tsonga con il 2.6% (Las Vegas lo considera da 1.4%).

Picking a Wimbledon Dark Horse