Giocando anche meglio della numero 1

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 30 marzo 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nei quarti di finale del Miami Premier 2017, Venus Williams ha sconfitto Angelique Kerber, da poco nuovamente al numero 1 della classifica WTA. Naturalmente, Venus può vantare una notevole esperienza contro le migliori giocatrici, avendo all’attivo 15 finali Slam e tre passaggi da numero 1 lei stessa.

La partita della notte scorsa è stata la 37esima di Venus contro una giocatrice numero 1 della WTA e la sua 15esima vittoria. Kerber è diventata la sesta diversa numero 1 a perdere per mano di Venus.

Sono numeri impressionanti, specialmente se si considera che, complessivamente, le giocatrici numero 1 del mondo hanno vinto appena oltre l’88% delle circa 2300 partite che hanno disputato da quando è stato istituito il moderno sistema di classifica. Tuttavia, Venus non detiene record in nessuna di queste categorie.

I record contro le numero 1 rappresentano una tipologia un po’ strana, visto che le giocatrici migliori raggiungono tendenzialmente le posizioni di vertice. Ad esempio, Martina Hingis ha giocato solo 11 partite contro giocatrici di vertici, a malapena un quinto di quelle della giocatrice leader di questa categoria. D’altronde, infortuni e sospensioni hanno determinato situazioni per cui molte tra le migliori giocatrici di sempre si sono ritrovate per lunghi periodi nelle parti basse della classifica. Esattamente il caso di Venus e Serena Williams.

Con 37 partite giocate contro una giocatrice numero 1, Venus si sta avvicinando ad Arantxa Sanchez Vicario, che con 51 partite è al primo posto, ma le servirà uno sforzo sovraumano per raggiungerla:

Class. Giocatrice        Partite contro No. 1
1      Sanchez Vicario   51
2      Sabatini          38
3      Venus Williams    37
4      Davenport         34
5      Martinez          33
6      Sukova            31
7      Serena Williams   28
8      Kuznetsova        27
-      Novotna           27
10     Mauresmo          25
11     Sharapova         23

Il primo posto per vittorie totali contro una giocatrice numero 1 è più alla portata. Attualmente, Martina Navratilova detiene il record con 18*, seguita da Serena a 16 e poi Lindsay Davenport e Venus a 15:

Class. Giocatrice       Vitt. Sconfitte
1      Navratilova      18*      
2      Serena Williams  16      12
3      Davenport        15      19
-      Venus Williams   15      22
5      Graf             11      8
6      Sabatini         10      28
7      Mauresmo         8       17
8      Kuznetsova       7       20
-      Sharapova        7       16
-      Pierce           7       15
-      Henin            7       9

*Su TennisAbstract la classifica di Navratilova non è disponibile per tutta la sua carriera, ma altre fonti le attribuiscono 18 vittorie.

La percentuale di vittorie contro giocatrici di vertice è una statistica più delicata, perché dipende dal numero minimo di partite che si considerano. Nella volontà di ricomprendere Alize Cornet e Elina Svitolina, ho considerato almeno 5 partite, che sono poche, ma Cornet e Svitolina hanno entrambe vinto tre delle sei partite giocate contro una numero 1. In base a questo parametro, Venus si classifica ottava, ma con un limite altrettanto ragionevole di 8 o 10 salirebbe di tre posizioni:

Class. Giocatrice       Vitt. Sconf. Vitt.%
1      Graf             11    8      57.9%
2      Serena Williams  16    12     57.1%
3      Kvitova          5     4      55.6%
4      Svitolina        3     3      50.0%
-      Cornet           3     3      50.0%
6      Davenport        15    19     44.1%
7      Henin            7     9      43.8%
8      Williams         15    22     40.5%
9      Zvonareva        4     7      36.4%
-      Safina           4     7      36.4%

È utile ricordare che una giocatrice media vince meno del 12% delle partite contro una numero 1!

In ultimo, con la vittoria su Kerber, Venus ha battuto sei numero 1 diverse, salendo al secondo posto di questa classifica. Come per molte altre statistiche, è dietro solamente alla sorella, che ne ha battute sette. Strano a dirsi, solo due numero 1 sono state sconfitte da entrambe, cioè Hingis e Davenport. La tabella riporta l’elenco completo:

Class. Giocatrice       No. 1 battute
1      Serena Williams  7
2      Venus Williams   6
3      Graf             5
-      Clijsters        5
-      Mauresmo         5
-      Sharapova        5
7      Kvitova          4
-      Davenport        4
-      Henin            4
-      Kuznetsova       4

Dovesse Karolina Pliskova – che al momento si trova a 1500 punti dalla prima posizione e potrebbe ridurre la distanza a Miami – raggiungere il numero 1, Venus potrebbe avere la possibilità di battere la settima numero 1 diversa. Naturalmente, sarebbe così anche per Serena.

Playing Even Better Than Number One

Uomini, donne ed errori non forzati

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 6 gennaio 2014 – Traduzione di Edoardo Salvati

Se siete mai capitati nel fuoco incrociato del dibattito tra i meriti del tennis maschile rispetto a quelli del tennis femminile, è probabile che abbiate sentito affermare che il tennis femminile è più avventato o, ancora, “intriso di errori non forzati”. Magari è pure una frase che voi stessi avete pronunciato. Comprensibile, vista la frequenza con cui viene ripetuta, in varie forme, nelle telecronache di tennis, senza che sia oggetto di contraddittorio.

Ma è davvero così? Nelle partite WTA ci sono molti più errori non forzati che in quelle ATP? Gli errori non forzati sono stati registrati nelle partite dei tornei Slam del 2013, quindi abbiamo modo di verificarlo.

Iniziamo dai risultati più recenti. Per quanto riguarda gli uomini, agli US Open 2013 il 33.2% dei punti è terminato con un errore non forzato. Nell’ultima settimana, il livello di gioco potrebbe essersi intensificato, almeno in parte: dagli ottavi in avanti il 32.9% dei punti è terminato con un errore non forzato.   

In effetti, le partite delle donne hanno mostrato una frequenza maggiore di errori non forzati. Complessivamente, il 39.7% dei punti è terminato con un errore non forzato, mentre dal quarto turno in avanti il numero è sceso al 36.7%.

La risposta, quindi, è affermativa: nel tennis femminile vengono commessi più errori non forzati. Ci sono state differenze simili nella frequenza di errore anche a Wimbledon e agli Australian Open, così come al Roland Garros, ma in misura minore.

Errori macroscopici

Tuttavia, non si tratta di differenze enormi. Prendendo a riferimento gli US Open 2013, possiamo verificare che i punti nelle partite femminili sono terminati con un errore non forzato circa il 20% più spesso di quelle maschili. Negli ultimi quattro turni del torneo, che generano più interesse e presa di posizione tra gli appassionati, la differenza è scesa all’11.7%. 

Se non la si deduce dalla carta, è una distinzione impercettibile. In un tipico set, diciamo, di 60 punti, due giocatori medi totalizzano in media 20 errori non forzati, rispetto ai 24 di una tipica partita tra giocatrici. Significa più o meno un errore non forzato in più ogni due game. Se si restringe agli ultimi quattro turni, la differenza scende a 20 errori non forzati per gli uomini e 22 per le donne, in un’intera partita. Vale a dire, due errori aggiuntivi per ogni set.       

Esiste un divario concreto, ma non sembra così rilevante da indicare livelli qualitativi di gioco agli antipodi o da alterare l’esperienza visiva. 

La tabella riepiloga i numeri di tutte le partite degli Slam del 2013 e degli ultimi 4 turni (ENF = Errori Non Forzati):

Slam             ENF% ATP  ENF% WTA  WTA/ATP  
Australian Open  36.2%     44.4%     1.22  
Roland Garros    33.6%     37.0%     1.10  
Wimbledon        19.1%     24.6%     1.29  
US Open          33.2%     39.7%     1.20

Dagli ottavi:                                           
Slam             ENF% ATP  ENF% WTA  WTA/ATP  
Australian Open  36.4%     41.1%     1.13  
Roland Garros    33.9%     34.9%     1.03  
Wimbledon        20.5%     24.4%     1.19  
US Open          32.9%     36.8%     1.12

Quello che conta non sono tanto le variazioni tra uno Slam e l’altro, quanto come lo stesso gruppo di valutatori, nelle stesse condizioni, si ponga rispetto agli errori nelle partite maschili e in quelle femminili. Wimbledon, in particolare, è noto per un approccio molto personale al modo in cui vengono considerati gli errori non forzati.

Una questione di forza invece

Tra i quattro Slam, c’è minore disparità al Roland Garros, e non è una sorpresa. Su una superficie più lenta infatti, i giocatori ottengono meno punti diretti al servizio, trovandosi più spesso in una situazione di scambio. Se si escludono quegli scambi da uno o due colpi molto frequenti nel tennis maschile, la differenza negli errori non forzati con il tennis femminile inizia a ridursi.

Se da un lato non possiamo fare troppo affidamento su tutti i servizi vincenti e gli errori forzati in risposta perché non facilmente disponibili, dall’altro siamo sicuri di poter escludere gli ace dal conteggio. Finora abbiamo considerato gli errori non forzati come percentuale dei punti complessivi. Se li si interpretano come percentuale di tutti i punti che non siano ace, la differenza nella frequenza tra i due circuiti diminuisce.

In altre parole, iniziamo a vedere cosa succede quando c’è una risposta al servizio:

Slam             ENF% ATP  ENF WTA%  WTA/ATP  
Australian Open  39.6%     46.2%     1.17  
Roland Garros    35.6%     38.3%     1.08  
Wimbledon        21.2%     25.9%     1.22  
US Open          36.1%     41.3%     1.14  

Dagli ottavi:                                
Slam             ENF% ATP  ENF% WTA  WTA/ATP  
Australian Open  39.6%     42.8%     1.08  
Roland Garros    35.3%     36.0%     1.02  
Wimbledon        22.7%     25.6%     1.13  
US Open          34.9%     38.3%     1.10

Nella maggior parte di questi casi, si tratta di un paio di punti per set. Se fossimo in grado di isolare i servizi vincenti e forse gli errori forzati in risposta, troveremmo quasi sicuramente differenze ancora più ridotte.

Non c’è alcun dubbio che gli uomini servano con maggiore potenza e velocità e, in media, è più probabile che vincano un punto senza dover ricorrere al secondo colpo. Ma se il confronto con il tennis femminile avviene in termini di caratteristiche, non sembra corretto assegnare meriti agli uomini per non commettere lo stesso numero di errori non forzati, quando una parte della già modesta differenza dipende dalla predominanza del servizio.   

Cavilli

Questa è un’analisi che si basa interamente sulla statistica relativa agli errori non forzati, che è un dato per cui ho poco interesseÈ assolutamente legata al valutatore e non si è ancora arrivati a un’interpretazione comunemente accettata del suo significato. 

Tuttavia, se vogliamo sfatare un mito diffuso sugli errori non forzati, non c’è modo di procedere senza fare ricorso agli errori non forzati.

Per eliminare la soggettività del valutatore, la soluzione ideale è limitare il confronto su partite dello stesso torneo. La stessa persona certamente non registra errori non forzati per ogni partita degli US Open, ma probabilmente si occupa sia di partite maschili che di partite femminili. E può anche essere che, per determinati tornei, ogni valutatore riceva la stessa formazione per il lavoro che deve fare. 

Anche con queste premesse, rimane molto probabile il fatto che i valutatori – più o meno inconsciamente – modifichino la loro attitudine in funzione della partita, se maschile o femminile. Se un errore non forzato è un colpo che un giocatore non avrebbe dovuto sbagliare, molto verte sull’interpretazione della parola “avrebbe dovuto”. Può essere infatti che alcuni colpi vengano valutati errori non forzati in una partita tra uomini ed errori forzati tra donne. È per questo che diventa molto complesso mettere a confronto uomini e donne attraverso una statistica che a sua volta varia in funzione del genere. 

Va anche aggiunto che, presumibilmente, i valutatori sono degli appassionati di tennis esposti come tutti alla medesima saggezza popolare tennistica. Se si ritiene che le donne commettano più errori non forzati degli uomini, forse le chiamate al limite vengono considerate errori non forzati per le donne ed errori forzati per gli uomini. Così facendo, i valutatori stessi potrebbero, involontariamente, aumentare le differenze tra generi, anziché ridurle.

Considerata la difficoltà di raccogliere dati relativi a centinaia di partite che si giocano in vari continenti e su molti mesi dell’anno, dubito che qualsiasi sistema non automatizzato possa mai risolvere queste problematiche. Per il momento, bisogna fare affidamento sul conteggio ufficiale degli errori non forzati come migliore rappresentazione disponibile della realtà e trarre conclusioni di conseguenza.

Pur in presenza di dati affetti da limitazioni e qualsiasi siano le altre differenze tra generi su un campo da tennis, la statistica sugli errori non forzati non è il fattore differenziate che si ritiene essere, nemmeno lontanamente.

Men, Women, and Unforced Errors

La questione degli errori non forzati

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 6 agosto 2011 – Traduzione di Edoardo Salvati

Qualunque sport presenta statistiche frequentemente citate che sono, in realtà, di utilizzo limitato. Si tratta spesso di statistiche informative, a cui viene però attribuita una portata conoscitiva più ampia di quella posseduta. Ci sono veloci esempi in molte statistiche di “conteggio”, come i punti segnati nel basket, le mete segnate nel football americano e i punti battuti a casa (Run Batted In o RBI) nel baseball. Sono tutte statistiche a connotazione positiva, che però non forniscono il contesto in cui vengono raggiunte: per seguire gli esempi, molti tentativi di tiro (Field Goal Attempt o FGA), una linea d’attacco molto forte o dei buoni battitori in base.

Nel tennis, la statistica che più mi esaspera sono gli errori non forzati. Non è solo una statistica che ignora una parte significativa di contesto (come nelle altre che ho citato), ma si affida al giudizio della persona che la registra.

Giudizio sbagliato

Il secondo aspetto, quello relativo al valutatore, è il più problematico. Quanta importanza possiede un numero se due persone che guardano la stessa partita possono conteggiarlo in maniera diversa? Questo ad esempio è stato un punto scottante a Wimbledon 2011, dove i valutatori hanno assegnato un numero insolitamente ridotto di errori non forzati, specialmente in risposta al servizio.

Se si sta guardando la partita, la problematica può passare inosservata. Se le statistiche alla fine del set dicono che Rafael Nadal ha commesso 8 errori non forzati e Roger Federer ne ha commessi 17, l’indicazione è che Federer sta facendo più errori evidenti. Ma se l’obiettivo è fare un raffronto con una partita tra Nadal e Federer di qualche tempo prima, diventano dei numeri del tutto inutili.

In tornei come Wimbledon, il mio sospetto è che qualcuno della Federazione Internazionale, o forse l’IBM, fornisca istruzioni standard ai valutatori sulla base di regole generali per categorizzare gli errori. E questo sarebbe un buon punto di partenza, soprattutto se fosse poi diffuso a tutti i tornei del circuito maggiore.

…ma non ha importanza

Ho il timore che, a prescindere dalla coerenza nella valutazione degli errori, la distinzione tra non forzati e forzati rimarrà sempre arbitraria. Prendiamo il caso delle risposte al servizio. Ci sono circostanze, in particolare sulle seconde di servizio, in cui il giocatore sbaglia un facile risposta. Più frequentemente però, il giocatore alla risposta si trova immediatamente in difesa. Quando si può definire non forzato un errore in risposta a una pallina che si sposta a una velocità di 210 km/h?

Arriverà un tempo in cui probabilmente ci saranno sistemi computerizzati di classificazione degli errori in sostituzione di un valutatore umano.

In possesso di tutti i dati necessari e a calcoli fatti, si potrebbe affermare che un servizio centrale a 200 km/h sul lato dei vantaggi riceve risposta il 60% delle volte, lasciando quindi il 40% di possibilità di errore o di non risposta. Con numeri di questo tipo per ogni servizio (e poi per ogni altro colpo), si può arrivare a definire come non forzato un errore su un colpo che un giocatore medio tra i primi 100 invece realizza, ad esempio, il 75% delle volte. O si potrebbero avere diverse tipologie di classificazione: errori non forzati, errori disastrosi, errori leggermente forzati, e così via, in funzione dei vari intervalli di percentuale.

Nel tennis moderno però i giocatori sono così forti (e la loro attrezzatura così avanzata) da rendere quasi tutti i colpi potenzialmente di attacco, con la conseguenza che i loro avversari sono quasi sempre – per certi versi – in fase difensiva, e viceversa. In uno scambio con Nadal, è possibile colpire qualche vincente, ma si dovrà sempre avere a che fare con la rotazione dei suoi colpi. In uno scambio con Federer, la rotazione non è così estrema, ma si cerca sempre di evitare che colpisca di dritto (con Novak Djokovic, si vorrebbe sempre aver servito meglio). Questa disposizione difensiva semi-perpetua comporta che quasi ogni errore sia – per certi versi – forzato. E visto il livello dei giocatori, ci si attende che rimettano in gioco ogni possibile colpo, facendo pensare che ogni colpo sia – per certi versi – non forzato.

Una situazione da mal di testa!

La saggezza degli analisti nel baseball

Nel baseball esiste un problema molto simile. Se un esterno commette una giocata sbagliata (come segnalata dal valutatore ufficiale), gli viene attribuito un errore. Paradossalmente, alcuni tra gli esterni più forti sono anche quelli con il maggior numero di errori totali. Se, ad esempio, un interbase ha un’ampia capacità di spostamento, sarà in grado di raggiungere molte palle battute in campo, e avere più probabilità di fare lanci sbagliati, accumulando così errori.

Per decenni, gli appassionati hanno considerato gli errori come lo standard valutativo di prodezza difensiva: una statistica chiamata “media difensiva (fielding percentage)” misura il rapporto tra le giocate riuscite sul numero di occasioni difensive (in altre parole, 1 meno “la frequenza di errore”). Visto il paradosso citato in precedenza, la più alta media difensiva non appartiene necessariamente agli esterni migliori.

La soluzione? Ignorare gli errori e concentrarsi sulle giocate effettuate (si tratta di una semplificazione estrema, ma non di molto). Se l’interbase A effettua più giocate dell’interbase B, non ha importanza se A commette più errori di B. Il giocatore che si vuole nella propria squadra è quello che effettua più giocate.

In sostanza, gli errori nel baseball corrispondono agli errori non forzati nel tennis, e le giocate-non-effettuate nel baseball (l’interbase che si tuffa per prendere la palla senza però raggiungerla) corrispondono agli errori forzati nel tennis. La statistica che rileva per gli analisti di baseball, le “giocate effettuate”, corrisponde nel tennis ai “colpi validi messi in campo”. L’analogia soffre di imperfezione, ma illustra efficacemente il problema di separare un tipo di non-giocata da un’altra.

Soluzioni

Se non facciamo distinzione tra le diverse casistiche di errori, rimaniamo con “colpi messi a segno” e “colpi sbagliati” o, con ancora minore soddisfazione, “punti vinti” e “punti persi”. Non esattamente un passo nella giusta direzione, visto che i punti vengono già conteggiati!

Però, rimango dell’avviso che sia quasi meglio non avere statistiche che averne di ingannevoli. La lunghezza di uno scambio è una statistica valida, perché permette di osservare l’esito di varie tipologie di punti. Se si vincono molti scambi da 10 o più colpi, si viene identificati come un certo tipo di giocatore (o un giocatore che imposta la partita in un determinato modo). Non ha importanza se si perde quel punto con un errore non forzato o sul vincente dell’avversario, entrambe le circostante potrebbero comunque derivare dallo stesso errore tattico commesso tre o quattro colpi prima.

O ci si muove su questa strada, o bisogna aspettare il momento in cui sarà possibile calcolare la probabilità di vittoria in tempo reale e iniziare a categorizzare gli errori con estrema precisione. Gli errori non forzati non scompariranno né ora né in futuro ma, come appassionati del gioco, possiamo mostrare più acume sull’attenzione da attribuire ai singoli numeri.

The Problem With “Unforced Errors”

L’incidenza del primo set al tiebreak

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 6 novembre 2012 – Traduzione di Edoardo Salvati

In 12 delle partite dei primi due turni del Masters di Parigi Bercy 2012 il primo set è arrivato al tiebreak. Di queste, 9 si sono poi concluse in due set, con il secondo set che si è chiuso con un punteggio più agevole. Il qualificato Jerzy Janowicz ha vinto le prime due partite del tabellone principale esattamente in questo modo.

Siamo di fronte a circostanze anomale. Un tiebreak non è un’occorrenza del tutto casuale, ma ci va vicino. E se due giocatori arrivano al tiebreak, i dati a disposizione suggeriscono che il loro livello di gioco in quel momento è abbastanza simile. Di conseguenza, il vincitore del primo set ha più probabilità di vincere la partita e forse ancora più probabilità di vincere il secondo set, ma certamente non è più probabile che abbia un percorso molto più semplice nel set successivo.

Da un punto di vista narrativo, sembra in realtà una dinamica familiare: dopo un primo set molto combattuto al tiebreak, il vincitore poi gestisce facilmente il secondo, forse grazie al vantaggio psicologico di aver vinto il primo in quel modo o perché la resistenza dell’avversario cede.

Ed è anche abbastanza frequente. Dal 2000, circa il 9% delle partite del circuito maggiore al meglio dei tre set sono vittorie in due set in cui il primo set conclusosi al tiebreak è seguito da un set dal punteggio più largo. Quando il primo set termina al tiebreak, l’esito di gran lunga più comune (quasi la metà di queste partite) è una vittoria in due set in cui il secondo set ha un punteggio più comodo del primo.

Fatti o previsioni?

Ma è davvero così? Vincere il primo set al tiebreak diventa una spinta aggiuntiva che permette al giocatore in vantaggio di chiudere con agilità il secondo set e la partita? O i tiebreak al primo set sono invece evidenza del fatto che il loro vincitore era comunque il giocatore migliore durante tutta la partita, e che quindi si sarebbe potuto prevedere, già prima dell’inizio, un punteggio del tipo 6-3 o 6-4 nel set successivo?

Non esiste una risposta definitiva a queste domande, ma possiamo tentare di dare un’interpretazione con l’aiuto dei numeri.

Per definire il contesto, iniziamo con il raffronto tra le partite con il tiebreak al primo set e tutte le partite al meglio dei tre set, a partire dal 2000:

  • nelle partite al meglio dei tre set, il vincitore del primo set vince poi il secondo e la partita il 66.1% delle volte. Se il primo set viene deciso dal tiebreak, il vincitore del primo set vince la partita in due set il 60.5% delle volte;
  • in tutte le partite al meglio dei tre set, il vincitore del primo set vince il secondo di almeno un break (quindi senza dover giocare il tiebreak) il 57.1% delle volte. Se il primo set si conclude al tiebreak, il vincitore del primo set vince anche il secondo con almeno un break il 50% delle volte;
  • il vincitore del primo set perde una partita al meglio dei tre set il 18% delle volte. Se il primo set viene deciso dal tiebreak, il vincitore del primo set perde la partita il 22.3% delle volte.

Naturalmente, il tiebreak al primo set è, in media, evidenza di partite più equilibrate (e probabilmente non servivano tutte queste percentuali per scoprirlo). Non è ancora chiaro però se il tiebreak al primo set dia al vincitore una spinta aggiuntiva, o rifletta semplicemente l’equilibrio tra i due giocatori.

Lo status di favorito

Per isolare l’effetto associato alla bravura di un giocatore, analizziamo le partite con il tiebreak al primo set, suddividendole in quattro categorie determinate da quanto il vincitore del primo set fosse considerato favorito:

                In 2 set  Facile set 2  Sconfitta  
Non favorito    48.5%     39.3%         33.8%  
(Circa) Pari    61.2%     51.4%         19.2%  
Favorito        69.4%     57.3%         14.1%  
Super favorito  74.1%     62.0%         9.2%

Non troviamo sorprese. Più il vincitore del tiebreak al primo set è considerato favorito, maggiore è la probabilità che vinca in due set, che vinca il secondo set con almeno un break e minore è la probabilità che perda la partita.

Ancora più significativo è il fatto che un’ulteriore analisi rivela come quasi tutte – almeno l’80% – le variazioni di queste percentuali siano determinate dalla bravura, in termini relativi, dei due giocatori. È possibile che, del rimanente 20%, una parte possa essere giustificata dal vantaggio psicologico dell’aver vinto un primo set molto equilibrato, ma è solo una possibilità e solo in minima parte.

Un resoconto per ogni sequenza di punteggio

In precedenza ho affermato che una dinamica del tipo 7-6 6-x sembri essere piuttosto frequente. È ovvio che lo sia, visto che le combinazioni di punteggio in una partita al meglio dei tre set sono in numero finito e limitato.

È facile caratterizzare una partita di questo tipo con una descrizione che possa poi essere applicata universalmente: “Roger Federer ha vinto gli ultimi 3 punti del tiebreak, facendo sembrare John Isner in balia dei suoi colpi. Non è stata quindi una sorpresa vedere Isner perdere il servizio per la prima volta nel game successivo”. Un resoconto come questo riflette con accuratezza almeno una sezione di partita, ne spiega il punteggio e spinge a teorizzare che: a) il break subito da Isner è stato dovuto al fatto di aver perso il primo set al tiebreak e b) i giocatori generalmente perdono il servizio a inizio di secondo set dopo aver perso il primo al tiebreak.

Corretto. Spesso (ma quanto spesso?) però, abbiamo ragione di utilizzare un altro tipo di resoconto: “Andy Murray ha vinto gli ultimi 3 punti del tiebreak, facendo sembrare Jo Wilfried Tsonga in balia dei suoi colpi. Tuttavia, non è stata una sorpresa vedere Murray iniziare il secondo set in sordina e perdere il servizio per la prima volta nel game successivo”.

Alcuni di questi resoconti riflettono dinamiche effettivamente concrete, ed è il motivo per cui molti degli articoli su TennisAbstract indagano la logica di quelli più diffusi. Però è più probabile di quanto non sembri che molte di queste storie siano state elaborate per cercare di dare un significato alla casualità sottostante.

The Influence of a First-Set Tiebreak

I 22 miti del tennis di Klaassen & Magnus – Mito 14 (sulla strategia efficiente al servizio)

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 10 giugno 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un’analisi del Mito 13.

Due storie diverse, ma affascinanti in egual misura, sono emerse dal Roland Garros 2016. In campo femminile, la ventiduenne Garbine Muguruza – una stella nascente con una sola precedente apparizione in una finale Slam – ha battuto Serena Williams, conquistando il suo primo Slam in carriera.

Tra gli uomini invece, dopo tre finali perse, Novak Djokovic ha sconfitto Andy Murray per vincere anche lui il suo primo Roland Garros, completando il Grande Slam in carriera e consolidando la sua posizione nel dibattito tra i più grandi di sempre.

Anche se per percorso e contesto le due vittorie sono state molto diverse tra loro – in un caso un gigante del tennis che cerca di imporsi da campione su tutte le superfici, nell’altro una giocatrice che affronta una gigante del tennis che cerca di riscrivere la storia – ambedue i protagonisti hanno dovuto trovare un modo per surclassare due avversari tenaci, e per entrambi dominare al servizio è stato l’elemento chiave. Djokovic ha vinto il 63% dei punti al servizio contro il 51% dei punti vinti da Murray. Muguruza ha vinto un notevole 62% di punti al servizio contro il 57% di Williams.

Sebbene queste statistiche evidenzino che i vincitori del Roland Garros 2016 sono stati più efficaci al servizio, possiamo dire che sono stati anche più efficienti dei loro avversari? E cosa vuol dire esattamente essere “efficiente” al servizio?

Questo è il tema su cui si concentrano Klaassen e Magnus nel Mito 14 di Analyzing Wimbledon.

Mito 14: ”I giocatori hanno una strategia efficiente al servizio”

Prima di affrontare l’argomento, è necessario soffermarsi sul rapporto rischio-rendimento associato al servizio, il quale si traduce concretamente nell’opposizione tra la probabilità che un servizio sia in gioco e la difficoltà che incontra il giocatore in risposta a ribatterlo. Tutti hanno sicuramente assistito al doppio fallo di un giocatore dovuto a quello che si ritiene un eccesso di spinta sulla seconda. Questo è il rapporto rischio-rendimento in azione.

Come un lanciatore nel baseball o un tiratore nel basket, un giocatore di tennis di vertice deve riuscire a trovare il giusto equilibrio tra la difficoltà e il rischio di un colpo in modo da garantirsi le maggiori probabilità di esito positivo. Per trovare il punto d’impatto perfetto, Klaassen e Magnus hanno introdotto la “curva-y”, che descrive la relazione matematica tra la probabilità del giocatore al servizio di vincere un punto quando il servizio è in gioco rispetto al rischio che il servizio non sia valido. In altre parole, la “curva-y” è la rappresentazione del rapporto rischio-rendimento.

L’immagine 1 mostra un esempio ipotetico, nel quale si suppone che i servizi più efficaci siano anche quelli a maggior rischio di fallo.

IMMAGINE 1 – Rapporto rischio-rendimento al servizio

Se la si conoscesse, la “curva-y” sarebbe entusiasmante perché fornirebbe uno strumento utile per trovare la strategia ottimale di un giocatore al servizio. In generale, la strategia ottimale per un giocatore al servizio è quella di giocare per incrementare la probabilità complessiva di vincere un punto. Per vedere come la “curva-y” dell’immagine 1 sia di aiuto nel trovare la strategia ottimale al servizio, il caso più facile da considerare è quello in cui il giocatore al servizio può servire solo la prima. Viene cioè eliminata la seconda di servizio.

In un tennis con un solo servizio a disposizione, la probabilità di vincere un punto può essere espressa da questa probabilità condizionale:

P(Vittoria) = P(Servizio valido) × P(Vittoria | Servizio valido)

La probabilità di vincere un punto al servizio è data dalla probabilità condizionale di vincere il punto dopo aver servito un servizio valido. Queste due componenti descrivono esattamente la “curva-y”.

È possibile quindi ridurre il problema al calcolo di un solo parametro (cioè servire un servizio valido), sostituendo la probabilità di vittoria quando un servizio è valido con la “curva-y”. Se si riesce in questo, si tratta poi solo di fare una piccola differenziazione per trovare il livello di rischio che massimizza la probabilità di vincere il punto. Questo ci permetterebbe anche di definire “efficiente” il giocatore al servizio che segue una strategia ottimale.

Matematicamente, se si usa il simbolo “*” per rappresentare la migliore percentuale possibile (ottimale) di punti vinti al servizio, si ottiene:

Efficienza = P(Vittoria) / P(Vittoria)*

Per avere il massimo rendimento dal servizio, qualsiasi giocatore vorrebbe un risultato della formula il più possibile vicino a 1.

Stimare l’efficienza al servizio

Due aspetti rendono complicato lo studio della strategia ottimale al servizio. Da un lato, ci sono due servizi nel tennis. Dall’altro, non sappiamo come si presenti la “curva-y”. Il primo problema si risolve abbastanza velocemente estendendo il caso illustrato in precedenza alla situazione di doppio servizio.

Il secondo problema è più complesso da affrontare. Se volessimo veramente conoscere la “curva-y” di un giocatore al servizio (e ipotizzo che la curva rischio-rendimento di ciascun giocatore abbia una forma leggermente diversa), dovremmo fare un esperimento per raccogliere i dati necessari alla sua costruzione: il giocatore al servizio dovrebbe servire indicando all’avversario, per ogni servizio, le sue intenzioni (“Tiro forte e centrale” o “Tiro esterno con molto effetto”, etc), in modo da accumulare molte osservazioni sulla stessa tipologia di servizio, registrare quanto spesso il servizio è valido e quante volte il punto è stato poi vinto contro quell’avversario.

In assenza di un esperimento di questo tipo, Klaassen e Magnus hanno preso in considerazione un numero di curve ipotetiche utilizzando una distribuzione a legge di potenza. Hanno poi definito la percentuale di punti vinti e la percentuale di prime di servizio valide come un punto, e gli stessi numeri sulle seconde di servizio come un altro punto. In questo modo sono stati in grado di identificare tutti i parametri della curva ad eccezione della forma. Anche se può sembrare un elemento fondamentale, i due autori non considerano la forma così importante per definire l’efficienza di un giocatore, perché la massima probabilità di vincere un punto al servizio non subisce grossi cambiamenti anche in presenza di grandi variazioni nel parametro forma.

Pur con delle riserve, prendiamo per valido l’approccio di Klaassen e Magnus. Cosa hanno trovato?

Utilizzando le medie osservate (sui servizi validi e sui punti vinti al servizio) sulla prima e sulla seconda di servizio, hanno concluso che l’efficienza al servizio sul circuito maschile è del 98.9%, mentre è del 98.0% sul circuito femminile. Da cui hanno tratto che: “C’è un efficienza molto alta, ma non è un’efficienza totale, quindi rigettiamo l’ipotesi”.
Una rivisitazione dell’efficienza al servizio

Se applichiamo la stessa metodologia al tennis moderno, otterremmo la seguente “curva-y” per gli uomini:

Prob (Vittoria | x) = γ0 − γ1 × x3

e una curva simile per le donne,

Prob (Vittoria | x) = γ0 − γ1 × x3.8.

In entrambi i casi, il valore x è la proporzione dei servizi validi, che si pone a complemento del rischio del servizio. Una volta definite le due funzioni, è possibile ottimizzare la probabilità di vincere un punto al servizio per un giocatore o una giocatrice, rispetto alle caratteristiche della loro prima e seconda di servizio. Prendendo come campione tutte le partite giocate dal 2012 al 2014, possiamo confrontare le risultanze di questo metodo di pensiero sulla strategia ottimale di servizio rispetto all’efficienza al servizio dei giocatori di vertice.

L’immagine 2 mostra che l’efficienza media per il circuito maschile è del 98% (nella versione originale è possibile visualizzare i nomi dei singoli giocatori puntando il mouse sui cerchi, n.d.t.). È un dato perfettamente in linea con quanto calcolato da Klaassen e Magnus e che porta alla stessa conclusione, per cui la maggior parte dei giocatori è inefficiente al servizio di uno o due punti percentuali sulla prestazione ottimale.

IMMAGINE 2 – Efficienza al servizio nel circuito maschile

L’immagine 3 mostra che l’efficienza media per il circuito femminile basata sulle partite dal 2012 al 2014 è stata del 97%, che, seppur di un punto percentuale, è più bassa di quella maschile da una strategia ottimale al servizio. È interessante notare che un estremo è rappresentato da Victoria Azarenka la quale, secondo l’analisi di Klaassen e Magnus, è più lontana dalla sua percentuale ottimale di punti vinti al servizio rispetto ad altre giocatrici. Azarenka ha una percentuale attesa ottimale di punti vinti al servizio del 69.5% (anche più alta di quella di Williams!), mentre la sua percentuale effettiva nel periodo di riferimento è stata solo del 54%. Naturalmente, questo potrebbe voler anche dire che la media “curva-y” non è una buona rappresentazione dell’efficienza al servizio di Azarenka.

IMMAGINE 3 – Efficienza al servizio nel circuito femminile

Riepilogo

Il Mito 14 fornisce spunti di riflessione su come provare a costruire un modello che cerchi di rappresentare la strategia ottimale al servizio. Per quanto i due autori presentino risultati interessanti a dimostrazione del fatto che, generalmente, i giocatori non utilizzino una strategia di servizio ottimale – coerentemente ad esempio con altri studi che suggeriscono come i giocatori siano troppo conservativi sulla seconda di servizio -, rimane un alone di magia sul modo in cui è stata elaborata la curva rischio-rendimento. Se si riuscisse a trovare una stima più diretta della curva rischio-rendimento per i singoli giocatori, sarebbe un passo avanti estremamente significativo per la definizione della strategia ottimale al servizio.

Klaassen & Magnus’s 22 Myths of Tennis— Myth 14

Uno studio sull’avvertimento per violazione temporale

di Nikita Taparia // TheTennisNotebook

Pubblicato il 17 maggio 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Chiunque abbia guardato una partita di Rafael Nadal, ha probabilmente sentito almeno una volta l’arbitro dire: “Avvertimento per violazione temporale, Mr Nadal”. Considerando che Nadal spesso utilizza più dei 25 secondi a disposizione tra un servizio e l’altro (20 secondi nei tornei Slam), non risulta così strano, al punto di essere in realtà un fatto noto.

La questione però è articolata e pone diversi interrogativi. Quando viene comminato l’avvertimento? Nei primi punti del game o in una situazione di punteggio più delicata; nei game iniziali del primo set o nelle fasi finali del set conclusivo? Quali sono gli arbitri che assegnano più avvertimenti? Quanto spesso si verifica negli Slam, nei Masters o negli altri tornei ATP e WTA? Quanto spesso sulle diverse superfici, nei game di servizio o in quelli alla risposta? In seguito a un avvertimento, il giocatore al servizio vince il punto successivo o commette un doppio fallo? Riesce a vincere il game?

Il problema maggiore nel trovare risposte a questa tipologia di domande è la mancanza di dati al riguardo. Di fronte all’ennesimo avvertimento per violazione temporale su una palla break, ho deciso di analizzare il tema più in dettaglio. Ho creato quindi un Form di Google per raccogliere informazioni sulle partite in cui si verificano avvertimenti per violazione temporale e ho estratto tutti i tweet passati su Twitter contenenti la frase ‘Avvertimento per violazione temporale’, decodificandoli al fine di creare un semplice database. Per quanto si tratti di dati incompleti, forniscono in ogni caso una linea guida per giungere a conclusioni preliminari.   

Un caso prova: Nadal

Analizzando i dati estratti da Twitter, emerge un elemento comune, il nome di Nadal. Quando si parla di avvertimento per violazione temporale, ci sono più persone che scrivono tweet su Nadal, fornendo molti dettagli. Tra Twitter e il Form di Google, una volta escluse le sovrapposizioni, ci sono quasi 100 partite degli ultimi 4-5 anni che riguardano Nadal. Di queste, ho selezionato solo le 60 che riportavano una qualche indicazione di punteggio: 28 avevano l’avvertimento per violazione temporale comminato in presenza di una palla break, mentre 6 alla palla per il game/set/partita; 46 di queste partite avevano poi indicazione del punto esatto. Naturalmente, è importante sottolineare che i dati potrebbero contenere imprecisioni, perché è più probabile che le persone facciano riferimento solo alle palle break.

L’immagine 1 illustra la distribuzione degli avvertimenti. La mappa di calore sulla sinistra fornisce una visione prospettica con tutte le combinazioni di punteggio e la frequenza. L’istogramma invece, con un campione così ridotto, è una rappresentazione più puntuale.   

IMMAGINE 1 – Avvertimenti comminati a Nadal per violazione temporale rispetto al punteggio

Tra le 46 partite con indicazione esatta della situazione di punteggio nel game, esiste una parzialità evidente rispetto al momento in cui Nadal riceve l’avvertimento di violazione temporale. Se dovessi fare un’ipotesi, mi attenderei che, con più dati a disposizione, venga corroborata l’assunzione che Nadal riceva un avvertimento nelle situazioni di maggiore pressione di punteggio.    

Un secondo importante filone informativo è quello sull’effettivo computo dei set e del legame con il punteggio nei singoli game. Molte delle partite considerate vengono eliminate perché il punteggio in termini di set non era conosciuto. Rifacendosi alle precedenti combinazioni, si può suddividere il punteggio all’interno di un game in quattro categorie: 1) non letale [15-15], 2) Palle break [30-40], 3) Palle del game [40-30] o 4) Punti che potrebbero portare a palla break [30-30, Parità, 30-40]. L’immagine 2 le illustra, distinguendole attraverso l’utilizzo dei colori. Per convenienza, l’ordine è per numero del set (se conosciuto) e numero del game. 

IMMAGINE 2 – Matrice punteggio game/set al momento della comminazione a Nadal di un avvertimento per violazione temporale

La matrice si legge guardando il numero del game nel momento in cui l’avvertimento è stato comminato e il numero del set (se disponibile). Il colore (nelle colonne) indica il tipo di punteggio all’interno del game rispetto alle quattro categorie identificate. Il punteggio di Nadal nel set è indicato per primo, segue poi quello dell’avversario.    

Come si osserva – sebbene dai tweet sia riuscita a risalire al punteggio dei set – il numero del set non era sempre disponibile. Astraendo per un istante dal numero del set, si può vedere quante volte l’avvertimento sia stato comminato dal sesto game in avanti, 22 volte, e quante prima, 10. Si riesce anche più facilmente a visualizzare il punteggio del game, nella maggior parte dei casi su palle break o su punti che portano alla palla break. L’immagine 3 mostra poi la distribuzione temporale del numero delle partite conosciute estratte da Twitter che fanno parte di questo sottoinsieme.

IMMAGINE 3 – Numero delle partite conosciute per anno

Questi avvertimenti per violazione temporale nelle fasi avanzate della partita possono essere giustificati da molteplici fattori, come ad esempio il fatto che Nadal rallenti nella sua routine di servizio o tra un punto e l’altro nelle fasi conclusive del set. Ciò però non giustifica il momento preciso in cui viene comminato l’avvertimento: perché ne vengono dati così tanti nei passaggi cruciali del game, del set o della partita? Questo è il vero scopo dello studio, far emergere la parzialità a cui facevo riferimento. Come accennato, Twitter stesso si espone a essere parziale per la scelta da parte dei suoi utenti del tipo di informazioni da riportare (sebbene sembri che, nel caso di Nadal, tutti pubblichino tweet sugli avvertimenti, almeno per i tornei più importanti). L’esigenza di raccogliere dati sul maggior numero di partite del circuito maschile e femminile deriva proprio dalla volontà di eliminare qualsiasi forma di scetticismo. Inoltre, ci sono ulteriori aspetti che si potrebbero esplorare, come il lato psicologico dei giocatori (vincono o perdono il punto o il game?), la parzialità dell’arbitro (la tendenza a comminare avvertimenti in determinati momenti della partita), cosa succede negli Slam rispetto agli altri tornei, e molti altri. 

Time Violation Warning Study: Motivation & Preliminary Results

Una proposta per regolamentare il rientro da una squalifica

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 22 marzo 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Dopo aver scontato la squalifica per doping di 15 mesi, Maria Sharapova tornerà al tennis professionistico nel torneo di Stoccarda, che ha inizio il 24 aprile e che le ha garantito un accesso diretto tramite wild card. Da ex numero 1 della classifica e in qualità di giocatrice estremamente conosciuta, non ci si deve sorprendere se ha già ottenuto wild card anche per il Madrid Premier Mandatory e gli Internazionali d’Italia.

Si è naturalmente generato un acceso dibattito. Molte persone vedono nelle wild card una sorta di ricompensa o regalo che risulta inappropriato se conferito a un giocatore o a una giocatrice colti in una violazione così importante. Molti appassionati e colleghi ritengono che, pur avendo scontato una pena severa, Sharapova non meriti questo tipo di vantaggio.

È significativo come né la Federazione Internazionale – che gestisce gli esami antidoping e determina le squalifiche – né la WTA – che definisce le linee guida per la partecipazione ai tornei – abbiano voce in capitolo sulla situazione. Ogni torneo deve prendere la sua decisione. Il Roland Garros potrebbe rifiutarsi di invitare Sharapova all’edizione di quest’anno (e Wimbledon potrebbe fare lo stesso), ma qualsiasi altro organizzatore il cui scopo è vendere biglietti e attrarre sponsor vorrebbe averla in tabellone.

In altre parole, con la possibile eccezione di Parigi e Londra, Sharapova potrebbe essere nella condizione di ripartire dalla situazione pre-squalifica, cioè accedere a qualsiasi torneo in cui desidera giocare. L’unico svantaggio è che non riceverà la testa di serie, aspetto che potrebbe rendere il quarto della morte all’Indian Wells Masters appena conclusosi una sezione di tabellone da circolo di tennis. Se gioca bene e non subisce infortuni, è probabile che riesca a risalire la classifica entro la fine della stagione fino alla zona di assegnazione delle teste di serie.

Non è mio interesse approfondire l’eventuale merito di Sharapova nel ricevere le wild card. In generale, non ho particolare simpatia per quelle situazioni in cui i tornei offrono opportunità di guadagno – di soldi e punti per la classifica – a giocatori preferiti, ma è anche vero che la squalifica di Sharapova è stata già molto lunga. Non sembra giusto che debba impiegare mesi a raccimolare punti nei tornei di livello inferiore. Quando Viktor Troicki è stato sospeso per un anno nel 2013, gli sono state garantite solo due wild card in tornei del circuito maggiore, e quindi gli sono serviti sei mesi per ritornare alla sua precedente classifica.

La mia preoccupazione si rivolge invece a tutti i giocatori del circuito come Troicki. Il rientro di Sharapova, al pari di quello di Troicki, saranno in definitiva influenzati dalle decisioni dei singoli tornei: da un lato, Sharapova – da vincitrice di diversi Slam e personaggio pubblico immensamente popolare – potrà partecipare praticamente a tutti i tornei in cui vorrà giocare, dall’altro Troicki è stato costretto a ricominciare quasi dall’inizio. Messa in altri termini: la squalifica di 15 mesi di Sharapova avrà avuto una durata di 15 mesi (esattamente quindici, visto che giocherà il suo primo turno al torneo di Stoccarda il primo giorno successivo al termine della squalifica), mentre la squalifica di 12 mesi ha tenuto Troicki lontano dal suo livello di riferimento per quasi 18 mesi.

La WTA necessita di una regolamentazione che determini con precisione il trattamento che una giocatrice debba attendersi al rientro da una squalifica. Fortunatamente, è già operativo uno strumento che può essere adattato allo scopo, cioè la “classifica speciale” riservata alle giocatrici con infortuni di lunga durata (la regola della “classifica protetta” funziona in modo simile per il circuito ATP): se una giocatrice è inattiva per più di sei mesi, può utilizzare la posizione in classifica prima dell’infortunio per partecipare fino a otto tornei, tra cui fino a due Premier e due Slam. Sia la giocatrice un’icona, sia una sconosciuta, al suo rientro ha comunque un’equa possibilità di risalire la classifica.

Questa è la mia proposta: quando la squalifica di una giocatrice termina, il suo rientro è sottoposto allo stesso trattamento del rientro da un infortunio, con la differenza che per il primo anno non vengono concesse wild card.

In questo caso, Sharapova sarebbe nel tabellone principale di otto tornei, potendo scegliere tra Stoccarda, gli Internazionali d’Italia, il Madrid Premier Mandatory, il Roland Garros, Birmingham, Wimbledon, il Toronto Premier e il Cincinnati Premier. Giocando bene nei primi due mesi dal rientro, avrebbe probabilmente una classifica sufficientemente alta per accedere agli US Open senza aiuto. In questo modo, l’intera faccenda si sgonfierebbe.

Non serve che le specifiche siano perfettamente aderenti al rientro da infortunio. Si può pensare di aggiungere dai due ai quattro tornei con classifica speciale per eventi minori organizzati dalla Federazione Internazionale o per le qualificazioni, nel caso una giocatrice preferisca riaffacciarsi gradualmente al circuito maggiore, dopo aver superato una sorta di periodo di riabilitazione. L’elemento centrale è che le regole sarebbero identiche per qualsiasi giocatrice. Per quanto severa possa essere stata la punizione comminata a Sharapova, non è nulla rispetto all’effetto che una squalifica di 15 mesi ha su un giocatore del circuito meno famoso, come dimostra l’esempio di Troicki.

Che sia o non sia di gradimento, ci saranno altre squalifiche per doping e, a meno che entrambi i circuiti non istituiscano un tipo di trattamento standard, il merito dell’assegnazione di wild card a una determinata giocatrice o giocatore piuttosto che ad altri, al loro rientro, sarà oggetto di continue e più intense controversie. La severità ultima di una squalifica dipenderà sempre da numerosi aspetti, ma la popolarità di un giocatore o di una giocatrice non dovrebbe essere mai tra questi.

Regulations for Returning Rule-Breakers

Gli effetti (e, forse, anche il vantaggio psicologico) di uno scambio lungo

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 10 settembre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Uno dei punti più spettacolari del quarto di finale tra Simona Halep e Victoria Azarenka agli US Open 2015 (vinto da Halep con il punteggio di 6-3 4-6 6-4, n.d.t.) è stato uno scambio da 25 colpi all’inizio del terzo set, concluso da Azarenka con un dritto vincente. Si è trattato dello scambio più lungo della partita, che l’ha portata al punto del game per tenere il servizio in apertura di set.

Anche quel punto, come spesso accade per gli scambi molto lunghi, sembrava poter rappresentare una svolta nel vantaggio psicologico sulla partita. Invece, Halep ha rimesso il punteggio in parità con uno scambio da 10 colpi al punto successivo. Se un qualsiasi indizio di vantaggio psicologico fosse stato associato all’esito di questi due punti, era scomparso con la stessa velocità con cui si era manifestato. Sono serviti infatti poi altri otto punti prima che Azarenka chiudesse finalmente il game a proprio favore.

Uno scambio lungo fornisce effettivamente delle indicazioni? Possiede cioè valore predittivo per il punto successivo, o anche per l’intero game? O diventa solo un punto da circoletto rosso che passa in second’ordine nel momento in cui lo scambio è terminato e si riprende a giocare?

Per trovare una risposta, ho consultato gli scambi punto per punto delle circa 1100 partite presenti al momento nel database del Match Charting Project, identificando l’1% dei punti più lunghi – vale a dire 17 o più colpi per le donne, 18 o più colpi per gli uomini – e analizzando cosa succede successivamente, sia in termini di affaticamento che di vantaggio psicologico.

Il punto successivo

Esiste un chiaro effetto causato da uno scambio lungo: il punto successivo, in media, sarà più corto. Lo scambio da 10 colpi della partita tra Halep e Azarenka si è rivelato un’eccezione: in media, nel circuito femminile il punto successivo a uno scambio lungo è di 4.45 colpi, mentre la media complessiva è di 4.85 (in funzione della giocatrice al servizio e se si tratti della prima o seconda di servizio). Per gli uomini la media è 4.03 colpi nel punto successivo, rispetto a una media complessiva di 4.64.

Nel caso delle donne, l’affaticamento diventa un fattore per la giocatrice al servizio. A seguito di uno scambio lungo, le donne mettono la prima di servizio solo il 61.3% delle volte, rispetto a una media del 64.6%. Negli uomini il fattore fatica non si manifesta allo stesso modo: le analoghe percentuali sono 62.3% e 62.2%.

E, per le donne, c’è anche maggiore evidenza di un effetto fatica immediato. Le giocatrici che vincono questi scambi lunghi sono lievemente più forti delle avversarie, vincendo, in media, il 50.7% dei punti. Subito dopo uno scambio lungo però, le stesse giocatrici vincono solo il 49% dei punti. Non ho chiari i motivi. Forse la giocatrice che ha vinto uno scambio lungo ha dovuto profondere più sforzo dell’avversaria, magari mettendo tutte le sue rimanenti energie in un vincente a rimbalzo, o terminando il punto con un paio di colpi atletici a rete.

A ogni modo, non esiste un effetto analogo nel circuito maschili. Dopo aver vinto uno scambio lungo, i giocatori vincono il 51.1% dei punti successivi, rispetto a un 50.8% atteso. O esiste un vantaggio psicologico, seppur molto ridotto, oppure, più probabilmente, è solo un’imprecisione statistica.

Giocatori e giocatrici servono più doppi falli a seguito di uno scambio lungo, anche se l’effetto è molto più marcato per le donne. Subito dopo uno scambio lungo infatti, le donne servono un doppio fallo il 4.7% delle volte, rispetto a una media del 3.3%. Gli uomini invece servono un doppio fallo il 4.5% delle volte rispetto a una frequenza attesa del 4.2%.

Vantaggio psicologico duraturo

Al di là di un lieve effetto sulle modalità del punto successivo, uno scambio lungo è in grado di influenzare l’esito di un game? L’evidenza è a favore di una risposta negativa.

Per ogni scambio lungo, ho verificato se il vincitore del punto è poi riuscito a vincere anche il game, come è stato per Azarenka contro Halep. Inoltre, ho messo insieme il punteggio successivo allo scambio lungo con la frequenza media di punti vinti al servizio dal giocatore in questione per calcolare le probabilità che, a partire dal quel punteggio, colui che avesse vinto il punto finisse per vincere anche il game. Sempre in riferimento alla partita citata, le probabilità di Azarenka di chiudere il game sul vantaggio interno, quindi in una situazione di punteggio AD-40, erano del 77.6%.

Per entrambi i circuiti, non ho riscontrato effetti significativi. Le giocatrici che vincono scambi lunghi hanno poi vinto il 66.2% di quei game, di fronte a una percentuale attesa del 65.7%. I giocatori hanno vinto il 64.4% di quei game, rispetto a una frequenza attesa del 64.1%.

In presenza di un campione molto più dettagliato, questi risultati potrebbero segnalare un vantaggio psicologico, seppur molto ridotto. Ma su poco meno di 1000 scambi lunghi per ciascun circuito, le differenze rappresentano solo pochi game che sono stati vinti dal giocatore o giocatrice che ha vinto lo scambio lungo.

Per il momento, dobbiamo concludere che le conseguenze di uno scambio lungo hanno una durata molto ridotta: a malapena un punto per le donne e forse nemmeno quello per gli uomini. Sono punti che sembrano avere più effetto sugli appassionati che non sui giocatori stessi.

The Effects (and Maybe Even Momentum) of a Long Rally

Nella rivalità con Nadal, il rovescio di Federer è diventato un’arma?

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 17 marzo 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Chi tra gli appassionati di tennis ha pensato che la vittoria di Roger Federer su Rafael Nadal nella finale degli Australian Open 2017 fosse solo attribuibile al caso visto il dominio di Nadal negli scontri diretti, dovrà ricredersi dopo la schiacciante vittoria di Federer negli ottavi di finale all’Indian Wells Masters 2017, che lascia ben sperare i suoi tifosi per la stagione in corso.

Federer ha battuto Nadal in due set in poco più di un’ora, salvando l’unica palla break concessa e trasformando quattro delle cinque a suo favore. La sopravvivenza in quello che è stato definito il quarto della morte è sembrata in realtà una passeggiata per Federer. Lo stesso Nadal ha ammesso di essere stato demolito.

Con due vittorie di fila nel 2017 su un avversario che molto spesso ha avuto la meglio in passato, tutti si chiedono come, all’età di 35 anni, Federer sia riuscito a raggiungere, almeno in questa fase, il punto di svolta nella rivalità con Nadal.

Molti, tra cui Chris Clarey del New York Times e Jeff Sackmann di TennisAbstract, hanno evidenziato nel rovescio di Federer una componente chiave del suo ritrovato successo. In passato, con il rovescio a una mano Federer faticava ad addomesticare l’estrema altezza e rotazione del servizio di Nadal e dei suoi colpi di scambio. Nelle ultime due partite invece, il suo rovescio è stato più un’arma a disposizione che un punto debole.

Uno sguardo alle tendenze nelle loro partite agli Australian Open dal 2012 in avanti può fornire dettagli per rispondere alla domanda. Come mostrato dall’immagine 1, si osserva in primo luogo che la velocità del rovescio di Federer è cresciuta significativamente dal 2012 al 2017, sia nella risposta al servizio, sia nei colpi giocati durante lo scambio (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse su ciascun cerchio, n.d.t.). Per la risposta al servizio, la mediana della velocità del rovescio è salita da 102 km/h nel 2012 a 106 km/h nel 2017. Nei colpi di scambio, l’incremento è ancora più marcato, con la mediana della velocità del rovescio che è aumentata, sempre nello stesso periodo, da 111 km/h a 120 km/h.

IMMAGINE 1 – Il rovescio di Federer contro Nadal è diventato più veloce

Inoltre, analizzando l’altezza con cui la pallina supera la rete, si osserva anche un cambiamento nella tipologia del rovescio di Federer. Dagli Australian Open 2012, il rovescio di Federer nella risposta al servizio di Nadal ha superato la rete con altezza decrescente di quasi il 25%, come mostrato dall’immagine 2. Negli scambi invece, il rovescio ha superato la rete a un’altezza inferiore del 15%, sempre per il periodo considerato.

IMMAGINE 2 – Il rovescio di Federer contro Nadal è diventato più piatto

Sono entrambe indicazioni del fatto che Federer abbia colpito il rovescio con più velocità e con minore effetto contro Nadal nel 2017 di quanto abbia fatto nei loro scontri diretti nei precedenti 5 anni. Come ci è riuscito?

Una spiegazione risiede nella volontà di Federer di rinunciare al rovescio difensivo tagliato anticipando l’impatto con la pallina da una posizione in campo più interna. Le statistiche raccolte da TennisAbstract supportano questa conclusione. Se mettiamo a confronto la semifinale degli Australian Open 2014 con gli ottavi di finale all’Indian Wells Masters 2017, osserviamo che la frequenza con cui Federer colpisce il rovescio tagliato si è ridotta del 50%.

I benefici di una strategia così offensiva erano sicuramente già noti a Federer tre anni fa. Sembra solo che ci sia voluto del tempo prima di renderla attuabile. Se questo sia legato all’arrivo di Ivan Ljubicic come allenatore, a una racchetta dal piatto corde più ampio, a una prospettiva più rilassata sulla carriera o ad altri fattori, rimane un argomento aperto a congetture.

In Federer-Nadal Rivalry, Has the Federer Backhand Become a Weapon?

Il fattore campo nel tennis, parte 3 (le conclusioni)

di Chapel Heel // FirstBallIn

Pubblicato il 26 settembre 2015 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nella parte 1 di questa serie, ho introdotto i criteri alla base di un’analisi del fattore campo nel tennis. Nella parte 2, ho esaminato i dati a disposizione relativi ai sette paesi selezionati. In quest’ultima parte, metterò insieme i risultati per vedere quali conclusioni si posso trarre.

All in

Iniziamo con un’aggregazione dei dati dei sette paesi oggetto di analisi. Tutte le medie indicate sono soppesate per il numero di partite, a eccezione della percentuale di vittorie attese, che è il risultato di una catena di Markov per la media soppesata dei punti vinti al servizio.

Nonostante il campione sia statisticamente significativo e con numeri che sembrano avere un senso, non c’è indicazione specifica della presenza di un fattore campo. Anzi, la percentuale di vittorie attese suggerisce uno svantaggio legato al fattore campo, seppur minimo.

Come accennato in precedenza, l’unico vero problema è legato alla Gran Bretagna e alla Svizzera, con il dominio numerico di Andy Murray da un lato e di Roger Federer e Stanislas Wawrinka dall’altro in misura tale da rendere i risultati estremamente parziali rispetto alle partite in trasferta, in larga parte perché sono giocatori che hanno giocato poche partite in casa. Sebbene il numero di partite giocate in Gran Bretagna e in Svizzera sia piuttosto ridotto, le percentuali di vittoria così alte di Murray, Federer e Wawrinka – e senza giocatori di rilievo di secondo livello – sono tali da influenzare con decisione il campione numerico. Ad esempio, le partite in trasferta per la Gran Bretagna e la Svizzera sono circa il 10% del campione complessivo.

L’esclusione di Gran Bretagna e Svizzera

Vista la problematica con questi due paesi, sono convinto che i dati della tabella 1 non siano la migliore rappresentazione di un fattore campo. La tabella 2 riporta le stesse informazioni con l’esclusione di Gran Bretagna e Svizzera.

Anche senza Gran Bretagna e Svizzera, rimane più del 90% delle partite complessive e vengono eliminati solo tre giocatori dei primi 100, così da lasciare un campione di dati ancora robusto.

Si osserva un lieve fattore campo percepito nella percentuale di vittorie effettive, che però non è rispecchiato nella percentuale di vittorie attese. Tenendo in considerazione l’incertezza attesa delle percentuali, si può dire che una percentuale di vittorie “realistica” per le partite casalinghe è probabilmente tra il 51.3% e il 53.3% e una percentuale di vittorie “realistica” per le partite in trasferta è probabilmente tra il 49.7% e il 50.7%. Nel migliore dei casi, questo vorrebbe dire un fattore campo del 3.6%, nel peggiore dei casi assomiglierebbe alla percentuale di vittorie attese della tabella, quindi di fatto assenza del fattore campo. Non mi sento di concludere, sulla base di questi numeri, che esista un fattore campo nel tennis, ma, dovesse esserci, sarebbe decisamente minimo.

Quarti di finale, semifinali e finali

La tabella 3 restringe l’analisi alle partite di quarti di finale, semifinali e finali (sempre escludendo Gran Bretagna e Svizzera). Ho eliminato anche la colonna relativa alla classifica dei giocatori perché non aggiunge nuove informazioni.

Premetto che mi aspetto un fattore campo (se presente) più marcato nei primi turni, nei quali la comodità di una sistemazione domestica può aiutare a prendere confidenza con il torneo, e dove la competizione dall’altra parte della rete non è così forte da annullare il fattore campo.

La tabella 3 mostra esattamente l’opposto, cioè sembra esserci un fattore campo nei primi turni di un torneo. (Da notare che l’esclusione di Gran Bretagna e Svizzera in questo caso non ha fatto una grande differenza, visto che sono state eliminate solo 28 partite casalinghe nei primi turni).

Di fronte a una riduzione importante nella dimensione del campione, il fattore campo è ancora significativo? Credo che lo sia. L’intervallo di percentuale di vittorie attese dovrebbe essere tra il 53.5% e il 58.3% per le partite casalinghe e tra il 47.4% e il 49.8% per le partite in trasferta. Nello scenario migliore, questo comporterebbe un fattore campo del 10.9% (che è esagerato) ma, nello scenario peggiore, sarebbe intorno al 3.7%, in linea con la percentuale di vittorie attese.

Ritengo che ci sia un minimo fattore campo nelle partite di quarti di finale, semifinale e finale. Siccome penso che, complessivamente, il fattore campo sia abbastanza neutrale o lievemente positivo, come regola generale sono portato a concludere che non ci sia un fattore campo nei primi turni di un torneo.

Home Court Advantage in Tennis, Pt. 3 (Conclusions)